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Preso atto della radicale mutazione genetica che connota oramai in modo visibile e marcato la parabola del PD di Renzi, l’esigenza di dar vita a un ampio, plurale e ricco processo costituente in grado di ridare forza, consistenza organizzativa ed una chiara identità politico-culturale alla Sinistra Italiana, radicandola fortemente nel tessuto sociale e civile del Paese, è un compito urgente e ineludibile. Ripopolare e rivitalizzare lo spazio politico della Sinistra per riaffermarne le sue ragioni è il tema e l’obiettivo improcrastinabile che è richiesto per rivitalizzare la democrazia italiana. La peculiarità della situazione italiana è data dal fatto che, di fronte al tracollo della destra berlusconiana, il PD sta progressivamente occupando il centro del sistema, interpretando in autonomia il ruolo di garante delle politiche di austerità e del progetto di ristrutturazione neoliberista in atto. Puntando ad attrarre l’elettorato deluso della destra, esso rinuncia a rappresentare l’interesse del lavoro e della parte più debole della popolazione, che cerca altrove, spesso in proposte politiche populiste, una propria rappresentanza, o si ritira nell’astensione. Il Pd si fa inoltre promotore del restringimento degli spazi di partecipazione democratica e di un pericoloso indebolimento delle istituzioni di garanzia con il “pacchetto” Italicum-riforma costituzionale”. Inoltre, l’idea di dar vita ad un “partito della nazione” –  approdato ad una fisionomia volutamente indefinita da partito “pigliatutto”, che sotto il mantra della modernizzazione cela la riproposizione di politiche moderate già ipotizzate dalla destra (dai provvedimenti sul jobs act a quelli sulla “Buona scuola” alle riforme costituzionali, dal filo rosso del verticismo “decisionista” e dell’impoverimento dei luoghi della discussione collettiva, dal parlamento allo stesso partito) – costituisce prova della radicale trasformazione della cultura politica della nuova classe dirigente, espressa da Renzi e dal “renzismo”.

Risiedono anche in queste intenzioni di posizionarsi al “centro”, da parte del PD le ragioni dell’indebolimento di una “SINISTRA” in grado di corrispondere agli attuali e inevitabili processi di globalizzazione. Eppure di una sinistra si sente, oggi più che mai, il bisogno. Una Sinistra Italiana plurale e popolare che sappia intercettare e rappresentare gli interessi di quella maggioranza della popolazione che negli ultimi anni, per effetto dei processi in atto, ha visto aumentare la propria insicurezza e ridurre le condizioni di benessere e prosciugato il ventaglio di opportunità in grado di dare senso al futuro per le nuove generazioni. Una Sinistra Italiana che sappia attrarre e coordinare verso un progetto politico comune quelle risorse intellettuali e di riflessione che pure sono presenti nella società italiana. Nel Pd non c’è spazio per sviluppare un’iniziativa politica e una visione all’altezza della sfida”. Non è un caso che un simile partito raccolga sempre più spesso adesioni di ceto politico e classe dirigente proveniente dal centrodestra: non si tratta solo del ritorno dell’opportunismo e del trasformismo che è parte della storia profonda d’Italia, ma di una ancor più inquietante effettiva sintonia politica, ormai del tutto metabolizzata da un partito permeabile, senza identità, leaderista a Roma e notabilare in periferia.

Da qui dunque le ragioni dell’avvio di un processo politico costituente in grado di riaffermare le ragioni di una politica di sinistra. Tale esigenza trova la sua urgenza anche, e in special modo, in Sicilia, stretta nella morsa di una crisi sociale, occupazionale, di progressivo impoverimento, di mancanza di chiare prospettive di sviluppo e opportunità civili, mentre il quadro politico-istituzionale dell’isola continua a offrire la propria drammatica incapacità e inadeguatezza, con un Governo Crocetta giunto alla sua quarta composizione, avvitato nel suo pressappochismo legislativo e in processi di preoccupante trasformismo politico, causa principale della decennale permanenza di un gelatinoso e vischioso reticolo di connessioni e intrecci burocratico-istituzionali, da cui emergono ed esplodono i molti casi di illegalità, corruzione, scandali e malaffare che mortificano e impediscono la possibilità di un rinnovamento della politica e l’affermazione di una classe dirigente, finalmente libera da condizionamenti e dalle paludi di consorterie presenti nei partiti e nelle Istituzioni.

Con LA CARTA DI ENNA s’intende dar vita e inaugurare, anche in Sicilia, un “processo politico costituente” – aperto, fortemente inclusivo, plurale ed ospitale, fatto di donne, uomini, giovani, lavoratori, studenti, professionisti, intellettuali, ecc.. – verso la ricomposizione organizzativa e radicata, presente in tutti i Comuni dell’Isola, della Sinistra Siciliana, che, guardando positivamente i percorsi avviati in sede nazionale con la costituzione di Futuro a Sinistra all’assemblea di Roma del quattro luglio, con le sue diramazioni locali in tutto il Paese e anche in Sicilia quasi un tutte le province attiva da tempo sotto forma di comitati provinciali ed oggi organizzata come “Comitato Regionale di Futuro a Sinistra Sicilia”, e la più recente costituzione del gruppo parlamentare di Sinistra Italiana attraverso i percorsi politici in atto aperti dall’Assise del 7 novembre, al Teatro Quirino a Roma, dagli esponenti e parlamentari di SEL e Futuro a Sinistra, il nostro comitato regionale auspica e intende contribuire, anche dalla Sicilia, alla costituzione di un partito che, rifuggendo dalla connotazione “liquida” che Renzi ha inteso conferire al suo PD, sappia dar vita a una forza organizzata e strutturata, ripensata nelle sue forme rispetto alla tradizione irrecuperabile del partito di massa novecentesco, pertanto lontana da nostalgie e passatismi, con meccanismi moderni di partecipazione e comunicazione, consapevole della necessità di “rappresentare” il proprio messaggio politico attraverso personalità autorevoli e “forti” ma non subalterna al leaderismo dilagante, ispirata da cultura di governo, dalla capacità di individuare una propria agenda di priorità che non si limiti a denunciare problemi ma sappia indicare soluzioni politiche praticabili ed efficaci, e perciò lontana tanto dalla pura amministrazione dell’esistente quanto dalla protesta vociante e sterile; consapevole della necessità del consenso ma non prigioniera di populismi e semplificazioni di questioni complesse; che immetta principi e valori antichi (lavoro, diritti, garanzie, partecipazione, europeismo) in un alveo politico e programmatico che ne valorizzi l’attualità e la necessità con un linguaggio nuovo e una cornice di riferimento ispirata ad un moderno umanesimo sociale.

La Sinistra Siciliana è pronta a dare il proprio contributo al consolidamento di tale processo politico, ideale e organizzativo nel quadro nazionale.

 LA CARTA DI ENNA                                               Enna, 19 dicembre 2015.

La partita da riaprire

Pubblicato: 6 agosto 2015 da Sicilia più in Politica
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di Stefano Fassina

Il deca­logo di Norma Ra­geri pro­pone sce­nari fer­tili per la discus­sione e l’iniziativa poli­tica. Sì, c’è vita a sini­stra.

07/05/2013 Roma, trasmissione Ballarò, nella foto Stefano Fassina vice ministro all'Economia

Stefano Fassina

Sono vive le donne e gli uomini spiag­giati dalla «cul­tura e dall’economia dello scarto» denun­ciata da Papa Fran­ce­sco, col­piti, da ultimo, dalle “riforme” del mer­cato del lavoro, della scuola, delle regole della demo­cra­zia o affo­gati dall’egoismo ottuso dei bene­stanti e dalla paura dispe­rata dei penul­timi. Così come sono vive le donne e gli uomini, soprat­tutto i più gio­vani e più qua­li­fi­cati, costretti a sven­dere i loro talenti o a emigrare.

Come dare voce all’universo degli invi­si­bili abban­do­nati e dei pio­nieri senza oppor­tu­nità? Per rispon­dere, vogliamo costruire, ambi­zio­sa­mente, un par­tito per la sfida del governo. L’ambizione deve pog­giare, innan­zi­tutto, su un’analisi con­di­visa del tor­nante sto­rico nel quale siamo. Su que­ste pagine Revelli e Pana­go­pou­los, Fer­rero, Mar­tone e Piz­zuti con­fer­mano una larga sin­to­nia tra di noi. Vediamo il trionfo inso­ste­ni­bile del capi­tale sul lavoro e l’euro-zona sulla rotta del Tita­nic. Inol­tre, dopo la dram­ma­tica caduta delle spe­ranze corag­gio­sa­mente ali­men­tate da Syriza e dal Governo Tsi­pras, è anche diven­tato evi­dente a tutti che, nel qua­dro del mer­can­tilismo libe­ri­sta, la sini­stra è senza spa­zio di mano­vra.

Nell’area della moneta unica, la demo­cra­zia e la poli­tica sono pri­gio­nieri di Tina: «There is no alter­na­tive». Pen­siero unico e agenda unica. Oppure, l’apocalisse. È, invece, oggetto di discus­sione la strada da per­cor­rere per libe­rare il futuro. Da una parte, chi indica la strada della radi­cale cor­re­zione dei Trat­tati affin­ché l’euro, da fat­tore regres­sivo, diventi fat­tore pro­gres­sivo. Dall’altra, chi, come il sot­to­scritto, ritiene che non vi siano le con­di­zioni poli­ti­che per ribal­tare i Trat­tati e indi­vi­dua il supe­ra­mento con­cor­dato dell’euro come pas­sag­gio obbli­gato per sal­vare l’Unione euro­pea e ria­prire la par­tita della demo­cra­zia fon­data sul lavoro.

Per avviare la costru­zione di una forza poli­tica ambi­ziosa, una comune carta di valori è insuf­fi­ciente. Vanno fatti i conti con “l’europeismo reale”, come li abbiamo fatti, chi prima chi dopo, con il “socia­li­smo reale”. Sta­volta, non pos­siamo aspet­tare le schegge del Muro di Ber­lino. L’euro è stato un errore di pro­spet­tiva poli­tica: nato per argi­nare lo svuo­ta­mento della sovra­nità nazio­nale e la sva­lu­ta­zione del lavoro deter­mi­nati dai mer­cati glo­bali de-regolati, è diven­tato potente fat­tore di aggra­va­mento dello squi­li­brio nei rap­porti di forza tra capi­tale e lavoro.

Il dilemma «euro si/euro no» è la punta dell’iceberg. È da riscri­vere l’intero impianto di mar­gi­na­liz­za­zione della poli­tica con­te­nuto nei Trat­tati, fun­zio­nali all’interesse nazio­nale tede­sco. Ma invo­care il corag­gio delle élite per arri­vare agli Stati Uniti d’Europa è reto­rica auto­con­so­la­to­ria. Le con­di­zioni poli­ti­che per le cor­re­zioni neces­sa­rie alla “costi­tu­zione” dell’euro-zona sono assenti per ragioni pro­fonde: i carat­teri morali e cul­tu­rali dei popoli, gli inte­ressi degli Stati nazio­nali e i rap­porti di forza. La Ger­ma­nia lo inco­min­cia a rico­no­scere: pur nel qua­dro di un approc­cio puni­tivo verso la Gre­cia, ha rotto il tabù dell’irreversibilità dell’euro. Il Mini­stro Schäu­ble, con il con­senso della Can­cel­liera Mer­kel, all’Euro-summit del 12 Luglio scorso, pro­pone una «Gre­xit assi­stita». Il Ger­man Coun­cil of the Eco­no­mic Experts, qual­che giorno fa, pre­senta l’euro-exit come solu­zione siste­mica in un rap­porto uffi­ciale al governo di Berlino.

Per arri­vare al supe­ra­mento con­cor­dato dell’euro e nego­ziare con­di­zioni di atter­rag­gio soste­ni­bili e, così, porre le basi per sal­vare l’Unione euro­pea e, con essa, le demo­cra­zie delle classi medie va costruita un’alleanza tra fronti nazio­nali gui­dati da forze pro­gres­si­ste, aperti alla destra costi­tu­zio­nale e “sovra­ni­sta”, come rea­liz­zato da Syriza in Gre­cia con Anel.

Su quali sog­getti sociali e inte­ressi eco­no­mici far leva? Su quanti sono sva­lu­tati per com­pe­tere nell’economia dell’export e su quanti subi­scono il defi­cit cro­nico di domanda interna: il lavoro subor­di­nato, dipen­dente pri­vato e pub­blico, o a Par­tita Iva, la micro impresa arti­giana e com­mer­ciale, l’arcipelago delle pro­fes­sioni pro­le­ta­riz­zate. Uniti, in un’alleanza sociale pro­gres­siva, con chi com­pete sull’innovazione e sulla qua­lità del lavoro.

La coa­li­zione della domanda interna per il lavoro di cit­ta­di­nanza è il com­pito dif­fi­cile del par­tito nazio­nale e popo­lare da costruire insieme.

Oggi Renzi dice che i “migranti economici” debbono essere rimpatriati. Ma lo dice solo dopo che la Francia e altri Paesi europei hanno chiuso le frontiere. Senza rendersene conto, il capo del governo del nostro Paese ammette che dietro l’assistenza ai migranti non c’è chiarezza. Insomma l’inchiesta Mafia Capitale ha colpito nel segno

di Angelo Forgia

Dice oggi il capo del governo del nostro Paese, Matteo Renzi: “I richiedenti asilo si accolgono, i migranti economici vengano rimpatriati”. Poi aggiunge che “per la prima volta l’Europa riconosce il problema immigrazione… Per risolvere il problema immigrazione ci sono due modi di procedere: uno è quello di rinfacciarsi il passato, ma non porta a niente. L’altro è quello di provare insieme a risolvere un problema”. E ancora: “L’Italia è un Paese serio, solido, la cui risposta sul tema dell’immigrazione deve essere condivisa e congiunta. Per noi gli immigrati in mezzo al mare si salvano, siamo orgogliosi e grati per quello che ha fatto l’Italia. Ci vuole, però, condivisione in Europa e più il Paese si mostra compatto meglio è”.

Insomma, Renzi (foto sotto, tratta da vita.it) sulla questione immigrazione, dice più cose. Alcune un po’ in contraddizione. Finora èrenzi in giacca passata la linea di salvare tutti ad ogni costo. Ma questo fa parte della cultura di chi va per mare. Soccorrere chi è in difficoltà è un imperativo categorico. Il problema è che, i naufraghi, una volta giunti in Italia, cambiano nome. In Sicilia si chiamano migranti. Se raggiungono Milano o altre città del Centro Nord diventano profughi. Per alcuni di loro, dopo un periodo che va da un anno a due anni, c’è la possibilità di diventare richiedenti asilo politico. Ma nel nostro Paese, dati alla mano, i richiedenti asilo politico variano dal 7 al 10 per cento rispetto al totale. E gli altri chi sono? Come li chiamiamo? Renzi, come già accennato, ha usato un altro nome: migranti economici. La Lega di Salvini ne utilizza un altro ancora: immigrati clandestini.

La verità è che, nel nostro Paese, c’è un po’ di confusione. Anzi, molta confusione. E c’è, soprattutto, chi sugli immigrati ha costruito un grande affare, forse l’affare del secolo. Come avvenuto spesso negli anni passati con il contrabbando di sigarette, con la droga, con il traffico di armi, al centro di questo vorticoso giro di milioni di denaro c’è, piaccia o no, la Sicilia. Perché è in Sicilia che sbarca il 90 per cento di migranti.

Il grande affare comincia sulle coste del Nord Africa, in Libia. Chi deve effettuare la traversata, stando a quanto finora è stato accertato, paga da 3 a 5 mila euro. Trattandosi di miglia di persone il giro di affari è a nove zeri. Tutti diciamo: sono gli scafisti. Ma chi sono gli scafisti? E presumibile, in un mondo dove le mafie non si lasciano sfuggire nulla, che questo grande affare sia sfuggito alla loro attenzione?

Ma gli scafisti, da soli, non farebbero nulla. I migranti debbono arrivare in Europa. E il Paese che fino ad oggi li ha accolti, nella stragrande maggioranza dei casi, è l’Italia. Sicilia in testa. E’ stato ed è solo una questione di solidarietà? La domanda è legittima, non tanto per quello che finora è stato scoperto in Sicilia, quanto per quello che è già venuto fuori dall’inchiesta Mafia Capitale. E non è certo un caso se, da Roma, le indagini abbiano già toccato il Cara di Mineo. Con il coinvolgimento del sottosegretario, Giuseppe Castiglione, uomo forte del Ministro degli Interni Angelino Alfano in Sicilia. E chi è Alfano? Il politico italiano che, più di ogni altro, ha voluto l’operazione Mare Nostrum.

Con l’operazione Mare Nostrum la vita dei migranti che scelgono di arrivare in Europa via mare è diventata più sicura. Perché i soccorsi sono stati prestati sotto le coste libiche. Ed è così ancora con l’operazione Triton e con le imbarcazioni di mezzo mondo che prelevano i naufraghi sotto le coste libiche e li portano in Italia. Ma perché tutti portano i migranti in Italia? Ieri, a questa domanda, ha provato a rispondere un’inchiesta di Alessandro Mauceri pubblicata proprio su questo giornale (come potete leggere qui). La risposta è che non è scritto da nessuna parte che le imbarcazioni di mezzo mondo debbano portare i naufraghi-migranti in Italia. Eppure i continuano a portare in Italia. Perché?

La solidarietà, certo. Ma anche il grande affare, tutto italiano, legato alla gestione dei migranti. Cooperative ‘bianche’, cooperative ‘rosse’. Con la Procura della Repubblica di Roma che, a proposito della già citata inchiesta su Mafia Capitale, insiste sulla natura mafiosa dei protagonisti. La vicenda, a questo punto, diventa brutta. Bruttissima. Perché in questa babele dei centri di accoglienza succede di tutto. Qualche anno fa le immagini dei migranti del centro di Lampedusa trattati come automobili al lavaggio ha fatto il giro del mondo. Si pensava che, almeno a Lampedusa, le cose cambiassero. Invece, qualche giorno fa, è passata sotto silenzio una notizia inquietante: i parlamentari del Movimento 5 Stelle che si catapultano a Lampedusa e denunciano di aver trovato il centro di accoglienza vuoto. Anzi, per la precisione, hanno detto che il centro è stato svuotato proprio quando hanno saputo del loro arrivo. Incredibile!

E’ normale tutto questo? E’ normale che, in Sicilia, da qualche anno a questa parte, invece di investire nell’agricoltura di qualità, nel manifatturiero e in altri settori economici, si privilegi la gestione dei migranti a spese della collettività? Perché alla fine questo proliferazione patologica del Terzo settore, è inutile che ci giriamo attorno, è tutta a carico dei bilanci pubblici dello Stato, delle Regioni e dei Comuni.

E che dire, in Sicilia, dei centri di accoglienza per minori non accompagnati arrivati con i barconi? Al dicembre di due anni fa, in Sicilia, se ne contavano oltre 300. Con un costo annuo di 80 milioni di euro. Dal gennaio di quest’anno dovrebbe pagare lo Stato. Ma, stranamente, il Parlamento siciliano, nel Bilancio 2015, ha stanziato 24 milioni di euro. Per carità: giustissimo assistere i minori. Ma siamo sicuri che questi soldi vadano tutti ai minori e non, in buona parte, a chi li gestisce? E poi, se deve pagare lo Stato, perché è intervenuta la Regione? E chi pagherà il 2014 e il 2013, quando un minore costava 74 euro al giorno? (da quando paga lo Stato – come già ricordato, dall’1 gennaio di quest’anno – il costo di un minore è passato a 45 euro al giorno: come mai?).

Ancora: quanti sono i soggetti che oggi, nella nostra Isola, lavorano in questo settore dell’accoglienza? Non è che, tra qualche anno, ci ritroveremo con questo personale che chiederà alla Regione siciliana il riconoscimento dello status di precari? Ed è normale che in tutti questi centri di accoglienza le forniture vengano fatte senza evidenza pubblica a spese della collettività?

Ma tutto questo sistema potrebbe collassare. E qui torniamo a Renzi. Alle sue parole: “I richiedenti asilo si accolgono, i migranti economici vengano rimpatriati”. Di fatto, il sistema è stato in piedi fino a quando, in tempi brevi, il 90 per cento dei migranti arrivati in Italia veniva accompagnato fuori dai confini del nostro Paese. Cioè verso la Francia e verso i Paesi del Centro Nord Europa. Solo che la Francia e alcuni Paesi del Centro Nord Europa stanno chiudendo le frontiere. Hanno capito che l’Italia è il baricentro di questo grande affare?

Di certo i valori della sinistra – accoglienza e solidarietà – potrebbero essere messi da parte. Ancora lo scenario è confuso. Perché Renzi, l’abbiamo detto, è un po’ contraddittorio. Anche se pone il problema dei migranti economici da rimpatriare. Ammettendo che, fino ad oggi, c’è stata confusione. Insomma l’inchiesta Mafia Capitale non sembra campata in aria. Anzi. Forse i valori della sinistra non avrebbero dovuto fare da stampella a un sistema che si sta rivelando pieno di crepe e venato di malaffare. Fatto sta che la situazione sta diventando critica. Lo stesso Alfano, improvvidamente, di recente, ha ammesso che, dall’Italia, sono spariti 50 mila migranti. Spariti? Meglio dire emigrati in Europa clandestinamente. Verso quell’Europa che ora si sta chiudendo a riccio. Non sarà facile venire fuori da questa situazione. Questa volta gli slogan e le richieste di fiducia in Parlamento potrebbero non bastare.

da La Voce di New York

di Salvatore Petrotto

E il sistema c’è!
“E’ evidente che la cosa è poco seria, quando si parla di Sinistra e Destra: che cos’è la Destra, cos’è la Sinistra?”.
Ho chiesto soccorso al signor G., a Giorgio Gaber, per sgomberare il campo e per sfuggire a quella subdola tentazione, figlia di un assai facile qualunquismo a buon mercato.

Angelo Forgia mi ha invitato ad assistere al convegno che si terrà a Palermo il 18 aprile prossimo sul tema: Il Centrosinistra tra riformisti e riformatori.
IMG_0703L’invito è quello di coltivare una speranza e cioè che a sinistra del PD, al di là dei timori e delle titubanze, si possa decodificare e/o esorcizzare il senso stesso di che cosa significa essere riformisti e/o riformatori.

E si, ancora una volta dobbiamo fare conti con questa storia dei maestri cantori del nuovo e del vecchio coro del riformismo più o meno esasperante o esasperato.
La musica sembra ultimamente essere radicalmente cambiata, grazie agli assordanti “cinguettii di usignoli e passerotte” renziane, che ci ricordano che dobbiamo correre, in fretta e furia, a colpi di riforme, anche micidiali, per cambiare verso.

Mi sembra una sorta di smania futurista assai simile ai miti di progresso di un secolo fa, quando la frenesia della corsa e dell’innovazione a tutti i costi si materializzava nella parola onomatopeica di Marinetti, in quel brum brum che mimava i mito della macchina od in quel boom boom del cannone. Poi sappiamo come andò a finire, non bastò la Prima, ce ne volle una Seconda di Guerra Mondiale. Oggi, alle roboanti onomatopee del padre del Futurismo, Filippo Tommaso Marinetti, corrispondono i veloci e saettanti tweet del nostro Premier, Matteo Renzi.

Rotta ogni forma di coesione sociale, pezzo dopo pezzo, abbiamo macinato e fatto a salsiccia, diritti su diritti, fino a far crollare quel poco che era rimasto di una già traballante impalcatura di uno Stato Sociale che in Italia, storicamente, è stata la nostra più grande ed eterna incompiuta di sempre.

E poi, l’alternativa − tanto per continuare ad attenerci al linguaggio renziano − qual è? Ma i gufi, naturalmente, quelli del sindacato e soprattutto i pochi veterocomunisti che non sono saliti sul carro del vincitore; ancora rivendicano qualche rapporto con le loro antiche cooperative rosse o per meglio dire “rosé”, se non proprio demodé; quelle dei grandi lavori e dei grandi servizi pubblici che, in Italia, se li sono spartiti equamente, Sinistra e Destra, non tanto ope legis ma, piuttosto, grazie ad un’accurata e clientelare lottizzazione.

Diciamocelo chiaramente, in fondo si tratta di un unico grande cartello, un granitico ed esclusivo blocco economico e sociale; un oligopolio che è la risultante di un sistema lobbistico le cui foglie di fico sono delle rappresentanze parlamentari, i cui esponenti sono stati più che eletti, nominati, grazie ad una legge elettorale, dichiarata incostituzionale soltanto dopo che alcuni capi partito se ne sono serviti per due legislature. Come ben sappiamo, la nuova legge, in fase di approvazione definitiva, ricalca il vecchio impianto del Porcellum ; così se passa, ancora una volta grazie a degli “yes man”, tutti i capilista bloccati delle circoscrizioni, cioè più della metà dei parlamentari, verranno ancora una volta nominati da poco più di un paio di segretari di partito.
Nell’antica Roma, ai tempi della Repubblica, il Senato aula-senato-italianoassieme al popolo, se vi ricordate, era la più importante e prestigiosa istituzione; tant’è che in ogni angolo della città eterna è facile trovare stampigliata a fuoco, ovunque, l’emblematica scritta in latino: Senatus Populusque Romanus. Ma anche oggi, il Presidente del Senato, dopo il Presidente della Repubblica, è la seconda carica dello Stato. Con una pasticciata riforma si sta, di fatto, cancellando la più importante istituzione del nostro Paese, per trasformarla in una sorta di parcheggio messo a disposizione delle regioni e di una decina di grossi comuni, per piazzarvi dentro un manipolo di sindaci e di rappresentanti dei consigli regionali che, così, potranno recarsi a Roma settimanalmente non si sa se in gita o per far qualcosa di serio.

È, inoltre, evidente a tutti ormai che una minoranza ben organizzata ce l’ha messa in saccoccia da tempo immemore.
E non è un caso che l’ultima grande inchiesta, con arresti e le doverose dimissioni del Ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi,  sia stata chiamata dai magistrati proprio “sistema”. Da questo momento in poi, dopo l’inchiesta “sistema”, quando molti nostri esponenti politici se ne usciranno ancora una volta con la famosa espressione che, per poter realizzare qualcosa bisogna fare “sistema”, ci sarà da stare preoccupati!

E’ chiaro, da sempre, che ai nostri sedicenti statisti poco importa se un’opera od un servizio pubblico serva o no, se crei disastri ambientali e se tutto quanto, in Italia, costi almeno il triplo rispetto al resto d’Europa. Si chiami pure TAV o TRIV, EXPO o MOSE, sia essa una banca, una società di assicurazioni, si tratti di beni confiscati alle mafie o di gestire i flussi di immigrati, tutto quanto è riconducibile al malaffare di una sorta di duopolio politico-economico, la cui religione ben conosciamo : “privato è bello, privato è meglio”. E fu così che abbiamo accumulato più di 2 mila e cento miliardi di euro di debito pubblico ed in più ci siamo giocati per sempre ogni forma di sovranità, non solo politica, ma anche monetaria!

In questa gigantesca opera dei pupi, i pupari riescono sempre a nascondersi bene! E, quando riusciamo a scoprirli, 1293670335_laips040042820101229ormai è troppo tardi, il danno, spesso colossale, è già fatto! Il mio più illustre concittadino, lo scrittore Leonardo Sciascia, quando fu eletto consigliere comunale a Palermo e poi parlamentare nazionale, nonché relatore della commissione d’inchiesta sul caso Moro, già negli anni ’70 ed ’80 del Novecento, non poté fare a meno di constatare che in Italia il potere è altrove. Il potere non viene esercitato dai consigli comunali o regionali e dal parlamento nazionale, in altri termini, dagli organi istituzionali più o meno democraticamente eletti e comunque espressione della volontà popolare.

Stiamo parlando di quelle pubbliche istituzioni che riescono, per la verità in maniera egregia, a delegittimarsi da sole con i loro comportamenti criminali. Tali Istituzioni, in uno Stato di diritto, in un sistema autenticamente democratico, dovrebbero avere il primato su tutto, sia nel governo del territorio che nel mettere a punto un sistema di regole, di leggi condivise da tutti o, per lo meno, dalla maggioranza dei cittadini italiani.

Ed invece cosa succede? Affiora sempre in superficie lo stesso sistema perverso e malato di sempre, tanto da farci temere che è difficile uscircene. Sembra non esserci più partita, con l’arbitro, nel nostro caso la Magistratura, costantemente costretto a fischiare falli di ogni genere, a comminare ammonizioni ed espulsioni a migliaia di appartenenti a quel ceto politico che ci dovrebbe rappresentare in tutto e per tutto, ma che ha invece coscienza e moralità ridotte a brandelli. Cosicché, a qualsiasi latitudine della nostra penisola, è sempre necessario un giudice pronto a sanzionare chi ruba montagne di soldi con le speculazioni finanziarie, con le grandi opere pubbliche (quelle che una volta chiamavamo cattedrali nel deserto) o lucra sulle calamità, sui disastri o i disagi ed i bisogni della gente, calpestando i diritti dei più deboli e rubando anche la speranza di giovani e meno giovani.

Partendo da una riflessione di Augusto Cavadi, pubblicata dal blog Sicilia più, stiamo prendendo lo spunto per tentare di svoltare a sinistra, per giocarci possibilmente, un’altra partita. Al centro del campo stavolta vorremmo piazzare, veramente, il piacere dell’onestà e l’affermazione di quella giustizia sociale che si concretizza con il soddisfacimento dei bisogni primari della gente.

Il tentativo estremo è quello di convincerci che bisogna estirpare, immediatamente, quei numerosi alberi della cuccagna che hanno prodotto un immenso debito pubblico che grava sulle nostre spalle, ma che è solo servito a far arricchire, a dismisura, affaristi e faccendieri di ogni genere. Sulle macerie di un malinteso ordine economico e sociale, da cancellare, da questo immenso letamaio in cui è ridotta l’Italia, piaccia o no, dovremo tirar fuori quel concime necessario a far crescere, una volta per tutte, quell’equità sociale, quelle pari opportunità che il renzismo ha volutamente dimenticato, per favorire le lobby confindustriali e dei banchieri.

Bisogna essere pronti a sostenere con forza, se necessario, anche un forte scontro politico e sociale, contro ogni forma di arretramento sul terreno dei diritti inalienabili: ci riferiamo alla tutela effettiva dei disoccupati e dei lavoratori, che non passa, e non può passare, attraverso la cancellazione dei diritti dei cittadini di questo nostro Stato.

L’ultima aberrazione riformistica renziana Matteo_Renzi_crop_newè, in ordine di tempo, l’ennesima aziendalizzazione, questa volta, della scuola pubblica: un uomo solo al comando, il Preside “padre-padrone”, libero di assumere e di licenziare i docenti a suo piacimento ed alla faccia della libertà dell’insegnamento. Anche questa è una mutazione genetica del concetto stesso di istruzione e formazione. Quella che Renzi chiama buona scuola è un ulteriore passo che porterà dritto alla mercificazione di un diritto ed alla mortificazione del valore e della dignità degli insegnanti delle scuole, di ogni ordine e grado.

In che modo inoltre la scuola, nel disegno di legge di Renzi, farà entrare dentro i privati? Diventerà anch’essa un’occasione per fare business per le solite orde di sedicenti imprenditori privati. Come se non bastassero i guai che hanno combinato con le loro devastanti incursioni in taluni strategici settori dell’economia e della società italiana.
Mi riferisco a banche, assicurazioni, acqua, energia, rifiuti, industrie petrolifere, siderurgia, trasporti e telecomunicazioni.

Chiediamo tanto, chiediamo troppo? Forse vogliamo partire da queste istanze di libertà, condivisione e partecipazione democratica, per costruire un nuovo mondo, con al centro il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali di tutti i cittadini, peraltro egregiamente sanciti dalla nostra Carta Costituzionale.