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Ecco come (5). Riconversione del territorio

Pubblicato: 30 marzo 2015 da Sicilia più in Attualità
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di Donato Didonna

La penosa situazione in cui versa il territorio − specie urbano − siciliano, è sorta e si è sviluppata tutta negli ultimi decenni di attività edilizia dissennata. L’edilizia, fino al dopoguerra, quindi persino quella ispirata al razionalismo fascista, era caratterizzata comunque da un senso estetico, era frutto di un disegno progettuale dignitoso: cosa sarà successo nella mente di amministratori pubblici, architetti, urbanisti e ingegneri del “sacco” di Palermo, di Agrigento, ecc.? Chi ha dato loro una laurea? Come ha fatto un territorio naturalmente “bello” ad essere reso “brutto” da troppe ed infelici realizzazioni di professionisti siciliani, non piemontesi? Chi ha autorizzato folli volumetrie e quartieri senza un decente disegno urbanistico o adeguati servizi?

Se il territorio deve diventare una risorsa, non è più tollerabile un 860735_10200283454123230_517806592_osuo uso così anarcoide come avvenuto sinora. Il brutto non attira nessuno mentre abbrutisce la vita di chi ci vive. Città, coste, centri storici, paesaggi marini e rurali vanno riconsiderati e devono diventare un’opportunità per un’attività edilizia di riconversione, riuso, ma anche di abbattimento sic et simpliciter da sprigionare, inizialmente a macchia di leopardo, sotto una regia intelligente di urbanisti −siciliani e non − degni del loro titolo accademico e fidando nella competizione virtuosa cui il bello induce quando non è sopraffatto dal brutto.

Immagino un poderoso intervento di pianificazione condotto pubblicamente, in modo condiviso e trasparente attraverso internet, con risorse finanziarie pubbliche (si pensi ai costi per gli espropri per pubblica utilità o per le infrastrutture) attinte a quello che considero il vero “tesoro siciliano”: l’aggressione, in Italia e all’estero, dei patrimoni di “Cosa nostra”[1].

Grazie ad un’opportuna e pragmatica riforma della legge Rognoni-La Torre (e succ. modif.), si dovrebbe prendere atto di una situazione incontestabile: la Sicilia deve il suo ritardato sviluppo economico al condizionamento della criminalità organizzata. Quanto è costato questo ritardo? I Siciliani, come comunità politica, potrebbero perciò vantare un credito al risarcimento di questo danno, aggredendo – in Italia come all’estero – i patrimoni di coloro (affiliati a Cosa Nostra) che lo hanno causato? Perché no?

Si dovrebbe adottare, dicevo, un approccio più pragmatico, in una riforma della citata legge, finalizzato alla definizione di una strategia meno burocratica e più efficace nella lotta tra economia legale e illegale, che porti ad incrementare considerevolmente la confisca di beni di provenienza mafiosa, ovunque nel mondo, non solo in Sicilia o in Italia!

Tale strategia, potrebbe ispirarsi ad un fatto storico e ad uno di cronaca: i Piemontesi per finanziare l’unità d’Italia confiscarono nel 1867 i beni ecclesiastici; il Commissario Straordinario della Parmalat, Enrico Bondi, ha utilizzato la società di investigazioni statunitense Kroll per cercare il “tesoro” dei Tanzi. La strategia dovrebbe, quindi, essere incentrata sui seguenti punti:

  1. utilizzo di risorse esterne all’apparato dello Stato, pagate solo a risultato utile, per il lavoro di intelligence nell’asset search (la citata Kroll ha individuato con successo, pur dietro paraventi, il “tesoro” di Saddam Hussein, quello dei coniugi Marcos, quello del dittatore di Haiti, Duvalier, ecc.);
  2. costituzione di un pool di magistrati specializzati − e capaci di cooperazione giudiziaria internazionale − che si occupi di verificare, con le garanzie del caso, le prove addotte dal lavoro di intelligence sulla riconducibilità di beni (società, terreni, attività finanziarie, ecc.) a prestanome di criminali mafiosi, sia in Sicilia che in Italia e all’estero;
  3. costituzione di uno speciale “Fondo di Gestione” di tali patrimoni sequestrati e poi confiscati, affidato a istituzioni internazionali difficilmente condizionabili (es. grandi banche internazionali);
  4. creazione di un “Programma ventennale di riconversione della Sicilia”, alimentato dal suddetto fondo, che finanzierebbe interventi sul territorio (città, coste, ecc.) coerenti con progetti di architetti e urbanisti di prestigio internazionale;
  5. la Regione Siciliana, in base alla stessa legge, potrebbe vedersi anticipare le disponibilità di tale programma con le tipiche tecniche finanziarie che attualizzano flussi futuri: potrebbe valutare, anche prudentemente, il credito al risarcimento del danno che, come soggetto politico con propria popolazione e territorio, vanterebbe nei confronti di coloro che, con la loro condotta criminale, hanno determinato il mancato sviluppo economico e la violenta speculazione sul territorio e, successivamente, cedere al mercato finanziario questo credito − con tanto di rating delle istituzioni finanziarie − attraverso un’operazione di cartolarizzazione.

Basti pensare agli immensi proventi del solo traffico di droga per rendersi conto che, pur essendoci da pagare gli spacciatori, gli avvocati difensori, le famiglie dei detenuti, i “picciotti”, restano sicuramente alla criminalità un mare di soldi da reinvestire nell’economia legale in Sicilia, in Italia e all’estero.

Il costo del ponte sullo stretto (5-6 miliardi di euro), da molti inteso come una infrastruttura che potrebbe rappresentare il volano di una ripresa economica, potrebbe rappresentare semplicemente l’unità di misura di questa operazione paragonabile, nella nostra storia, solo alla confisca dei beni ecclesiastici operata dal Regno d’Italia (1867). Qualche anno fa un’indagine ha svelato come esponenti della mafia siculo-canadese pensassero di mettere le mani sul grande affare del ponte, addirittura proponendosi come finanziatori!

La confisca dei beni ecclesiastici risolse un problema della storia moderna. Analogamente, oggi, l’attacco militare e senza riguardi ai patrimoni della mafia ne risolverebbe un altro. La storia la scrive sempre chi vince. E la mafia, di pagine tragiche di storia, ne ha scritte fin troppe!

Certo, uno Stato che, come avvenuto in questi anni, continui a considerare “carcere duro” il regime in cui un boss condannato in via definitiva invia “pizzini” attraverso la biancheria affidata ai familiari o che consenta che poliziotti di elevata professionalità, quali quelli che maneggiano le sofisticate apparecchiature di intercettazione ambientale, riuscendo persino ad introdursi furtivamente nelle abitazioni di boss, svendano poi per un “piatto di lenticchie” informazioni riservate, perché remunerati con uno stipendio da fame, più che incutere timore, questo Stato, darà sempre e solo la certezza che non prevarrà mai sul crimine organizzato. E quanti, per cultura o istinto servile, fiutano da che parte stia il più forte, non avranno dubbi sul santo da… votare o a cui votarsi.

La lotta ai patrimoni di illecita provenienza deve anche costituire un’opportunità per i territori in cui il riciclaggio viene consumato, incentivando in tal modo la massima cooperazione internazionale. Ricordo che anni fa nella Costa del Sol le autorità spagnole hanno arrestato tre notai e sette avvocati indiziati di riciclaggio per 250 milioni di euro. Se un villaggio turistico in Spagna o in Croazia del valore di 100 è riconducibile a prestanomi della mafia, nella vendita successiva alla confisca non sarà necessario pretendere 100, ma sarà sufficiente incassare anche 50-60 (il sistema bancario cede a valori inferiori i crediti “problematici” con le relative garanzie reali o personali), consentendo così ad un esponente dell’economia legale locale, verificato con le dovute attenzioni e garanzie, di concludere un buon affare. Tale incentivo favorirebbe la cooperazione politico-giudiziaria internazionale, poiché nessuno Stato moderno può avere un lungimirante interesse a favorire il riciclaggio.

Il precedente procuratore nazionale antimafia, Pier Luigi Vigna, ha affermato che il fatturato della criminalità organizzata in Italia ammonta a oltre cento miliardi di euro l’anno. La forza di questo denaro, in uno scenario economico debole, diviene ancora più dirompente, potendo eliminare dal mercato qualunque concorrente dell’economia legale.

Per confermarvi che non parlo di fantascienza, ma di obiettivi possibili, Petyx-e-bassottosolo volendo, vi racconto una storia vera. Una storia a lieto fine e, per certi versi, molto istruttiva. Poco più di due anni fa, la fiction TV Il capo dei capi” portò la signora Ninetta Bagarella, moglie di Totò Riina, a pensare di poter pretendere il risarcimento per presunti danni d’immagine causati dalla fiction. Sembrava una richiesta paradossale, eppure la stampa la riportava senza alcun particolare commento critico, né indignazione. In un servizio del TG satirico “Striscia la notizia”, divenuto poi celebre, l’inviata Stefania Petyx pensò di andare a puntualizzare direttamente alla signora Bagarella che, se c’era una rivendicazione di danni d’immagine, questa semmai apparteneva di diritto al popolo siciliano che, a causa della presenza della criminalità organizzata, aveva perso non solo l’immagine, ma anche un adeguato sviluppo economico, oltre che i suoi migliori figli, uccisi vigliaccamente.

Un gruppo di ragazzi (questi circa trentenni di cui vi dicevo) palermitani senza bandiere politiche, prese alla lettera questa rivendicazione e promosse su internet una raccolta di firme con la petizione “Chiediamo i danni a Cosa Nostra”. Le firme raccolte sono state più di 18.000 provenienti da ogni parte d’Italia. Come se non bastasse, alcuni di questi ragazzi si sono recati, per giorni, all’ingresso dell’ARS a raccogliere le firme dei nostri deputati regionali disponibili a sottoscrivere una norma in merito.

E questi sono i tangibili risultati portati a casa a poco meno di un anno dall’inizio della raccolta delle firme:

Primo risultato: nel gennaio 2008, con un emendamento alla Legge Finanziaria Regionale 2008 (L.R. 6.2.2008, n. 1, in Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana del 8.2.2008), è stato introdotto il seguente articolo:

ARTICOLO 18

Costituzione parte civile

«Fermo restando il diritto della Regione Siciliana e degli enti di cui all’articolo 1 della legge regionale 10/1991 di costituirsi parte civile nei confronti di qualunque cittadino imputato di reati connessi all’associazione mafiosa, è fatto obbligo alle amministrazioni di cui sopra di promuovere azioni civili di risarcimento di danni quando sia intervenuta sentenza penale di condanna passata in giudicato, riguardanti pubblici amministratori o dipendenti delle amministrazioni medesime».

In concomitanza con la legge finanziaria regionale, era stata presentata anche una articolata mozione che recepiva lo spirito della petizione per i casi diversi da quelli dei pubblici amministratori o dei burocrati, ma le dimissioni del presidente Cuffaro rimandarono il tutto alla successiva legislatura.

Secondo risultato: finalmente, alla fine dello stesso anno, è stato inserito il seguente articolo nella nuova Legge regionale antimafia (L. R. n. 15 del 20.11.2008: “Misure di contrasto alla criminalità organizzata”, in Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana del 24.11.2008, n. 54).

ARTICOLO 4

Costituzione di parte civile della Regione

«È fatto obbligo alla Regione di costituirsi parte civile in tutti i processi di mafia per fatti verificatisi nel proprio territorio».

Per la cronaca, il “pacchetto sicurezza” varato dal governo Berlusconi ha pensato bene, nella totale distrazione dei parlamentari siciliani mentre si parlava di federalismo fiscale, di riservare tali risorse in capo ad Equitalia. Un Ente locale che si costituisse parte civile contro criminali di “Cosa Nostra” potrà avanzare la sua rivendicazione “morale”, avrà diritto al rimborso delle spese legali, ma i soldi del risarcimento danni andranno al Governo nazionale. Dopo il danno, quindi, la beffa!

Quali lezioni possiamo comunque trarre da questa vicenda? Che la democrazia non è solo delega, ma è anche partecipazione: la petizione invocava un intervento del Parlamento nazionale che costringesse quello regionale a costituirsi obbligatoriamente parte civile nei processi di mafia, mentre è bastato mostrare le proprie facce (e anche qualche telecamera!) perché l’Assemblea Regionale si muovesse autonomamente e in modo assolutamente bipartisan.

Ma torniamo, dopo quest’ampia parentesi, al tema principale. Il territorio siciliano, per competere con la campagna toscana o il mare della Sardegna, così come potenzialmente potrebbe, richiederebbe che ne venisse ripensato l’attuale uso esclusivamente “interno”, con un diverso utilizzo delle “seconde case” che infestano ormai ininterrottamente specialmente le sue coste, mentre sono economicamente sottoutilizzate dai proprietari (normalmente, per non più di 6 settimane all’anno).

L’alternativa “politica” da proporre dovrebbe essere: vuoi una casa di villeggiatura ad uso esclusivo? Pagherai adeguate tasse per l’uso che fai anche del paesaggio. Vuoi invece metterla a reddito, dotandola di ulteriori servizi a vantaggio di una economia turistica diffusa? Riceverai adeguati incentivi economici e fiscali sulla falsariga di quelli previsti per i “paesi albergo”.

Nelle grandi città come Palermo, invece, non vedrei male la soluzione di diluire in altezza la densità abitativa sostituendo, nelle zone residenziali prive di spazi urbani e di adeguati servizi, gli attuali palazzoni con grattacieli anche di 60 piani e più. Avremmo, dalle parti di viale Strasburgo, una skyline da downtown, ma avremmo recuperato valore immobiliare, tale da consentire la permuta di appartamenti, negozi e uffici di interi isolati e di remunerare il costruttore, con il vantaggio sociale di un migliore equilibrio estetico ed urbanistico.

Lascio infine all’immaginazione di ciascun lettore il ritorno occupazionale, professionale e di immagine di quanto sin qui detto.

(continua)

[1] Ho pubblicato questi stessi contenuti in un articolo apparso sulle pagine regionali di MF il 30.3.2005.

Agricoltura urbana e paesaggio

Pubblicato: 3 febbraio 2015 da Sicilia più in Agricoltura
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di Angelo Sofo*

Lo spirito del luogo

Chi costruisce o restaura edifici, chi progetta centri urbani, chi pianifica un territorio, avrebbe il dovere, prima di ogni altra cosa, di intessere una relazione intima e profonda con il luogo. Dovrebbe porsi, cioè, in una situazione di ascolto, tentare di percepire l’invisibile che sta dietro al visibile per entrare in contatto con l’essenza di quel piccolo frammento di Terra sul quale è chiamato ad intervenire.

Già, perché i luoghi chiamano, evocano, ci inseguono e, quando vogliono, sanno farsi scoprire, anche intimamente. Gli antichi avevano compreso l’importanza e la complessità di questo processo al punto che, ad esempio, nel mondo greco classico, la scelta del luogo dove costruire una nuova colonia era affidato all’ecista(nella Grecia antica, era un condottiero scelto da un gruppo di cittadini per guidarli alla colonizzazione di una terra) personaggio a metà strada tra il condottiero, il sacerdote, il filosofo e l’architetto, il quale sapeva interpretare presagi, segni, narrazioni, semiologie dei luoghi, oltre che gli elementi geografici.

Ma la precisa identificazione di quest’idea di “essenza interiore” del luogo fu coniata dai latini con il Genius Loci (con le iniziali maiuscole perché trattasi pur sempre di una divinità, anche se secondaria, cioè non olimpica), che con estrema semplificazione potremmo definire come lo spirito, il nume tutelare di ogni singolo luogo. Per uscire subito dalle secche della pura ricerca filologica, possiamo dire che, se volessimo applicare quel concetto oggi a un luogo particolare, sia esso naturale o urbano, potremmo forse dire che quel luogo è “numinoso”, cioè colmo della presenza di un nume, pervaso da un’aura di sacralità. L’idea di Genius Loci, seppur velata dalle nebbie del mito, può tornare utile a chi voglia accostarsi ad una più attenta e rispettosa “scienza dei luoghi” o ad una architettura più consapevole.

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Tanto è più vero se si pone mente che l’opera moderna più nota col titolo “Genius Loci” è proprio quella (laica e pragmatica) di un architetto, Christian Norberg-Schulz, col sottotitolo “Paesaggio, Ambiente, Architettura”. Ed infatti, sostiene Norberg-Schulz, “Proteggere e conservare il genius loci significa concretizzarne l’essenza in contesti storici sempre nuovi. Si può anche dire che la storia di un luogo dovrebbe essere la sua autorealizzazione”. Come dire che, a saper bene indagare, ogni luogo reca in sé i segni di ciò che esso vuole essere o divenire. Ed esattamente questa dovrebbe essere la prima preoccupazione di chi si appresta ad intervenire su quel luogo, sia esso architetto, ingegnere, pianificatore o quant’altro.

La perdita della capacità di riconoscere l’identità dei luoghi (l’indifferenza) non è diversa dall’incapacità di riconoscere se stessi come individui sociali. La distruzione dei luoghi non è un incidente, un eccesso di voracità di qualcuno, ma un obiettivo intrinseco del sistema economico dominante: recidere le relazioni tra l’individuo, l’ambiente, gli altri da sé. Costringendo l’individuo nella sola dimensione produttiva/consumistica. Spaesamento, sradicamento sono effetti coerenti di una logica di dominio volta ad annichilire l’individuo. Così il territorio, spogliato dal paesaggio, sterilizzati i «genī loci», diventa strumento neutro del potere economico, liberamente cartografabile, per esercitare il potere, tracciare confini ed erigere muri dentro cui segregare i propri sudditi.

Le colate di cemento sommergono ogni spazio libero. Il saccheggio procede. Il paesaggio sparisce: Il capannone è il tipico edificio che più si ripete. Solo piccolissimi varchi tra un edificio e l’altro permettono di gettare uno sguardo oltre la muraglia di capannoni.

La distruzione del paesaggio è la inevitabile conseguenza della preminenza dell’interesse economico su ogni altro valore, del dogma della crescita economica che ha soppiantato ogni altra visione del mondo. Dobbiamo sapere che è la stessa logica che travolge ogni campo del vivere umano: nel lavoro, de-umanizzato, alienato; e nel territorio, ridotto a supporto inerte.

Scrive Alberto Magnaghi che la «coscienza di luogo» è la «capacità di riacquisizione dello sguardo sul luogo come valore, ricchezza, relazione potenziale tra individuo, società locale e produzione di ricchezza. Un percorso da individuale a collettivo in cui l’elemento caratterizzante è la ricostruzione di elementi di comunità in forme aperte, relazionali, solidali».

Sta quindi in noi cittadini, alle comunità che vivono e lavorano in questi territori ed in questi spazi riappropriarci degli elementi che caratterizzano la nostra vita, attraverso processi di democrazia diretta, e attraverso la difesa dei beni comuni.

L’azione della difesa del paesaggio si inserisce, perfettamente nel quadro più generale (socio-economico e finanche antropologico e culturale) delineato dal progetto della decrescita: decrescere la dipendenza della società dalla logica del mercato capitalistico ed abbandonare definitivamente un modello di sviluppo che ci ha portato alla distruzione delle risorse naturali e sta compromettendo la vita stessa dell’intero pianeta.

La difesa del paesaggio può costituire una molla concreta per risvegliare le coscienze e per attivare delle pratiche lungo la via della decrescita. Pensare alla tutela del paesaggio come un principale obiettivo/motore attivatore della decrescita. Ma per fare diventare il paesaggio un punto di forza delle ragioni della decrescita è necessario sviluppare alcuni passaggi logici.

Innanzitutto mettersi d’accordo su cos’è il paesaggio. Poi includere “questo” paesaggio, “i beni paesaggistici” del Codice dei beni culturali e non solo tra i beni comuni da rivendicare e da sottrarre alle leggi del mercato. Infine decidere di“prenderlo in cura” (governarlo e gestirlo) in forme e modalità efficienti e condivise, creando anche occasioni di lavoro utile e sostenibile. Serve cambiare mentalità, atteggiamenti, regole, codici di funzionamento sociale.

Le esperienze pilote, le pratiche virtuose, i casi di gestione condivisa del bene comune territorio, villaggio, condominio, “città di città”… sono molti (Paolo Cacciari). Credo che per rientrare nei limiti della sostenibilità ambientale, della bellezza dei paesaggi, della equità sociale e del “buon vivere”, si possa partire da qui.

Il ventaglio delle azioni possibili è davvero ampio: si va dall’appello del progettista edile Tommaso Gamaleri che ha lanciato la campagna per l’obiezione di coscienza contro gli incarichi professionali di progetti di edifici su terreni non edificati, alle amministrazioni comunali che modificano i piani regolatori a Zero consumo di suolo , alla campagna Rifiuti Zero.

Dalla campagna Salviamo il paesaggio, alle Transition town (autosufficienza energetica). Dalla rete delle Slow city; (Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, ne era il promotore in Italia), ai Contratti di fiume. Dal movimento per gli orti urbani collettivi, agli ecomusei, al turismo sostenibile e alla ospitalità diffusa. Dai Parchi agricoli multifunzionali legati alle Reti dell’altra economia e ai Gruppi di acquisto solidali, al movimento per la difesa degli usi civici.

Dal co-housing, agli ecovillaggi, ai condomini solidali. Dai piani di bacino idrogeologici, alle bioregioni. Dagli innumerevoli movimenti di cittadinanza attiva, di cui i NoTav della Val di Susa sono un emblema, al laboratorio urbano della Scuola dei territorialisti che ci insegna come è possibile attivare processi di riappropriazione dei luoghi rigenerando relazioni e identità territoriali.

Un grande movimento dal basso per sottrarre paesaggio-ambiente-territorio-luoghi alla logica economica del mercato e per ridare bellezza a questo paese ed alla gente che lo abita.

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Un territorio di qualità

Le aree agricole alla periferia delle grandi città sono state considerate per molto tempo come ambiti in attesa di essere edificati, come semplici vuoti in attesa di trasformazione. Solo negli ultimi anni si è acquisita la consapevolezza che gli spazi aperti periurbani sono importanti per i cittadini sempre più alla ricerca di “paesaggio”, di spazi liberi e luoghi dove l’agricoltura svolge un rinnovato ruolo di produzione di beni e di cibo vicino ai cittadini, ma anche didattico e multifunzionale in un equilibrato rapporto tra sviluppo e sostenibilità.

Gli spazi di margine sono riconosciuti sempre più come importanti ed aventi pari dignità rispetto alle componenti tradizionali che determinano i processi di trasformazione. Se perdiamo gli spazi aperti perdiamo una risorsa collettiva che incide direttamente sulla qualità della vita delle popolazioni: non solo per la mancanza di aree verdi dal punto di vista ricreativo e paesistico; dobbiamo immaginare che la perdita di superfici libere che la Lombardia ha registrato in otto anni equivale, in termini di mancato sequestro del carbonio (e conseguentemente di disponibilità di gas serra in atmosfera), a un incremento del parco auto della regione del 15 per cento. Dobbiamo pensare a tutta la biodiversità che perdiamo quando andiamo a impermeabilizzare un territorio, cosi come non è difficile pensare a tutta l’acqua superficiale che non potendo più penetrare nel terreno si concentra improvvisamente creando danni a cui troppo frequentemente assistiamo.

Essere dotati di spazi liberi, verdi, fruibili e vissuti, come possono essere quelli agricoli alla periferia delle città è importante in un progetto complessivo che preveda, nel bilancio dell’uso delle risorse territoriali, anche un maggior equilibrio nell’utilizzo del territorio.

Significa inoltre mettere in valore un territorio di qualità, più competitivo e attrattivo anche per le imprese innovative e portatrici di nuove funzioni economiche.

Nuovi modelli culturali su cui fondare la società del domani

Accanto all’attuale sistema economico, fondamentalmente capitalistico e neoliberista, si stanno sperimentando nuove forme di economia e di consumo. Solo che queste esperienze locali e diffuse contano poco, si tengono oscurate o si espongono come giocattoli. Parlo ad esempio dei mercati contadini, di modalità di scambio reciproco dei beni, dei gruppo d’acquisto solidale, delle filiere corte. Quando le cose si complicano occorre riportarle a una dimensione più semplice.

Bisognerebbe avere la capacità di passare dalla semplicità del globale alla complessità del locale. Chi pensa che la filiera corta e il Km0 siano solo forme autarchiche ha una visione assai limitata di questo nuovo modello. In realtà si tratta di proporre un sistema economico di comunità che si basi, prima di tutto, sulvalore d’uso del prodotto. Oggi, per dirne una, può accadere che un’acqua minerale tirolese venga venduta in Calabria e una calabrese nel Tirolo. Leggiamo sulle etichette la provenienza dei prodotti che mangiamo comunemente e proviamo a calcolare quanti chilometri si mangiano ogni giorno. Vengono fuori cifre sbalorditive: quella è tutta energia consumata, qualità perduta, identità cancellata. Il valore economico, il Pil e il profitto di pochi hanno preso il sopravvento sul valore d’uso dei beni, innescando processi speculativi che portano anche a grandi crisi nelle quotazioni delle derrate alimentari.

Il mondo agricolo e le aree rurali, a partire da quelle ingiustamente marginalizzate dallo sviluppo globale, possono essere la fucina dove sperimentare nuovi modi, nuove forme, nuovi comportamenti. Non potrebbe essere diversamente visto che l’agricoltura produce quanto ci è più necessario e vitale, ovvero il cibo, ed ha un elevato valore ambientale e culturale.

La speranza è che anche in Italia si sia compreso questo passaggio storico, evitando di giocare in difesa. Non si può pensare a politiche che mirino alla sola sopravvivenza del settore. Anche il recupero di metodi e valori tradizionali non deve essere concepito come un ritorno all’agricoltura dei nonni, ma come innovazione supportata dal sapere e dalle conoscenze scientifiche.

La coltivazione agricola in ambito urbano può rispondere a molteplici funzioni e diversi obiettivi, ad esempio, la presenza di coltivatori, orticoltori, giardinieri, in contesti urbanizzati potrebbe rendere la città più sensibile alle questioni della sostenibilità ambientale e certamente più bella per la cura costante del territorio che i vari soggetti praticano. Inoltre, la città potrebbe sentirsi più sicura con la presenza di numerose persone che si prendono la responsabilità di accudire spazi che un tempo erano vuoti e alienanti.

L’agricoltura urbana, nelle sue diverse forme, è interpretata come opportunità per l’incremento di valori sociali, culturali ed ambientali dei territori interessati. Infatti, in un’ ottica di socialità, può essere occasione di aggregazione intergenerazionale ed interetnica, dal punto di vista ambientale può essere integrata con la rete ecologica, e dalla prospettiva culturale, mezzo per la riscoperta dei tempi biologici.

* Angelo Sofo vive a Milano e si occupa da anni di progettazione di giardini e orticoltura sociale