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Cosmopolitica. Si parte, per cambiare l’Italia

Pubblicato: 19 febbraio 2016 da Sicilia più in Attualità
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Di Angelo Forgia

Da oggi pomeriggio a  Roma, presso il Palazzo dei Congressi dell’Eur e fino a domenica 21 si terrà “Cosmopolitica”,  tre giorni per  delineare la nuova sinistra italiana. 

Si va verso il cambiamento guardando al futuro con un occhio attento alla difesa della Costituzione e alle fasce deboli della popolazione, infatti nell’appello si evidenzia come si vuole “difendere la Costituzione e i suoi valori, la democrazia. Il governo Renzi e il PD vanno in una direzione diametralmente opposta e ci raccontano che non c’è alternativa. Per noi invece non solo l’alternativa è possibile ma è necessaria ed è basata sui diritti, sull’uguaglianza, sui beni comuni”.

Domani si darà vita a una sorta di assemblea permanente attraverso tavoli tematici con ventiquattro laboratori per analizzare e raccogliere proposte  su quattro cardini: “Democrazia e Costituzione”, “Ambiente e riconversione ecologica”, “Scuola, università, ricerca e saperi”, “Diseguaglianze, lavoro e welfare”.

I lavori si chiuderanno con l’assemblea plenaria di domenica.

La base di partenza. “Viviamo in un tempo in cui comandano i mercati, e se dentro i mercati comanda il grande capitale finanziario, la democrazia si restringe. Nei tempi, così come nei contenuti, “i mercati non aspettano” perché le scelte sono determinate non dai bisogni e dai desideri dei cittadini ma dalla disponibilità del grande capitale ad investire in un determinato territorio. E come è noto i capitali preferiscono collocarsi dove minori sono i salari e i diritti.

La competizione politica in questi anni ha avuto come posta il dimostrarsi più efficiente e più pronta a modellare il proprio paese secondo i dettami del pensiero unico neoliberista. Ma è così che la politica perde la sua ragion d’essere e la sua credibilità. Se la politica agisce sulla base di stati di necessità determinati altrove, le persone ritengono sempre più inutile votare e partecipare alla vita dei partiti. Specialmente le persone più povere, per reddito e per sapere. La politica che compete nel campo ristretto disegnato dagli interessi del grande capitale finanziario diventa sempre più rissosa e meno trasparente. La degenerazione morale della politica origina dal venire meno di chiare alternative strategiche, di interessi e di valori.

Se gli obiettivi da raggiungere sono per tutti gli stessi, se si rifiuta in partenza l’idea che un altro mondo è possibile, se cadono le distinzioni che hanno segnato le storie della sinistra e della destra, la politica diventa sempre di più un affare interno di chi nella politica investe per affermare se stesso. La casta dei professionisti della politica, che si rottama per rigenerarne una nuova.

È per questo che abbiamo deciso di intraprendere la strada della costruzione di un partito della sinistra. Perché siamo partigiani. Rispetto alla parte che ha voce, soldi, potere noi scegliamo l’altra parte, quella che oggi non trova voce e ascolto dentro la politica istituzionale. La parte di quelli che hanno visto ridurre il proprio reddito e la possibilità di decidere della propria vita, mentre ricchezze e potere si sono concentrati nelle mani dei pochi. La parte di quelli che credono che il sapere sia un modo per orientarsi nel mondo e per orientarlo, che stia insieme alla libertà e alla bellezza e non alla ricerca del profitto e dell’utile. La parte delle intelligenze negate, di quelli a cui non è stata data la possibilità di accedere al sapere e di quelli che vedono ogni giorno svalorizzata la conoscenza che hanno acquisito con impegno e fatica. La parte di quelli che non misurano l’uscita dalla crisi sulla base di qualche decimale di PIL in più o in meno, magari trainati da quegli stessi fattori (il petrolio a buon mercato, l’aumento della liquidità monetaria) che hanno provocato la crisi economica e messo a rischio il pianeta; bensì dal lavoro buono e dignitoso che si riuscirà a costruire, dalla salubrità dell’ambiente in cui viviamo, dalla diffusione del sapere e della cultura, dalla salvaguardia e dall’estensione dei beni comuni, da una più equa redistribuzione dei profitti dalle rendite finanziarie verso i salari, la ricerca libera e l’innovazione tecnologica. Rispetto ad un mondo che ha subordinato ogni cosa all’utile e al profitto siamo dalla parte dell’uguaglianza e della libertà.

Ma i partiti attuali non sembrano avere nessuna voglia di affrontare le ragioni vere della loro crisi di rappresentanza, che si manifesta nel crescente astensionismo e nel venire meno della partecipazione alla loro vita. Hanno anzi scelto quasi ovunque la strada del decisionismo e del restringimento degli spazi nei quali si esercita la democrazia. Si vota per decidere chi comanda. Dopo starà a chi comanda esercitare un potere sempre meno trasparente e sempre più subalterno alle logiche del grande capitale. È questa la ragione di fondo che orienta la riforma della Costituzione e quella delle legge elettorale che il Parlamento ha votato e che saremo chiamati a confermare o a respingere con un referendum. Se si intende continuare a smantellare lo stato sociale, a ridurre i diritti di chi lavora, a martoriare il territorio con le grandi opere e le trivellazioni, occorre ridurre gli spazi dove il popolo e che lo rappresenta prendono la parola.

Il Parlamento deve essere un luogo di maggioranze blindate e di truppe fedeli, con tempi sempre più ristretti per discutere e deliberare. Rischiamo di diventare la repubblica del silenzio ­assenso rispetto alle decisioni di chi comanda. E si riducono le risorse economiche e progettuali a disposizione delle autonomie locali, quelle che comunque devono fare i conti in presa diretta con le domande dei cittadini. Il referendum per la Costituzione sarà il primo terreno su cui il nuovo soggetto politico in costruzione si cimenterà. Per evitare che venga prosciugata l’acqua in cui la buona politica può esercitarsi. Non sarà solo una battaglia a difesa della Costituzione nata dalla Resistenza. Sarà una battaglia per dare alla Costituzione piena attuazione. Dal diritto al lavoro, a quello alla salute, alla casa, all’istruzione e alla cultura, promuovendo campagne e se occorre referendum per affermare i diritti negati dalle misure del governo su questi terreni. E per affrontare con lo spirito della nostra Costituzione i nuovi grandi problemi che mettono a rischio la convivenza e la vita stessa nel nostro Paese e nel Pianeta.

Il riscaldamento climatico, le migrazione dei popoli, la risposta al terrorismo e alla guerra, il diritto ad una vita felice delle donne e degli uomini indipendentemente dal loro orientamento sessuale. E come aprire nei luoghi del lavoro e della vita spazi di partecipazione nei quali le persone siano chiamate a deliberare sulle scelte che riguardano il loro presente e il loro futuro.
Il partito che vogliamo costruire si presenterà alle elezioni ma non sarà il partito delle elezioni. Sarà presente nelle istituzioni ma non sarà il partito degli eletti. Sarà il partito che intende promuovere la democrazia di ogni giorno. E che assicurerà il suo pieno sostegno e quello delle sue stesse presenze istituzionali, come già oggi fanno il gruppo parlamentare della sinistra italiana e gli amministratori locali impegnati sul progetto, a tutti i movimenti, i sindacati, le associazioni che nel territorio e nei luoghi di lavoro promuovono partecipazione e conflitto. Perché sa che nessun vero cambiamento è possibile senza rivitalizzazione della società e del tessuto democratico diffuso del nostro Paese, senza ricostruzione della trama sociale lacerata e divisa da anni di egemonia politica, culturale, economica e sociale del neoliberismo.

Nella società degli individui frammentati e massificati, tenuti insieme dalla cultura del consumismo, vince la destra comunque si chiami. Il nostro partito non pretenderà di esser il soggetto unico della politica. Se c’è ancora speranza di salvare l’Italia e l’Europa è perché in questi anni migliaia di presone hanno continuato a pensare e a ragionare insieme sulle scelte che riguardano la loro vita e il loro rapporto coi grandi problemi del mondo. Cominciando a praticare le cose che chiedevano e rivendicavano. Dal diritto alla casa, all’istruzione, alla salute, al rispetto dell’ambiente, alla solidarietà attiva nei confronti dei migranti, alla difesa e alla valorizzazione del beni comuni. La nostra aspirazione al governo e la nostra possibilità di governare si fondano sulla piena autonomia e sulla creatività di questi soggetti. Soggetti che dal canto loro ogni giorno verificano come, proprio per salvaguardare la loro autonomia e la loro capacità di incidere, sia necessaria anche una presenza che ne assuma contenuti e obiettivi nelle sedi dove si possono spostare e finalizzare risorse, dove di decide lo spessore delle frontiere,la pace e la guerra. Nel governo delle amministrazioni locali, degli Stati, dell’Europa.

Questo intreccio fra movimenti sociali e obiettivi di governo spiega l’avanzata in Europa di una nuova sinistra, da Syriza a Podemos. E l’affermarsi in alcuni degli stessi partiti storici di leaders esplicitamente alternativi al neoliberismo dominante e al predominio della finanza. Jeremy Corbyn in Inghilterra. Bernie Sanders negli Stati Uniti. Si apre oggi in Italia, in Europa, nel mondo un nuovo spazio politico a sinistra oltre la crisi delle socialdemocrazie. Il nostro partito non pensa se stesso come il vertice di una piramide ma come il nodo di una rete in cui si moltiplicano le esperienze di autogestione, di mutualismo, di auto organizzazione.

Nemmeno il percorso che intendiamo intraprendere per fondare il nuovo partito sarà verticale, tanto meno verticista. Nessuno deve essere legittimato a dirigere sulla base delle sue precedenti esperienze di direzione. Perché anche il modo di fare politica di chi ha messo a disposizione sé stesso per il nuovo progetto, nei partiti come nei movimenti, non è stato esente dai molti dei vizi della politica che vogliamo superare. E perché oggi l’intelligenza necessaria ad affrontare i grandi problemi che il mondo attraversa è diffusa tra quelle migliaia di persone che mentre la politica insisteva nei vecchi rituali e nelle vecchie formule, hanno provato a tenere insieme e a pensare insieme i loro problemi e i problemi del mondo. Sono loro che devono essere protagoniste del percorso che si apre. Sono le loro idee, le loro esperienze che devono nutrire il percorso a partire dai tre giorni di febbraio. Loro come persone e non per la tessera che hanno in tasca. Il nuovo soggetto non può essere la semplice unione tra quanti in questi anni hanno provato a resistere, coi loro partiti o come minoranza nel partito di Renzi, alla deriva neoliberista e decisionista. Non ha come obiettivo di conquistare una dignitosa percentuale all’interno di un corpo elettorale drasticamente ridotto dalla sfiducia e dall’astensionismo. Deve avere l’ambizione di conquistare alla partecipazione democratica gli sfiduciati e i delusi: e i tanti che fanno politica, la politica che conta, nei luoghi del lavoro e della vita. È per questo che abbiamo detto no al nuovo soggetto come federazione delle esperienze organizzate esistenti. È per questo che partirà una vera e propria marcia per l’alternativa, un cammino di assemblee e di piccoli e grandi incontri che attraverserà l’Italia per organizzare il confronto pubblico sui temi, coinvolgendo reti sociali e di movimento, associazioni, ricercatori, sindacati e singoli cittadini in una grande discussione sul futuro del paese.

Chi farà nel nuovo partito la sua prima esperienza politica deve contare quanto chi viene da una lunga storia. Certamente sarà necessario dare vita a strutture di coordinamento e di servizio che organizzino la partecipazione e la mobilitazione sugli obiettivi che insieme ci daremo. Ma siamo chiamati tutti a vigilare perché questa delega provvisoria fino al Congresso Costituente non sia una requisizione del dibattito politico e delle decisioni. Le strutture territoriali che costruiremo non dovranno essere semplici terminali per mobilitare la gente su decisioni assunte altrove, ma i momenti essenziali della stessa elaborazione politica. I grandi obiettivi generali che ci daremo saranno tanto più forti e convincenti quanto più nasceranno dalle pratiche sociali e dai pensieri che le alimentano. I nuovi strumenti di comunicazione, come la piattaforma digitale, così come il coordinamento intelligente delle occasioni più tradizionali di confronto diretto, rappresenteranno i luoghi nei quali si incontreranno le idee e le proposte nate nei territori, per diventare patrimonio di tutte e di tutti.”

 

di Salvatore Petrotto

La Sicilia ha dato, come è risaputo, i natali a personaggi quali Francesco Crispi, agrigentino di Ribera, uno dei principali sostenitori di Garibaldi e dell’Impresa dei Mille, assieme a Rosolino Pilo.foto_sicilia_satellite Eppure, quando è diventato ministro e presidente del Consiglio, alla fine dell’Ottocento, si è scagliato contro gli zolfatai ed i contadini siciliani. Crispi ha represso duramente i moti di ribellione dei più diseredati, sol perché si erano organizzati in dei movimenti, denominati Fasci Siciliani, di chiara ispirazione socialista. Finirono nel sangue, il sangue dei vinti, anche quelle lotte sociali contro l’insopportabile sfruttamento a cui erano costretti operai e contadini, da chi (inglesi e non solo) rubava, già allora, le risorse della Sicilia, quali il prezioso zolfo che, nell’Ottocento, per le sue svariate utilizzazioni a livello industriale ed in agricoltura, potrebbe essere paragonato al petrolio di oggi.

La Sicilia ha dato anche i natali a Don Luigi Sturzo, di Caltagirone, fondatore di quel Partito Popolare che nel Secondo Dopoguerra è stato denominato Democrazia Cristiana. E potremmo continuare con il finanziere di Patti, Michele Sindona, vissuto alla corte del più grande finanziere italiano, anch’egli Siciliano, Salvo Cuccia; ci riferiamo al quel Sindona prima acclamato come una sorta di mago della finanza italiana e poi ucciso in carcere con un caffè avvelenato, allo stesso modo di Gaspare Pisciotta, il cognato-assassino del bandito Salvatore Giuliano.

Tra ribellioni, ascarismi vari, compresi quelli attuali dei vari “Angelini Alfani”, ed ondate di separatismo represse nel sangue, sapientemente miscelate e confuse con la mafia, anche a partire dall’immediato Secondo Dopoguerra, la Sicilia continua ad avere un solo torto. Sapete qual è? Ogni tanto osa ribellarsi contro uno Stato patrigno, che non attua i dettami della nostra (loro!) Costituzione della Repubblica Italiana.

I Siciliani, per lo meno la maggioranza dei Siciliani, avrebbero forse voluto che, per lo meno dopo la Seconda Guerra Mondiale, dopo quel primo gennaio del 1948, giorno in cui fu pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana la nostra Carta Costituzionale, ci si adoperasse per rimuovere tutte le cause che ostacolano la realizzazione di quelle condizioni di uguaglianza e di pari opportunità di tutti i cittadini italiani. Tutto ciò, fuor di metafora, per scendere sul terreno della concretezza, significa, proprio perche è compito della Repubblica Italiana, così come sancito dalla Costituzione, realizzare quelle strutture statali che, lo ribadisco, sono: strade, autostrade, ferrovie, porti ed aeroporti degni di questo nome. Significa anche garantire acqua, pulizia, disinquinamento dei mari e delle falde acquifere, scuole ed ospedali che possano realmente assicurare degli standard di qualità e sicurezza, alla stregua dei cosiddetti paesi civili. E se il nostro è uno Stato realmente unitario e solidale, come mai, visto che i Siciliani sono degli incalliti delinquenti e mafiosi e non sono in grado di badare a sé stessi, non è ancora riuscito, dopo settant’anni di vita repubblicana e più di ottanta di Monarchia Sabauda, a fare tutto ciò?

Fate voi, nordici, visto che noi siamo sudici! Attuate la nostra Costituzione Repubblicana, gestite voi, con la vostra proverbiale puzza sotto il naso, le nostre risorse economiche e realizzate tutte quelle cose che noi Siciliani non siamo riusciti ancora a fare, per creare così le precondizioni dello sviluppo sociale, economico ed occupazionale. Ah dimenticavo! Voi uomini del Nord è dall’indomani dell’Unità d’Italia che qua in Sicilia state saccheggiando le nostre risorse. I fondi della vecchia Cassa per il Mezzogiorno sono stati gestiti dalla FIAT non solo a Termini Imerese ma anche con le sue aziende collegate che si occupavano di edilizia pubblica, ovviamente! raffineriagelaanteprima600x345578452Il nostro petrolio è stato estratto e raffinato a Gela, Augusta, Priolo, Melilli e Milazzo, dall’ENI che se non sbaglio era, e lo è ancora parzialmente, un’azienda di Stato. Le grandi opere pubbliche, quelle che costano per dieci volte rispetto alla media europea, sono, come più volte ho avuto modo di dire, lottizzate ed equamente divise tra la CMC di Ravenna che fa capo al PD e la Impregilo del milanese Berlusconi e di Lunardi.

Ed allora? Sapete cosa si sono pappate le imprese del Nord e le industrie di Stato in Sicilia? Centinaia di miliardi di euro, col petrolio e con i vari interventi straordinari per il Mezzogiorno. Sapete che cosa ci hanno lasciato oltre all’inquinamento ed ai tumori? Le briciole: qualche migliaio di posti di lavoro, presso le aziende più inquinanti d’Europa! Fatevi un giro a Gela, Priolo od Augusta e ve ne renderete conto. E la FIAT di Termini Imerese che fine ha fatto? Ma per cortesia, finiamola con la solita storia di accusarci di vittimismo meridionalista! Il Sud, in generale, e la Sicilia, in modo particolare, sono state sempre delle vacche da mungere. Per ogni centesimo dei finanziamenti stanziati per il Sud si è registrata un’equa ripartizione tra le grandi imprese del Nord, le classi dirigenti parassitarie dello Stato Italiano, dedite al clientelismo più becero, comprese quelle siciliane, la mafia, la camorra, la ndrangheta e la sacra corona unita. A tali organizzazioni criminali sono stati assicurati i proventi della loro intermediazione parassitaria e violenta, per reprimere ogni conato di ribellione dei meridionali, ogni qual volta hanno tentato di ribellarsi a questo regime politico-affaristico-mafioso! Ecco perché tali organizzazioni mafiose hanno goduto delle necessarie impunità: per favorire certi politici, sostenuti dai servizi e dagli apparati deviati dello Stato Italiano, al servizio delle grandi imprese del Nord e di quelle di Stato.

Le recenti inchieste sulla Trattativa Stato-Mafia sono illuminanti in tal senso: proprio questo dimostrano, lo stretto connubio tra le massime istituzioni dello Stato Italiano e le varie mafie. Per decine di milioni di meridionali è rimasto ben poco, se non macerie economiche e sociali, oltre che civili ed istituzionali: disoccupazione, povertà, città e paesi sommersi dai rifiuti, merda e veleni scaricati a mare e nei torrenti, servizi che si pagano il triplo rispetto al resto d’Italia, proprio perché sono pessimi, quali la gestione dei rifiuti, la depurazione dei liquami fognari e la distribuzione dell’acqua potabile. Ah, dimenticavo! Dobbiamo anche sorbirci le prediche degli imbonitori televisivi a pagamento e di una stampa venduta che ci ricordano, quotidianamente, che non abbiamo speranza, che la colpa è nostra e che soprattutto non dobbiamo lamentarci, altrimenti ci accusano di piangerci addosso e di essere sempre i soliti “addratta e chianci”. Non ne possiamo più, andate pure a quel paese, separiamoci, ma fatela finita per cortesia!

Oggi Renzi dice che i “migranti economici” debbono essere rimpatriati. Ma lo dice solo dopo che la Francia e altri Paesi europei hanno chiuso le frontiere. Senza rendersene conto, il capo del governo del nostro Paese ammette che dietro l’assistenza ai migranti non c’è chiarezza. Insomma l’inchiesta Mafia Capitale ha colpito nel segno

di Angelo Forgia

Dice oggi il capo del governo del nostro Paese, Matteo Renzi: “I richiedenti asilo si accolgono, i migranti economici vengano rimpatriati”. Poi aggiunge che “per la prima volta l’Europa riconosce il problema immigrazione… Per risolvere il problema immigrazione ci sono due modi di procedere: uno è quello di rinfacciarsi il passato, ma non porta a niente. L’altro è quello di provare insieme a risolvere un problema”. E ancora: “L’Italia è un Paese serio, solido, la cui risposta sul tema dell’immigrazione deve essere condivisa e congiunta. Per noi gli immigrati in mezzo al mare si salvano, siamo orgogliosi e grati per quello che ha fatto l’Italia. Ci vuole, però, condivisione in Europa e più il Paese si mostra compatto meglio è”.

Insomma, Renzi (foto sotto, tratta da vita.it) sulla questione immigrazione, dice più cose. Alcune un po’ in contraddizione. Finora èrenzi in giacca passata la linea di salvare tutti ad ogni costo. Ma questo fa parte della cultura di chi va per mare. Soccorrere chi è in difficoltà è un imperativo categorico. Il problema è che, i naufraghi, una volta giunti in Italia, cambiano nome. In Sicilia si chiamano migranti. Se raggiungono Milano o altre città del Centro Nord diventano profughi. Per alcuni di loro, dopo un periodo che va da un anno a due anni, c’è la possibilità di diventare richiedenti asilo politico. Ma nel nostro Paese, dati alla mano, i richiedenti asilo politico variano dal 7 al 10 per cento rispetto al totale. E gli altri chi sono? Come li chiamiamo? Renzi, come già accennato, ha usato un altro nome: migranti economici. La Lega di Salvini ne utilizza un altro ancora: immigrati clandestini.

La verità è che, nel nostro Paese, c’è un po’ di confusione. Anzi, molta confusione. E c’è, soprattutto, chi sugli immigrati ha costruito un grande affare, forse l’affare del secolo. Come avvenuto spesso negli anni passati con il contrabbando di sigarette, con la droga, con il traffico di armi, al centro di questo vorticoso giro di milioni di denaro c’è, piaccia o no, la Sicilia. Perché è in Sicilia che sbarca il 90 per cento di migranti.

Il grande affare comincia sulle coste del Nord Africa, in Libia. Chi deve effettuare la traversata, stando a quanto finora è stato accertato, paga da 3 a 5 mila euro. Trattandosi di miglia di persone il giro di affari è a nove zeri. Tutti diciamo: sono gli scafisti. Ma chi sono gli scafisti? E presumibile, in un mondo dove le mafie non si lasciano sfuggire nulla, che questo grande affare sia sfuggito alla loro attenzione?

Ma gli scafisti, da soli, non farebbero nulla. I migranti debbono arrivare in Europa. E il Paese che fino ad oggi li ha accolti, nella stragrande maggioranza dei casi, è l’Italia. Sicilia in testa. E’ stato ed è solo una questione di solidarietà? La domanda è legittima, non tanto per quello che finora è stato scoperto in Sicilia, quanto per quello che è già venuto fuori dall’inchiesta Mafia Capitale. E non è certo un caso se, da Roma, le indagini abbiano già toccato il Cara di Mineo. Con il coinvolgimento del sottosegretario, Giuseppe Castiglione, uomo forte del Ministro degli Interni Angelino Alfano in Sicilia. E chi è Alfano? Il politico italiano che, più di ogni altro, ha voluto l’operazione Mare Nostrum.

Con l’operazione Mare Nostrum la vita dei migranti che scelgono di arrivare in Europa via mare è diventata più sicura. Perché i soccorsi sono stati prestati sotto le coste libiche. Ed è così ancora con l’operazione Triton e con le imbarcazioni di mezzo mondo che prelevano i naufraghi sotto le coste libiche e li portano in Italia. Ma perché tutti portano i migranti in Italia? Ieri, a questa domanda, ha provato a rispondere un’inchiesta di Alessandro Mauceri pubblicata proprio su questo giornale (come potete leggere qui). La risposta è che non è scritto da nessuna parte che le imbarcazioni di mezzo mondo debbano portare i naufraghi-migranti in Italia. Eppure i continuano a portare in Italia. Perché?

La solidarietà, certo. Ma anche il grande affare, tutto italiano, legato alla gestione dei migranti. Cooperative ‘bianche’, cooperative ‘rosse’. Con la Procura della Repubblica di Roma che, a proposito della già citata inchiesta su Mafia Capitale, insiste sulla natura mafiosa dei protagonisti. La vicenda, a questo punto, diventa brutta. Bruttissima. Perché in questa babele dei centri di accoglienza succede di tutto. Qualche anno fa le immagini dei migranti del centro di Lampedusa trattati come automobili al lavaggio ha fatto il giro del mondo. Si pensava che, almeno a Lampedusa, le cose cambiassero. Invece, qualche giorno fa, è passata sotto silenzio una notizia inquietante: i parlamentari del Movimento 5 Stelle che si catapultano a Lampedusa e denunciano di aver trovato il centro di accoglienza vuoto. Anzi, per la precisione, hanno detto che il centro è stato svuotato proprio quando hanno saputo del loro arrivo. Incredibile!

E’ normale tutto questo? E’ normale che, in Sicilia, da qualche anno a questa parte, invece di investire nell’agricoltura di qualità, nel manifatturiero e in altri settori economici, si privilegi la gestione dei migranti a spese della collettività? Perché alla fine questo proliferazione patologica del Terzo settore, è inutile che ci giriamo attorno, è tutta a carico dei bilanci pubblici dello Stato, delle Regioni e dei Comuni.

E che dire, in Sicilia, dei centri di accoglienza per minori non accompagnati arrivati con i barconi? Al dicembre di due anni fa, in Sicilia, se ne contavano oltre 300. Con un costo annuo di 80 milioni di euro. Dal gennaio di quest’anno dovrebbe pagare lo Stato. Ma, stranamente, il Parlamento siciliano, nel Bilancio 2015, ha stanziato 24 milioni di euro. Per carità: giustissimo assistere i minori. Ma siamo sicuri che questi soldi vadano tutti ai minori e non, in buona parte, a chi li gestisce? E poi, se deve pagare lo Stato, perché è intervenuta la Regione? E chi pagherà il 2014 e il 2013, quando un minore costava 74 euro al giorno? (da quando paga lo Stato – come già ricordato, dall’1 gennaio di quest’anno – il costo di un minore è passato a 45 euro al giorno: come mai?).

Ancora: quanti sono i soggetti che oggi, nella nostra Isola, lavorano in questo settore dell’accoglienza? Non è che, tra qualche anno, ci ritroveremo con questo personale che chiederà alla Regione siciliana il riconoscimento dello status di precari? Ed è normale che in tutti questi centri di accoglienza le forniture vengano fatte senza evidenza pubblica a spese della collettività?

Ma tutto questo sistema potrebbe collassare. E qui torniamo a Renzi. Alle sue parole: “I richiedenti asilo si accolgono, i migranti economici vengano rimpatriati”. Di fatto, il sistema è stato in piedi fino a quando, in tempi brevi, il 90 per cento dei migranti arrivati in Italia veniva accompagnato fuori dai confini del nostro Paese. Cioè verso la Francia e verso i Paesi del Centro Nord Europa. Solo che la Francia e alcuni Paesi del Centro Nord Europa stanno chiudendo le frontiere. Hanno capito che l’Italia è il baricentro di questo grande affare?

Di certo i valori della sinistra – accoglienza e solidarietà – potrebbero essere messi da parte. Ancora lo scenario è confuso. Perché Renzi, l’abbiamo detto, è un po’ contraddittorio. Anche se pone il problema dei migranti economici da rimpatriare. Ammettendo che, fino ad oggi, c’è stata confusione. Insomma l’inchiesta Mafia Capitale non sembra campata in aria. Anzi. Forse i valori della sinistra non avrebbero dovuto fare da stampella a un sistema che si sta rivelando pieno di crepe e venato di malaffare. Fatto sta che la situazione sta diventando critica. Lo stesso Alfano, improvvidamente, di recente, ha ammesso che, dall’Italia, sono spariti 50 mila migranti. Spariti? Meglio dire emigrati in Europa clandestinamente. Verso quell’Europa che ora si sta chiudendo a riccio. Non sarà facile venire fuori da questa situazione. Questa volta gli slogan e le richieste di fiducia in Parlamento potrebbero non bastare.

da La Voce di New York

di Yuri Testaverde

Il 23 giugno scorso, presso l’Aula Consiliare del III Municipio di Roma Capitale, la presentazione del libro del noto docente palermitano Giuseppe Carlo Marino e del giornalista Pietro ScaglioneL’altra resistenza. Storie di eroi antimafia e lotte sociali in Sicilia“, é stata interessante occasione per spunti di riflessione su argomenti sempre attuali.

L’incontro, coordinato dalla giornalista del giornale Radio Rai1 Milvia Spadi, ha visto la partecipazione del Prof.Giuseppe Carlo Marino, 155_2già autore di diversi libri sulla storia e sull’analisi del fenomeno mafioso, del giudice siciliano Maria Grazia Giammaritaro, già Rappresentante speciale e Coordinatore per la lotta alla tratta degli esseri umani presso l’OSCE, dei sociologi Prof. Francesco Carchedi, esperto di immigrazione e responsabile Area ricerca del Consorzio Parsec, del Prof. Maurizio Fiasco, consulente della Consulta Nazionale Antiusura e già consulente della Commissione Parlamentare Antimafia, con interventi finali dell’Ass. Politiche Sociali III Municipio di Roma Capitale Eleonora di Maggio, e della Responsabile Terzo Settore di Libera Antimafia Francesca Zangari.

É emersa subito, dirompente, la visione condivisa di una lotta per la legalità da unire imprescindibilmente alla lotta per la giustizia sociale, senza la quale anche una parte dell’antimafia istituzionale finisce per divenire parolaia, senza quelle solide fondamenta su cui strutturare ed orientare l’azione stessa.

Il libro vuole approfondire la storia dell’antimafia sociale, dando spazio anche alla descrizione dei percorsi di formazione e gestione del potere mafioso all’interno della macchina istituzionale, ed evidenziandone elementi di infiltrazione dall’esterno, se non di vera connivenza con il mondo politico stesso. Durante la discussione, infatti, emerge come la mafia, in realtà, venga considerata non in chiave antisistema, ma anzi pronta ad abbracciarlo fino a “fare affari” con quegli attori sociali che vogliono e possono collaborare, mentre é ancora pronta a levare di mezzo persone che possono risultare scomode con gli interessi e obiettivi mafiosi stessi. Il capo mafioso, quindi, viene dipinto come un appartenente alla “borghesia mafiosa”, alla classe dirigente dominante, pronto a tenere contatti e scambi con l’élite politico-finanziaria a cui mira, e dunque non sembra esser visto appartenere ai ceti popolari, distaccandosi da quegli stessi delinquenti e manovalanza criminale a cui, comunemente, invece li si associa.

I sistemi mafioso e politico sembrano non avere solo punti in comune, ma i confini sembrano non ben delineati ed essere interconnessi, creando un cosiddetto “terzo livello” tra la direzione strategica generale, la criminalità organizzata e la politica, nel momento in cui può essere feconda una comunanza di interessi comuni.

Ecco che l’autore fa emergere, nel suo intervento, tutta la sua sapienza storica e profondità di conoscenza, nel momento in cui afferma che se la mafia fosse stato solo un fenomeno di criminalità organizzata, sarebbe stata ampiamente già debellata, e invece é una questione tutt’altro che risolta, e legata anche alla debolezza strutturale di questi Stati in cui la democrazia non si é ben consolidata nel suo processo storico, andando a coprire dei vuoti politico-sociali. Ecco spiegata la blanda lotta istituzionale alla mafia, almeno fino all’inizio degli anni ’70, in un continuum storico-politico che può esser fatto partire dal periodo di Crispi, del trasformismo giolittiano, per poi continuare coi rigurgiti fascisti e del consolidamento del potere democristiano in piena epoca repubblicana. Alle prime inchieste di Sydney Sonnino e Leopoldo Franchetti, seguì di ufficiale ben poco altro, almeno fino a quando, in seguito alla Strage di Ciaculli del 1963, molto dolorosa per lo Stato, si trovano nel 1965 le prime Disposizioni di legge in cui viene esplicitamente fuori la parola mafia.

Seguendo questo filo logico, la naturale conseguenza é quella di affermare, per l’autore, che la formazione dell’antimafia sociale risalga a molto tempo prima di quella istituzionale, con esempi positivi e concreti, in quanto la mafia danneggiava i ceti popolari stessi, ma che questa stessa antimafia, invece di essere sostenuta e valorizzata, sia stata nel tempo repressa e sfiduciata, perché la mafia stessa sia riuscita ad annidarsi dentro il sistema, creando un rapporto organico tra sistema mafioso, politico ed istituzionale.

L’uso privatistico della legge che ne consegue, dunque, é la logica azione dei “baroni siciliani” e non, é un uso distorto della legge che é privatizzata e usata dal potere e da quelle classi dominanti colluse, che contribuiscono a fare percepire, nell’insieme, un sistema che sembra mafioso nel complesso.

La magistratura, in questo teatrino sconfortante e poco democratico, sembra restare sospesa, e i magistrati impegnati, ieri come oggi, in una lotta semi-solitaria come quella di Nino Di Matteo, non sembrano coadiuvati e potuti sostenere nemmeno da una sinistra polverizzata, debole e divisa, e che deve trovare ancora le sue forze e la sua strada. La situazione é ulteriormente complicata dalla presenza ormai massiccia di mafie straniere, che collaborano con quelle locali in un assetto di illegalità diffuso, rimettendo in gioco la formazione e la gestione del potere, in un assetto di Globalmafie, una visione cara a Marino, che la sostiene da diversi anni, e che prospetta una valutazione e una soluzione della questione su un piano non solo locale, ma globale.

Dalla appassionata discussione del pomeriggio, ne esce fuori la visione di un libro che mira all’arduo compito di unire due culture nell’elemento della lotta sociale antimafia, due culture politiche che si sono guardate l’un l’altra durante il corso del Novecento, quella cattolica e quella laica, e non sempre in comunione tra loro. Non é dunque un caso che il libro di un autore di scuola marxista, sia stato edito dalla cattolicissima casa editrice Paoline, e che il Prof.Marino stesso si lasci sfuggire che il libro sia dedicato anche a Papa Francesco, nella tacita speranza che questa storia dell’antimafia civile possa non ridursi ad essere antimafia autocelebrativa ed elitaria, ma divenire “antimafia di massa”, come la chiama Marino, in modo che la memoria possa essere usata come metodo di combattimento sempre inclusivo e collettivo.

Ecco che, così analizzati in questa chiave di lettura, i fatti di Sicilia possono risultare anche apparire, riflessi d’Italia.

Occorre un vero progetto politico

Pubblicato: 3 giugno 2015 da Sicilia più in Politica
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di Antonio Malafarina*

Approssimazione, disorganizzazione e litigiosità sono una costante della politica siciliana che non riesce ad esprimere un progetto ed una leadership.
Con i ballottaggi in corso ed una sinistra zoppicante l’unica cosa che Raciti, segretario regionale del PD, riesce a fare è quella di lanciare un ultimatum ai cespugli della sinistra, come a dire che bisogna convertirsi al pensiero unico del PD, ammesso che ci sia un pensiero unico e soprattutto un pensiero.
Senza progettualità, senza un obiettivo da raggiungere, senza condivisione, si lascia spazio al nulla ed alla protesta, così come si è fatto per queste elezioni.
Occorre una politica credibile, con persone e progetti seri, che recuperi la capacità di fare e la partecipazione della gente. Tutto il resto sono chiacchiere inutili, comprese le mie se non si riesce ad esser coerenti e concreti, ad iniziare dalla ricostruzione della A 19, dal piano rifiuti, dalla formazione professionale e soprattutto dalla politica nel suo vero significato di governo della cosa pubblica.
Occorre un vero progetto politico.

* Deputato ARS

Ecco come (14). Conclusioni

Pubblicato: 9 Mag 2015 da Sicilia più in Attualità
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di Donato Didonna

“Per avere una società migliore, non basta avere imprese profittevoli, è necessario avere imprese socialmente responsabili. E per essere buoni manager, non è sufficiente massimizzare i profitti (o il valore delle azioni) nel lungo periodo, è invece necessario tenere in considerazione esplicita gli interessi di tutte le parti sociali coinvolte con l’attività aziendale: i lavoratori, la comunità locale, l’ambiente e così via”.860735_10200283454123230_517806592_o

È capitato, in questi anni, di leggere sempre più spesso dichiarazioni simili: si riferiscono alla cosiddetta dottrina della “responsabilità sociale d’impresa” vista in contrapposizione alla dottrina d’impresa legata al “valore per gli azionisti”. Il mondo dell’economia e della finanza ha colto in anticipo questi principi, ma gli stessi potrebbero applicarsi anche al mondo delle professioni e dei mestieri.

Una società di attori professionali ed economici, ispirata ai principi dell’etica e della responsabilità sociale, alla ricaduta sociale del proprio operato professionale, sarebbe sicuramente una società dove si vivrebbe meglio.

Pensiamo all’urbanistica e all’edilizia della grande stagione della speculazione che porta pur sempre la firma di professionisti o agli sprechi di denaro pubblico che si sono dati nel mondo della sanità, regno dei medici, o ai tanti “stipendifici” e “diplomifici che ci si sono nel campo dei servizi pubblici e dell’istruzione, specie superiore, o anche a fenomeni inquietanti come il riciclaggio di denaro di illecita provenienza che ha richiesto necessariamente l’intervento di “colletti bianchi” e via dicendo.

La crisi morale e materiale che viviamo è sicuramente causata dalla perdita del primato della politica sull’economia e dell’etica sulla politica: il linguaggio della politica coincide ormai con quello del mercato e qualunque modalità di fare profitti o di raccogliere consenso elettorale è oggi ammessa e intesa come legittima e legittimante.

Di fronte alla prospettiva di un Paese che, dopo decenni di crescita, sembra ormai da un po’ aver imboccato un declino economico, l’attenzione a tematiche come queste accennate diviene di grande attualità per il ripensamento di regole e costumi del nostro vivere sociale. Compete a chi ha studiato, viaggiato e goduto di una certa libertà economica assumersi la responsabilità di pensare e di agire costruttivamente per il miglioramento della società in cui viviamo. Bisogna superare quella cultura del “familismo amorale”, che porta ad anteporre o a restringere al solo ambito familiare il massimo orizzonte del nostro impegno sociale e questo perché nel Meridione sono purtroppo mancati secoli di tradizione civica quale quella comunale del centro-nord Italia[1].

Responsabilità sociale. Mi ricollego ora in termini operativi alla premessa: cerco professionisti ed imprenditori che vogliano (1) prestare alcune ore di consulenza gratuita a favore di nuove iniziative imprenditoriali giovanili coerenti con questa visione di sviluppo, (2) regalare idee di impresa che non sono interessati a realizzare in proprio, magari esternalizzando funzioni aziendali, e (3) versare una quota minima di capitale per garantire bancariamente la nascita di queste nuove imprese che opereranno nel settore delle energie alternative, dell’agricoltura, del turismo, della innovazione tecnologica, dei nuovi media, dei beni culturali, ecc., valorizzando la specificità del territorio e della cultura siciliana.

Possiamo creare una società di partecipazione che operi come un fondo di private equità oppure, più semplicemente, aprire un conto a proprio nome presso una banca specializzata nel microcredito (es. Banca Etica) che finanzi le stesse imprese con un moltiplicatore sulla garanzia da noi prestata. Una sorta di micro consorzio fidi con un organo terzo che valuti il merito di credito dei vari progetti.

Se si vuole, qualcosa si può fare. All’inizio, piccole cose come è fisiologico che sia (solo i politici possono permettersi il lusso di pensare in grande con i soldi altrui!). Le braccia di un esercito di circa trentenni “non lagnusi” non mancano!

Insomma, io l’ho chiamata “economia leggera” mentre Antonio Cianciullo ed Ermete Realacci hanno intitolato “Soft economy” il loro libro del 2005, ma la sostanza è la stessa: condividiamo assolutamente le stesse idee. Cito dal libro: “contro il declino economico, contro il degrado ambientale, contro l’impoverimento sociale, contro il pessimismo, reagire si può. C’è un’Italia che ce la fa, che punta sull’eccellenza mettendo insieme l’elettronica avanzata e la qualità del paesaggio, l’innovazione e il patrimonio storico, i centri di ricerca e i prodotti tipici”. Seguono 25 storie di successo, tra cui quella della siciliana Donnafugata, tutte da leggere. Il libro cita persino un articolo di Giuliano Amato e Carlo De Benedetti che avevo già riportato nella sezione “articoli” del mio blog nel 2004!

È una visione di sviluppo possibile per la Sicilia, incompatibile con quella dei vari Cuffaro & C., di quasi tutti i nostri politici regionali. Uno sviluppo incentrato sulla qualità e l’eccellenza: lo stesso PIL dovrebbe, in quest’ottica, tradursi in PIQ – Prodotto Interno Qualità, uno strumento di lettura a scala nazionale del “peso” della qualità nell’economia del Paese.

Già Robert Kennedy rilevava lucidamente come il PIL possa misurare moltissime cose tranne ciò che dà davvero valore alla vita. Oggi sono tante le voci autorevoli che ne sostengono l’obsolescenza: non esiste tuttavia un sostituto adeguato nel calcolo della ricchezza nazionale. L’ambizione del PIQ è di elaborare una “contabilità della qualità” che abbia l’immediatezza comunicativa del PIL, e analoga capacità di impatto sulla politica e sui media[2].

La Storia non si fa con i “se”. La Storia, appunto, non il Futuro. Il futuro dipende invece dalle scelte personali e collettive, da scelte concrete e quotidiane: il futuro dipende da tanti “se”. Perché, tanto per fare un esempio, se si concorre, consapevolmente o anche inconsapevolmente, alla riconferma elettorale di uomini politici di cui si sono già sperimentate capacità e stile, una visione come questa non la si vivrà mai, la si potrà al massimo solo leggere o, peggio, continuare a sognare. foto_sicilia_satelliteLa Sicilia ha un problema di modernità incompleta la cui soluzione non è più differibile: non ha senso modernizzare strutture e infrastrutture, se non si modernizza prima e definitivamente una mentalità ancora troppo arcaica in tante persone. Chi ha la capacità di comprendere questo dato di fatto semplice – anche se inconfessabile – ed è libero da compromessi di ogni genere, ha oggi la responsabilità di agire per il cambiamento di questo stato di cose.

Non è un messaggio indirizzato a tutti, non ha senso cercare il consenso di tutti, e sono anche consapevole che voler accontentare tutti ha un prezzo che non è il caso di pagare, un prezzo che peraltro, alla fine, pagano poi sempre tutti con l’immutabilità di uno stato di fatto o con inestricabili compromessi e ricatti reciproci.

Mi sembra più importante, invece, entrare in contatto e mettere in contatto chi dall’attuale situazione non ha nulla da guadagnare o non ha guadagnato nulla. Anche se, non necessariamente, l’occasione fa l’uomo ladro, le rivoluzioni, anche culturali, le possono fare solo individui “magri e famelici” che non hanno nulla da perdere oppure coloro che godono di libertà intellettuale ed economica e non agiscono motivati unicamente dal proprio tornaconto a breve termine: non certo coloro che da questa situazione traggono vantaggi e ci campano. Mi rivolgo quindi, in particolare, ai giovani siciliani, le vere vittime di una situazione che ereditano per nascita senza personale responsabilità; alle donne, naturalmente portate a considerare la ricaduta sociale del proprio agire (quando non si limitano a scimmiottare i peggiori aspetti della personalità maschile); ai lavoratori autonomi, a quanti cioè per vivere non devono dire grazie a nessuno, se non al buon Dio che li ha dotati di capacità, ma che senz’altro vivrebbero molto meglio in una Sicilia liberata da quel blocco parassitario di cui, come già detto, la criminalità organizzata è solo il volto più violento e dichiarato, ma neanche il più dannoso.

Quando, nel giugno 2004, un gruppo di ragazzi palermitani, improvvisatisi attacchini, tappezzò la città con un volantino anonimo, listato a lutto, recante la provocazione “un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”, i soliti tromboni sentenziarono che si trattava di un messaggio negativo che non avrebbe avuto impatto sociale. I ragazzi del Comitato Addio Pizzo innescarono, invece, con il concetto di “consumo critico”, una rivoluzione culturale che portò molti commercianti a denunciare il pizzo, spesso pagato più per calcolo che per paura, i consumatori a preferire esercizi commerciali pizzo-free e Confinustria, locale e poi nazionale, a dotarsi di un codice etico che prevede l’espulsione di chi non denuncia il pizzo. A dimostrazione che una strategia giusta ed efficace può portare a risultati importanti anche partendo da quattro gatti.

I ragazzi di Addio Pizzo sono particolarmente legati alla figura di Libero Grassi che ho conosciuto di persona, purtroppo, da morto, proprio la mattina in cui fu ucciso. Scuserete la testimonianza personale, ma quella mattina del 29.8.1991 udii distintamente, intorno alle 7:30, alcuni colpi di arma da fuoco: casa mia faceva angolo con via Alfieri. Scesi istintivamente per strada e, riverso sui gradini del supermarket, vidi il corpo di un uomo dal viso deformato da alcuni colpi sparati vigliaccamente alla nuca.

Mi era sembrato di riconoscere il corpo di un polacco che lì aiutava le signore a portare la spesa. Seppi invece, di lì a poco, che si trattava di Libero Grassi, l’imprenditore che rivendicava pubblicamente e fieramente il suo diritto a vivere e lavorare senza subire soprusi. Poco più di un anno prima avevo visto, più avanti, sullo stesso lato della strada, il corpo senza vita di Giovanni Bonsignore, il dirigente regionale dalla schiena diritta che aveva denunciato il malaffare della Regione e che, per questo motivo, era stato fatto assassinare da un collega. Probabilmente, è anche per questo motivo che da allora mi consento una semplificazione sociologica sui miei concittadini: Palermo è una città dove o si sta da una parte o, magari inconsapevolmente, da perfetti “utili idioti”, si concorre a fare gli interessi dell’altra. Per la sua storia, così come appena ricordata, non esistono purtroppo altre, più neutrali, posizioni da tenere.

Nello sconfortante spettacolo della convivenza civile e democratica di questo Paese, sia a livello nazionale che locale, c’è una forza che cresce e che assume, giorno dopo giorno, maggiore consapevolezza di sé in una sorta di rivoluzione silenziosa che accende qualche speranza. Mi riferisco all’interconnessione di cittadini attivi in rete attraverso i cosiddetti “social network”. Siamo tutti convinti che la democrazia sia la migliore forma di governo che conosciamo, ma una democrazia senza controlli effettivi diventa ben presto un’odiosa presa in giro. La nostra architettura democratica prevede una ripartizione dei classici tre poteri che si controllano a vicenda in concorrenza con un quarto, “atipico” eppure tipico delle democrazie, rappresentato tradizionalmente dalla stampa e dagli altri organi di informazione attraverso cui si forma (ma anche si controlla) la pubblica opinione. Ma se il risultato di questo concerto di poteri democratici è insoddisfacente perché i controllati controllano, nominano, sostengono o finanziano i controllori e viceversa, non c’è altra alternativa a che una parte della popolazione, quella più consapevole dei suoi diritti e libera economicamente, si attivi per altre vie che in passato sono sfociate nella piazza – quella reale –, mentre oggi, grazie alle tecnologie digitali, portano ad affollare in primo luogo quella piazza “virtuale” che, sempre più spesso, precede l’altra.

Penso di non essere l’unico a ritenere che ci sia qualcosa che proprio non va nei meccanismi di selezione della nostra classe dirigente democratica. E il problema, a mio avviso, risiede nel modo in cui il consenso si raccoglie, anzi, si costruisce. Un’osservazione può essere illuminante. Il marketing, la promozione di professioni quale quella del medico o dell’avvocato, è molto limitata se non addirittura vietata dalla legge. Il motivo è ovvio: non dobbiamo selezionare un medico o un avvocato sulla base della persuasione occulta di una campagna pubblicitaria. Ne andrebbe della nostra salute o del nostro patrimonio. Un politico, però, può provocare danni anche maggiori di un medico o di un avvocato. Non sarebbe allora il caso di proibire in assoluto, durante le campagne elettorali, l’uso di spot TV, di manifesti e di altre forme di pubblicità, consentendo solo nelle piazze reali o in quelle virtuali (internet) quel confronto tra uomini liberi che, da Atene in poi, rappresenta l’anima della democrazia e della raccolta del consenso? La pubblicità (con i suoi alti costi) è l’anima del commercio: forse non è il caso che lo sia anche della democrazia!

Il mio consiglio finale è quindi quello di informarsi sempre più attraverso la rete internet, nel caso, di imparare a navigare prendendo lezioni private da un internet angel. La rete internet è la vera università della terza età: io stesso mi sono improvvisato un Alberto Manzi (“Non è mai troppo tardi”) con amici più grandi di me e una di queste persone mi ha ringraziato sino alla morte di averle fatto scoprire questo accesso alla comunicazione e al sapere.

Partecipate quindi alla politica attiva solo di partiti o movimenti che la consentano effettivamente attraverso la rete. Provate a prendere a pugni un materasso e vediamo chi vince! I politici questo lo sanno e ci contano: sanno incassare bene gli sfoghi solitari. Pensate, invece, alla famosa scena di “Quinto potere” (rivedetevela su You Tube!). Internet (sesto potere) è la finestra a nostra disposizione per gridare tutti assieme con forza: “sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!”

Se ci affacciamo a questa finestra la politica non potrà non prenderne atto e non ascoltarci: condizioneremo la partitocrazia dal basso, come è giusto che sia, perché faremo sentire il fiato sul collo alla classe dirigente. Perché potremo dire in libertà che un amministratore pubblico che negozia con un fornitore pubblico un tariffario, prima ancora di essere colluso o contiguo (e la nostra sembra una classe politica selezionata per “concorso esterno”) è un amministratore infedele e come tale va cacciato indipendentemente dai voti che ha preso. E il fornitore, anche se non vi è pericolo di fuga, può sicuramente tornare in galera dove è giusto che stia per responsabilità penale accertata anche in appello.

Si dice che la politica sia l’arte del compromesso, ma c’è un limite a tutto: soprattutto ai compromessi. E nella politica siciliana il limite della decenza è stato oltrepassato ormai da tempo! Smettiamola di salutare per istinto servile e opportunismo politici collusi o compromessi o incapaci e, se li incontriamo al ristorante o in aereo, chiediamo di spostarci di posto: esiste una sanzione sociale che ciascuno di noi può legittimamente infliggere!

Sulle pagine di Rosalio, il blog di Palermo già citato, sono state scritte, assieme ad argomenti più ameni, delle belle pagine di vera democrazia, costringendo consiglieri ed assessori comunali a confrontarsi su argomenti concreti, senza sottrarsi alle critiche, anche feroci. E sono stati pubblicati dei dossier, come quello sulla vicenda ZTL che ha costretto l’Amministrazione ad una rovinosa retromarcia.

A quanti si attivano con passione civica nelle chat, nei forum, nei blog, su Facebook e poi davanti ai palazzi del potere oppure in nuove aggregazioni, nate in rete, che fanno informazione, volontariato o impresa, giro questa citazione di Buckminster Fuller, un visionario architetto e inventore statunitense: «Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta».

(continua con un appendice)

[1] È la tesi de “La tradizione civica delle regioni italiane” di Robert Putnam.

[2] La Fondazione Symbola, cui partecipano i Siciliani Pasquale Pistorio (ex CEO di STM) e Josè Rallo di Donnafugata, promuove questa visione.

La “Sicilianite”

Pubblicato: 17 aprile 2015 da Sicilia più in Attualità
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di Margherita Tomasello

In questi ultimi anni, grazie alla diffusione dei social network, siamo diventati tutti un po’ protagonisti della vita sociale/economico/politica della nostra Sicilia. Anzi, ormai ci spingiamo oltre, dando soluzioni sia per il benessere italiano che per quello internazionale. Perché? Prima di tutto perché finalmente anche noi possiamo parlare ed essere presi in considerazione e poi perché è facile dietro una scrivania poter additare tutto e tutti e poi spegnere il computer e dedicarsi ad altro. In fin dei conti, una volta spento il mezzo, non è più compito mio.

Ed allora diventiamo tutti bravissimi, come quelli che il lunedì si incontrano al bar per parlare delle partite di calcio e si sentono i migliori allenatori che ogni presidente vorrebbe nella propria squadra.

La cosa più difficile non è, naturalmente, far uscire aria dai nostri polmoni o cliccare i tasti della tastiera del nostro computer, ma fare realmente quelle cose che ci fanno eccitare ogni qual volta le vediamo sui post di facebook e siamo pronti a mettere mi piace o condividere!

In questi giorni ha preso vita un gruppo chiamato “adesso basta”, che nel giro di due giorni è arrivato ad una quota di circa 18.000 utenti iscritti. Cosa unisce tutte queste persone, compresa la sottoscritta, che decidono di aderire ad un gruppo di anonimi (perché in fondo non si sa a “chi appartiene”)? Credo proprio la disperazione.

Siamo diventati un popolo di disperati. Non ce la facciamo più! Ed allora abbiamo bisogno di gridarlo, di arrabbiarci. C’è chi vuole fare un sit-in, chi invece un flash mob, chi non crede più neanche a queste forme di protesta e si dissocia pubblicamente. Ed allora? Che facciamo? Vediamo il nostro futuro e quello dei nostri figli rubato e strappato in questo modo, e non ci sta più bene. Ci hanno tentato i grillini, ci abbiamo creduto, ma anche a loro è arrivata la “sicilianite”, “tutti chiacchere e distintivo”. Perché?

Non per colpa loro. E non è colpa di nessuno. Partiamo dal presupposto che chi inizia una carriera politica lo fa veramente con il migliore dei propositi. Poi con il tempo diventa peggio degli altri. Ed allora quale è la soluzione? Cambiare il sistema, non gli uomini. È questo sistema politico/giuridico che non va! Se vogliamo cambiare questa nostra terra dobbiamo iniziare da questo punto. E si fa solo con la Rivoluzione.

La parola rivoluzione fa un po’ paura a tutti, perché viene associata a guerriglie e violenze. Pensiamo, per esempio, al movimento del ‘68 che, pur non avendo conquistato il potere politico, ha però colonizzato gran parte delle coscienze nel nostro paese, portando a compimento una vera e propria rivoluzione culturale, un profondo cambiamento nel vissuto sociale. Ed allora, nel miglior modo pacifico, se siamo veramente quel popolo di integerrimi, di profondi e veri moralisti contro le mafie e tutti i tipi di corruzione, contro la sporcizia e la devastazione della nostra terra, contro ogni tipo di malaffare, scorciatoia, raccomandazione, iniziamo a  riformare tutto, ricominciamo daccapo, ricostituiamo  la politica rendendola veramente al servizio del cittadino.

Non avete voglia di scrivere una pagina della storia siciliana? Proviamoci. Piuttosto che vivere una vita da pecore, perché non proviamo a liberare le nostre paure e vivere un giorno (e forse così anche il nostro futuro) da leoni? Non bastano più i dialoghi con una politica vecchia e piuttosto sorda, ci vuole un vento di novità che spazzi via ogni bruttura e guarisca dalla “sicilianite” tutti quanti, compresi gli inermi e i lamentosi. Non voglio che la Sicilia venga ricordata come quella del Gattopardo, “cambia tutto per non cambiare niente”, ma voglio ricordare il Gattopardo come la Storia che cambia veramente. E la Storia, così come il futuro, la costruiamo noi!

Ecco come (2). La grande incompiuta

Pubblicato: 21 marzo 2015 da Sicilia più in Attualità
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di Donato Didonna

La Sicilia è essa stessa un’opera incompiuta, come le tante opere pubbliche “azzoppate” che funestano il suo territorio: è una buona idea, una bella bozza che difetta però di una completa e convincente realizzazione. Di certo, le potenzialità non le mancano, sia in termini di qualità delle risorse umane che di quelle economiche, ambientali e culturali, ma le potenzialità, da sole, non bastano. Chi vi è nato e cresciuto può anche credere che sia il posto più bello del mondo, ma chi è nato altrove, o ha comunque una certa esperienza del mondo al di fuori dei suoi confini, sa che così non è, anche se, questo sì, teoricamente, potrebbe esserlo.

860735_10200283454123230_517806592_oI peggiori nemici della Sicilia sono gli stessi Siciliani: non tutti, ovviamente. E la causa più profonda di questa situazione sta, a mio avviso, nella “concorrenza sleale” che si dà tra economia di mercato ed economia parassitaria.

Qual è la principale industria della Sicilia, quella che offre più lavoro e reddito? È la politica! La mia analisi è volutamente semplice e semplificatrice e parte dalla “osservazione della scodella”: qual è la fonte ultima da cui proviene il contenuto della scodella in cui mangia la gran parte dei Siciliani? Essa è costituita dalle immense risorse finanziarie intermediate dalla politica: 23-25 miliardi di euro di budget annuale!

La società siciliana vive di ricchezze prodotte, in gran parte, da altri e altrove. La “concorrenza sleale” si dà appunto tra chi si cimenta, nell’impresa o nelle professioni, con il mercato vero − quello che paga solo il merito e il valore aggiunto − e chi, più comodamente, sempre nell’impresa o nelle professioni, si cimenta con l’intermediazione di una politica che gestisce il bisogno, mai il suo riscatto: se questa classe politica riscattasse dal bisogno i Siciliani, costoro che bisogno avrebbero di questa… classe politica?

Ma, allo stesso tempo, è anche vero che questa classe politica va bene alla maggioranza dei Siciliani, perché cimentarsi con il mercato è più faticoso che coltivare rapporti amicali con i potenti di turno. Si conferma così che la classe politica non è migliore o peggiore della società che la esprime, per il semplice motivo che, scientificamente, la rappresenta. Dimmi chi ti rappresenta e ti dirò chi sei!

Da almeno 60 anni (prima con risorse nazionali, poi con quelle europee) i flussi finanziari che sostengono il reddito e i consumi di un’estesa ed influente rappresentanza di Siciliani (politici, burocrati, dirigenti, impiegati e pensionati pubblici, amministratori di società ed enti partecipati dalla Regione e dagli altri enti locali, professionisti e consulenti di tali enti, imprese fornitrici ed appaltatrici di tali società ed enti con i rispettivi dipendenti e dirigenti, azionisti e professionisti di fiducia, ecc.) provengono da:

  1. il 100% delle entrate tributarie dei Siciliani, che rappresentano circa il 10% della popolazione italiana: prerogativa propria ed esclusiva delle Regioni a Statuto speciale (i “fratelli d’Italia” possono solo dare, mai ricevere!);
  2. il fondo di solidarietà nazionale: sempre in virtù dello Statuto autonomistico (art. 38), la Sicilia rivendica ulteriori risorse dallo Stato;
  3. leggi nazionali, decreti e leggine ad hoc, come quelle che hanno salvato dalla bancarotta i comuni di Catania e Palermo;
  4. le rimesse degli emigrati;
  5. il riciclaggio di denaro proveniente da attività criminali gestite, in Italia o all’estero, da Siciliani affiliati o contigui a Cosa Nostra;
  6. la Cassa per il Mezzogiorno e successive variazioni (es. Sviluppo Italia);
  7. le compensazioni interne: ad esempio, l’integrazione al reddito per la produzione di olio, grano, ammasso e distillazione nella viticultura, contributi agli agrumicoltori per la distruzione delle eccedenze, contributi per mantenere incolti i terreni, ecc.;
  8. i programmi operativi e fondi strutturali europei: sono fondi che l’UE destina ad aree sottosviluppate del territorio europeo e che il Governo della Regione, non solo non riesce a spendere interamente, ma utilizza spesso e volentieri in modo distorto e clientelare rispetto alle sue finalità.

Non avendo tutte queste risorse creato le condizioni di un vero sviluppo economico (vedi il caso della Spagna o dell’Irlanda, nell’ultimo ventennio) tale da consentire la fuoriuscita della Sicilia dall’area del sottosviluppo, se non in modo casuale e non certo virtuoso per l’allargamento ad est dell’Unione Europea, il Governo della Regione ha patito un’ultima proroga, fino al 2013, dell’erogazione dei fondi strutturali europei, pianificando così il suo “sottosviluppo” sino a quella data. Poi si vedrà…

Può allora una società pervasa da cultura parassitaria liberarsi da sola dai suoi parassiti, e se sì, come?

(continua)

di Giulio Ambrosetti

Ci volevano i morti per far riflettere l’opinione pubblica sullo stato della sanità siciliana. Morti eclatanti. Perché si sa ancora poco o nulla di quello che, da qualche anno a questa parte, succede negli ospedali siciliani. Sia nel caso di probabile meningite non diagnosticata al Pronto soccorso di Trapani, sia nel caso della piccola Nicole – la bimba appena nata morta sull’ambulanza che da Catania la portava a Ragusa – nell’occhio del ciclone sono finiti i medici, con i politici nel ruolo di “censori” indignati per i casi di “malasanità” dai quali, ovviamente, si sono chiamati fuori.

Abbiamo assistito anche a una polemica dai toni stucchevoli tra il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin,Beatrice Lorenzin e l’assessore regionale, sempre alla Salute, Lucia Borsellino. Con il ministro che dice addirittura che la Sicilia, almeno in alcuni casi, non è in grado di assicurare i cosiddetti Livelli essenziali di assistenza (Lea). A noi le parole del ministro e quelle dell’assessore Borsellino non convincono. Perché nelle disavventure della sanità siciliana, che dal 2010 ad oggi è spaventosamente regredita, ci sono precise responsabilità politiche che il ministro e l’assessore Borsellino stanno provando a scaricare in modo indecoroso su chi lavora negli ospedali, con riferimento soprattutto ai medici.

Circa un mese fa la commissione Sanità dell’Ars ha approvato un’incredibile riorganizzazione della rete ospedaliera della Sicilia. La definiamo incredibile perché, su input del Ministero, prevede un’ulteriore riduzione dei posti letto e un depotenziamento dei piccoli ospedali, lasciati in piedi senza medici e senza strutture sanitarie, sotto la dizione quasi farsesca, se non beffarda, di “Ospedali riuniti”, ma non si capisce per fare che cosa.

Soffermiamoci adesso sui posti letto. Partendo da quello che succede nei Pronto Soccorso dell’Isola. I cittadini che non stanno bene arrivano in Pronto Soccorso per usufruire di un servizio pubblico. Se sono in gravi condizioni, ricevono un codice rosso e dovrebbero essere visitati con urgenza. Se sono meno gravi, ricevono un codice giallo e vengono visitati dopo i codici rossi. Se non stanno bene, ma non sono gravi, ricevono un codice verde. Mentre se si presentano in Pronto Soccorso per una visita che dovrebbe essere fatta dal medico di famiglia, ricevono un codice bianco. Proviamo a descrivere cosa succede. Perché è da qui che si deve partire per capire quello che avviene negli ospedali siciliani e per provare a delineare di chi sono le responsabilità dell’attuale caos che si registra oggi nella Sanità dell’Isola.

pronto-soccorsoSupponiamo che un codice rosso o giallo, dopo le analisi, debba essere ricoverato. Tocca al medico di Pronto Soccorso trovare un posto letto. Il medico dà il via a una serie di telefonate. Si cerca il posto letto negli ospedali pubblici e nelle cliniche private convenzionate con la Regione. La ricerca non è facile, perché i posti letto, che il ministro Lorenzin vuole ulteriormente ridurre, scarseggiano. Non a caso nei Pronto Soccorso, se il ministro Lorenzin andasse a guardare, troverebbe pazienti che stazionano in attesa di un posto letto, che ormai è poco più di un’oasi nel deserto.

La Sicilia è un’isola con 5 milioni di abitanti, più gli immigrati. I malati sono tanti. E aumentano nella stagione invernale, cioè in questi giorni, quando l’influenza colpisce in modo grave soprattutto gli anziani. Così le aree di emergenza si riempiono. Nel frattempo arrivano altri pazienti che stanno male e che vanno ricoverati. Così, in un turno di circa sei ore, un medico di Pronto Soccorso non ha molta scelta: deve tenersi comunque i malati che stanno male, sistemati in barelle, in attesa di trovare i posti letto dove ricoverarli. Caos e ancora caos.

Alla fine di ogni turno un medico di Pronto Soccorso si ritrova, spesso, con tre, quattro, cinque, sei pazienti che stanno male e che non è riuscito a ricoverare per mancanza di posti letto. Dei quali si è dovuto occupare come se fosse un medico di reparto. Di conseguenza, chi lo sostituisce deve prendere in carico i pazienti che stanno male e che il collega, del quale sta prendendo il posto, non è riuscito a ricoverare. Ovviamente, prendere in carico i pazienti significa seguirli: rivisitarli ad uno ad uno, assegnare le terapie, parlare con i parenti e provare sempre a trovare i posti letto. Questo moltiplicato per cinque, sei, otto malati lasciati in consegna! Nel frattempo il medico ha iniziato a visitare anche nuovi pazienti. E se ci sono casi gravi, deve trovare il posto letto ai pazienti che ha ereditato dal predecessore e ai suoi nuovi pazienti.

Tutto questo provoca un rallentamento nelle visite. Perché i medici di Pronto Soccorso, come già accennato, si devono occupare, contemporaneamente, dei pazienti che hanno preso in carico e che non sono stati ricoverati e dei nuovi pazienti. Il tutto in una cronica mancanza di posti letto. Così i Pronto Soccorso si ingolfano. I pazienti che aspettano il turno – spesso per lunghe ore (i codici verdi possono aspettare anche otto-dieci ore!) – si innervosiscono, talvolta scalpitano, gridano, imprecano. E se la prendono con i medici. Alcuni chiamano anche la Polizia. Ma questi cittadini giustamente innervositi da ore di attesa non sanno che chi ha creato questi problemi non sono i medici, ma i politici che, dal 2010 ad oggi, non hanno fatto altro che ridurre i posti letto degli ospedali. Politici che vorrebbero tagliare altri posti letto. La pensano così anche i parlamentari dell’Ars che fanno parte della commissione Sanità che, probabilmente, negli ultimi anni non hanno mai messo piede in un Pronto Soccorso.

Ed è anche logico: forse i nostri lettori non sanno che basta essere eletti a Sala d’Ercole o essere alti burocrati della Regione per avere a disposizione un ospedale unico in Sicilia: l’Ismett di Palermo.Ismett Ormai quando un politico siciliano o un alto burocrate sta male, è sufficiente una telefonata ed ecco pronta la visita all’Ismett: ospedale degnissimo, per carità; “piattaforma trapiantologica” che il mondo ci invidia. Non a caso costa 94 milioni di euro all’anno. E davanti a una cifra del genere, si sa, o si è bravi o si è bravi. Lo stesso direttore del Servizio 118 di Palermo, circa un mese addietro, trovandosi in Sardegna e avendo autodiagnosticato – da medico – una dissecazione aortica, si è fatto trasportare di corsa in elicottero all’Ismett dove, di fatto, gli hanno salvato la vita.

Certo, sarebbe importante che questo servizio – due unità di rianimazione impegnate solo per lui, stando a voci di corridoio – fosse disponibile per tutti i cittadini siciliani, visto che i 94 milioni di euro all’anno per pagare l’Ismett derivano, per lo più, dall’Irpef, dall’Iva e dall’Irap pagate dai siciliani. Ve l’immaginate se il direttore del 118 di Palermo fosse finito, come un comune cittadino, in un Pronto Soccorso siciliano dove i medici, invece di dedicarsi esclusivamente alla visita dei malati, sono costretti a cercare posti letto che il ministro della Salute, l’assessore regionale alla Salute e la commissione Sanità dell’Ars hanno tagliato e continuano a tagliare? Probabilmente sarebbe già morto. Detto questo, volete che i parlamentari della commissione Sanità, con la comodità dell’Ismett o, in generale, dei direttori delle Aziende Sanitarie che si mettono subito a disposizione, possano capire i problemi dei medici, degli infermieri e dei comuni pazienti? E, infatti, non li capiscono. E, infatti, hanno avallato il nuovo taglio dei posti letto. Quando si dice che la politica è al servizio dei cittadini!

Fine della descrizione dello sfascio della sanità siciliana provocato dalla politica? Un po’ di pazienza, cari lettori. Siamo appena all’inizio. Perché in questo marasma la politica ha fatto altro: ha ridotto anche il numero dei medici e degli infermieri. Del resto, non dobbiamo “risparmiare”? Non ce lo impone il governo Renzi? Non ce lo chiede l’Europa? Quindi, medici in meno e infermieri in meno. Costretti a turni massacranti.

Non è finita. La politica siciliana, dal 2010 ad oggi, oltre ad aver ridotto i posti letto, oltre ad aver ridotto il numero dei medici e degli infermieri, ha fatto altro: ha tagliato interi reparti. Riducendo i reparti, si sono ulteriormente ridotti i posti letto. Ovviamente, dietro questa riduzione di reparti e posti letto c’è un’impostura che, chissà perché, non è stata molto “gettonata” dalle cronache di questi giorni. Sapete perché, dal 2010 ad oggi, il Ministero, l’Assessorato alla Salute e la commissione Sanità dell’Ars – tutti insieme, d’amore e d’accordo – hanno ridotto reparti e posti letto in Sicilia? Perché, in alternativa, avrebbero dovuto istituire la cosiddetta sanità del territorio, ovvero i Punti territoriali di emergenza (PTE) e i Punti territoriali di assistenza (PTA). I primi dovrebbero intercettare i casi più gravi; i secondi i casi meno gravi. PTE e PTA dovrebbero addirittura lavorare fianco a fianco con i medici di famiglia, come avviene nella civile Emilia Romagna. Ma qui non siamo in Emilia: siamo in Sicilia. E, infatti, tranne rari casi, in Sicilia di PTE e PTA se ne vedono pochi, anzi pochissimi. E quei pochissimi che ci sono, spesso, sono carenti di personale e di attrezzature sanitarie.

Così, nel silenzio generale, i cittadini siciliani sono stati truffati. Ministero e Assessorato gli hanno detto: vi tagliamo reparti e posti letto, ma in cambio vi diamo la medicina del territorio. I tagli di reparti e posti letto sono arrivati, i PTE e i PTA li stiamo aspettando. Tra i cittadini truffati ci sono anche gli stessi medici del servizio pubblico. Anche loro hanno pagato le tasse per avere PTE e PTA che, in buona parte, non si sono mai materializzati.

Super truffati sono i medici di Pronto Soccorso che, se lavorano con scienza e coscienza, provando a ricoverare chi ne ha bisogno, vengono accusati di “perdere troppo tempo” (sempre per il fatto che nessuno spiega ai cittadini il perché mancano i posti letto). Mentre se mandano a casa con troppa facilità i pazienti, rischiano guai (il già citato caso del paziente morto a Trapani). Insomma, o la padella o la brace! medici_ospedale

Che fanno i politici di fronte al caos che hanno creato nella sanità? Danno la colpa ai medici! Che vorrebbe fare il ministra Lorenzin? Vorrebbe “commissariare” la sanità siciliana. Come se non fosse stato lo stesso Ministero, del quale lei è oggi a capo, a disporre, dal 2010 ad oggi, il taglio di reparti e posti letto degli ospedali siciliani. Riduzione di reparti e posti letto avallata prima dal governo regionale di Raffaele Lombardo e, adesso, dall’attuale esecutivo.

Domanda finale ai nostri lettori: secondo voi ci sarà un giorno un “giudice a Berlino” che li prenderà tutti, politici e burocrati, per sistemarli nell’unico posto dove dovrebbero stare? Per ora sono tutti fuori. Belli e sani. Tanto, quando stanno male vanno all’Ismett…

P.S. Dietro questi tagli disposti da Roma ci sono anche incredibili risvolti finanziari. In pratica, una truffa ai danni della Sicilia organizzata e gestita da Roma. Ma di questo parleremo domani. L’abbiamo già deciso: sulla sanità non daremo tregua!

TRE GIORNI DI FILOSOFIA PER TUTTI A FAVIGNANA

Pubblicato: 16 febbraio 2015 da Sicilia più in Politica
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Angelo Forgia intervista Augusto Cavadi*.

E’ in programma a Favignana (Trapani), dal 30 aprile al 3 maggio 2015, la seconda edizione di “Aegusa philosophiana. Una filosofia d’a-mare”. Da dove ti è venuta l’idea di realizzare, l’anno scorso, la prima edizione?

“Una delle cause radicali della disaffezione diffusa nei confronti delle occasioni di partecipazione ai processi di decisione politica (a livello locale, nazionale e europeo) è certamente la pigrizia mentale. Conoscere i vari progetti di società, i presupposti antropologici ed etici che li ispirano, nonché confrontarli criticamente per operare una scelta consapevole, implica fatica: la hegeliana “fatica del concetto”.

Augusto Cavadi

Augusto Cavadi

Da qui, secondo un numero crescente di filosofi contemporanei, la necessità di moltiplicare – al di fuori dei luoghi e dei tempi dell’accademia e della scuola – le occasioni, rivolte ai cittadini di ogni età ed estrazione sociale, di informarsi sul dibattito culturale e di esercitarsi a pensare con la propria testa in situazione di confronto dialettico franco ma sereno”.

Ma non è troppo difficile coinvolgere un pubblico vasto a incontri di questo genere?

“Ovviamente, per far questo è necessario individuare dei filosofi di professione che siano disposti a spogliarsi dei tecnicismi specialistici e a mettersi al servizio di “non-filosofi” di professione, in modo da suscitare la parola in chi solitamente tace e subisce i condizionamenti culturali dell’ambiente e dei mezzi di trasmissione di massa. Se si evita un vocabolario esoterico e si accetta che ognuno parli, con spontaneità, la propria lingua, le persone  – di ogni categoria sociale – si lasciano coinvolgere. L’edizione dell’anno scorso ha registrato, nei tre giorni, almeno una sessantina di partecipanti”.

Perché proprio la scelta delle Egadi?

“Sono convinto che, se si può coniugare la serietà dei contenuti con la bellezza dei contesti, ogni iniziativa diventa più efficace. E’ la ragione per cui dal 1983 organizzo le “vacanze filosofiche per non…filosofi” nei posti più belli d’Italia che conosco: dall’Umbria alla Sicilia, dal Piemonte al Veneto. Ad agosto, ad esempio, saremo sulle Alpi”.

Ti occupi da solo di organizzare questi eventi?

“Non ce la farei di certo! Per la “Filosofia d’a-mare” a Favignana, ad esempio, è l’associazione culturale “La calendula”, diretta da Ambrogio Caltagirone, ad assumersi il peso dell’organizzazione logistica e dei rapporti con gli enti locali”.

Cosa potremmo fare per promuovere l’evento?

“Se lo ritenete opportuno, gradirei che pubblicaste per intero il programma. I lettori potrebbero così rendersi conto della rilevanza dei temi, della statura dei relatori e dell’accessibilità economica. Tutti i momenti culturali sono a ingresso libero e gratuito. Ognuno paga solo i servizi che sceglie (alloggio, pasti, spostamenti in battello, ecc.). Vorrei sottolineare, per completare il senso di questa proposta, che ogni relatore ha accettato di partecipare a titolo assolutamente gratuito: ha solo il rimborso delle spese di viaggio e di soggiorno. In una società divorata dalla sete del profitto a ogni costo, non mi pare un segnale trascurabile”.

*Augusto Cavadi è filosofo, consulente “Phronesis”, collaboratore dell’edizione siciliana di “Repubblica” e consulente del Gruppo editoriale “Di Girolamo – Il pozzo di Giacobbe”. Suoi molti libri su Sicilia, mafia e antimafia.

 

Per scaricare il programma dell’evento cliccare qui.