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di Riccardo Nencini*

Se la sinistra socialista europea fa della consuetudine la sua bussola è destinata a uno spazio marginale. Parlo dell’elettorato riformista, conteso da movimenti radicali e da forze populiste e attratto dall’astensione. L’ultimo caso in ordine di tempo è il voto inglese. Sostiene Tony Blair che i confini tradizionali tra destra e sinistra sono cambiati. Ha ragione. Si tratta della riflessione che abbiamo avviato al Congresso di Venezia e che lo scorso anno abbiamo affidato ai lavori del congresso del Pse a Roma. Confini cambiati non significa assenza di confini. Affatto. I cambiamenti profondi che tagliano le società obbligano la politica a mettersi in discussione. La rapidità dei cambiamenti dovuta alla scienza, alla tecnologia, al potere della finanza globale, alla complessità delle relazioni economiche inducono la sinistra a ripensarsi lasciando integri i tre pilastri che ancora oggi la rendono diversa dalla destra: redistribuzione della ricchezza, estensione dei diritti fondamentali e delle responsabilità civiche, allargamento degli spazi di libertà e di democrazia. In concreto.

L’Europa dei padri fondatori e di Maastricht non basta più. È zoppa. A disagio nello scenario internazionale in cui è immersa. Troppo burocratica, poco coesa nelle scelte di politica estera e di politica fiscale, troppo squilibrata a vantaggio del fronte settentrionale, carente di emozioni. O c’è un nuovo patto fondativo che rilanci le ragioni di una storia plurisecolare nel secolo nascente e ne faccia un soggetto competitivo nel mondo o in un paio di generazioni diventeremo come la Confederazione degli stati tedeschi prima di Bismarck. Senza futuro. Un peso piuma nella categoria massimi.

Emigrazione e migrazioni hanno significati diversi. Le migrazioni del nostro tempo non sono in nulla uguali all’emigrazione del novecento. Prima ci si spostava in cerca di lavoro e ci si integrava nelle comunità di approdo. Oggi chi arriva aggiunge il proprio disagio ad una diffusa disintegrazione sociale. Il Mediterraneo è frontiera europea. Ne discendono due effetti. Ogni nazione dell’Unione deve fare la sua parte verso i profughi. Chi vive tra di noi deve rispettare le leggi, godere dei diritti fondamentali, condividere i principi di libertà e di democrazia. La meta è il multiculturalismo attivo non la difesa di costumi lesivi di valori fondanti: nessun tribunale della sharia, nessuna infibulazione imposta alle bambine, nessun obbligo matrimoniale per la donna, piena parità tra i generi. Insomma, libertà, condivisione, responsabilità. Se entro in una moschea mi tolgo le scarpe. Se vivi nel nostro Stato adotti il nostro canone, figlio di conquiste civili lunghe almeno tre secoli.

La democrazia rappresentativa si è avvalsa in Italia soprattutto del ruolo decisivo dei partiti. La prima è fragile, i secondi sono scomparsi e la società di mezzo è in crisi. Servirebbe un’imponente spinta riformatrice, né più né meno di quanto avvenne all’indomani del secondo conflitto mondiale. Respinta l’ipotesi di un’Assemblea Costituente, alcune priorità’ in ordine sparso: “dibattito pubblico” quando si discute di grandi opere; regolamentazione dei gruppi di pressione; accorpamento dei piccoli comuni; sfoltimento degli enti intermedi, oggi almeno il doppio dei vizi capitali; un bilanciamento piu’ armonioso tra i poteri dello Stato; sostegno alle fondazioni che educano alla politica. Misure, tutte, indispensabili per riconciliare i cittadini con il Palazzo.

In ultimo, lo stato sociale. Ripensarlo. Rifondarlo. Sostenendo chi è nella condizione del bisogno e chi ha merito, ma non ha ne’ l’opportunità ne’ le condizioni sociali per emergere. Tutto a tutti non è giusto ne’ piu’ possibile.

La nostalgia è un pessimo sentimento. Ottunde i cinque sensi. Se la sinistra confida nella nostalgia, si preclude la capacità di specchiarsi nel futuro. Deve essere strabica. Un occhio qui, l’altro oltre i confini quotidiani. Meglio, dunque, l’ambizione dei pionieri. Eretici per non morire nel passato.

*Segretario Psi, Senatore e Vice Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti

di Antonio Malafarina

Il caso Agrigento, prima con Alessi e poi con Zambuto, è indice dell’incoerenza politica del PD, partito di maggioranza relativa, ma anche del Megafono.
Logo MegafonoSi avvertono la mancanza di un progetto trasparente e le contraddizioni di una leadership della politica che sia in grado di assumere decisioni per un vero e profondo cambiamento della Sicilia.

Il Megafono deve ritrovare se stesso e lo spirito con cui era nato, attuando quella progettualità e quelle riforme che sin oggi — tra ritardi e ripensamenti — sembrano confinate nel limbo delle buone intenzioni e stanno pian piano sconfessando tutta la politica siciliana, dove i principali attori pensano a incomprensibili alchimie politiche per poi smentirle, disorientando e deludendo i propri sostenitori.

Si mettano in calendario la legge sulla sburocratizzazione e la semplificazione legislativa, il piano rifiuti, il piano per il turismo, il piano per i trasporti, l’avvio delle opere pubbliche ferme per intoppi burocratici, con un decreto salva Sicilia e quelle riforme strutturali della burocrazia regionale che siano in grado di modernizzare la Sicilia. Non ci sono decaloghi da dettare, ma la necessità di assumere il forte e coerente impegno per realizzare riforme indispensabili in tempi certi.

Nessuno scontro con Ars ed Ardizzone

Pubblicato: 25 marzo 2015 da Sicilia più in Politica
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di Rosario Crocetta

10338776_620635434688398_4903451956237740158_nNell’incontro avuto ieri con il presidente Ardizzone, mi è sembrato di cogliere una grande volontà di portare avanti il processo di riforme; la stessa sensazione avuta dal confronto con diversi rappresentanti parlamentari. Io credo che governo e parlamento, su questo fronte di rinnovamento per la Sicilia, lavoreranno insieme. Il tema principale ora è far quadrare i conti e cambiare rotta attraverso riforme serie. Con il presidente Ardizzone c’è una linea di confronto aperta, che continuerà per il bene comune della Sicilia.