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Renzi_Orlando

Matteo Renzi e Leoluca Orlando

di Angelo Forgia

Ufficialmente Renzi, ieri, è venuto a Palermo per presentare il suo libro. In realtà, stando a indiscrezioni, sarebbe piombato in Sicilia per ‘benedire’ la candidatura di Leoluca Orlando alla presidenza della Regione siciliana. L’accordo con il Ministro Alfano e D’Alia. E la ‘ritirata’ di Ottavio Navarra che, con la sua lista, convergerebbe in appoggio al sindaco di Palermo

Ufficialmente Matteo Renzi è venuto a Palermo per presentare il suo libro. Sempre ufficialmente non avrebbe dato indicazioni per le elezioni regionali siciliane del 5 novembre. E ancora ufficialmente dovrebbero essere gli esponenti del centrosinistra siciliano a trovare il candidato per la presidenza della Regione siciliana. Ma le cose stanno proprio così?

A Nientedipersonale risulta un altro scenario, che sembrerebbe del tutto diverso dall’ufficialità. A noi risulta che sarebbe stato siglato un accordo di ferro tra Renzi e il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando. E sarebbe proprio lui il candidato del centrosinistra alla presidenza della Regione, appoggiato da almeno tre liste.
Proviamo a raccontare quello che si è mosso dietro i riti dell’ufficialità andati in scena a Mondello.
In prima battuta Renzi avrebbe chiesto al presidente della Regione uscente, Rosario Crocetta, di fare un passo indietro. Le dimissioni di Crocetta, in questo schema, sono un passaggio centrale: senza le sue dimissioni, infatti, Leoluca Orlando non potrebbe essere il candidato alla guida della Sicilia. Questo perché la legge prevede che un sindaco di una città siciliana con oltre 20 mila abitanti, per poter porre la propria candidatura alla presidenza della Regione o all’Ars, si deve dimettere sei mesi prima. A meno che la legislatura dell’Assemblea regionale siciliana non si interrompa in anticipo: per esempio, con le dimissioni del presidente della Regione.
Quindi le notizie sarebbero due: dimissioni di Crocetta da Palazzo d’Orleans, sede della presidenza della Regione; e dimissioni di Orlando da sindaco di Palermo appena eletto.
Dopo di che Orlando annuncerebbe la propria candidatura alla presidenza della Regione siciliana.
Quali e quante liste appoggerebbero la candidatura di Orlando? Per ora dovrebbero essere tre.
La prima lista sarebbe composta da Orlando accompagnato da un gruppo di sindaci (o ex sindaci). In pratica, Orlando sfrutterebbe la sua posizione di presidente dell’ANCI Sicilia (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) per comporre la propria lista. Assieme al sindaco di Palermo dimissionario si aggregherebbero i bersaniani di Articolo 1 Mdp e Sinistra Italiana.
La seconda lista dovrebbe vedere insieme il PD, Alternativa Popolare di Angelino Alfano, Dore Misuraca e Simona Vicari e i centristi di Giampiero D’Alia e Giovanni Ardizzone, più altri ex democristiani. In parole semplici, si riproporrebbe lo schema che è stato utilizzato alle elezioni comunali di Palermo: il Partito Democratico si ‘nasconderebbe’ dentro quella che, alla fine, non è altro che una lista civica. Questo consentirebbe al PD in generale e a Renzi in particolare di evitare di contare i voti in Sicilia.
I timori del PD – a Roma e in Sicilia – sono legati ai cinque anni di esperienza fallimentare di Rosario Crocetta alla presidenza della Regione. ‘Nascondendosi’ dentro una lista civica – come hanno già fatto alle elezioni comunali di Palermo – avranno tutto da guadagnare: se Orlando vincerà le elezioni, il PD siciliano sarà tra i ‘vincitori’; se, invece, si perderanno le elezioni, il PD siciliano non avrà perso perché il simbolo del partito non avrà peso parte alle elezioni.
La terza lista in sostegno di Orlando dovrebbe essere messa a punto dal leader di Sicilia futura, Salvatore Cardinale, e dal socialista, Carlo Vizzini. Quest’ultimo si è impegnato a coinvolgere in questo passaggio elettorale le tante ‘anime’ socialiste che oggi sono presenti in Sicilia.
Fine dello schema? No, c’è un ulteriore passaggio: la garanzia di non perdere voti a sinistra.
Un’alleanza centrista – con il PD alleato, se non ‘mescolato’ tra i centristi – esporrebbe il Partito Democratico a una possibile ‘emorragia’ di voti a sinistra. Alle elezioni comunali Orlando è riuscito a bloccare la sinistra con il cartello elettorale Sinistra comune. L’operazione gli è riuscita agevolmente perché Giusto Catania – che controlla la segreteria provinciale di Rifondazione comunista di Palermo – ricopriva il ruolo di assessore nella Giunta comunale uscente di Leoluca Orlando. E sono stati proprio Giusto Catania e il parlamentare nazionale di SEL, Erasmo Palazzotto ad impedire, al Comune di Palermo, la presenza di una sinistra alternativa al PD (anche se adesso lo stesso Catania, privato della poltrona di assessore comunale, avrebbe iniziato a fare un po’ le bizze…).
Sulla Regione è già stata annunciata la presentazione di una lista alternativa al PD siciliano. Si tratta di una lista che raccoglie varie ‘anime’: Rifondazione comunista, Partito comunista italiano, Risorgimento socialista, Possibile, più altri movimenti legati ai vari territori in relazione alla tutela dei beni comuni acqua pubblica e altro ancora) e alla Costituzione italiana del 1948. Il candidato di questa lista alla presidenza della Regione dovrebbe essere l’editore Ottavio Navarra, già parlamentare nazionale e regionale della sinistra.
Nell’accordo politico siglato da Renzi e Orlando è previsto il ritiro di Ottavo Navarra e la confluenza di questo schieramento politico sulla candidatura dello stesso Orlando.
Un altro punto dell’accordo prevede che, in caso di vittoria, di Orlando, la presidenza dell’Ars vada a un centrista.

>>>ANSA/ BATTAGLIA REGOLE NEL PD; RENZI, SU SEGRETERIA DECIDERO'

di  Andrea Del Monaco

Per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 2015 e il 2016 sono «anni di crescita moderata», l’occupazione è cresciuta, tuttavia «non possiamo accontentarci di numeri limitati rispetto alla dimensione del problema». Parole sacrosante! Per creare lavoro occorre investire, soprattutto nel meridione che affoga nella crisi: per farlo occorre sapere quanti soldi sono disponibili. Il presidente del consiglio Renzi ha firmato con il Presidente Pittella il Patto per la Basilicata: promessi 4 miliardi! Il 26 aprile il Presidente Emiliano ha scritto al Presidente Renzi chiedendo se il Governo abbia tagliato il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (Fsc) al Sud. Emiliano dice la verità: il Sud ha subito un taglio di 17 miliardi.

Nel contempo la Cgia di Mestre lancia l’allarme: rischiamo di perdere 9 miliardi di Fondi Ue non spesi nel ciclo 2007-2013. 7 (di quei 9) miliardi avanzati sono del Sud. E il 23 aprile il Sottosegretario De Vincenti al Corriere della Sera risponde che «la Cgia confonde le certificazioni di spesa con i pagamenti e che tutte le risorse sono state spese». In realtà ha ragione la Cgia: non si devono confondere i pagamenti con la spesa certificata. Il Sud non è una colonia: i cittadini meridionali hanno il diritto di sapere quanti soldi saranno investiti nei loro territori. E hanno anche il diritto ad un progetto strategico sulle infrastrutture e sul sistema produttivo meridionale: al contrario, il Masterplan per il Sud è diventato una semplice sommatoria di patti locali senza una visione complessiva.

Vediamo con ordine. I dati sul Fsc sono rintracciabili nella tabella E allegata alla Legge di Stabilità 2016. Il Fsc ammonta a 38,7 miliardi. Secondo la Legge di Stabilità 2014, l’80% della dotazione del Fsc deve essere investito nel Mezzogiorno. Facciamo i conti della massaia. L’80% di 38,7 miliardi è pari a 30,9 miliardi: questa è la quota del Sud. Bene, il Masterplan per il Sud destina al meridione solo 13,4 miliardi di Fsc. 13,4 non 30,9 miliardi. Mancano 17,5 miliardi. Non è finita qui: l’allocazione di quei soldi è spalmata negli anni e quindi rinviata: 2,7 miliardi nel 2016, 3 miliardi nel 2017, 3,1 miliardi nel 2018, 29,7 miliardi per gli anni 2019 e seguenti. Insomma, poichè la spesa di 29,7 miliardi è rinviata a dopo il 2019, concretamente quei 38 miliardi sono una favola. Ogni lettore può leggere la Relazione sulle Aree Sottoutilizzate allegata al Def (il Documento di Economia e Finanza del governo) alle pagine 43-46 e avere conferma. Inoltre, poiché il Fsc viene ridotto e la sua spesa viene posposta, non ci sono i soldi per realizzare le infrastrutture meridionali. Andando sul sito dei contratti istituzionali di sviluppo del Ministero dei Trasporti (http://operecis.gov.it/site/cis/home.html), contratti pagati dal FSC, si capisce come manchino 11,4 miliardi. La dorsale ferroviaria Napoli-Bari- Lecce- Taranto costa 7,1 miliardi: al 31 dicembre 2015 sono stati spesi 700 milioni, servono 6,4 miliardi per concludere l’opera. Va meglio alla dorsale ferroviaria Salerno- Reggio Calabria: costa 504 milioni: al 31 dicembre 2015 sono stati spesi solo 207 milioni, servono altri 296 milioni. Difficile il completamento della dorsale ferroviaria Messina- Catania- Palermo: costa 5,1 miliardi: sono stati spesi 1058 milioni, servono altri 4 miliardi. Infine l’Autostrada Sassari/Olgiastra costa 930 milioni: sono stati spesi 215 milioni, servono altri 715 milioni. Queste quattro opere costano 13,6 miliardi: al 31 dicembre sono stati spesi per la loro realizzazione 2,18 miliardi, servono altri 11,47 miliardi. Quindi, poiché il governo riduce la dotazione del Fsc per il Sud, poiché il governo pospone la spesa della maggior parte di quei soldi agli anni successivi al 2019, non è chiaro quando la dorsale ferroviaria Salerno-Reggio Calabria o quella Napoli-Bari-Lecce-Taranto verranno realizzate. Ma non è finita qui. Nel ciclo 2007- 2013 l’Italia aveva una dotazione di programmi cofinanziati dai fondi strutturali di 46,4 miliardi: al 31 dicembre 2015 ne ha spesi 37,1 miliardi secondo il dato della spesa certificata dalla Commissione Europea; avanzano 9,3 miliardi. Questo è il dato citato dalla CgiaA di Mestre ed è quello importante per Bruxelles.

Al contrario De Vincenti cita il dato dei pagamenti rendicontabili, pari a 43,3 miliardi. Il 31 dicembre 2015 era la data ultima per certificare la spesa dei Fondi Ue. Per non perdere la quota europea di quei 9 miliardi, l’Italia deve anticipare i soldi e rispettare due scadenze: entro il 31 marzo 2017 deve concludere la realizzazione dei progetti «normali»; entro il 31 marzo 2019 deve concludere i progetti «non funzionanti» ( non completati e in uso alla chiusura dei vecchi programmi). Per esempio, sul dragaggio del porto di Napoli la Campania non ha speso nulla dei 154 milioni stanziati, di cui 115 erano europei; la Campania, se non dragherà il porto anticipando i soldi, perderà quei 115 milioni Ue. Per tale ragione il dato importante è quello della spesa certificata e non quello dei pagamenti.

il Manifesto

di Rodolfo Ruocco

È maturata sottotraccia. È la proposta di legge numero 3385: vuole modificare l’Italicum abolendo il ballottaggio, nel caso in cui nessuna lista ottenga il 40% dei voti per incassare il premio di maggioranza. Il progetto l’ha presentato alla Camera Giuseppe Lauricellafoto, deputato del Pd, che da mesi indica la necessità di rivedere la legge elettorale per le politiche.

È il cosiddetto “ritocchino” all’Italicum approvato dal Parlamento nei primi giorni dello scorso maggio. Ma il ballottaggio non è stato sempre un cavallo di battaglia del Pd? Lauricella invita a distinguere: «In Francia il secondo turno è di collegio e non nazionale». Indica la necessità di evitare il rischio di “forzature” con ricadute come “l’effetto Parma”. È il richiamo alla città emiliana che fu una bruttissima sorpresa per il Pd: è divenuta un caso perché lì al primo turno era nettamente in testa il candidato sindaco del centrosinistra mentre al secondo vinse il M5S, raccogliendo tutti i voti di protesta a sinistra, nel centrodestra e tra quelli prima rifugiatisi nell’astensione.

Dunque sì al premio di maggioranza alla lista che ottenga almeno il 40% dei voti (dà diritto al 55% dei seggi della Camera), sì alla soglia di sbarramento del 3%, no al ballottaggio e no al premio alle coalizioni. Lauricella argomenta: «Va garantita la stabilità politica e anche la rappresentanza delle forze minori, ma se il premio di maggioranza si desse alla coalizione elettorale e non alla lista, si rischierebbero le dinamiche ‘ricattatorie’ dei piccoli partiti». Ma se nessun partito raggiungesse il 40% dei voti e non scattasse il premio di maggioranza, non arriverebbe l’ingovernabilità? La risposta è no: «Si formerebbe un governo di coalizione. Lo ha fatto la Merkel in Germania e ha seguito questa strada Cameron in Gran Bretagna nella precedente legislatura».

Le pressioni per cambiare l’Italicum sono sempre più ampie, stanno diventando fortissime. Il Coordinamento democrazia costituzionale ha avanzato ricorso contro la legge elettorale presso 15 Corti d’appello: nel mirino c’è il ballottaggio e il premio di maggioranza. Silvio Berlusconi, la sinistra del Pd, i partiti minori della maggioranza e delle opposizioni da tempo sono sul piede di guerra per assegnare il premio di maggioranza alla coalizione e non al partito più forte.

Ad insistere è soprattutto Angelino Alfano,Alfano2 presidente del Nuovo Centrodestra, il maggiore alleato di governo di Matteo Renzi. Il motivo è semplice: il Ncd, nato alla fine del 2013 da una scissione di Forza Italia, oscilla intorno al 4% dei voti. Ora gli addii, come quelli di Gaetano Quagliariello e Nunzia De Girolamo, si stanno moltiplicando e rischia l’estinzione se nelle elezioni politiche non potrà contare su un accordo di coalizione. Riccardo Nencini, segretario del Psi, rilancia: «Chi sostiene la coalizione vincente non può che godere del premio di maggioranza».

Anche Berlusconi, ferito dalle scissioni di Alfano, Giorgia Meloni, Denis Verdini, Raffaele Fitto, punta ad ottenere il premio di maggioranza per le coalizioni: «Sono abbastanza fiducioso che si possa cambiare la legge elettorale nel senso di dare il premio di maggioranza non alla lista, ma alla coalizione». Il presidente di Forza Italia ha spiegato il motivo: «Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia insieme superano di un punto percentuale il Pd. Possiamo tornare a vincere».

La sinistra Pd una volta considerava un rischio autoritario “il combinato disposto” tra Italicum e riforma costituzionale, perché concentrava troppo potere nelle mani del presidente del Consiglio. Adesso i dissidenti democratici, dopo aver spuntato da Renzi nella riforma costituzionale l’elezione dei futuri senatori “in conformità” con le scelte dei cittadini, hanno aggiustato il tiro anche se dei “ribelli” restano. Per Vannino Chiti «ora diventa prioritaria la legge elettorale per il nuovo Senato» che deve essere approvata «il prima possibile» senza attendere il referendum sulla riforma costituzionale previsto per l’autunno del 2016. L’esponente della minoranza democratica, invece, per quanto riguarda l’Italicum ha previsto tempi più lunghi: «Realisticamente una riconsiderazione potrà aver luogo dopo il referendum, al termine dell’iter della riforma costituzionale».

Beppe Grillo, 2015101970842-BEPPE-GRILLO-MOVIMENTO-5-STELLE-NO-ALLEANZA-PD-2invece, non spinge per cambiare l’Italicum che diventerà operativo dal prossimo luglio. Chiede sempre le elezioni politiche anticipare e vede «il tacchino del Pd nel forno». Il leader del Movimento 5 Stelle ha detto ai giornalisti: «L’Italicum? Probabilmente penalizza più chi l’ha scritta che noi». Sembra piacergli il premio alla lista e non alla coalizione perché, se nessuno conseguisse il 40% dei voti, ci sarebbe il ballottaggio e «se andremo al ballottaggio vedremo». Grillo rifiuta le alleanze: in un ballottaggio tra Pd e M5S conta di vincere.

Renzi, però, per ora conferma il no a cambiare l’Italicum. Vuole realizzare le riforme strutturali per far risvegliare “la bella addormentata”, come ha definito l’Italia. Punta a far svolgere le elezioni politiche regolarmente nel 2018, alla fine della legislatura. E niente modifiche all’Italicum perché garantirà la stabilità politica: “Qualcuno ha avanzato questa idea. Mi sembra assurdo… A me, peraltro, la legge piace così com’è”.

palazzonormanni

di Giulio Ambrosetti

Dicono che sia una “manovrina” per l’assestamento del Bilancio. In realtà, come proveremo a illustrare, quello che il Parlamento siciliano si accinge ad approvare è una “manovrona” che culminerà nel “furto con destrezza” di circa 10 miliardi di Euro dal Bilancio della Regione siciliana. Questo nuovo scippo messo a punto non soltanto dall’assessore all’Economia, Alessandro Baccei,
ma anche da alcuni dirigenti regionali che gli reggono il gioco, si somma ai circa 5,4 miliardi di Euro ai quali il presidente della Regione, Rosario Crocetta, ha rinunciato nell’estate dello scorso anno, firmando il celebre accordo-capestro con il governo nazionale di Matteo Renzi (vero è che Crocetta, a nome di 5 milioni di Siciliani, ha rinunciato per quattro anni agli effetti di una sentenza della Corte Costituzionale favorevole alla Sicilia in materia di Crocetta e Bacceiterritorializzazione delle imposte, ma i 5,4 miliardi di Euro persi in questi quattro anni nessuno li restituirà più alla Sicilia: se ne deduce che, in circa un anno, governo Crocetta e Parlamento siciliano stanno regalando al governo Renzi circa 15 miliardi di Euro!).

Nella vita politica, nonostante i tentativi di rendere difficile la lettura dei conti economici per nascondere la verità ai cittadini, non è impossibile leggere i dati di Bilancio. Basta un po’ di pazienza. Per interpretare alcuni dati non c’è nemmeno bisogno di scomodare la matematica finanziaria: basta conoscere le addizioni e, nel caso di quello che sta succedendo nel Bilancio della Regione siciliana, le sottrazioni. Seguiteci in questo piccolo “viaggio”.

Cominciamo con una delibera della Giunta regionale siciliana del 10 agosto scorso. Tema: il riaccertamento dei residui attivi e passivi previsto dal decreto legislativo n. 118 del 2011. Questa delibera avrebbe dovuto essere spedita al Parlamento dell’Isola. Cosa che non è stata fatta. Solo un cretino può pensare che la presidenza del Parlamento siciliano non sia a conoscenza di questa delibera. Anche perché è pubblicata sul sito ufficiale della Regione. La “notizia” è che il Parlamento siciliano non ha preso atto di questa delibera. E questa è solo la prima scorrettezza istituzionale ai danni dei cittadini siciliani.

Proseguiamo. I residui attivi sono le somme di difficile esigibilità (che, come vedremo, almeno in parte, non sarebbe affatto difficile riscuotere). I residui passivi sono invece le somme impegnate, ma non spese. Contrariamente a quello che è stato detto in modo confuso, ieri, nella seduta del Parlamento siciliano, il decreto legislativo 118 non dice che i residui attivi debbono essere cancellati: al contrario, dice che va accertata la loro natura per verificare se sono esigibili o meno. Possono essere cancellati dal Bilancio – nel nostro caso, dal Bilancio della Regione siciliana – solo se viene accertata l’impossibilità di riscuoterli. Per essere ancora più chiari: la Regione, o meglio, i dirigenti regionali (questo è un compito tecnico che spetta a loro e non all’assessore Baccei) debbono accertare se chi deve soldi alla Regione può pagare o non può pagare. Se l’accertamento viene fatto male, i dirigenti che hanno detto che quei soldi non erano più esigibili potrebbero anche commettere un reato che, in quanto tale, è penalmente perseguibile.

Questa precisazione è necessaria e importante perché, come vedremo, ci sono dirigenti regionali che hanno messo per iscritto di aver chiesto più volte ai creditori – e tra questi creditori ci sono anche alcuni uffici dello Stato italiano – “notizie” sui soldi che lo stesso Stato deve alla Regione siciliana. Ma tali uffici non hanno mai risposto. Questi uffici dello Stato non hanno mai detto, per iscritto, che non possono pagare perché non hanno soldi: cosa che non potrebbero mai dire, perché lo Stato che ha un debito con una Regione non può decidere di non onorare il debito: al massimo, serve una legge con la quale si stabilisce che il debito non c’è più. Ma questa legge non può approvarla il creditore, sennò sarebbe troppo comodo e bello. Questa legge la deve approvare il debitore. Ed è quello che sta facendo il Parlamento siciliano, stabilendo, con una legge di assestamento di Bilancio truffaldina e “ascara” (una legge che può essere approvata solo da deputati “venduti” agli interessi delle burocrazia), che alcuni debiti dello Stato verso la Regione sono inesigibili.

Ma il guaio, a nostro modesto avviso, è che l’amministrazione regionale – e ci riferiamo a qualche alto dirigente regionale – lo sta facendo sulla base di dichiarazioni incomplete, perché lo Stato, come già ricordato, non ha mai messo, per iscritto, che non onorerà il debito perché non ha soldi: lo Stato si è limitato a non rispondere, come hanno giustamente fatto rilevare alcuni dirigenti corretti in un documento che è stato inviato all’assessore, Alessandro Baccei, e al dirigente generale dell’assessorato all’Economia (che in Sicilia si chiama anche Ragioniere generale della Regione), Salvatore Sammartano.

Cosa vogliamo dire con questa premessa? Che a nostro avviso, in questa brutta storia dei residui attivi dichiarati precipitosamente inesigibili qualcuno rischia di finire in galera (se vi interessa scoprire quali sono i debiti che gli uffici dell’assessorato regionale all’Economia hanno dichiarato “inesigibili” leggete qui: scoprirete che, tra i beneficiari di questi 5 miliardi di Euro che la Regione siciliana sta regalando c’è anche lo Stato: soldi che lo Stato deve alla Regione e che, con l’approvazione della Legge di assestamento di Bilancio 2015, la Regione non vedrà mai più; il tutto, è il caso di dirlo, a norma di legge).

Ma questa volta, come già ricordato, qualcuno rischia. Sempre che in Italia – e in particolare a Palermo – ci sia ancora uno Stato di diritto: cosa di cui cominciamo a dubitare, sia alla luce di questa incredibile legge regionale di assestamento di Bilancio contrassegnata da dichiarazioni incomplete, sia alla luce dei fatti e dei misfatti in materia di gestione dei beni sequestrati alla mafia, se è vero che le altrettanto incredibili denunce di Pino Maniaci, nei fatti, non hanno sortito gli effetti che tutti si attendevano. Ma questa è un’altra storia.

Torniamo alla legge di assestamento di Bilancio “ascara”. Lo scippo di oltre 10 miliardi di Euro ai danni della Regione si evidenza in una pagina di questa futura legge. Dove, a chiare lettere, si legge che, al 31 dicembre 2014, la Regione siciliana presenta un avanzo di amministrazione pari a circa 6 miliardi e 400 milioni di Euro. L’avanzo di amministrazione non è altro che il dato di sintesi dell’intera gestione finanziaria dell’Ente pubblico in questione, nel nostro caso della Regione siciliana. Se, considerando tutte le partite di dare e avere, scaturisce un risultato positivo si parla, per l’appunto, di avanzo di amministrazione; se il risultato è negativo, si parla invece di disavanzo di amministrazione. Questa breve digressione ci serve per illustrare ai nostri lettori che la Regione siciliana, al 31 dicembre dello scorso anno, considerati i crediti che vanta, aveva un attivo di 6 miliardi e 400 milioni di Euro.

Cosa stanno facendo Baccei, i dirigenti regionali che reggono il gioco all’assessore – a cominciare dal Ragioniere generale – e il Parlamento che approverà questa legge? Stanno cancellando dal Bilancio regionale 2015, in un solo colpo, 10 miliardi e 795 milioni di Euro di residui attivi. Con questa mossa si passa da un avanzo di amministrazione di 6 miliardi e 400 milioni di Euro circa a un disavanzo di amministrazione di 4 miliardi e mezzo. A questo disavanzo vanno sommati i soldi recuperati dai residui passivi (le somme che erano impegnate, ma non spese): circa 2 miliardi e mezzo di Euro recuperati. Che portano il disavanzo a un miliardo e 900 mila Euro.

Come potete notare, siamo passati da un avanzo a un disavanzo di amministrazione di quasi 2 miliardi di Euro. Se a tale disavanzo sommiamo la parte di fondi da accantonare (circa 540 solo per pagare i mutui), 4,4 miliardi di Euro per la parte di spesa vincolata (le spese che la Regione, almeno sulla carta, dovrebbe pagare obbligatoriamente: scriviamo “sulla carta” perché, da qualche anno, la Regione, ad esempio, non paga per intero le Aziende sanitarie provinciali e le Aziende ospedaliere) e 53 milioni di Euro circa per gli investimenti, il disavanzo 2015 vola a 6 miliardi e 900 milioni di Euro.

Come i nostri lettori possono notare – l’abbiamo scritto all’inizio e ora lo ribadiamo – non siamo davanti a una “manovrina”, ma a una “manovrona”. Se avete seguito il dibattito di questi giorni al Parlamento siciliano dedicato a tale tema (le sedute del Parlamento siciliano sono in diretta on line), vi sarete accorti che nessuno vi ha illustrato questi dati: né l’assessore Baccei, né i deputati. In pratica, stanno rubando dal Bilancio regionale 2015 circa 10 miliardi e 800 milioni di Euro circa e nessuno dice nulla.

A questo punto dobbiamo dire perché, i nostri colleghi scrivono che l’eliminazione dei residui attivi ammonta a circa 5 miliardi di Euro e non a 10 miliardi di Euro. Hanno ragione i nostri colleghi, ma abbiamo anche ragione noi. Noi, infatti, abbiamo scritto che Baccei e la sua allegra combriccola stanno eliminando 10 miliardi e 800 milioni di Euro dal Bilancio regionale 2015. Con grande astuzia, Baccei e Sammartano, dei 10 miliardi e 800 milioni di Euro che stanno facendo sparire hanno inseriti solo circa 5 miliardi di residui attivi da eliminare. Gli altri 5 miliardi e 800 milioni di Euro circa li hanno inseriti fra le entrate del 2016 e del 2017. Bisogna capirli: fare sparire 10 miliardi e 800 milioni di Euro sarebbe stato troppo pesante. Così ci dicono – con accertamenti incompleti da parte di alcuni dirigenti, come abbiamo già sottolineato – che di questi 10 miliardi e 800 milioni di Euro, solo 5 miliardi circa sono “inesigibili” e vanno eliminati. Gli altri la Regione li “recupererà” tra le entrate nel 2016 e nel 2017. Scommettiamo che, il prossimo anno, diranno che anche i 5 miliardi e 800 milioni di Euro circa sono “inesigibili” e li inseriranno tra i residui attivi da eliminare?

Quali saranno gli effetti di questa “manovrina”? Li abbiamo già sotto gli occhi in queste ore. Migliaia di studenti disabili non possono recarsi a scuola perché non ci sono i soldi per il trasporto. Se dovessero trovare il modo di arrivarci potrebbero non trovare l’insegnate di sostegno. Perché il governo Renzi – quello che “l’Italia ha svoltato” – ha scoperto che la competenza sulla scuola è della Regione (in realtà non è così per le scuole superiori) e quindi il servizio lo deve pagare la Regione: quella Regione alla quale ha tolto i soldi calpestando l’Autonomia siciliana. Matteo_Renzi_crop_newRenzi è così: quando gli conviene la Sicilia è “autonoma”; quando non gli conviene gli ruba i soldi.

Poi ci pensano la Regione di Crocetta e i Comuni a trovare i soldi. Come sta facendo a Palermo il sindaco Leoluca Orlando: non ha i soldi per far partire il Tram? Ecco il prelievo di 120 Euro a testa per i palermitani con le Ztl. 120 Euro che vanno a sommarsi alla TARI e alla TASI più care d’Italia, alle aliquote IRPEF e IRAP ai massimi livelli.

Fa tutto il centrosinistra: il governo nazionale di centrosinistra toglie 10 miliardi e 800 milioni di Euro dal Bilancio regionale 2015; il Parlamento siciliano – a maggioranza di centrosinistra – si appresta a votare una legge che regolarizza questo scippo; il governo di centrosinistra di Crocetta ha già regalato a Renzi, come già ricordato, 5 miliardi e 400 milioni di Euro. E il Comune di Palermo si appresta a scippare ai cittadini altri 120 Euro.

In più il PD – che è al centro di questi scippi – celebra, sempre a Palermo, la Festa dell’Unità renziana. Avendo cura, ovviamente, di far partecipare solo quelli che nascondono ai cittadini tutte le schifezze contro 5 milioni di Siciliani delle quali sono responsabili deputati e dirigenti del PD siciliano in combutta con Renzi.

da La Voce di New York

di Riccardo Nencini

Premetto. La politica è fatta di idee, di passioni e di relazioni umane. L’uscita di Di Lello non mi lascia indifferente. Soprattutto per il modo. L’invito che ci lascia, a piè di pagina della sua, è “Ciascuno rifletta”. Rifletto in sintesi.

Se desidero che il mio priccardo-nencini-maurizio-lupi-ettore-incalzaartito discuta una prospettiva politica, aspetto il congresso, già indetto, la sede più opportuna e più vasta per sciogliere il nodo. E invece ci viene spiegato che a settembre, ben prima che il congresso si tenga, Di Lello se ne andrà comunque. Significa che ha deciso da tempo, senza bisogno di confrontarsi con nessuno.

Leggo che andrà nel PD per portare la “vision” che manca a Renzi. Dunque, prima ancora che a un partito, aderirà a una componente di quel partito. Auguri.

Non leggo invece un dito di autocritica. Domando. Com’è possibile proporsi solo pochi mesi fa alle primarie campane sotto le insegne del tuo partito, attaccare a testa bassa il PD, infilzare quotidianamente De Luca e subito dopo giudicare superata la funzione del PSI e aderire in solitudine al partito con cui ci siamo scontrati?

Ha ragione Marco. Conviene riflettere. Magari senza scomodare Nenni e Turati. Almeno un gesto di correttezza, ora. Chi se ne va eviti l’inganno di mantenere la rappresentanza della componente socialista alla Camera. Non si sta con i piedi in due scarpe. Non c’è dubbio che Pia ci rappresenterebbe con dignità.

di Giulio Ambrosetti

Lo confesso: ho sempre avuto difficoltà a seguire i cambiamenti di opinione (e di casacca) di Fabrizio Ferrandelli. Anche se le dimissioni da parlamentare regionale sono state un bel gesto. Detto questo, gli riconosco una bella preparazione, una grande volontà e una discreta fantasia.Fabrizio-Ferrandelli

La sua candidatura alla presidenza della Regione Siciliana potrebbe anche essere bella. A patto che non abbia nulla, ma proprio nulla a che spartire con il governo Renzi. Perché, a rigor di logica, non si può parlare di cambiamento della politica e poi voler attuare questo cambiamento dentro il PD renziano. Forse Ferrandelli dovrebbe chiarire questo punto. Se pensa di candidarsi da renziano, nel PD, è giusto avvertirlo – visto che è giovane e spesso fa confusione – che non ha alcuna speranza, perché il PD siciliano, stando agli ultimi sondaggi, non va oltre il 17 per cento. Ferrandelli dovrebbe dire a chiare lettere se sta con Renzi o no, perché Renzi e renziani, in Sicilia, significano morte della stessa.

Oggi Renzi dice che i “migranti economici” debbono essere rimpatriati. Ma lo dice solo dopo che la Francia e altri Paesi europei hanno chiuso le frontiere. Senza rendersene conto, il capo del governo del nostro Paese ammette che dietro l’assistenza ai migranti non c’è chiarezza. Insomma l’inchiesta Mafia Capitale ha colpito nel segno

di Angelo Forgia

Dice oggi il capo del governo del nostro Paese, Matteo Renzi: “I richiedenti asilo si accolgono, i migranti economici vengano rimpatriati”. Poi aggiunge che “per la prima volta l’Europa riconosce il problema immigrazione… Per risolvere il problema immigrazione ci sono due modi di procedere: uno è quello di rinfacciarsi il passato, ma non porta a niente. L’altro è quello di provare insieme a risolvere un problema”. E ancora: “L’Italia è un Paese serio, solido, la cui risposta sul tema dell’immigrazione deve essere condivisa e congiunta. Per noi gli immigrati in mezzo al mare si salvano, siamo orgogliosi e grati per quello che ha fatto l’Italia. Ci vuole, però, condivisione in Europa e più il Paese si mostra compatto meglio è”.

Insomma, Renzi (foto sotto, tratta da vita.it) sulla questione immigrazione, dice più cose. Alcune un po’ in contraddizione. Finora èrenzi in giacca passata la linea di salvare tutti ad ogni costo. Ma questo fa parte della cultura di chi va per mare. Soccorrere chi è in difficoltà è un imperativo categorico. Il problema è che, i naufraghi, una volta giunti in Italia, cambiano nome. In Sicilia si chiamano migranti. Se raggiungono Milano o altre città del Centro Nord diventano profughi. Per alcuni di loro, dopo un periodo che va da un anno a due anni, c’è la possibilità di diventare richiedenti asilo politico. Ma nel nostro Paese, dati alla mano, i richiedenti asilo politico variano dal 7 al 10 per cento rispetto al totale. E gli altri chi sono? Come li chiamiamo? Renzi, come già accennato, ha usato un altro nome: migranti economici. La Lega di Salvini ne utilizza un altro ancora: immigrati clandestini.

La verità è che, nel nostro Paese, c’è un po’ di confusione. Anzi, molta confusione. E c’è, soprattutto, chi sugli immigrati ha costruito un grande affare, forse l’affare del secolo. Come avvenuto spesso negli anni passati con il contrabbando di sigarette, con la droga, con il traffico di armi, al centro di questo vorticoso giro di milioni di denaro c’è, piaccia o no, la Sicilia. Perché è in Sicilia che sbarca il 90 per cento di migranti.

Il grande affare comincia sulle coste del Nord Africa, in Libia. Chi deve effettuare la traversata, stando a quanto finora è stato accertato, paga da 3 a 5 mila euro. Trattandosi di miglia di persone il giro di affari è a nove zeri. Tutti diciamo: sono gli scafisti. Ma chi sono gli scafisti? E presumibile, in un mondo dove le mafie non si lasciano sfuggire nulla, che questo grande affare sia sfuggito alla loro attenzione?

Ma gli scafisti, da soli, non farebbero nulla. I migranti debbono arrivare in Europa. E il Paese che fino ad oggi li ha accolti, nella stragrande maggioranza dei casi, è l’Italia. Sicilia in testa. E’ stato ed è solo una questione di solidarietà? La domanda è legittima, non tanto per quello che finora è stato scoperto in Sicilia, quanto per quello che è già venuto fuori dall’inchiesta Mafia Capitale. E non è certo un caso se, da Roma, le indagini abbiano già toccato il Cara di Mineo. Con il coinvolgimento del sottosegretario, Giuseppe Castiglione, uomo forte del Ministro degli Interni Angelino Alfano in Sicilia. E chi è Alfano? Il politico italiano che, più di ogni altro, ha voluto l’operazione Mare Nostrum.

Con l’operazione Mare Nostrum la vita dei migranti che scelgono di arrivare in Europa via mare è diventata più sicura. Perché i soccorsi sono stati prestati sotto le coste libiche. Ed è così ancora con l’operazione Triton e con le imbarcazioni di mezzo mondo che prelevano i naufraghi sotto le coste libiche e li portano in Italia. Ma perché tutti portano i migranti in Italia? Ieri, a questa domanda, ha provato a rispondere un’inchiesta di Alessandro Mauceri pubblicata proprio su questo giornale (come potete leggere qui). La risposta è che non è scritto da nessuna parte che le imbarcazioni di mezzo mondo debbano portare i naufraghi-migranti in Italia. Eppure i continuano a portare in Italia. Perché?

La solidarietà, certo. Ma anche il grande affare, tutto italiano, legato alla gestione dei migranti. Cooperative ‘bianche’, cooperative ‘rosse’. Con la Procura della Repubblica di Roma che, a proposito della già citata inchiesta su Mafia Capitale, insiste sulla natura mafiosa dei protagonisti. La vicenda, a questo punto, diventa brutta. Bruttissima. Perché in questa babele dei centri di accoglienza succede di tutto. Qualche anno fa le immagini dei migranti del centro di Lampedusa trattati come automobili al lavaggio ha fatto il giro del mondo. Si pensava che, almeno a Lampedusa, le cose cambiassero. Invece, qualche giorno fa, è passata sotto silenzio una notizia inquietante: i parlamentari del Movimento 5 Stelle che si catapultano a Lampedusa e denunciano di aver trovato il centro di accoglienza vuoto. Anzi, per la precisione, hanno detto che il centro è stato svuotato proprio quando hanno saputo del loro arrivo. Incredibile!

E’ normale tutto questo? E’ normale che, in Sicilia, da qualche anno a questa parte, invece di investire nell’agricoltura di qualità, nel manifatturiero e in altri settori economici, si privilegi la gestione dei migranti a spese della collettività? Perché alla fine questo proliferazione patologica del Terzo settore, è inutile che ci giriamo attorno, è tutta a carico dei bilanci pubblici dello Stato, delle Regioni e dei Comuni.

E che dire, in Sicilia, dei centri di accoglienza per minori non accompagnati arrivati con i barconi? Al dicembre di due anni fa, in Sicilia, se ne contavano oltre 300. Con un costo annuo di 80 milioni di euro. Dal gennaio di quest’anno dovrebbe pagare lo Stato. Ma, stranamente, il Parlamento siciliano, nel Bilancio 2015, ha stanziato 24 milioni di euro. Per carità: giustissimo assistere i minori. Ma siamo sicuri che questi soldi vadano tutti ai minori e non, in buona parte, a chi li gestisce? E poi, se deve pagare lo Stato, perché è intervenuta la Regione? E chi pagherà il 2014 e il 2013, quando un minore costava 74 euro al giorno? (da quando paga lo Stato – come già ricordato, dall’1 gennaio di quest’anno – il costo di un minore è passato a 45 euro al giorno: come mai?).

Ancora: quanti sono i soggetti che oggi, nella nostra Isola, lavorano in questo settore dell’accoglienza? Non è che, tra qualche anno, ci ritroveremo con questo personale che chiederà alla Regione siciliana il riconoscimento dello status di precari? Ed è normale che in tutti questi centri di accoglienza le forniture vengano fatte senza evidenza pubblica a spese della collettività?

Ma tutto questo sistema potrebbe collassare. E qui torniamo a Renzi. Alle sue parole: “I richiedenti asilo si accolgono, i migranti economici vengano rimpatriati”. Di fatto, il sistema è stato in piedi fino a quando, in tempi brevi, il 90 per cento dei migranti arrivati in Italia veniva accompagnato fuori dai confini del nostro Paese. Cioè verso la Francia e verso i Paesi del Centro Nord Europa. Solo che la Francia e alcuni Paesi del Centro Nord Europa stanno chiudendo le frontiere. Hanno capito che l’Italia è il baricentro di questo grande affare?

Di certo i valori della sinistra – accoglienza e solidarietà – potrebbero essere messi da parte. Ancora lo scenario è confuso. Perché Renzi, l’abbiamo detto, è un po’ contraddittorio. Anche se pone il problema dei migranti economici da rimpatriare. Ammettendo che, fino ad oggi, c’è stata confusione. Insomma l’inchiesta Mafia Capitale non sembra campata in aria. Anzi. Forse i valori della sinistra non avrebbero dovuto fare da stampella a un sistema che si sta rivelando pieno di crepe e venato di malaffare. Fatto sta che la situazione sta diventando critica. Lo stesso Alfano, improvvidamente, di recente, ha ammesso che, dall’Italia, sono spariti 50 mila migranti. Spariti? Meglio dire emigrati in Europa clandestinamente. Verso quell’Europa che ora si sta chiudendo a riccio. Non sarà facile venire fuori da questa situazione. Questa volta gli slogan e le richieste di fiducia in Parlamento potrebbero non bastare.

da La Voce di New York

di Giuseppe Lauricella 

Immigrazione: trovato il compromesso con l’UE

Sul tema dell’immigrazione il nostro Paese e il nostro Governo, da alcuni mesi, stanno combattendo una battaglia quasi solitaria. Proprio giovedì il Premier Renzi è intervenuto alla Camera alla vigilia del Consiglio europeo per delineare la linea dell’Italia sul tema dell’immigrazione e del ruolo che l’Unione Europea deve giocare nelle prossime settimane. Linea preannunciata da Matteo Renzi con una lettera inviata al quotidiano transalpino Le Monde e pubblicato in Italia da La Stampa. “Se costretti a far da soli non ci tireremo indietro” – ha scritto Renzi – “Non rinunceremo a salvare nemmeno una vita, perché abbiamo alle spalle secoli di civiltà ai quali non rinunciamo per un punto di gradimento, la vita vale più di un sondaggio”.

Oltre all’aspetto emergenziale, rappresentato dai barconi alla deriva nel Mediterraneo, le altre grande questioni sul tavolo sono due: i rimpatri e la solidarietà degli altri Paesi membri nella redistribuzione delle quote.

Sul primo il Governo ha già annunciato che chi non avrà i requisiti per restare in Europa sarà riaccompagnato nei Paesi d’origine. Porte aperte ai chi ha diritto all’asilo, rimpatrio per i migranti economici, anche se vista l’ampiezza del fenomeno non si tratta di una misura risolutiva. La seconda questione è in queste ore sul tavolo del summit di Bruxelles e riguarda i 40 mila richiedenti asilo approdati sulle nostre coste e su quelle greche da aprile in poi. È in corso una trattativa sulla redistribuzione delle quote di migranti su base volontaria o su base obbligatoria come propone il nostro Governo. Federica Mogherini, Alto rappresentate UE per le politiche estere, ha preannunciato un compromesso traducibile nel principio della volontarietà vincolante ma diversi Stati membri sono contrari.

La prima novità è stata annunciata dal Presidente del Consiglio fotosu Facebook alle tre di notte di oggi: “L’Europa accetta la redistribuzione di 40mila donne e uomini arrivati sulle coste nostre e greche. Un primo passo, certo. Non sufficiente a mio giudizio. Ma superiamo il principio del trattato di Dublino, sciaguratamente firmato in passato anche dall’Italia.”

A quanto pare l’apertura c’è stata, con molti distinguo e alcune defezioni. Ora la partita si sposta sul tema delle quote che sarà affrontato dai Ministri degli Interni nel mese di luglio e si prevede una redistribuzione dei 40 mila migranti entro il biennio.

Approvata alla Camera la riforma del reato di diffamazione a mezzo stampa

Oggi alla Camera abbiamo approvato la riforma della disciplina della diffamazione a mezzo stampa. Il testo interviene sulla legge sulla stampa, sul codice penale di procedura penale, sul codice civile e di procedura civile. Si tratta di un provvedimento innovativo ed efficace, che da una parte tutela i cittadini e dall’altra garantisce la libertà dei giornalisti e dei giornali. L’aspetto centrale della riforma è l’eliminazione del carcere per i giornalisti, un principio di civiltà che andava reintrodotto. Nello specifico il testo apporta delle modifiche alla legge sulla stampa, cambiamenti ormai resi necessari visti i grandi cambiamenti che hanno investito il mondo dell’informazione. In particolare si è estesa la definizione di stampa o stampato che risaliva alla legge sulla stampa del 1948, estendendo l’ambito di applicazione anche alle testate giornalistiche online iscritte ai tribunali. Sono riviste le norme che disciplinano il diritto di rettifica della persona che sia ritenuta lesa nella dignità, nella reputazione o nell’onore che dovranno essere pubblicate entro 2 giorni senza commento, senza risposta e senza titolo; stesse caratteristiche dovrà avere la rettifica online. Previste sanzioni per chi non ottempera alle richieste ed è previsto anche l’intervento del giudice.

Pensioni: in arrivo le rivalutazioni

Sta per arrivare alla Camera la discussione del decreto legge n.65 del 21 maggio 2015, contente misure urgenti in materie molto importanti e delicate quali le pensioni, gli ammortizzatori sociali e le garanzie legate al TFR. Il Governo è intervenuto in maniera tempestiva per risolvere il vulnus prodotto dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimi alcuni articoli del DL n.201 del 2011, che prevedeva il blocco delle indicizzazioni delle pensioni “in considerazione della contingente situazione finanziaria”. Il nuovo provvedimento individua una rivalutazione per fasce: per il 2012 e il 2013 saranno rivalutate al 100% le pensioni fino a tre volte il minimo, al 40% quelle tra tre e quattro volte il minimo, al 20% quelle tra quattro e cinque volte il minimo, al 10% infine quelle tra cinque e sei volte il minimo. Per gli assegni complessivamente superiori a sei volte il minimo non ci sarà alcun adeguamento. Per il 2014 e il 2015 la rivalutazione è stabilita invece al 20% e, a decorrere dall’anno 2016, al 50 per cento.

di Giulio Ambrosetti

Renzi è un demagogo da quattro soldi. Davanti a una sentenza della Corte Costituzionale, invece di applicarla subito, temporeggia. Dice che pagherà una parte del mal tolto (leggere i soldi che Monti ha tolto abusivamente ai pensionati) ad agosto, e solo a una parte dei pensionati.583129FC-D198-11 Di fatto, il capo del governo sta oltraggiando il pronunciamento di un organo di rilevanza costituzionale (leggere la Corte Costituzionale), riscrivendo unilateralmente le regole del gioco.

Questa non è democrazia, ma dispotismo. Nell’Italia repubblicana, prima di lui, solo Monti (regalo di Napolitano) ha travolto la Costituzione. Dovrebbe intervenire il Parlamento. Ma è fatto di “nominati”, in buona parte al soldo dello stesso Renzi. Quello che sta succedendo è incredibile. Di fatto, l’unico potere che si sta opponendo alla prepotenza di un Presidente del Consiglio che si rifiuta di applicare una sentenza della Corte Costituzionale sulle pensioni sono la magistratura e la Consulta.

I parlamentari e i dirigenti del Pd si dovrebbero vergognare! Tra l’altro, la restituzione dei soldi ad agosto potrebbe essere una presa in giro, perché l’Unione europea pretende, entro dicembre, una manovra correttiva che oscilla da 16 a 25 miliardi di euro. Tutte nuove tasse che dovranno pagare gli italiani. Renzi vuole prendere in giro 4 milioni di pensionati, per poi fregarli dopo il voto delle elezioni amministrative. Gli italiani hanno un mezzo per impedirglielo: non votare Pd.

di Roberto Ciccarelli

Alfredo D’Attorre, Fassina sostiene che senza cambi radicali al Ddl scuola uscirà dal Pd. Lei?

Siamo impegnati in questa battaglia politica e parlamentare. Credo sia giusto aspettarne l’esito sia per la rilevanza di merito, sia per il significato che ha sul futuro politico del Pd. Il problema non è quello che decide Civati, Fassina, io o altri. Il vero problema è la diaspora silenziosa di un mondo vasto di sinistra e di tessuto diffuso di militanza che non si riconosce più in questo partito. Questi abbandoni fanno meno rumore sui giornali, ma costituiscono il dato politico più grave sul quale ci si dovrebbe interrogare.

Al Senato le minoranze Pd voteranno contro il governo, anche se ci sarà la fiducia?

Francamente non lo so. Siamo agli inizi dell’iter parlamentare. Per quanto mi riguarda, senza correzioni profonde sulla chiamata dei docenti da parte del preside e sui suoi poteri, sulle modalità delle assunzioni dei docenti precari e sul finanziamento alle scuole da parte dei privati, non credo che potrà esserci il mio voto favorevole.

Lei è anche un ricercatore universitario. Qual è il suo giudizio sulla riforma della scuola voluta dal Pd di Renzi?

Mi pare la traduzione nella scuola della sua posizione sull’università. Renzi ha dichirato che non è solo normale, ma perfino giusto, che ci siano università di serie A e di serie B. Si vuole aprire una competizione tra gli istituti sulla capacità di raccogliere fondi privati, di attrarre gli studenti delle famiglie benestanti e quindi il 5 per mille dei loro genitori, di reclutare i docenti più bravi. È un modello che amplifica le disuguaglianze e scardina una sistema nazionale di formazione su base universalistica, in cui l’autonomia dei singoli istituti deve servire a raggiungere obiettivi condivisi.

Quale modello si vuole invece creare?

La competizione tra istituti e l’apertura al privato nascono da due idee di fondo: in primo luogo, la verticalizzazione del potere, per la quale c’è un capo che decide per tutti in una comunità, sia essa un’azienda, una scuola, un partito o la Rai, con la convinzione che le cose «così funzionano meglio». In secondo luogo, si amplia il dato delle diseguaglianze tra scuole, università o studenti sulla base del reddito delle famiglie, attraverso una subdola retorica del merito. Così il merito non è più il modo con il quale viene data la possibilità a chi è privo di mezzi di avere una formazione di qualità. Diventa l’artificio retorico per legittimare e ampliare le diseguaglianze disegnate dalle condizioni economiche familiari di partenza.

Come ci si sente in un partito che intende realizzare questa idea di società?

Il mio disagio è molto profondo. Stiamo toccando i fondamenti di una visione della società ispirata all’uguaglianza, alla partecipazione, al lavoro. Ciò che in questi mesi il governo ha fatto su questi temi è difficilmente compatibile con le idee di fondo con cui tanti di noi sono arrivati all’impegno politico. Nelle prossime settimane dovremo capire se il progetto di una sinistra popolare e di governo, non subalterna come talvolta è stato nell’ultimo ventennio, possa vivere nel Pd o debba trovare altre strade. Finché vedrò uno spiraglio, continuerò a battermi nel Pd. È evidente però che un partito è, e deve restare, uno strumento al servizio di alcuni principi e non può mai essere sovraordinato ad essi.

Il Manifesto