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Matteo Renzi e Leoluca Orlando

di Angelo Forgia

Ufficialmente Renzi, ieri, è venuto a Palermo per presentare il suo libro. In realtà, stando a indiscrezioni, sarebbe piombato in Sicilia per ‘benedire’ la candidatura di Leoluca Orlando alla presidenza della Regione siciliana. L’accordo con il Ministro Alfano e D’Alia. E la ‘ritirata’ di Ottavio Navarra che, con la sua lista, convergerebbe in appoggio al sindaco di Palermo

Ufficialmente Matteo Renzi è venuto a Palermo per presentare il suo libro. Sempre ufficialmente non avrebbe dato indicazioni per le elezioni regionali siciliane del 5 novembre. E ancora ufficialmente dovrebbero essere gli esponenti del centrosinistra siciliano a trovare il candidato per la presidenza della Regione siciliana. Ma le cose stanno proprio così?

A Nientedipersonale risulta un altro scenario, che sembrerebbe del tutto diverso dall’ufficialità. A noi risulta che sarebbe stato siglato un accordo di ferro tra Renzi e il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando. E sarebbe proprio lui il candidato del centrosinistra alla presidenza della Regione, appoggiato da almeno tre liste.
Proviamo a raccontare quello che si è mosso dietro i riti dell’ufficialità andati in scena a Mondello.
In prima battuta Renzi avrebbe chiesto al presidente della Regione uscente, Rosario Crocetta, di fare un passo indietro. Le dimissioni di Crocetta, in questo schema, sono un passaggio centrale: senza le sue dimissioni, infatti, Leoluca Orlando non potrebbe essere il candidato alla guida della Sicilia. Questo perché la legge prevede che un sindaco di una città siciliana con oltre 20 mila abitanti, per poter porre la propria candidatura alla presidenza della Regione o all’Ars, si deve dimettere sei mesi prima. A meno che la legislatura dell’Assemblea regionale siciliana non si interrompa in anticipo: per esempio, con le dimissioni del presidente della Regione.
Quindi le notizie sarebbero due: dimissioni di Crocetta da Palazzo d’Orleans, sede della presidenza della Regione; e dimissioni di Orlando da sindaco di Palermo appena eletto.
Dopo di che Orlando annuncerebbe la propria candidatura alla presidenza della Regione siciliana.
Quali e quante liste appoggerebbero la candidatura di Orlando? Per ora dovrebbero essere tre.
La prima lista sarebbe composta da Orlando accompagnato da un gruppo di sindaci (o ex sindaci). In pratica, Orlando sfrutterebbe la sua posizione di presidente dell’ANCI Sicilia (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) per comporre la propria lista. Assieme al sindaco di Palermo dimissionario si aggregherebbero i bersaniani di Articolo 1 Mdp e Sinistra Italiana.
La seconda lista dovrebbe vedere insieme il PD, Alternativa Popolare di Angelino Alfano, Dore Misuraca e Simona Vicari e i centristi di Giampiero D’Alia e Giovanni Ardizzone, più altri ex democristiani. In parole semplici, si riproporrebbe lo schema che è stato utilizzato alle elezioni comunali di Palermo: il Partito Democratico si ‘nasconderebbe’ dentro quella che, alla fine, non è altro che una lista civica. Questo consentirebbe al PD in generale e a Renzi in particolare di evitare di contare i voti in Sicilia.
I timori del PD – a Roma e in Sicilia – sono legati ai cinque anni di esperienza fallimentare di Rosario Crocetta alla presidenza della Regione. ‘Nascondendosi’ dentro una lista civica – come hanno già fatto alle elezioni comunali di Palermo – avranno tutto da guadagnare: se Orlando vincerà le elezioni, il PD siciliano sarà tra i ‘vincitori’; se, invece, si perderanno le elezioni, il PD siciliano non avrà perso perché il simbolo del partito non avrà peso parte alle elezioni.
La terza lista in sostegno di Orlando dovrebbe essere messa a punto dal leader di Sicilia futura, Salvatore Cardinale, e dal socialista, Carlo Vizzini. Quest’ultimo si è impegnato a coinvolgere in questo passaggio elettorale le tante ‘anime’ socialiste che oggi sono presenti in Sicilia.
Fine dello schema? No, c’è un ulteriore passaggio: la garanzia di non perdere voti a sinistra.
Un’alleanza centrista – con il PD alleato, se non ‘mescolato’ tra i centristi – esporrebbe il Partito Democratico a una possibile ‘emorragia’ di voti a sinistra. Alle elezioni comunali Orlando è riuscito a bloccare la sinistra con il cartello elettorale Sinistra comune. L’operazione gli è riuscita agevolmente perché Giusto Catania – che controlla la segreteria provinciale di Rifondazione comunista di Palermo – ricopriva il ruolo di assessore nella Giunta comunale uscente di Leoluca Orlando. E sono stati proprio Giusto Catania e il parlamentare nazionale di SEL, Erasmo Palazzotto ad impedire, al Comune di Palermo, la presenza di una sinistra alternativa al PD (anche se adesso lo stesso Catania, privato della poltrona di assessore comunale, avrebbe iniziato a fare un po’ le bizze…).
Sulla Regione è già stata annunciata la presentazione di una lista alternativa al PD siciliano. Si tratta di una lista che raccoglie varie ‘anime’: Rifondazione comunista, Partito comunista italiano, Risorgimento socialista, Possibile, più altri movimenti legati ai vari territori in relazione alla tutela dei beni comuni acqua pubblica e altro ancora) e alla Costituzione italiana del 1948. Il candidato di questa lista alla presidenza della Regione dovrebbe essere l’editore Ottavio Navarra, già parlamentare nazionale e regionale della sinistra.
Nell’accordo politico siglato da Renzi e Orlando è previsto il ritiro di Ottavo Navarra e la confluenza di questo schieramento politico sulla candidatura dello stesso Orlando.
Un altro punto dell’accordo prevede che, in caso di vittoria, di Orlando, la presidenza dell’Ars vada a un centrista.

Sinistra Italiana in Sicilia: eletti i vertici. “Siamo e restiamo alternativi al PD”
di Giulio Ambrosetti

La riammissione della lista di Stefano Fassina alle elezioni comunali di Roma ha rilanciato Sinistra Italiana, lo schieramento politico che, con fatica, si sta cercando di costruire a sinistra del PD.

imageOggi Fassina è più che mai lanciato nella campagna elettorale romana. E’ uno dei candidati a sindaco della Capitale. Un test elettorale importante, per Sinistra Italiana, perché un buon risultato a Roma potrebbe diventare il traino per le prossime elezioni politiche.

Insomma l’elettorato italiano di sinistra non è condannato a votare per il PD di Renzi, di Napolitano e della Ministra Boschi. C’è anche spazio per un partito di sinistra che non plaude al Jobs Act e alla pessima riforma costituzionale che la Ministra Boschi sta provando, con scarso successo, a propagandare.

E in Sicilia come va Sinistra Italiana? L’abbiamo chiesto a uno dei fondatori di questo partito in Sicilia: Angelo Forgia, una storia socialista alle spalle, tra i fondatori del Megafono e oggi deluso dall’esperienza del presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta.

Non è che, alla fine, intrupperete anche il presidente Crocetta, che oggi sembra in rotta di collisione con il PD?

“Non se ne parla nemmeno. Crocetta, di fatto, ha gestito un fallimento politico e amministrativo. La sua esperienza di presidente della Regione siciliana è da dimenticare. Ripeto: ha fallito su tutta la linea. E ha fallito insieme con il PD e con i partiti e i movimenti di un improbabile centrosinistra. Da noi non ci potrà essere spazio per personaggi come lui”.

Insomma, siete alternativi a Crocetta.

“Assolutamente sì. Il presidente Crocetta, lo ribadisco, è il simbolo di un grande fallimento. I risultati dei suoi tre anni e mezzo di governo sono sotto gli occhi di tutti. Il suo Governo non ha un programma, non ha argomenti. Quello che è visibile è una grande ‘macelleria’ sociale. Non c’è un solo settore della vita pubblica siciliana che registri qualche risultato positivo”.

Eppure Crocetta si ripropone alla guida della Sicilia. Dice che i Siciliani sono con lui…

“Non solo lui si ripropone, ma lo ripropone anche il leader dell’UDC siciliana, Giampiero D’Alia. Ma la loro è solo una minestra riscaldata”.

Nei giorni scorsi, ad Enna, c’è stata l’assemblea regionale di Sinistra Italiana. Com’è andata?

“Bene, anzi, benissimo. Erano presenti i rappresentanti di tutta la Sicilia. L’assemblea ha eletto chi rappresenterà la Sicilia a Roma”.

E chi sono gli eletti?

“Sono l’ex parlamentare regionale socialista Raffaele Gentile, Alessandra Joppolo e Ottavio Navarra. Poi ci sono i venti componenti della direzione regionale”.

Stefano Fassina e Alfredo D’Attorre ripetono sempre che Sinistra Italiana sarà un soggetto politico nuovo e non la somma di vecchie sigle. Un soggetto politico che, aggiungono, si candida a governare l’Italia con idee e valori della sinistra.

“Il programma politico è questo”.

Però le vecchie sigle ci sono sempre.

“Non mi pare proprio. Rifondazione comunista è fuori da questa esperienza. C’è un dialogo aperto con alcuni dirigenti e parlamentari di SEL, ma non con Nicki Vendola, anche lui lontano da questa nuova esperienza politica. Semmai una personalità politica a noi vicina è il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. E un motivo c’è”.

Ovvero?

“De Magistris rappresenta in pieno la sinistra che noi vogliamo costruire: una sinistra fatta di persone impegnate in politica che dialogano direttamente con la base. Sotto questo profilo, l’esperienza di De Magistris a Napoli, lo ripeto, è indicativa della nostra idea di politica. Non a caso il PD sta facendo di tutto per indebolire il sindaco di Napoli. Renzi e compagni hanno capito che De Magistris è forte perché parla direttamente al cuore dei napoletani. Sanno che se il messaggio e lo stipe politico del sindaco di Napoli dovesse prendere piede per il PD renziano, partito verticistico, potrebbe essere l’inizio della fine”.

A Palermo si parlava di un avvicinamento del sindaco Leoluca Orlando.

“Assolutamente no. Orlando ‘viaggia’ con il PD e, in particolare, con Matteo Renzi e con il Ministro Graziano Delrio. Con noi l’attuale sindaco di Palermo non ha nulla a che dividere”.

Ma chi sono i vostri rappresentanti siciliani nel Parlamento nazionale?

“C’è il senatore Francesco Campanella. C’è il parlamentare nazionale Erasmo Palazzotto. E poi Luca Casarini”.

Non è che ci riproponete la presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini?

“Non credo proprio. La spirito di Sinistra Italiana è rappresentato dal legame con i territori. E i candidati al Parlamento nazionale non potranno che essere espressione dei territori siciliani”.

Torniamo alle elezioni romane. E’ vero che siete in possesso di sondaggi molto incoraggianti?

“I nostri sondaggi li conoscono tutti. Fassina, a Roma, viene dato all’11 per cento. E non c’è da stupirsi. Roma è una città che può contare su un elettorato di sinistra che oggi il PD di Renzi non rappresenta”.

E a livello nazionale?

“Stiamo lavorando in tutta l’Italia. Il concetto è sempre lo stesso: il PD di Renzi è un partito che ha sposato il liberismo economico. Il Jobs Act ne è una delle tante testimonianze. Noi siamo molto fiduciosi. La nostra fiducia, lo ribadisco, nasce dal fatto che stiamo costruendo un partito dal basse e non dal vertice”.

Ma è vero che in Sicilia Sinistra Italiana può contare sulla presenza e sui voti di tanti socialisti?

“Io parlerei di una matrice socialista non strutturata che in Sicilia si riconosce nelle posizioni di Sinistra Italiana. Letta così, possiamo dire che la presenza di questa matrice socialista è molto diffusa”.

 

E’ vero che,a partire da Agrigento, siete in contatto con gli amministratori comunali che in Sicilia si battono per la gestione pubblica dell’acqua?

“Noi siamo favorevoli alla gestione pubblica dell’acqua. A differenza del PD di Renzi che, invece, vuole affidare ai privati questo settore. Va da sé che gli amministratori comunali siciliani che si battono per l’acqua pubblica sono i nostri interlocutori”.

Ovviamente, al referendum di Ottobre voterete No.

“Certo che voteremo No alla pessima riforma della Costituzione del Governo Renzi. Da qui ad Ottobre daremo vita a tante iniziative in tutta la Sicilia. per spiegare ai cittadini che questa follia darebbe a Renzi un potere immenso. Votare No, oggi, è un dovere civico”.

                                                              LE REAZIONI

Simone Di Trapani (Coordinatore provinciale Sinistra Ecologia e Libertà)

“Quanto scritto oggi sul quotidiano online contiene alcune gravi inesattezze. La prima si trova già nel titolo, dal momento che Sinistra Italiana in Sicilia non ha eletto vertici che possano arrogarsi il diritto di dichiarare a nome del nascente soggetto politico. Piuttosto è stato nominato, ahimè, un comitato promotore siciliano, del quale anch’io faccio parte, che, non essendo stato legittimato da un voto, non ha alcuna rappresentatività”.

“La seconda inesattezza, ma qui siamo sul terreno della politica, è il giudizio che Forgia (fan di Crocetta fino a qualche mese fa) dà del Sindaco Orlando, che non può che essere, alla luce di quanto detto prima, un mero giudizio personale. Sinistra Ecologia e Libertà, di cui mi onoro di essere coordinatore provinciale di Palermo eletto legittimamente da un congresso, ha cominciato da diversi mesi, insieme a Rifondazione Comunista e L’Altra Europa con Tsipras, un percorso che raccoglie singole persone, esperienze collettive, reti sociali, associazionismo diffuso e movimenti che lavorano nel territorio e che, in questi anni, hanno elaborato e realizzato proposte concrete ed efficaci, determinando importanti processi di rinnovamento”.

“Un percorso che ha trovato nell’attuale Amministrazione comunale terreno fertile per far crescere il progetto di una Sinistra concreta, ampia, democratica e alternativa al Partito Democratico, di cui il Sindaco Orlando ha rappresentato l’unica opposizione autorevole negli ultimi quattro anni, a differenza dello scrivente Forgia”.

 

Luca Casarini   

Leggo l’intervista rilasciata da Angelo Forgia, in merito alla nascita anche in Sicilia di sinistra Italiana, o meglio del percorso costituente di sinistra Italiana che ci porterà a fine anno a svolgere il vero e proprio congresso della sua fondazione. L’assemblea molto partecipata di Enna è stato il primo passo, e tanti altri dovremmo compierne per giungere alla meta, che è quella di costituire in Italia non un nuovo, ennesimo, partito, ma un “partito nuovo”, capace di ridare senso anche alla parola “sinistra”. Trovo alcune affermazioni di Forgia, così come le leggo, totalmente sbagliate per quel che mi riguarda, e sulle quali vale la pena di soffermarsi perché hanno a che fare con il merito e il metodo, con stile e cultura politica. Con il Dna insomma di qualcosa che è in gestazione, e quindi va preservato da “modificazioni genetiche”. Forgia detta la linea politica: primo grave errore, inaccettabile. Nessuno in questo “partito nuovo” ha e avrà nostalgie per quel “centralismo democratico” tanto caro alla sinistra del ‘900, e nemmeno per quel decisionismo rampante che caratterizza le formazioni politiche del nostro tempo. Sinistra Italiana, proprio perché è immersa in un processo costituente, forma la sua “linea politica” in maniera partecipata, approfondita, condivisa. Quindi quando uno parla dovrebbe sempre premettere che lo sta facendo per sé, come contributo alla discussione, i cui esiti sono legati alle decisioni prese dalle persone, non da “generali senza esercito”. In questo, il “comandare obbedendo” di matrice zapatista, ci sarà davvero utile come bussola per costruire il nuovo soggetto politico. Forgia poi si lancia in una bocciatura senza appello di Orlando, accomunandolo a Crocetta. Ritengo totalmente sbagliato anche questo, nel merito oltre che nel metodo, perché il sindaco Orlando, presente con noi all’atto di partenza del processo costituente che si è tenuto a Roma lo scorso febbraio, non è un nostro avversario, ma un interlocutore fondamentale, importante, utile. Lo riteniamo in molti dentro Sinistra Italiana, e non è un caso se è stato invitato ad intervenire insieme a Luigi De Magistris. Se in Sicilia, tra le due presenze “complementari” in campo che sono Crocetta e Faraone, che compongono le fattezze del nuovo gattopardismo e accomunate dagli stessi interessi che bloccano il cambiamento, irrompesse una “anomalia”, radicale nella difesa dei beni comuni e credibile nel progetto di rilancio di una terra martoriata come la nostra, sarebbe una cosa straordinaria e stimolante: non si può immaginarlo senza figure come Orlando e Accorinti e tanti e tante altri sindaci e amministratori di medi e piccoli comuni che stanno combattendo sul campo. Quindi, al contrario di quello che dice improvvidamente Forgia, io e tanti e tante altri che partecipiamo a Sinistra Italiana, ci stiamo muovendo in questo senso. Quello che forse Forgia non ha capito è che a noi interessa costruire una proposta radicale e allo stesso tempo credibile, cioè che abbia delle possibilità di riuscire ad incrinare sul piano istituzionale, ciò che sembra immutabile. Farlo vuol dire ragionare in grande, in maniera larga e non produrre un minoritarismo di testimonianza, che è l’aspetto quasi immorale nel quale certa sinistra nasconde il proprio essere inutile alla società. Essere nel Assemblea Regionale vuol dire per noi aiutare chi nella società sta già costruendo una nuova Sicilia, con lotte, movimenti, forme di vita e di lavoro alternativi. Vogliamo parlare della gigantesca battaglia che dovremmo sostenere contro i programmi di privatizzazione dei beni comuni che i gattopardi di tutte le famiglie stanno già agitando? Vogliamo finalmente battere un colpo al fianco di chi si è sempre opposto, con le lotte e non con le chiacchiere, al Ponte sullo stretto, al Muos, alla devastazione ambientale? Alla mancanza di lavoro resa strutturale dalle politiche europee, nazionali e regionali? Se vogliamo farlo davvero, non possiamo solo “partecipare” con qualche partitino inutile, ma essere protagonisti di una grande alleanza di alternativa. Sinistra Italiana farà il suo percorso, ma di sicuro io mi batterò sempre per una forma partito che valorizzi i territori e le esperienze politiche originali ed innovative, diverse tra loro, e non per riprodurre in sedicesimo e con i modellini fatti a tavolino, ciò che avviene da altre parti. Partito a rete, idee originali, laicità e non liturgie, niente arroccamenti minoritari, inutili alle persone e utili solo a qualche eletto in cerca di poltrone: questa battaglia culturale e politica sarà l’anima e il cuore, per quel che mi riguarda, del processo costituente di una sinistra nuova. E Niki Vendola, vorrei informare Forgia, è più vicino e presente di quanto lui pensi.

 

Giuseppe Lauricella

Nasce l’associazione S&D (socialisti&democratici), che aderisce al Partito Democratico.
“Finalmente hanno maturato una scelta che io avevo fatto dal 2007. Li accogliamo per avere una maggiore presenza riformista”

Psi addio, dunque. Si va nel Pd. «Lavoreremo per rendere maggioritaria la vocazione socialista del Partito», dice Di Lello. Il gruppo va diretto in maggioranza. Non è foltissimo – lo stesso Di Lello più Lello Di Gioia – ma trova sponda in chi sta nel Pd da più tempo, dal 2007 come Lauricella, che era infatti alla conferenza e si dice contento per l’associazione: «l’associazione è una bella cosa, è cosa buona che nel mio partito sia più forte l’idea del socialismo», ma rifiuta l’idea che questa possa essere una corrente: «Le ho sempre criticate. Non aderirei», dice il prof. Giuseppe Lauricella.

E verrebbe da chiedere, però, perché per un rapporto prediletto, per spostare a sinistra il partito, non si è scelta la minoranza di Gianni Cuperlo, Roberto Speranza e dello stesso Bersani. Insomma, gli ex Ds, da sempre socialisti.

di Rodolfo Ruocco

È maturata sottotraccia. È la proposta di legge numero 3385: vuole modificare l’Italicum abolendo il ballottaggio, nel caso in cui nessuna lista ottenga il 40% dei voti per incassare il premio di maggioranza. Il progetto l’ha presentato alla Camera Giuseppe Lauricellafoto, deputato del Pd, che da mesi indica la necessità di rivedere la legge elettorale per le politiche.

È il cosiddetto “ritocchino” all’Italicum approvato dal Parlamento nei primi giorni dello scorso maggio. Ma il ballottaggio non è stato sempre un cavallo di battaglia del Pd? Lauricella invita a distinguere: «In Francia il secondo turno è di collegio e non nazionale». Indica la necessità di evitare il rischio di “forzature” con ricadute come “l’effetto Parma”. È il richiamo alla città emiliana che fu una bruttissima sorpresa per il Pd: è divenuta un caso perché lì al primo turno era nettamente in testa il candidato sindaco del centrosinistra mentre al secondo vinse il M5S, raccogliendo tutti i voti di protesta a sinistra, nel centrodestra e tra quelli prima rifugiatisi nell’astensione.

Dunque sì al premio di maggioranza alla lista che ottenga almeno il 40% dei voti (dà diritto al 55% dei seggi della Camera), sì alla soglia di sbarramento del 3%, no al ballottaggio e no al premio alle coalizioni. Lauricella argomenta: «Va garantita la stabilità politica e anche la rappresentanza delle forze minori, ma se il premio di maggioranza si desse alla coalizione elettorale e non alla lista, si rischierebbero le dinamiche ‘ricattatorie’ dei piccoli partiti». Ma se nessun partito raggiungesse il 40% dei voti e non scattasse il premio di maggioranza, non arriverebbe l’ingovernabilità? La risposta è no: «Si formerebbe un governo di coalizione. Lo ha fatto la Merkel in Germania e ha seguito questa strada Cameron in Gran Bretagna nella precedente legislatura».

Le pressioni per cambiare l’Italicum sono sempre più ampie, stanno diventando fortissime. Il Coordinamento democrazia costituzionale ha avanzato ricorso contro la legge elettorale presso 15 Corti d’appello: nel mirino c’è il ballottaggio e il premio di maggioranza. Silvio Berlusconi, la sinistra del Pd, i partiti minori della maggioranza e delle opposizioni da tempo sono sul piede di guerra per assegnare il premio di maggioranza alla coalizione e non al partito più forte.

Ad insistere è soprattutto Angelino Alfano,Alfano2 presidente del Nuovo Centrodestra, il maggiore alleato di governo di Matteo Renzi. Il motivo è semplice: il Ncd, nato alla fine del 2013 da una scissione di Forza Italia, oscilla intorno al 4% dei voti. Ora gli addii, come quelli di Gaetano Quagliariello e Nunzia De Girolamo, si stanno moltiplicando e rischia l’estinzione se nelle elezioni politiche non potrà contare su un accordo di coalizione. Riccardo Nencini, segretario del Psi, rilancia: «Chi sostiene la coalizione vincente non può che godere del premio di maggioranza».

Anche Berlusconi, ferito dalle scissioni di Alfano, Giorgia Meloni, Denis Verdini, Raffaele Fitto, punta ad ottenere il premio di maggioranza per le coalizioni: «Sono abbastanza fiducioso che si possa cambiare la legge elettorale nel senso di dare il premio di maggioranza non alla lista, ma alla coalizione». Il presidente di Forza Italia ha spiegato il motivo: «Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia insieme superano di un punto percentuale il Pd. Possiamo tornare a vincere».

La sinistra Pd una volta considerava un rischio autoritario “il combinato disposto” tra Italicum e riforma costituzionale, perché concentrava troppo potere nelle mani del presidente del Consiglio. Adesso i dissidenti democratici, dopo aver spuntato da Renzi nella riforma costituzionale l’elezione dei futuri senatori “in conformità” con le scelte dei cittadini, hanno aggiustato il tiro anche se dei “ribelli” restano. Per Vannino Chiti «ora diventa prioritaria la legge elettorale per il nuovo Senato» che deve essere approvata «il prima possibile» senza attendere il referendum sulla riforma costituzionale previsto per l’autunno del 2016. L’esponente della minoranza democratica, invece, per quanto riguarda l’Italicum ha previsto tempi più lunghi: «Realisticamente una riconsiderazione potrà aver luogo dopo il referendum, al termine dell’iter della riforma costituzionale».

Beppe Grillo, 2015101970842-BEPPE-GRILLO-MOVIMENTO-5-STELLE-NO-ALLEANZA-PD-2invece, non spinge per cambiare l’Italicum che diventerà operativo dal prossimo luglio. Chiede sempre le elezioni politiche anticipare e vede «il tacchino del Pd nel forno». Il leader del Movimento 5 Stelle ha detto ai giornalisti: «L’Italicum? Probabilmente penalizza più chi l’ha scritta che noi». Sembra piacergli il premio alla lista e non alla coalizione perché, se nessuno conseguisse il 40% dei voti, ci sarebbe il ballottaggio e «se andremo al ballottaggio vedremo». Grillo rifiuta le alleanze: in un ballottaggio tra Pd e M5S conta di vincere.

Renzi, però, per ora conferma il no a cambiare l’Italicum. Vuole realizzare le riforme strutturali per far risvegliare “la bella addormentata”, come ha definito l’Italia. Punta a far svolgere le elezioni politiche regolarmente nel 2018, alla fine della legislatura. E niente modifiche all’Italicum perché garantirà la stabilità politica: “Qualcuno ha avanzato questa idea. Mi sembra assurdo… A me, peraltro, la legge piace così com’è”.

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Ascolta l’intervista all’On. Giuseppe Lauricella su Radio Radicale.

Una mina vagante incrocia la rotta della riforma costituzionale ormai in dirittura d’arrivo al Senato: la disomogeneità e la non contemporaneità dei sistemi elettorali delle Regioni.

Per disinnescare il rischio che la riforma del bicameralismo venga vanificata non resta che una soluzione: il contestuale scioglimento dei consigli regionali.

Fra Montecitorio e Palazzo Madama lo chiamano il lodo Lauricella”, dal nome del Costituzionalista e deputato del Pd Giuseppe Lauricella, che ha proposto l’unica via d’uscita ritenuta finora praticabile per scongiurare l’empasse costituzionale.

“La soluzione cercata dalla minoranza PD e concessa dal governo sulla norma transitoria della riforma costituzionale – osserva l’On. Giuseppe Lauricella -non servirà a dare subito un sistema coerente e con senatori scelti dagli elettori per quella funzione.”

In pratica la soluzione offre soltanto tempi certi per l’approvazione della legge dello Stato che disciplinerà il sistema di elezione e delle leggi regionali che dovranno recepirlo. Ma non avrà effetti veri se non fra cinque anni almeno, quando tutte le regioni, intanto e in tempi diversi, saranno andate ad elezioni.

“Pertanto, l’unica vera e coerente soluzione – spiega Lauricella- sarebbe stata quella di prevedere che, in sede di prima applicazione, al momento dello scioglimento delle Camere, vadano contestualmente sciolti tutti i consigli regionali. In tal modo i consigli verrebbero rinnovati applicando il sistema che verrà previsto dalla legge ordinaria ai sensi dell’articolo 122 della Costituzione e dell’articolo 2 della riforma, come modificato dal Senato. D’altra parte – motiva l’On. Lauricella –stiamo modificando l’intero sistema parlamentare e ciò giustificherebbe la eccezionalità della soluzione”.

di Riccardo Nencini

Premetto. La politica è fatta di idee, di passioni e di relazioni umane. L’uscita di Di Lello non mi lascia indifferente. Soprattutto per il modo. L’invito che ci lascia, a piè di pagina della sua, è “Ciascuno rifletta”. Rifletto in sintesi.

Se desidero che il mio priccardo-nencini-maurizio-lupi-ettore-incalzaartito discuta una prospettiva politica, aspetto il congresso, già indetto, la sede più opportuna e più vasta per sciogliere il nodo. E invece ci viene spiegato che a settembre, ben prima che il congresso si tenga, Di Lello se ne andrà comunque. Significa che ha deciso da tempo, senza bisogno di confrontarsi con nessuno.

Leggo che andrà nel PD per portare la “vision” che manca a Renzi. Dunque, prima ancora che a un partito, aderirà a una componente di quel partito. Auguri.

Non leggo invece un dito di autocritica. Domando. Com’è possibile proporsi solo pochi mesi fa alle primarie campane sotto le insegne del tuo partito, attaccare a testa bassa il PD, infilzare quotidianamente De Luca e subito dopo giudicare superata la funzione del PSI e aderire in solitudine al partito con cui ci siamo scontrati?

Ha ragione Marco. Conviene riflettere. Magari senza scomodare Nenni e Turati. Almeno un gesto di correttezza, ora. Chi se ne va eviti l’inganno di mantenere la rappresentanza della componente socialista alla Camera. Non si sta con i piedi in due scarpe. Non c’è dubbio che Pia ci rappresenterebbe con dignità.

di Giulio Ambrosetti

Lo confesso: ho sempre avuto difficoltà a seguire i cambiamenti di opinione (e di casacca) di Fabrizio Ferrandelli. Anche se le dimissioni da parlamentare regionale sono state un bel gesto. Detto questo, gli riconosco una bella preparazione, una grande volontà e una discreta fantasia.Fabrizio-Ferrandelli

La sua candidatura alla presidenza della Regione Siciliana potrebbe anche essere bella. A patto che non abbia nulla, ma proprio nulla a che spartire con il governo Renzi. Perché, a rigor di logica, non si può parlare di cambiamento della politica e poi voler attuare questo cambiamento dentro il PD renziano. Forse Ferrandelli dovrebbe chiarire questo punto. Se pensa di candidarsi da renziano, nel PD, è giusto avvertirlo – visto che è giovane e spesso fa confusione – che non ha alcuna speranza, perché il PD siciliano, stando agli ultimi sondaggi, non va oltre il 17 per cento. Ferrandelli dovrebbe dire a chiare lettere se sta con Renzi o no, perché Renzi e renziani, in Sicilia, significano morte della stessa.

L’opinione. Il governo Crocetta è ormai al capolinea. Anche la nomina di un esponente del PD – Baldo Gucciardi – alla gestione della sanità siciliana non cambia lo scenario. Con molta probabilità, nella prossima primavera si andrà al voto. Per questo è necessaria una svolta civica che vada al di là dei partiti tradizionali ormai poco credibili

di Angelo Forgia*

E’ inutile girare attorno al problema: il governo regionale di Rosario Crocetta è ormai al capolinea. A questa conclusione si arriva non perché Matteo Renzi ha fatto sapere che la Sicilia potrebbe essere chiamata al voto presto – a quanto sembra di capire, nella primavera del prossimo anno – ma perché le condizioni politiche, sociali e finanziarie della Regione non consentono il proseguimento di questa legislatura. Anche la nomina di un esponente del PD, Baldo Gucciardi, ad assessore alla Salute, non cambia molto lo scenario. Detto questo, ci sembrano opportune alcune considerazioni sul bilancio fallimentare del governo e sulle prospettive politiche.

In questi giorni il PD siciliano – e segnatamente l’area renziana di questo partito – sta provando a scaricare sul Presidente Crocetta tutte le responsabilità di un’esperienza di governo che non ha brillato per lungimiranza. Ora, il governatore dell’Isola ha di certo grandi responsabilità, ma questo non assolve gli altri protagonisti del governo, con riferimento ai partiti. E non ci riferiamo solo alle forze politiche che hanno appoggiato Crocetta, ma anche alle opposizioni: basti pensare che, la scorsa settimana, a Sala d’Ercole – la sede del Parlamento dell’Isola – il governo è stato salvato da Forza Italia e dal Movimento 5 Stelle.

Si badi, non si è trattato di un caso isolato. Non dobbiamo dimenticare che, ad inizio legislatura, i grillini hanno appoggiato il governo Crocetta in più occasioni; per non parlare dei deputati di Forza Italia che hanno approvato il mutuo da un miliardo di euro.

Anche il PD non ha molte attenuanti. Una parte di questo partito ha sempre appoggiato il governo. Lo stesso Crocetta, proprio per salvaguardare i propri equilibri interni al Partito Democratico, non ha esitato a sacrificare il Megafono. Per un anno abbiamo assistito a baruffe tra Crocetta e il PD. Con il secondo governo il Presidente della Regione ha “imbarcato” la cosiddetta area Dem di Giuseppe Lupo. Con il terzo governo – l’attuale – Crocetta ha tirato dentro i renziani, l’area che fa capo ad Antonello Cracolici e persino una parte della cosiddetta area Cuperlo. Insomma, per dirla tutta, solo una parte dell’area Cuperlo della Sicilia è rimasta fuori dal governo. Questi, per carità, hanno titolo per criticare Crocetta. Ma i vari Davide Faraone, Antonello Cracolici e lo stesso segretario regionale di questo partito, Fausto Raciti, a che titolo attaccano Crocetta?

In politica bisogna dire la verità. Chi è responsabile del fallimento della Formazione professionale? Dov’erano i partiti di governo quando sono stati mandati al “macero” quasi 10 mila dipendenti di questo settore per consegnare le future risorse del Fondo sociale europeo ai privati che passano per imprenditori, ma che sono solo degli imprenditori falliti che, da decenni, vivono abbarbicati alla spesa pubblica, tra Camere di Commercio ed enti regionali vari? E chi sta gestendo in modo fallimentare i servizi per il lavoro? E le risibili politiche turistiche, imperniate sul clientelismo ad personam, chi le sta manovrando?

Certo, oggi che tutto sta crollando, è facile scaricare i fallimenti politici e amministrativi sul Presidente della Regione. Un personaggio che – lo ribadiamo – ha pesanti responsabilità: a cominciare dall’accordo che lo stesso Crocetta ha siglato a Roma, proprio con Renzi, lo scorso anno, rinviando di ben quattro anni l’applicazione di una sentenza della Corte Costituzionale che avrebbe consentito alla Regione di incassare quasi 5 miliardi di euro. Magari la Regione non li avrebbe incassati tutti subito: ma con questo titolo di credito avrebbe potuto, con semplici operazioni finanziarie, fronteggiare la pesante situazione di “cassa”.

Invece, oggi, assistiamo a una grande mistificazione. Con Crocetta che, su facebook, attacca Faraone, ma dice solo mezze verità: dice che le finanze della Regione sono state saccheggiate, ma non attacca Renzi – che è il vero saccheggiatore – nella speranza (vana?) di un’improbabile candidatura “blindata” all’ombra dell’Italicum.

Però la verità, come ci ricorda Gramsci, “è sempre rivoluzionaria”. E la verità è che i renziani del PD siciliano – con in testa Faraone – stanno tradendo e pugnalando la Sicilia. Una Regione massacrata dai prelievi operati dal governo Renzi. Un governo che, dopo aver saccheggiato quasi 10 miliardi di euro, restituisce appena 300 milioni di euro. Il tutto in uno scenario di menzogne, complice un’informazione carente, se non di parte, che nasconde la verità. Così anche i leghisti veneti – disinformati dai giornali di Berlusconi e dai silenzi del PD renziano – attaccano la Sicilia per questi 300 milioni di euro. Non sapendo che Roma ha strappato alla Regione siciliana circa 10 miliardi di euro! Una vergogna!

Ma queste verità nascoste, anzi le menzogne avallate da berlusconiani e PD renziano (che strana coppia, no?), ci consentono di guardare alle prospettive politiche della Sicilia con una diversa luce. Noi non siamo tra quelli che, guardando al PD, fanno di tutta l’erba un fascio. In questo partito ci sono sensibilità diverse da Renzi e dal renzismo.  Alcune hanno già lasciato questo partito per dare vita a un nuovo soggetto politico: penso a Civati, a Cofferati, a Fassina e a tanti altri. Ma tanti sono ancora dentro questo partito. Rimangono con grande sofferenza, perché non vogliono regalare tutto a Renzi e alle massonerie finanziarie tedesche che foraggiano (e quindi controllano) l’attuale capo del governo italiano.

Oggi – guardando anche alla ferocia con la quale la “presunta” Unione Europea sta imponendo alla Grecia un’umiliazione incredibile (nemmeno americani, russi e inglesi, subito dopo la seconda guerra mondiale, a Yalta, imposero simili condizioni ai tedeschi, che pure si erano macchiati di un genocidio: una responsabilità di gran lunga più grave dei 320 miliardi di debiti della Grecia!) – bisogna pensare, proprio a partire dalla Sicilia, a qualcosa di diverso. Mettendo al primo punto la libertà.

Il tempo stringe. E i vecchi partiti, ormai compromessi, in Sicilia come a Roma, non sono nelle condizioni di proporre soluzioni credibili. E’ bene che la parola passi ai movimenti. Sotto questo profilo – concetto che una volta abbiamo già espresso – l’esperienza dell’attuale sindaco di Agrigento, Calogero “Lillo” Firetto, ci sembra un buon esempio da cui partire. Firetto è partito dai movimenti civici. Ed ha costretto i partiti a seguirlo. Dalla Sicilia – da sempre “laboratorio politico” destinato a fare da apripista a soluzioni politiche nazionali – può partire un messaggio di libertà, rivolto anche al popolo greco, al quale la nostra Isola è legata da cultura e tradizioni. Serve una svolta che deve partire dal “basso”.

*Angelo Forgia, nella vita, si occupa di agricoltura. Ma è anche un appassionato di politica. Ma di una politica fatta in mezzo alla gente: nei movimenti e non nei partiti tradizionali. Oggi commenta la crisi della Regione siciliana. Ipotizzando il voto anticipato per la prossima primavera. Sognando una svolta a partire dal basso.

da La Voce di New York

Due esponenti storici del Megafono, Tommaso Lima e Angelo Forgia, prendono le distanze dal governo Crocetta e dal PD: “Fallimentare anche la lotta alla mafia. Ci riprendiamo la nostra libertà di pensiero e di azione”

di Giulio Ambrosetti

Sono sempre stati alleati di Rosario Crocetta. Con lui sin dalla prima ora, quando tra la primavera e l’estate del 2012 vedeva la luce la candidatura dell’attuale presidente della Regione. Tommaso Lima e Angelo Forgia sono tra i fondatori del Megafono. Il primo è stato il coordinatore di Palermo del movimento che fa capo al governatore dell’Isola e al senatore Giuseppe Lumia. Mentre Angelo Forgia è stato l’animatore e il responsabile dei Circoli del Megafono di Palermo e provincia. Ma adesso Tommaso Lima e Angelo Forgia – che non sono mai entrati a far parte del ‘Cerchio magico’ del presidente della Regione – annunciano il ‘divorzio’ da Crocetta.

“Davanti all’immobilismo del governo regionale di Rosario F91CE539-2257-11Crocetta e alla lenta, ma inesorabile decomposizione del PD siciliano – scrivono in un comunicato – non possiamo che riprenderci la nostra libertà di pensiero e di azione”. Una presa di distanza da Crocetta, che si era presentato come “autonomo” durante la campagna elettorale alle elezioni regionali del 2012. Un autonomia che, piano piano, ha finito con lo stemperarsi nelle vicissitudini del Partito Democratico.

La nostra presenza, accanto all’esperienza di Crocetta – sottolineano Tommaso Lima e Angelo Forgia nel comunicato – è sempre stata politica. Siamo sempre stati interessati a un progetto politico di cambiamento della Sicilia a partire dal basso. Ma ormai da troppo tempo, nell’esperienza di questo governo regionale, non si colgono segnali di effettivo cambiamento. Lo stesso Crocetta grida nel deserto”.

Il riferimento alla politica “a partire dal basso” non è casuale. Tommaso Lima e Angelo Forgia hanno sempre creduto nei movimenti civici: a una politica che punta a interpretare le istanze che arrivano dalla società civile. Due esempi su tutti: l’acqua e i rifiuti. Con molta probabilità, su questi due fronti erano in tanto ad aspettarsi scelte politiche e amministrative diverse. Dopo il referendum del 2011, che ha sancito la vittoria netta dei fautori del ritorno alla gestione pubblica dell’acqua, ci si aspettava una scelta di campo ferma, da parte del governo Crocetta. Una scelta in favore della gestione pubblica dell’acqua. Tra l’altro, nel Parlamento siciliano, da oltre tre anni, giace un disegno di legge d’iniziativa popolare per il ritorno alla gestione pubblica del servizio idrico. Invece tutto è rimasto impantanato nelle sabbie mobili della politica politicante. Con il risultato che, dopo tre anni, la gestione dell’acqua, in Sicilia, è ancora nelle mani dei privati.

“Anche sulla gestione dei rifiuti la Sicilia non ha fatto grandi passi avanti. Nell’autunno del 2012 si ipotizzava il potenziamento della raccolta differenziata dei rifiuti. Invece, dopo tre anni di governo, si va avanti ancora con le vecchie discariche che inquinano l’ambiente e danneggiano la salute pubblica. E si parla addirittura di inceneritori. Di fatto un ritorno alle idee di Totò Cuffaro e del suo governo. Cosa, questa, che non deve essere piaciuta molto ai due esponenti del Megafono.

Tommaso Lima e Angelo Forgia non sembrano nemmeno molto convinti che l’esperienza di Crocetta abbia funzionato bene sul fronte della lotta alla mafia: “L’attività di contrasto sostanziale alla presenza della mafia in Sicilia, con riferimento, soprattutto, alla borghesia mafiosa – osservano ancora i due esponenti storici del Megafono – avrebbe dovuto essere più incisiva. I nomi altisonanti di questa esperienza di governo, che pure avrebbero dovuto segnare una discontinuità culturale e amministrativa rispetto al passato, hanno solo profuso interessi particolari e tanta ipocrisia. Salvo a chiamarsi fuori, scaricando su altri i propri errori, quando la nave ha cominciato a imbarcare acqua”.

Una stoccata anche per il PD, partito che dal 2008, di fatto, governa la Sicilia. Un PD siciliano che, secondo i due esponenti del Megafono, è oggi “in massima parte proteso all’occupazione del potere e delle poltrone. Un PD che, peraltro – aggiungono Tommaso Lima e Angelo Forgia – non ha saputo difendere la Regione siciliana e lo Statuto autonomistico da uno Stato rapace che, per pareggiare i propri conti, ha penalizzato oltremodo la nostra Isola e, in generale, tutto il Sud d’Italia, come regolarmente certificato dalla Svimez”.

Alla fine, le considerazioni dei due esponenti del Megafono rispetto alla questione finanziaria della Sicilia sono simili a quanto scritto dai giudici della Corte dei Conti nella relazione alla ‘parifica’ del Bilancio 2014. Giudizio espresso ieri dai giudici contabili, là dove denunciano il depauperamento delle risorse finanziarie della regione ad opera dello Stato.

“In questo scenario, con una parte della sinistra che, finalmente, è tornata a mettere in discussione i troppi dogmi di un’Italia in affanno e di un’Europa incentrata sugli interessi delle banche e della finanza – concludono Tommaso Lima e Angelo Forgia – noi ci riprendiamo la nostra libertà di pensare e di agire, guardando con grande attenzione a tutto ciò che si muove nella società siciliana”.

Insomma i protagonisti del Megafono, nato come ‘Movimento’ perché radicato nei territori, ormai guardano oltre. A cosa? Con molta probabilità, a un cambiamento nel modo di fare politica. Ma anche a un cambiamento di politica, che non potrà certo essere quella del PD renziano. Del resto, ripartire “dal basso” significa collegarsi con una società civile che non ne può più di un europeismo che persegue gli interessi delle banche e della finanza a scapito dei cittadini. E’ di queste ore l’approvazione di una legge, da parte del Parlamento italiano, che consentirà alle banche fallite di pagare i ‘buchi’ con i soldi dei correntisti. Insomma, in una sinistra del genere è difficile restare.

da La Voce di New York

 

L’opinione. Il Presidente della Regione, Crocetta, ha tante responsabilità. Ma il PD, che l’ha voluto ed eletto alla guida della Sicilia, non può nascondere le proprie responsabilità. Muos, acque, rifiuti: dov’è stato il Partito Democratico? Per non parlare dell’apertura ad Alfano in piena Mafia Capitale…

di Angelo Forgia

Si moltiplicano, in queste ore, gli attacchi di esponenti del PD al presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta. Improvvisamente, dopo i risultati elettorali delle elezioni comunali, il governatore dell’Isola è diventato il responsabile di tutti i mali che affliggono la Sicilia. E chi è che lancia queste accuse? Il Partito che ha voluto e votato Crocetta alla guida della Sicilia.

Sia chiaro: Crocetta ha tante responsabilità. Si è presentato con il volto del cambiamento. Ma per essere eletto ha avuto bisogno di una spaccatura del centrodestra siciliano. Non dobbiamo mai dimenticare che nell’autunno del 2012, senza la candidatura di Gianfranco Miccichè appoggiata da Raffaele Lombardo, il centrosinistra non avrebbe mai vinto contro il candidato del centrodestra, Nello Musumeci. Tra l’altro, Crocetta ha vinto grazie ai voti dei partiti e dei movimenti che l’hanno sostenuto, e non perché ha “sfondato”.

Detto questo, si è presentato, come già ricordato, come l’uomo del cambiamento. Ma questa “Rivoluzione”, per usare il termine utilizzato dallo stesso governatore, si è subito infranto sul muro della Realpolitik. Sul Muos di Niscemi Crocetta, in campagna elettorale, aveva promesso le barricate. Ma le barricate non ci sono state. Sulla gestione dei rifiuti ci si attendeva una svolta. E, in effetti, in una prima fase, la presenza in Giunta dell’assessore Nicolò Marino ha lasciato ben sperare. Ma poi hanno finito con il prevalere gli interessi di Confindustria Sicilia e del senatore Giuseppe Lumia.

Non parliamo dell’acqua. Crocetta, in campagna elettorale, aveva promesso l’acqua pubblica. Ma oggi la gestione dell’acqua, in Sicilia, è ancora nelle salde mani dei privati. E questo nonostante le gestioni fallimentari di Palermo e Siracusa e i dubbi che suscita ancora oggi Sicilacque. Sarebbe, però, scorretto ascrivere i fallimenti in queste tre questioni centrali per la vita politica e sociale della Sicilia al solo Crocetta.

Sul Muos di Niscemi il PD non ha detto nulla. I dirigenti di questo partito, per dirla tutta, sono stati capaci di portare avanti una battaglia per dare il nome di Pio La Torre all’aeroporto di Comiso e a tacere, anzi a rimanere acquiescenti rispetto alla questione Muos. Sull’acqua – a parte la battaglia solitaria del parlamentare regionale del PD Giovanni Panepinto – il Partito Democratico non ha mai sollecitato una svolta politica e parlamentare per tornare alla gestione pubblica di questo settore. Anzi, per essere precisi, l’obiettivo sembra essere quello di arrivare al commissariamento, per dare modo al governo nazionale di Renzi di accentuare le gestione privatistica di questo settore. Anche sui rifiuti – a parte qualche dichiarazione estemporanea – non ci sembra che il PD siciliano abbia introdotto grandi novità. Anzi.

Paradossalmente, sul piano delle alleanze, il PD ha anche proposto un arretramento del quadro politico, sollecitando di “imbarcare” nel governo della Regione il Nuovo centrodestra del Ministro Angelino Alfano. E questo è avvenuto proprio mentre la magistratura accende i riflettori su uno dei più grandi scandali di questa legislatura: la gestione dei centri di accoglienza dei migranti, con le ruberie emerse nell’inchiesta Mafia Capitale. Vicenda che coinvolge proprio il braccio destro di Alfano in Sicilia: il sottosegretario Giuseppe Castiglione.

Sia chiaro: l’idea, di alcuni dirigenti del PD, di intruppare nel governo gli alfaniani non è nuova. Ma è molto singolare che il senatore Lumia l’abbia riproposta dopo le elezioni comunali. Forse al PD interessano i voti – che poi non sono nemmeno tanti – presi dagli uomini del Ministro Alfano alle elezioni per il Consiglio comunale di Agrigento?  In questo caso, dobbiamo riconoscere a Crocetta il merito di aver detto “No” all’apertura a una formazione politica che rappresenta il vecchio clientelismo dell’immutabile trasformismo del Sud.

Crocetta, lo ribadiamo, ha le sue responsabilità: che sono tante. Ma i soldi, alla Regione siciliana, li ha tolti il Governo nazionale: 915 milioni di euro se li è presi il governo Letta nel 2013; un miliardo e 350 milioni di euro se li è presi il governo Renzi nel 2014; e un altro miliardo e 150 milioni di euro se li è presi, quest’anno, il solito governo Renzi. Sono stati questi “accantonamenti”, per usare il termine tecnico, che hanno causato i gravi problemi finanziari della Regione. Fare finta che questi salassi non ci siano stati è solo leninismo d’accatto.

Vogliamo parlare dell’accordo firmato da Crocetta con Roma l’estate dello scorso anno, quando ha rinunciato, per quattro anni, agli effetti positivi del contenzioso con lo Stato in buona parte favorevole alla Regione? Certo, Crocetta, firmando questo “patto scellerato”, per usare la definizione di un autorevole esponente politico, ha fatto perdere alla Sicilia la possibilità di incamerare, subito, oltre 5 miliardi di euro. Ma il “patto scellerato” è stato sollecitato da Renzi, che fino a prova contraria, oltre che capo del governo italiano, è anche segretario nazionale del PD.

Che dire, allora? Che è troppo facile, oggi, scaricare tutte le responsabilità su Crocetta. Il PD, a Roma come a Palermo, si assuma le proprie responsabilità. Anche perché è stato proprio il governo Renzi a imporre, di fatto, il commissariamento del Bilancio regionale con l’arrivo di Alessandro Baccei al vertice dell’assessorato regionale all’Economia. Ricordiamo che, più volte Crocetta ha provato ad opporsi a certe scelte adottate da Baccei: scelte che, con molta probabilità, sono anche alla base del cattivo risultato elettorale del centrosinistra siciliano. Cambiare le carte in tavola, oggi, servirebbe a poco. Anche perché i Siciliani sono tutt’altro che stupidi.

 

da LaVoce di New York