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di Salvatore Petrotto

La Sicilia ha dato, come è risaputo, i natali a personaggi quali Francesco Crispi, agrigentino di Ribera, uno dei principali sostenitori di Garibaldi e dell’Impresa dei Mille, assieme a Rosolino Pilo.foto_sicilia_satellite Eppure, quando è diventato ministro e presidente del Consiglio, alla fine dell’Ottocento, si è scagliato contro gli zolfatai ed i contadini siciliani. Crispi ha represso duramente i moti di ribellione dei più diseredati, sol perché si erano organizzati in dei movimenti, denominati Fasci Siciliani, di chiara ispirazione socialista. Finirono nel sangue, il sangue dei vinti, anche quelle lotte sociali contro l’insopportabile sfruttamento a cui erano costretti operai e contadini, da chi (inglesi e non solo) rubava, già allora, le risorse della Sicilia, quali il prezioso zolfo che, nell’Ottocento, per le sue svariate utilizzazioni a livello industriale ed in agricoltura, potrebbe essere paragonato al petrolio di oggi.

La Sicilia ha dato anche i natali a Don Luigi Sturzo, di Caltagirone, fondatore di quel Partito Popolare che nel Secondo Dopoguerra è stato denominato Democrazia Cristiana. E potremmo continuare con il finanziere di Patti, Michele Sindona, vissuto alla corte del più grande finanziere italiano, anch’egli Siciliano, Salvo Cuccia; ci riferiamo al quel Sindona prima acclamato come una sorta di mago della finanza italiana e poi ucciso in carcere con un caffè avvelenato, allo stesso modo di Gaspare Pisciotta, il cognato-assassino del bandito Salvatore Giuliano.

Tra ribellioni, ascarismi vari, compresi quelli attuali dei vari “Angelini Alfani”, ed ondate di separatismo represse nel sangue, sapientemente miscelate e confuse con la mafia, anche a partire dall’immediato Secondo Dopoguerra, la Sicilia continua ad avere un solo torto. Sapete qual è? Ogni tanto osa ribellarsi contro uno Stato patrigno, che non attua i dettami della nostra (loro!) Costituzione della Repubblica Italiana.

I Siciliani, per lo meno la maggioranza dei Siciliani, avrebbero forse voluto che, per lo meno dopo la Seconda Guerra Mondiale, dopo quel primo gennaio del 1948, giorno in cui fu pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana la nostra Carta Costituzionale, ci si adoperasse per rimuovere tutte le cause che ostacolano la realizzazione di quelle condizioni di uguaglianza e di pari opportunità di tutti i cittadini italiani. Tutto ciò, fuor di metafora, per scendere sul terreno della concretezza, significa, proprio perche è compito della Repubblica Italiana, così come sancito dalla Costituzione, realizzare quelle strutture statali che, lo ribadisco, sono: strade, autostrade, ferrovie, porti ed aeroporti degni di questo nome. Significa anche garantire acqua, pulizia, disinquinamento dei mari e delle falde acquifere, scuole ed ospedali che possano realmente assicurare degli standard di qualità e sicurezza, alla stregua dei cosiddetti paesi civili. E se il nostro è uno Stato realmente unitario e solidale, come mai, visto che i Siciliani sono degli incalliti delinquenti e mafiosi e non sono in grado di badare a sé stessi, non è ancora riuscito, dopo settant’anni di vita repubblicana e più di ottanta di Monarchia Sabauda, a fare tutto ciò?

Fate voi, nordici, visto che noi siamo sudici! Attuate la nostra Costituzione Repubblicana, gestite voi, con la vostra proverbiale puzza sotto il naso, le nostre risorse economiche e realizzate tutte quelle cose che noi Siciliani non siamo riusciti ancora a fare, per creare così le precondizioni dello sviluppo sociale, economico ed occupazionale. Ah dimenticavo! Voi uomini del Nord è dall’indomani dell’Unità d’Italia che qua in Sicilia state saccheggiando le nostre risorse. I fondi della vecchia Cassa per il Mezzogiorno sono stati gestiti dalla FIAT non solo a Termini Imerese ma anche con le sue aziende collegate che si occupavano di edilizia pubblica, ovviamente! raffineriagelaanteprima600x345578452Il nostro petrolio è stato estratto e raffinato a Gela, Augusta, Priolo, Melilli e Milazzo, dall’ENI che se non sbaglio era, e lo è ancora parzialmente, un’azienda di Stato. Le grandi opere pubbliche, quelle che costano per dieci volte rispetto alla media europea, sono, come più volte ho avuto modo di dire, lottizzate ed equamente divise tra la CMC di Ravenna che fa capo al PD e la Impregilo del milanese Berlusconi e di Lunardi.

Ed allora? Sapete cosa si sono pappate le imprese del Nord e le industrie di Stato in Sicilia? Centinaia di miliardi di euro, col petrolio e con i vari interventi straordinari per il Mezzogiorno. Sapete che cosa ci hanno lasciato oltre all’inquinamento ed ai tumori? Le briciole: qualche migliaio di posti di lavoro, presso le aziende più inquinanti d’Europa! Fatevi un giro a Gela, Priolo od Augusta e ve ne renderete conto. E la FIAT di Termini Imerese che fine ha fatto? Ma per cortesia, finiamola con la solita storia di accusarci di vittimismo meridionalista! Il Sud, in generale, e la Sicilia, in modo particolare, sono state sempre delle vacche da mungere. Per ogni centesimo dei finanziamenti stanziati per il Sud si è registrata un’equa ripartizione tra le grandi imprese del Nord, le classi dirigenti parassitarie dello Stato Italiano, dedite al clientelismo più becero, comprese quelle siciliane, la mafia, la camorra, la ndrangheta e la sacra corona unita. A tali organizzazioni criminali sono stati assicurati i proventi della loro intermediazione parassitaria e violenta, per reprimere ogni conato di ribellione dei meridionali, ogni qual volta hanno tentato di ribellarsi a questo regime politico-affaristico-mafioso! Ecco perché tali organizzazioni mafiose hanno goduto delle necessarie impunità: per favorire certi politici, sostenuti dai servizi e dagli apparati deviati dello Stato Italiano, al servizio delle grandi imprese del Nord e di quelle di Stato.

Le recenti inchieste sulla Trattativa Stato-Mafia sono illuminanti in tal senso: proprio questo dimostrano, lo stretto connubio tra le massime istituzioni dello Stato Italiano e le varie mafie. Per decine di milioni di meridionali è rimasto ben poco, se non macerie economiche e sociali, oltre che civili ed istituzionali: disoccupazione, povertà, città e paesi sommersi dai rifiuti, merda e veleni scaricati a mare e nei torrenti, servizi che si pagano il triplo rispetto al resto d’Italia, proprio perché sono pessimi, quali la gestione dei rifiuti, la depurazione dei liquami fognari e la distribuzione dell’acqua potabile. Ah, dimenticavo! Dobbiamo anche sorbirci le prediche degli imbonitori televisivi a pagamento e di una stampa venduta che ci ricordano, quotidianamente, che non abbiamo speranza, che la colpa è nostra e che soprattutto non dobbiamo lamentarci, altrimenti ci accusano di piangerci addosso e di essere sempre i soliti “addratta e chianci”. Non ne possiamo più, andate pure a quel paese, separiamoci, ma fatela finita per cortesia!

Ecco come (9). Fare impresa

Pubblicato: 15 aprile 2015 da Sicilia più in Attualità
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di Donato Didonna

Penso che le cause del sottosviluppo in Sicilia abbiano principalmente una natura culturale. Esiste invece un malinteso convincimento secondo il quale esse originino dalla povertà, spesso in associazione ad un intramontato luogo comune ideologico secondo cui l’impresa produttiva sarebbe lo strumento capitalistico principale per lo sfruttamento del lavoro. L’impresa deve essere invece intesa come il luogo eletto per la produzione di ricchezza. Il luogo dove convergono lavoro, scienza, tecnologia, cultura gestionale e capacità organizzative e commerciali.

Nelle aree sottosviluppate l’invocazione fondamentale è quella che contempla la venuta di un “qualcuno” dall’esterno che venga ad insediarsi per promuovere ricchezza e sviluppo (quando non si invochino direttamente i soldi da Roma: “La Finanziaria ha dimenticato la Sicilia”). Nelle aree sottosviluppate difficilmente la promozione del sistema produttivo è indigena. In Sicilia si riscontra una diffusa presenza di soggetti impegnati ad offrire lavori fittizi ed organizzare tutte le varie forme di precariato, con esse perpetuando una cultura assistenziale (e perciò stesso parassitaria) deleteria per i giovani. Piuttosto che rimuovere gli ostacoli di natura burocratica e mettere in campo politiche complessive di sviluppo, la stessa politica regionale promuove società tese a rendere strutturale il precariato e ad utilizzare gli associati quali clientes permanenti del potere politico.

Quale dovrebbe essere invece il rimedio per uscire dal sottosviluppo? 860735_10200283454123230_517806592_oIntanto mettere in campo una politica economica complessiva tesa ad invogliare i giovani a fare impresa, a sostenerli nella acquisizione della giusta dimensione competitiva nel mercato, a sostenerne magari la internazionalizzazione, nonché l’innovazione tecnologica e produttiva. Inoltre, organizzare il territorio in funzione dello sviluppo integrato dell’economia, inserendo negli orizzonti culturali e professionali delle giovani generazioni l’idea di fare impresa.

Come favorire quindi lo sviluppo di nuove imprese, specie giovanili? La Regione Siciliana potrebbe dirottare parte delle notevoli risorse finanziarie assorbite oggi (con grandi benefici elettorali, ma con dubbi benefici sociali ed economici) dal settore della formazione professionale, con il suo rispettabile budget annuo anche di 250 milioni, a favore di due obiettivi concreti: fornire una consulenza qualificata alle nuove iniziative imprenditoriali e garantirne l’accesso al credito. Immagino una convenzione tra la Regione e primarie società di consulenza internazionali come Accenture, KPMG, Pricewaterhouse Coopers, ecc. (utili anche a favorire joint venture tra imprenditori siciliani e clienti nazionali ed esteri di queste società) che fornisca assistenza, pagata dalla Regione, nella valutazione del progetto imprenditoriale e nella redazione del relativo business plan. I progetti ritenuti validi e promettenti da tali società di consulenza, potrebbero poi avvalersi della garanzia della Regione per l’accesso al credito. In caso di mortalità, non fisiologica, di questi progetti imprenditoriali, la Regione avrebbe la facoltà di rescindere il rapporto con le società di consulenza che a suo tempo li avevano positivamente valutati.

In questo modo, a parità di spesa pubblica, si potrebbero concretamente sostenere nuove iniziative imprenditoriali (senza regalare soldi a fondo perduto: non è servito mai a molto!), favorire l’apertura nell’isola di sedi di queste società di consulenza internazionali portatrici di un prezioso know-how di cultura d’impresa, favorire la creazione di joint venture (anche, ma non necessariamente, con adeguati incentivi finanziari e/o fiscali) e favorire, infine, a livello sociale, la libertà economica di una generazione di giovani, riscattandoli dall’intermediazione politica tradizionale nell’affannosa ricerca di uno stipendio aziendedignitoso.

In fin dei conti, in cosa consiste il fare impresa? Nel cogliere un’esigenza di mercato, sufficientemente avvertita, per la cui soluzione taluno sia disposto a pagare un prezzo, e approntare una soluzione efficiente ed imprenditorialmente organizzata che valorizzi proprie competenze ed attitudini. Questo è il segreto di ogni idea di impresa, specie nel settore dei servizi. Si pensi a quanto si potrebbe inventare per migliorare la qualità della vita urbana, dell’ambiente, della fruizione turistica e culturale, dell’intrattenimento, ecc.. Altro filone, non meno importante, su cui puntare per promuovere nuove imprese, specie quelle più innovative tecnologicamente, sarebbe quello della collaborazione con le Università, spesso ridotte a diplomifici di scarso valore per il mercato del lavoro, così come si sta facendo attraverso gli incubatori di imprese: interessante l’esperienza a Palermo del Consorzio ARCA. Non a caso le aree geografiche a ridosso di Università prestigiose, come ad esempio Cambridge, diventano distretti industriali di piccole e medie imprese molto innovative.

Penso che la libertà economica costituisca la premessa di quella civile: quando si soffrono problemi economici il voto rappresenta un bene di lusso da vendere al miglior offerente.

(continua)