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di Bepi Lima (sicilianews24.it)

Rosario Crocetta e il PD, separati in casa in questi due anni e mezzo di governo, hanno trovato l’accordo sulla Finanziaria di Baccei, basata su tagli a retribuzioni, pensioni e benefit dei dipendenti regionali. Un terreno fertile perché, nell’immaginario collettivo, l’amministrazione regionale è una specie di paese di Bengodi dove si viene pagati profumatamente per leggere il giornale o i siti di informazione online.
Per cui nel marasma generale di fallimenti (la finta riforma delle Province, la Sanità fatta a fette dai tagli, le decine di ricorsi persi davanti ai tribunali amministrativi, le decisioni contraddittorie e illogiche sull’informatica, i “flop day” e chi più ne ha più ne metta) gli unici settori in cui Crocetta raccoglie ancora consensi sono la Formazione Professionale, altro carrozzone mangiasoldi inviso a tutti e, appunto, i tagli ai dipendenti regionali.
E dunque il Presidente della Regione su questi fronti si è messo di impegno: nella Formazione mandando al macero gli enti (non tutti) e il personale (ottomila famiglie); sui dipendenti regionali, programmando una robusta serie di sforbiciate. E il popolo affamato gode all’insegna del “mal comune mezzo gaudio”.crocetta-e-baccei
Non c’è alcun dubbio che si dovesse intervenire per eliminare sprechi e inefficienze, così come si possono condividere alcuni dei provvedimenti contenuti nella Finanziaria dell’Assessore Baccei. Quello che spaventa è l’apparente voglia di radere tutto al suolo (come già fatto nella Formazione professionale), considerando l’amministrazione regionale una sorta di male inevitabile da ridurre ai minimi termini per risparmiare.
Da quando si è insediato, Crocetta e i suoi collaboratori non hanno fatto altro che sgonfiare le ruote sulla macchina che li dovrebbe trasportare, salvo poi lamentarsi se i miliardi dell’Unione Europea non vengono spesi o vengono spesi male.
Da quando, con la legge 10 del 2000, si è pensato di affidare alla burocrazia la responsabilità delle scelte, per evitare che la politica favorisse i suoi interessi, è accaduto esattamente il contrario. Mentre prima, con la responsabilità condivisa, c’era qualche remora ad adottare procedure di dubbia legittimità, adesso si è trovato il modo di bypassaree il problema, attraverso il meccanismo di affidamento degli incarichi.
Funziona così: i dirigenti generali sono nominati dall’Assessore di turno che, in qualunque momento può cacciarli perché il rapporto è “fiduciario”; e siccome l’incarico vale circa 4 mila euro netti in più al mese, quando ricevono un ordine devono eseguirlo per non rimetterci di tasca. Ma per eseguire un ordine occorre la collaborazione dei dirigenti intermedi che, a loro volta, sono nominati dai dirigenti generali.
A difesa dell’autonomia dell’amministrazione erano stati immaginati due meccanismi: il primo, la selezione attraverso la cosiddetta “valutazione comparativa”, che imponeva almeno teoricamente di scegliere i migliori; il secondo la clausola di salvaguardia per evitare che la perdita dell’incarico, anche immotivata, si trasformasse in una penalizzazione economica.
La valutazione comparativa è rimasta solo sulla carta: i dirigenti generali chiedono i curriculum ma poi scelgono sulla base della fedeltà e dell’appartenenza. Se la Commissione regionale antimafia, che ha competenza anche sul buon andamento della pubblica amministrazione, andasse a spulciare le procedure di affidamento degli ultimi tre anni, potrebbe agevolmente verificare che solo per una fortuita coincidenza, l’incarico va al dirigente col curriculum migliore. In tutti gli altri casi prevale la “raccomandazione”, che ha il duplice vantaggio di accontentare il padrino politico e di ottenere la fedeltà assoluta del nominato, il quale sa che la discrezionalità usata per affidargli l’incarico (e la connessa retribuzione) può servire a revocarlo in qualsiasi momento.davide-faraone
Così il cerchio è chiuso: la politica dà l’ordine al dirigente generale che, a sua volta, lo trasmette al dirigente intermedio e tutti eseguono per non perdere il posto. Questa prassi generalizzata è favorita anche dal sistema giudiziario: se ci si rivolge al giudice civile o amministrativo si devono attendere anni e, nel frattempo, si resta esposti alle ritorsioni del sistema che emargina i “ribelli”; se ci si rivolge al giudice penale è praticamente impossibile ottenere soddisfazione perché, di fatto, il reato di abuso in atti d’ufficio è impossibile da dimostrare anche a fronte di procedure palesemente illegittime.
Risultato, tutti calano la testa e ci ritroviamo con una amministrazione dequalificata e permeabile al malaffare.
Di tutto questo non c’è traccia nei provvedimenti di Crocetta e nella dichiarazione di guerra di Faraone che conosce bene il funzionamento dei gabinetti, dove ha piazzato tanti renziani in erba ma, evidentemente, non ha idea di come funzioni la macchina burocratica (almeno ce lo auguriamo).
La decisione, contenuta nella finanziaria regionale, di tagliare circa 600 delle oltre 1500 posizioni dirigenziali, ancorché assolutamente condivisibile nell’ottica di riequilibrare il numero dei dirigenti rispetto al resto dei dipendenti, finirà per distruggere quel poco di competenza che è rimasto nell’amministrazione regionale. Avremo circa 1800 dirigenti per 900 incarichi da assegnare con assoluta discrezionalità: pensate che la politica sceglierà i migliori o quelli pronti a firmare di tutto pur di mantenere la retribuzione di parte variabile?
Il risultato di questa dequalificazione di massa è sotto gli occhi di tutti: mai nella storia dell’Autonomia l’amministrazione aveva perso tante cause come negli ultimi due anni, con un paradosso aggiuntivo. Ai tempi delle vacche grasse, i burocrati erano talmente competenti da trovare procedure legittime per atti spesso finalizzati a interessi di parte; adesso anche i provvedimenti che avrebbero un obiettivo condivisibile vengono bocciati, perché chi li firma non ha alcuna conoscenza del diritto amministrativo. Avanti così verso il baratro.

di Giulio Ambrosetti

Il Presidente della Regione Siciliana, Rosario Crocetta, e l’Assessore Regionale all’Economia, Alessandro Baccei, sulla manovra finanziaria 2015 della Regione – che ancora non c’è, perché non esiste un documento ufficiale, ovvero un disegno di legge presentato all’Ars – fanno solo demagogia. Annunciare il taglio delle indennità dei sindaci, degli assessori e dei consiglieri comunali a fronte di un “buco” finanziario di 5 miliardi di euro della stessa Regione, provocato in buona parte dai tagli del governo nazionale di Matteo Renzi, è ridicolo. Queste nuove ed eventuali “entrate” regionali frutto dei tagli agli amministratori comunali coprirebbero, sì e no, il 2 per mille del fabbisogno finanziario della Regione. La verità è che Crocetta e Baccei non hanno lontanamente idea sul come affrontare i problemi che, insieme al governo Renzi, hanno creato alla Sicilia.
palazzonormanniTra l’altro, la Regione Siciliana, portata sull’orlo del baratro finanziario dal governo Renzi e dal governo Crocetta, deve ancora versare ai Comuni siciliani 250 milioni di euro circa a valere sul fondo regionale delle autonomie 2014 e altri 180 milioni di euro circa a valere sul fondo per il precariato, sempre del 2014. Che una Regione inadempiente si erga a “moralizzatrice” della vita pubblica siciliana ci sembra eccessivo. In politica, quando c’è da redigere le manovre finanziarie, contano i numeri. E gli attuali “numeri” dei conti regionali inchiodano Crocetta e Baccei a pesanti responsabilità politiche e amministrative.
Il Presidente Crocetta, nell’estate dello scorso anno, ha rinunciato, per quattro anni, agli effetti positivi dei contenziosi finanziari in atto tra Stato e Regione. In particolare, ha rinunciato agli effetti positivi della sentenza numero 207 della Corte Costituzionale – sentenza del 27 luglio del 2014 – che ha dato ragione alla Sicilia in materia di territorializzazione delle imposte. Se messa in esecuzione, tale sentenza avrebbe portato nelle casse della Regione una barca di soldi, circa 10 miliardi di euro.
Certo, assieme a queste entrate riconosciute dalla Consulta alla Sicilia, la Regione avrebbe dovuto caricarsi i costi dei servizi che ancora oggi lo Stato paga alla Sicilia: i docenti delle scuole, le università e i 2,2 miliardi di euro che Roma versa ogni anno alla nostra Isola per le spese sanitarie e qualcosa ancora. Fatti quattro conti, la Regione Siciliana avrebbe guadagnato non meno di un miliardo e mezzo di euro all’anno, o forse qualcosa meno. Quanto sarebbe comunque bastato per avviare con i soldi di Roma il risanamento finanziario della Regione. Invece, grazie a questa folle rinuncia da parte di Crocetta – adottata dal Presidente della Regione senza nemmeno avvertire il Parlamento siciliano – per i prossimi quattro anni il risanamento della Sicilia dovrà essere fatto sulla pelle dei siciliani.
La verità è che Crocetta, invece di tutelare gli oltre 5 milioni di siciliani, ha tutelato il governo Renzi. E in questo è perfettamente in linea con l’Assessore Baccei, con il quale sembrava in rotta di collisione. I due, che spesso non parlano lo stesso linguaggio, su un punto concordano appieno: sulle penalizzazioni da appioppare ai siciliani.Crocetta e Baccei Anche per Baccei, lo “scienziato” inviato in Sicilia dall’accoppiata “vincente” Renzi-Delrio, vale la legge dei numeri. E i numeri dicono che il governo nazionale, negli ultimi due anni e due mesi, ha tolto alla Sicilia circa 5 miliardi di euro. I conti sono presto fatti: 915 milioni di euro di accantonamenti (leggere soldi che Roma ha prelevato dal Bilancio regionale) nel 2013; un miliardo e 150 milioni di euro di accantonamenti dal Bilancio regionale 2014; 200 milioni di euro circa, sempre dal Bilancio regionale 2014, per i “famigerati” 80 euro al mese per i redditi inferiori a mille e 500 euro al mese; un miliardo e 112 milioni di euro di accantonamenti dal Bilancio regionale 2015, che ancora non c’è (ma ci sono già le entrate di Iva e Irpef della Sicilia che il governo Renzi ha già “saccheggiato” attraverso l’Agenzia delle Entrate). A questi si aggiunge lo scippo dei fondi PAC, sigla che sta per Piano di Azione e Coesione: un altro miliardo e 200 milioni di euro che il governo nazionale ha strappato alla Sicilia. Soldi che sono stati dirottati alle imprese del Centro Nord Italia a titolo di sgravi fiscali.
Assessore Baccei, se lei pensa di essere furbo, beh, sappia che noi non siamo totalmente stupidi. I conti li sappiamo fare anche noi. Li facciamo e li faremo. Lei è qui per fare gli interessi dei Siciliani e non per massacrare imprese e famiglie siciliane per conto del governo Renzi. Se pensa di far pagare ai 5 milioni di siciliani gli scippi operati dal governo Renzi, sappia che le verrà difficile, molto difficile. Anzi, a che ci siamo, la invitiamo a chiedere ai suoi referenti romani di togliere subito l’Imu sui terreni agricoli, perché l’agricoltura siciliana non può reggere quest’ennesimo balzello.

p.s.
Notiamo con “piacere” che il Governatore Crocetta e l’Assessore Baccei non parlano più di riduzione degli stipendi e delle pensioni ai dipendenti e ai pensionati della Regione. Forse perché mezzo Pd e Sicilia democratica hanno fatto “rimangiare” al Presidente e all’Assessore questi tagli. Ci auguriamo che anche il Presidente dell’Anci Sicilia, Leoluca Orlando, batta i pugni sul tavolo e costringa la Regione a “cacciare” i soldi che ancora deve ai Comuni a valere sull’esercizio 2014.