La crisi della Grecia? L’occasione per rivedere le politiche del rigore della Ue

 

L’opinione. La Grecia non uscirà dall’euro. Perché la sua uscita dalla moneta unica provocherebbe contraccolpi in tutta l’Unione europea. Al contrario, potrebbe essere arrivato il momento per mettere in discussione il rigore della Ue che fino ad oggi ha creato solo problemi.

di Angelo Forgia*

In queste ore nei giornali e nella rete si discetta della sorte della Grecia. Il capo del governo di questo Paese, Tsipras, e il Ministro dell’Economia, Yanis Varoufakis, hanno fatto sapere che non hanno alcuna intenzione di pagare la “rata” del prestito ricevuto dal Fondo monetario internazionale (Fmi). E hanno aggiunto che, con questi soldi, pagheranno gli stipendi e le pensioni al popolo greco.

In questo articolo proveremo a ragionare con pacatezza. Partendo dal presupposto che a noi la tesi che la Grecia uscirà dall’euro non ci convince affatto. Anche perché non riusciamo a capire, sul piano della logica economica e monetaria, che cosa ci guadagnerebbe l’Unione europea dell’euro lasciando la Grecia fuori dalla moneta unica (la precisazione sull’Unione europea dell’euro è indispensabile, perché ci sono dieci Paesi dell’Unione che non hanno aderito all’euro).

Purtroppo il dibattito su questo tema è viziato da un’informazione non sempre corretta. L’Unione europea e l’euro sono l’espressione di tanti Paesi del Vecchio Continente che si mettono insieme per crescere insieme all’insegna della solidarietà e dello sviluppo economico, sociale e culturale. Non è vero che la Grecia ha “truccato” i conti per entrare nell’euro. E’ vero, invece, che la Grecia è stata invitata ad entrare nell’euro. Ed è altrettanto vero che gli altri Paesi dell’Unione europea conoscevano benissimo la situazione economica greca. Così come conoscevano benissimo i conti dell’Italia.

La verità è che, da Maastricht in poi, l’Unione europea ha perso una parte dello “spirito” europeista che abbiamo conosciuto nel secolo passato, per votarsi a un rigore che sta avvantaggiando una parte dell’Unione europea e svantaggiando il Sud Europa, Grecia e Italia in testa, ma anche Spagna e Portogallo. L’errore, con molta probabilità, parte dalla Germania. Ma è un errore che è stato fatto proprio dalla Commissione europea, dal Parlamento europeo, dal Partito popolare europeo e dal Partito socialista europeo. Perché prendersela solo con la Germania della signora Merkel, rimproverando ai soli tedeschi la politica del rigore, se poi queste scelte politiche vengono fatte proprie dalla Commissione europea, dal Parlamento europeo e dalle due forze politiche che oggi governano l’Unione europea, il Ppe e il Pse?

Al contrario di quello che scrivono in tanti in queste ore, noi siamo convinti che la Grecia non uscirà dall’euro. A chi, oggi, con grande leggerezza, parla di un’Europa unita dell’euro senza la Grecia ricordiamo due cose. La prima si sostanzia in una domanda: che senso avrebbe un’Europa unita senza la Grecia, che della cultura occidentale è la culla? La seconda è che la Grecia, già lo scorso mese, non aveva i 700 milioni per pagare la “rata” del prestito al Fondo monetario internazionale. Ed è stato proprio lo stesso Fmi a pagare, in massima parte, la “rata” della Grecia con un nuovo prestito (i particolari del prestito del Fondo monetario internazionale alla Grecia pagato dallo stesso Fmi li trovate in questo articolo).

Che cosa intendiamo dire? Altre due cose. Primo: che sarà lo stesso Fmi che, con molta probabilità, interverrà in favore della Grecia. Secondo: che la linea politica tenuta da Tsipras e dal suo Ministro dell’Economia, alla fine, potrebbe rivelarsi vincente. Che senso avrebbe, infatti, lasciare senza stipendi e senza pensioni il popolo greco per pagare il debito all’Fmi? Sarebbe un atto economicamente demenziale, perché toglierebbe moneta dalla circolazione, provocherebbe guasti sociali ed economici terribili al popolo greco e ridurrebbe la domanda al consumo in Europa, aumentando disoccupazione, povertà e instabilità. E’ questo che vuole l’Unione europea?

Chi, sui giornali e sulla rete, propugna l’uscita della Grecia dall’Europa dell’euro, “castigando” gli ellenici sciuponi dovrebbe riflettere un po’ di più, perché la “punizione” alla Grecia avrebbe effetti negativi in tutta l’area dell’euro e rischierebbe di mettere in discussione la stessa tenuta della moneta unica europea. Invece di ipotizzare demenziali “vendette”, dovremmo tutti augurarci che la vicenda greca faccia riflettere di più chi, oggi, ha gestito male l’euro e la Banca centrale europea (Bce) con politiche economiche e monetarie restrittive. Chissà che la crisi greca non sia invece la volta buona per rivedere una politica del rigore che, fino ad oggi, ha soltanto minato dalle basi l’economia europea e (perché non dirlo?) della stessa Unione europea.

*L’autore di questo intervento nella vita si occupa di agricoltura. Da sempre coltiva la passione per la politica siciliana, nazionale ed europea. Oggi inizia la sua collaborazione al nostro giornale con una riflessione sulla crisi della Grecia.

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Il Jobs Act, Renzi e le imprese stritolate dall’Unione Europea delle banche

di Giulio Ambrosetti

Ieri sera tutti i Tg del nostro Paese hanno celebrato in pompa magna la definitiva entrata in scena del Jobs Act, dipinto, in molti casi, come la panacea di tutti i mali. Non sono mancate le interviste ai due “geni” dell’attuale momento politico del nostro sempre più scombiccherato Paese: Matteo_Renzi_crop_newMatteo Renzi, capo del governo, e Pier Carlo Padoan, Ministro dell’Economia. Grandi autocomplimenti per gli “immancabili destini” che attendono i lavoratori italiani: milioni di posti di lavoro in più, “tutele crescenti” al posto del lavoro precario e bla bla. In coda, breve breve, quasi per non farlo sentire, l’abolizione del diritto al reintegro nel posto di lavoro, sostituito con un “equo indennizzo”.
Ovviamente, nessuno ha detto che, da ieri, è entrato in vigore il licenziamento a norma di legge, degno proseguimento della “legge Biagi”, quella che avrebbe dovuto “rivoluzionare” il mercato del lavoro in Italia. Da segnalare, anche, le interviste “intelligenti” agli imprenditori che si sono rammaricati della non retroattività del Jobs Act: obiettivo, “purtroppo”, che Renzi e Berlusconi non sono riusciti a raggiungere nemmeno con un Parlamento di “nominati” figli del Porcellum. Che occasione persa!
Contemporaneamente, ieri, sono stati diffusi i dati sulle nuove povertà in Italia. Numeri che stridono con le celebrazioni da “Minculcop” del Jobs Act e, soprattutto, con le notizie diffuse l’altro ieri, in base alle quali in Italia sarebbe finita la recessione e sarebbe iniziata la “crescita”. Una crescita dello 0,4-0,5 per cento nel 2015, che diventerà dell’1,5-1,6 per cento il prossimo anno. Parola dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.
Invitiamo i nostri lettori a riflettere sulle contraddizioni tra linguaggio e realtà. Da un lato ci propinano il Jobs Act – una legge sul lavoro che serve alle imprese per licenziare i lavoratori – presentata come un’occasione di “sviluppo”, dall’altro lato l’Ocse che celebra la fine della crisi economica italiana e l’inizio della ripresa. Il tutto mentre nel nostro Paese aumenta spaventosamente la povertà. Il tutto mentre le uniche cose che sono aumentate per davvero sono le mense della Caritas. Com’è possibile tutto questo?
Quello che conta è sempre la realtà. E cosa ci dice la realtà? Che oggi, in Italia, una persona su quattro è alla fame. Alla fame, con difficoltà enormi nel mettere assieme pranzo e cena. E che una famiglia su due è in difficoltà e non arriva alla fine del mese. Ma ci dice anche altro, a proposito delle imprese. Renzi, ieri sera, in TV, prendendo ancora una volta in giro gli italiani in perfetto stile Berlusconi, ha detto di aver ridotto le tasse. Peccato che, appena due Photo-PCP-lightweight-1giorni fa, una trasmissione radiofonica ha riportato le testimonianze di decine di imprenditori della Lombardia e del Veneto, che dicevano a chiare lettere che stavano in tutti i modi cercando di andarsene dall’Italia.
Siamo rimasti impressionati dalla testimonianza di tre imprenditori che spiegavano che oggi, per spostarsi da Milano in Veneto, bisogna pagare 25 euro di autostrada all’andata e 25 euro al ritorno! “Ma il governo lo capisce che percorrere l’autostrada ci costa più della benzina?”, dicevano in coro gli imprenditori. “Se a questo aggiungiamo il costo della stessa benzina, già il trasporto dei nostri prodotti diventa quasi insopportabile per le nostre aziende”, ha detto un altro imprenditore. Che ha aggiunto: “E deve andare bene. Perché tutte le strade, sia quelle cittadine, sia quelle di collegamento con altre città, sono piene di autovelox che appioppano contravvenzioni a ritmo continuo”.
Insomma, mentre Renzi, Padoan e l’Ocse raccontano della ripresa economica si scopre che i piccoli imprenditori del Centro Nord Italia, oltre ad essere massacrati dalle tasse, sono costretti a pagare pedaggi autostradali onerosissimi e a lavorare, ogni giorno, facendo una gimkana tra gli autovolex. “Ormai siamo la periferia della Germania, da qui ce ne dobbiamo andare”.
Siamo arrivati al punto dolente: tasse insopportabili, pedaggi impossibili e trionfo degli autovelox. Il tutto perché lo Stato ha bisogno di entrate da portare in “dono” a quell’idrovora chiamata Unione Europea. Mentre Renzi e Padoan parlano di ripresa, gli imprenditori di quello che un tempo era il ricco Centro Nord vogliono andare via. “E se non siamo ancora andati via – spiegava uno di loro – è perché non abbiamo ancora trovato l’acquirente delle nostre aziende. Perché le offerte che ci arrivano sono ridicole. Da strozzinaggio”.
Così spunta un altro volto dell’Unione Europea dell’euro: ridurre in povertà alcuni Paesi – per ora tocca alla Grecia, all’Italia e, in prospettiva, alla Spagna – e rubargli, per pochi spiccioli, aziende e abitazioni. Non è un caso, insomma, se anche il mercato immobiliare è andato giù. Dietro c’è un disegno criminale, imperniato su una certa idea di “Europa unita” fatta di banche e finanza ladra, che è l’esatto contrario dell’Europa dei popoli.
Renzi, sempre quello del Jobs Act, si è vantato di aver messo a punto un pacchetto di sgravi fiscali per le imprese. Ovviamente per le imprese del Centro Nord Italia. Ma non ha detto dove ha preso i soldi, circa 5 miliardi di euro. Li ha presi dai fondi Pac, sigla che sta per Piano di azione e coesione. Sono i fondi europei e le risorse ex Fas (Fondi per le aree sottoutilizzate) destinati al Sud del Paese. Soldi che erano stati riprogrammati dall’ex Ministro, Fabrizio Barca, per essere utilizzati da quattro Regioni del Mezzogiorno d’Italia – Campania, Calabria, Puglia e Sicilia – da qui al 2017. Graziano-Delrio_980x571Ma il governo Renzi ha deciso che tre anni, per spendere questi soldi, erano troppi. “Bisogna accelerare!”, ha detto il sottosegretario Graziano Delrio. Così questi soldi andranno alle imprese del Centro Nord Italia sotto forma di sgravi contributivi per i prossimi tre anni. Lì si possono utilizzare in tre anni, al Sud si sarebbe perso troppo tempo!
Questo è il governo Renzi: un governo che utilizza due pesi e due misure, penalizzando il Sud. E questa è l’Unione Europea degli imbroglioni, che consente a Renzi e al suo degno “compare” Padoan di ricorrere a queste e ad altre porcherie. Già, porcherie. E sapete perché utilizziamo questo termine? Perché i fondi Pac che Renzi e Delrio hanno strappato al Sud (solo alla Sicilia un miliardo e 200 milioni di euro!) sarebbero serviti, al 70 per cento, per gli anziani, per l’infanzia, per i minori e per il disagio psichico. Uno scippo alle aree deboli della società meridionale, per erogare sgravi contributivi alle imprese del Centro Nord Italia. Questo è il governo Renzi e questa è l’Unione Europea che consente queste schifezze.
“Tra l’altro, a noi questi sgravi non servono”, diceva un imprenditore. “I nostri problemi sono legati ai costi di trasporto dei prodotti, che non sono più sostenibili. Perché, su venti giorni di lavoro, un paio di autovelox li becchiamo sempre. E questo fa saltare i nostri conti. Noi vogliamo vendere le nostre attività e andare via da questa Italia ormai impossibile”.
In chiusura, hanno intervistato un Assessore di un grande Comune lombardo, il quale ha detto che gli autovelox sono installati nell’interesse dei cittadini! Noi non abbiamo potuto fare a meno di pensare alla Sicilia, alle strade provinciali abbandonate da tre anni: abbandonate dalle Province commissariate, che non hanno nemmeno i soldi per pagare i dipendenti. Ma non abbandonate dai Comuni, che hanno riempito queste strade di autovelox, sempre nell’interesse dei cittadini! Le strade scassate con gli autovelox. Ma questa è un’altra storia: la storia della Sicilia di questi giorni.