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di Bepy Lima (sicilianew24)

Mentre l’Europa si interroga con colpevole ritardo su come affrontare l’emergenza immigrazione, in Sicilia si cerca di aggiornare la tragica contabilità dell’ultimo naufragio.
Prima erano settecento, una cifra già mostruosa, adesso, secondo la testimonianza di uno dei ricoverati all’ospedale di Catania, potrebbero essere quasi novecento.

Sul barcone della morte, infatti, oltre ai profughi stipati sulla tolda, ce strage-migranti-sicilia-2015ne sarebbero stati altri nella stiva, con i portelloni bloccati dall’esterno in modo che non potessero uscire durante la traversata. Le cronache del ventunesimo secolo nel mare dove è nata la civiltà occidentale, fanno impallidire quelle dei secoli bui dello schiavismo.

La tratta dei migranti di oggi è una sorta di lotteria, dove i disperati acquistano un biglietto per migliaia di dollari e non sanno se finiranno in pasto ai pesci del mare o agli squali di casa nostra. Quelli che “l’accoglienza è meglio della droga”, quelli che hanno mercificato anche i sentimenti umani più nobili.

Quando i morti si contano a migliaia non è più il tempo del “politicamente corretto”, dell’odiosa ipocrisia di chi specula sulla vita degli altri, sfruttando il lavoro volontario di migliaia di persone perbene che alla fratellanza umana, invece, ci credono per davvero. L’atteggiamento delle istituzioni europee, Italia compresa, si può classificare sul piano etico in un solo modo: concorso in strage.

Il meccanismo è semplice: sulle coste africane c’è una organizzazione rodata che agisce per interessi economici e terroristici e manovra le centinaia di migliaia di profughi ammassati in campi, dove non sono garantite neanche le condizioni minime di sopravvivenza.

Le morti in mare che tanto ci indignano, sono solo una minima parte di quelle che avvengono durante la fuga dalle zone di guerra o di carestie o all’interno dei campi. Ma questa contabilità non interessa nessuno: occhio che non vede cuore che non duole. Questa realtà continua ormai da oltre un decennio nell’indifferenza globale ed è il vero nodo da affrontare.
Solo che non ci sono interessi economici o posizioni strategiche da difendere e quindi nessuno interviene: né l’ONU dei burocrati che organizzano gli aiuti negli uffici esclusivi o in hotel a 5 stelle, né l’Unione Europea, tarata ormai solo sugli interessi della grandi lobby finanziarie.

immigrati-564368Eppure la soluzione al problema ci sarebbe ed è molto semplice: un contingente internazionale armato che prenda il controllo militare dei campi profughi libici e delle vie di accesso, con un apparato civile dell’ONU che valuti le richieste di asilo politico dei rifugiati e li distribuisca in tutto il mondo, con regolari permessi di soggiorno e trasferimenti sicuri. Ciò toglierebbe ai mercanti di schiavi la “merce” da piazzare e spazzerebbe via il “business dell’accoglienza”.

Ma voi pensate che i leader europei si daranno da fare per proteggere un pezzo di Sahara e i principi di umanità, senza che dietro ci siano fonti energetiche da gestire?

Bimba

di Salvatore Ferraro

Oggi parlare di diritti umani diventa fondamentale. Come ha sottolineato qualche mese fa Papa Francesco, di fatto è in atto una “terza guerra mondiale”, per quanto sparsa in diverse latitudini del pianeta. Chi ne fa le spese sono, soprattutto, i popoli del sud del mondo, senza distinzione di razza o religione, ed in particolare i bambini.

La foto di cui sopra, per quanto sul web sia diventata virale, non finisce di stupire per la forza del messaggio disperato di cui è portatrice. È stata scattata dal fotoreporter turco Osman Sigirli e mostra la piccola Hudea che, scambiando per un’arma l’enorme obiettivo della macchina fotografica, impaurita alza le mani in segno di resa. Hudea si trovava nel campo profughi siriano di Atmeh, vicino ai confini con la Turchia, dove la bambina si era rifugiata con la mamma ed i fratelli per sfuggire alla guerra imperversante nel suo paese.Tra scuole e orfanotrofi bombardati si stima che siano 5 milioni i bambini siriani coinvolti nella guerra tra le forze governative del regime di Bashar Al Assad e le forze dell’opposizione.

La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Convention on the Rigths of the Child), approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, ha disposto per la prima volta, in forma organica, i diritti fondamentali che devono essere riconosciuti e garantiti a tutti i bambini e a tutte le bambine del mondo. Tra i principi fondamentali di natura umanitaria che la Convenzione pone va ricordato, in particolare, quello posto all’art. 6, secondo cui: “Gli Stati parti riconoscono che ogni fanciullo ha un diritto inerente alla vita. Gli Stati parti assicurano in tutta la misura del possibile la sopravvivenza e lo sviluppo del fanciullo”.

Ebbene, innanzi a tale principio di civiltà prima ancora che giuridico, viene naturale chiedersi se la comunità internazionale abbia fatto e faccia realmente qualcosa di positivamente concreto sul fronte dei diritti dei bambini e, più in generale, dei diritti umani. A parlare impietosamente sono i numeri. Nel 2014 l’UNICEF ha lanciato un allarme: 230 milioni di minorenni vivono in zone di conflitto. Dall’Asia al Medio Oriente, all’Africa, nell’anno trascorso la violenza si è abbattuta sui più vulnerabili con una brutalità che non ha eguali nella storia recente, compromettendo il futuro di intere società. Nella sola Siria, rimanendo nel paese di Hudea, sono circa 3,8 milioni i rifugiati, la metà dei quali sono bambini.

Di fronte a questi numeri, quali soluzioni può adottare la comunità internazionale? A fornirci una sua risposta è stato Antonio Cassese, giurista, scrittore, giudice, nonché docente universitario di Diritto Internazionale presso la Facoltà di Scienze Politiche “C. Alfieri” di Firenze, morto nel  2011 all’età di 74 anni. Nel suo libro “I diritti umani oggi”, edito nel 2005 da Laterza, il Cassese osserva: “ Considerando l’attuale struttura e composizione della comunità internazionale, si può dire che ciò che fino a oggi le Nazioni Unite e gli altri organismi internazionali regionali hanno conseguito costituisce, per molti aspetti, il massimo che ci si potesse aspettare. Ciò nonostante, è indubbio che si dovrebbe fare di più. È tempo di porre un freno all’eccessiva retorica dei diritti umani e di dare invece spazio all’azione orientata a risultati concreti”.

Suggerisce il professore: “ Le istituzioni internazionali dovrebbero concentrarsi su alcuni obiettivi prioritari. Si dovrebbe identificare un numero ridotto di diritti fondamentali e prendere iniziative coerenti per dare loro attuazione. Le procedure e i meccanismi oggi esistenti che cercano di promuovere il rispetto degli standard sui diritti umani dovrebbero essere ridotti, semplificati e resi più efficaci. Inoltre, il rispetto dei diritti umani dovrebbe essere conseguito anche attraverso il perseguimento per via penale e la punizione degli autori di gravi violazioni dei diritti umani e di atrocità. I presunti autori di gravi violazioni dovrebbero essere portati davanti a un tribunale e giudicati. Per fermare le atrocità si dovrebbe autorizzare in casi eccezionali l’uso collettivo della forza, legittimato a seguito di decisioni collettive prese dalle istituzioni internazionali a ciò preposte.”

Conclude il Cassese: “Le istituzioni internazionali dovrebbero rafforzare e riorientare in modo coerente la loro azione. Si dovrebbero anche intraprendere sforzi congiunti a tutti i livelli, con il coinvolgimento non solo dei governi ma soprattutto, al di fuori della dimensione ufficiale, di individui, gruppi associati e altri organi non governativi”. Sicuramente le gravi violazioni dei diritti umani non cesseranno da un giorno all’altro. Ciò che conta, tuttavia, è che nessuno smetta di indignarsi”.

E noi – ne sono certo – non smetteremo mai di sconvolgerci davanti all’assurdità di una bambina come Hudea, che davanti ad un obiettivo fotografico alza le manine in segno di resa: “sono una bimba, da quando vivo ho visto solo guerra, mi arrendo, ma smettetela adulti”.