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Due esponenti storici del Megafono, Tommaso Lima e Angelo Forgia, prendono le distanze dal governo Crocetta e dal PD: “Fallimentare anche la lotta alla mafia. Ci riprendiamo la nostra libertà di pensiero e di azione”

di Giulio Ambrosetti

Sono sempre stati alleati di Rosario Crocetta. Con lui sin dalla prima ora, quando tra la primavera e l’estate del 2012 vedeva la luce la candidatura dell’attuale presidente della Regione. Tommaso Lima e Angelo Forgia sono tra i fondatori del Megafono. Il primo è stato il coordinatore di Palermo del movimento che fa capo al governatore dell’Isola e al senatore Giuseppe Lumia. Mentre Angelo Forgia è stato l’animatore e il responsabile dei Circoli del Megafono di Palermo e provincia. Ma adesso Tommaso Lima e Angelo Forgia – che non sono mai entrati a far parte del ‘Cerchio magico’ del presidente della Regione – annunciano il ‘divorzio’ da Crocetta.

“Davanti all’immobilismo del governo regionale di Rosario F91CE539-2257-11Crocetta e alla lenta, ma inesorabile decomposizione del PD siciliano – scrivono in un comunicato – non possiamo che riprenderci la nostra libertà di pensiero e di azione”. Una presa di distanza da Crocetta, che si era presentato come “autonomo” durante la campagna elettorale alle elezioni regionali del 2012. Un autonomia che, piano piano, ha finito con lo stemperarsi nelle vicissitudini del Partito Democratico.

La nostra presenza, accanto all’esperienza di Crocetta – sottolineano Tommaso Lima e Angelo Forgia nel comunicato – è sempre stata politica. Siamo sempre stati interessati a un progetto politico di cambiamento della Sicilia a partire dal basso. Ma ormai da troppo tempo, nell’esperienza di questo governo regionale, non si colgono segnali di effettivo cambiamento. Lo stesso Crocetta grida nel deserto”.

Il riferimento alla politica “a partire dal basso” non è casuale. Tommaso Lima e Angelo Forgia hanno sempre creduto nei movimenti civici: a una politica che punta a interpretare le istanze che arrivano dalla società civile. Due esempi su tutti: l’acqua e i rifiuti. Con molta probabilità, su questi due fronti erano in tanto ad aspettarsi scelte politiche e amministrative diverse. Dopo il referendum del 2011, che ha sancito la vittoria netta dei fautori del ritorno alla gestione pubblica dell’acqua, ci si aspettava una scelta di campo ferma, da parte del governo Crocetta. Una scelta in favore della gestione pubblica dell’acqua. Tra l’altro, nel Parlamento siciliano, da oltre tre anni, giace un disegno di legge d’iniziativa popolare per il ritorno alla gestione pubblica del servizio idrico. Invece tutto è rimasto impantanato nelle sabbie mobili della politica politicante. Con il risultato che, dopo tre anni, la gestione dell’acqua, in Sicilia, è ancora nelle mani dei privati.

“Anche sulla gestione dei rifiuti la Sicilia non ha fatto grandi passi avanti. Nell’autunno del 2012 si ipotizzava il potenziamento della raccolta differenziata dei rifiuti. Invece, dopo tre anni di governo, si va avanti ancora con le vecchie discariche che inquinano l’ambiente e danneggiano la salute pubblica. E si parla addirittura di inceneritori. Di fatto un ritorno alle idee di Totò Cuffaro e del suo governo. Cosa, questa, che non deve essere piaciuta molto ai due esponenti del Megafono.

Tommaso Lima e Angelo Forgia non sembrano nemmeno molto convinti che l’esperienza di Crocetta abbia funzionato bene sul fronte della lotta alla mafia: “L’attività di contrasto sostanziale alla presenza della mafia in Sicilia, con riferimento, soprattutto, alla borghesia mafiosa – osservano ancora i due esponenti storici del Megafono – avrebbe dovuto essere più incisiva. I nomi altisonanti di questa esperienza di governo, che pure avrebbero dovuto segnare una discontinuità culturale e amministrativa rispetto al passato, hanno solo profuso interessi particolari e tanta ipocrisia. Salvo a chiamarsi fuori, scaricando su altri i propri errori, quando la nave ha cominciato a imbarcare acqua”.

Una stoccata anche per il PD, partito che dal 2008, di fatto, governa la Sicilia. Un PD siciliano che, secondo i due esponenti del Megafono, è oggi “in massima parte proteso all’occupazione del potere e delle poltrone. Un PD che, peraltro – aggiungono Tommaso Lima e Angelo Forgia – non ha saputo difendere la Regione siciliana e lo Statuto autonomistico da uno Stato rapace che, per pareggiare i propri conti, ha penalizzato oltremodo la nostra Isola e, in generale, tutto il Sud d’Italia, come regolarmente certificato dalla Svimez”.

Alla fine, le considerazioni dei due esponenti del Megafono rispetto alla questione finanziaria della Sicilia sono simili a quanto scritto dai giudici della Corte dei Conti nella relazione alla ‘parifica’ del Bilancio 2014. Giudizio espresso ieri dai giudici contabili, là dove denunciano il depauperamento delle risorse finanziarie della regione ad opera dello Stato.

“In questo scenario, con una parte della sinistra che, finalmente, è tornata a mettere in discussione i troppi dogmi di un’Italia in affanno e di un’Europa incentrata sugli interessi delle banche e della finanza – concludono Tommaso Lima e Angelo Forgia – noi ci riprendiamo la nostra libertà di pensare e di agire, guardando con grande attenzione a tutto ciò che si muove nella società siciliana”.

Insomma i protagonisti del Megafono, nato come ‘Movimento’ perché radicato nei territori, ormai guardano oltre. A cosa? Con molta probabilità, a un cambiamento nel modo di fare politica. Ma anche a un cambiamento di politica, che non potrà certo essere quella del PD renziano. Del resto, ripartire “dal basso” significa collegarsi con una società civile che non ne può più di un europeismo che persegue gli interessi delle banche e della finanza a scapito dei cittadini. E’ di queste ore l’approvazione di una legge, da parte del Parlamento italiano, che consentirà alle banche fallite di pagare i ‘buchi’ con i soldi dei correntisti. Insomma, in una sinistra del genere è difficile restare.

da La Voce di New York

Intervista al coordinatore del Megafono di Palermo, Tommaso Lima. L’Europa “non più democratica” che penalizza l’Italia. Roma che fa pagare il conto alla Sicilia. I rapporti con il Pd. Il Muos di Niscemi. L’eterno trasformismo che la Sicilia si trascina dai tempi di Crispi e Giolitti

di Giulio Ambrosetti

Alla fine Rosario Crocetta, presidente della Regione Siciliana, è diventato il responsabile di tutti i mali di un’Isola sempre più disastrata. E i partiti che lo hanno fatto votare? E gli alleati di Confindustria Sicilia? E gli esponenti delle forze politiche che governano con lui da due anni e mezzo? Tutti senza responsabilità?

Su Crocetta, ormai, se ne dicono tante. Sulla rete viene dipinto in tutti i colori. Anche a Roma non scherzano. Qualche giorno fa la ministra Maria Elena Boschi ha pronunciato la parola “fatidica”: commissariamento della Sicilia. Vicenda che ha sollevato un vespaio di polemiche. I giuristi dicono che la Regione Siciliana non si può commissariare per questioni finanziarie. Anche se, in realtà, l’assenza di un bilancio potrebbe configurare la persistente violazione dello Statuto (la Sicilia è una Regione autonoma con un proprio Statuto), con conseguente commissariamento, che deve essere comunque votato da Camera e Senato in seduta congiunta, ed il successivo invio di tre commissari.

Ma il tema, oggi, non è questo. Il tema, oggi, è Crocetta che è diventato, come già accennato, il capro espiatorio di tutti i mali della politica siciliana. Affrontiamo questo tema − con tutto quello che politicamente ci gira attorno − con Tommaso Lima, coordinatore del Megafono di Palermo, considerato l’ideologo del movimento che fa capo al presidente della Regione. Lima nella vita è psichiatra infantile e fa politica da quando era ragazzo. È cresciuto nel vecchio Pci a pane e Gramsci. E non ha perso il gusto della sinistra. Lima, pur essendo vicino al presidente della Regione siciliana, non fa parte del “cerchio magico”. È rimasto fuori da tutti i “giochi” di governo. Ma rimane un osservatore attento. Con lui una chiacchierata si può fare. Anche perché ha sempre dimostrato grande onestà intellettuale.

Allora Lima: che sta succedendo in Sicilia?

“Succedono tante cose. Però dobbiamo partire da una premessa. La Sicilia, o meglio, la questione siciliana va inquadrata in un ragionamento più ampio. La Regione Siciliana è amministrata da quasi sette anni dal centrosinistra. Ed è proprio in questa terra dalle mille contraddizioni, patria del trasformismo, che si sta consumando, più che nel resto d’Italia, la crisi della sinistra. E qui dobbiamo fare un passo indietro”.

Facciamolo.

“Intanto partiamo da un presupposto: con la caduta del Muro di Berlino è morta anche la socialdemocrazia. Ed è in profonda crisi la stessa democrazia. Oggi, in Europa, la politica è un’appendice della grande finanza. Con un unico obiettivo: il governo. È inutile che ci giriamo attorno: oggi l’Unione europea non è più democratica. L’esecutivo dell’Unione, la Commissione, non è espressione della volontà popolare. La mancanza di democrazia si riverbera, a cascata, nei Paesi che fanno parte dell’Unione europea, con una stretta antidemocratica maggiore a carico dei Paesi che hanno aderito all’euro. In alcuni Paesi la pressione antidemocratica dell’Europa dell’euro si sente meno. In altri Paesi, come in Italia e Grecia, tale stretta si avverte in modo piuttosto pesante. La mancanza di democrazia che promana da Bruxelles colpisce Roma e da qui si diffonde in tutte le Regioni d’Italia, colpendo di più le Regioni più deboli e meno difese, a cominciare dalla Sicilia”.

L’Europa dell’euro ci chiede le riforme. Ma le riforme si possono conciliare con la mancanza di democrazia?

“Bisogna in primo luogo intendersi sul concetto di riforme. In Europa l’idea riformista della politica non esiste più. Piaccia o no, ma ormai ci troviamo a vivere in una dimensione politica post democratica. In questo scenario quelli che contano sono i riformatori, cioè coloro i quali pongono la questione democratica, ovvero la rappresentanza democratica nel governo dell’Europa”.

In Italia a porre la questione democratica non sono in tanti. Per non parlare della Sicilia…

“La Sicilia, in questo scenario, deve fare i conti con una doppia questione: europea e nazionale e con il trasformismo storico tipico della politica meridionale in generale e siciliana in particolare. Una melassa trasformista che ci portiamo dietro dai tempi di Crispi e di Giolitti”.

Cos’è per la Sicilia l’Unione europea?

“L’Europa unita è lontana dalla nostra Isola. Viene nominata per i fondi europei, che utilizziamo poco e male, sia per responsabilità nostra, sia per il modo spregiudicato con il quale il governo nazionale si prende le nostre risorse per dirottarle in altre aree del Paese, come ha fatto con i fondi Pac. A livello nazionale, insomma, siamo deboli. Tanto deboli che i governi romani, come già accennato, trovano del tutto normale toglierci le risorse finanziarie: cinque miliardi in due anni e mezzo strappati dal bilancio regionale, come voi scrivete spesso. E adesso il taglio dei fondi per l’autostrada Catania-Ragusa. E Roma avrebbe anche introdotto il pedaggio sulle autostrade Palermo-Trapani-Mazara del Vallo e Palermo-Catania, se non fosse crollata la collina che ha travolto il viadotto Himera. In più c’è il problema del già citato trasformismo siciliano. Senza i moderati, in Sicilia, non si vincono elezioni, ci ripetono fino alla noia. Tesi che è vera solo in parte. E che, in ogni caso, dà luogo a confusione. Basti pensare all’inciucio di Agrigento, dove il PD, debolissimo, ha cercato e cerca ancora un accordo con ambienti di Forza Italia”.

A dir la verità, anche Crocetta è andato ad Agrigento a plaudire all’alleanza tra PD ed ambienti di Forza Italia…

Anche l’esperienza di Crocetta è costellata da limiti ed errori politici. Però in Crocetta c’è la buona fede. Lo stesso Crocetta, sulle “pastette” di Agrigento, ha capito di avere sbagliato ed è tornato indietro. Ma una parte del PD − mi riferisco al parlamentare nazionale Angelo Capodicasa e al deputato regionale Giovanni Panepinto − sono ancora convinti di accodarsi al candidato sindaco Silvio Alessi, pur sapendo che è un esponente di centrodestra che governerebbe la città di Agrigento con il centrodestra”.

Capodicasa e Panepinto sanno che il Pd ad Agrigento − soprattutto dopo lo scivolone delle primarie del centrosinistra con Forza Italia − è debolissimo. E cercano di nascondersi dietro i voti di Alessi…

“Ho capito: ma non è nascondendosi che si risolvono i problemi politici. Ad Agrigento, purtroppo, c’è stato un tentativo, peraltro ancora parzialmente in piedi, di mescolare il Pd con la melassa trasformista che in Sicilia blocca ogni tentativo di cambiamento”.

Però in questa melassa ci sta anche Crocetta. Vogliamo parlare del Muos di Niscemi? In campagna elettorale, due anni e mezzo fa, l’attuale presidente della Regione si dichiarava contrario al mega radar. Poi è diventato filo-americano. Oggi, dopo che la magistratura ha bloccato il Muos, dice che è anche una vittoria sua. Insomma, ci ricorda Zeilg, il protagonista di un celebre film di Woody Allen…

“In verità, in un incontro a Tusa, Crocetta ha dichiarato di essere contro il Muos”.

E perché poi ha cambiato opinione?

“In lui ci sono limiti caratteriali”.

O ha avuto paura a mettersi contro gli americani?

“Non è così, il coraggio a Crocetta non manca. E l’ha dimostrato”.

Quando?

“L’ha dimostrato e lo dimostra ancora oggi. È uno dei pochi governanti siciliani che ha provato e continua a provare a liberare la politica siciliana dalla melassa trasformista. Pur tra limiti ed errori, lo ripeto, è l’unico governante dell’Isola che sta provando a fare a meno della vecchia politica politicante”.

A onor del vero ha “imbarcato” nella propria maggioranza mezzo centrodestra siciliano…

“Questa è una lettura politica strabica. È vero, in tanti si sono avvicinati al governo di Rosario Crocetta. Mi riferisco ai deputati del Parlamento siciliano e ad altro personale politico. Ma chi ha pensato di utilizzare Crocetta per salire sul carro dei vincitori ha sbagliato indirizzo. Tant’è vero che oggi sono tutti contro di lui: lo attaccano i deputati della maggioranza e anche quelli dell’opposizione. Di Crocetta si lamentano tutti. E questo vi dovrebbe fare riflettere”.

Cioè?

“Passi l’opposizione di sinistra. Cioè l’opposizione di chi vorrebbe l’acqua pubblica, la raccolta differenziata dei rifiuti, il no al Muos e il no all’elettrodotto nella Valle del Mela. Ma contro Crocetta − e in modo più agguerrito − ci sono tutti i cascami della vecchia politica siciliana e i potentati, non tanto e non soltanto del centrodestra, ma di tutta la borghesia mafiosa. Crocetta ha tanti limiti, ha commesso tanti errori, ha sbaraccato il sistema della formazione professionale siciliana senza creare un’alternativa: ma il vero dato politico, oggi, è l’astio della borghesia mafiosa nei suoi riguardi. E quando dico borghesia mafiosa mi riferisco a un’altra melassa, ben più pericolosa di quella trasformista. Anche se borghesia mafiosa e trasformisti, in Sicilia, vanno storicamente di pari passo. E non è un caso se queste categorie della vecchia politica siciliana, oggi, siano contro l’attuale governo”.

Anche il Pd è spesso critico con Crocetta. Prima era il Pd siciliano. Adesso quello romano…

“Guardi, il Pd romano lascia il tempo che trova. Questa storia del commissariamento della Regione Siciliana non sta né in cielo, né in terra. La Sicilia è in crisi perché l’Unione europea del rigore mette in ginocchio Roma che, a propria volta, penalizza la Sicilia, forse in modo più accentuato rispetto ad altre Regioni italiane. L’ipotesi di commissariamento della Sicilia, che la stessa ministra Maria Elena Boschi ha peraltro negato, sarebbe un autogol del governo Renzi. I Siciliani non sono stupidi. E ci sono giornali che, sui conti della Regione, scrivono la verità. Il Pd non potrebbe commissariare se stesso”.

In che senso?

“Nel senso che Crocetta è sempre stato leale con Renzi e con il suo governo. Roma ha tolto alla Sicilia tante, forse troppe, risorse finanziarie”.

Avrebbe potuto difendere di più la Sicilia.

“È quello che sta facendo. Ma lo fa da esponente di un governo regionale che parla ad un governo nazionale amico. Con Roma l’attuale presidente della Regione non è mai andato sopra il rigo. Sono stati, semmai, certi dirigenti del Pd che lo hanno attaccato, a Roma e a Palermo. E hanno fatto male, perché attaccare Crocetta significa attaccare Renzi. Perché Crocetta sta provando a dare alla Sicilia un Bilancio 2015, facendosi restituire da Roma i soldi che Roma ha preso alla Sicilia. Lo sta facendo utilizzando le leggi della politica, da uomo di governo che parla, lo ripeto, a un governo nazionale amico”.

Bilancio a parte, è saltata anche la riforma delle Province.

“E non è certo saltata perché così ha voluto Crocetta. Il discorso ritorna alla melassa trasformista, che non risparmia certo la maggioranza che sostiene l’attuale governo regionale. Alla fine sa perché è saltata la riforma delle Province? Perché c’è qualcuno convinto di andare avanti un altro anno con i commissari. Se questo non è trasformismo, cos’è?”.

La Voce di New York

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di Antonio Malafarina

Quanto successo all’Ars sulla legge di riforma delle province è il frutto di una maggioranza litigiosa − a cominciare dal PD − e raccogliticcia a cui manca un progetto politico chiaro e comune, nonostante i solenni impegni assunti in una riunione di qualche mese fa. Poteva essere una buona legge di riforma, per restituire ai Comuni la programmazione del territorio e dei servizi, anche con notevoli risparmi di spesa, ma ci sono troppe riserve, troppi conservatori e manca la voglia e la capacità di rimodernare la Sicilia. Abbiamo perso tante buone occasioni, a cominciare dal “Modello Sicilia” e da una vera strutturazione del Megafono, che potevano dar forza e voce alle vere riforme. I Gattopardi di Sicilia sono sempre forti e continuano a vivere.

di Antonio Malafarina

Il caso Agrigento, prima con Alessi e poi con Zambuto, è indice dell’incoerenza politica del PD, partito di maggioranza relativa, ma anche del Megafono.
Logo MegafonoSi avvertono la mancanza di un progetto trasparente e le contraddizioni di una leadership della politica che sia in grado di assumere decisioni per un vero e profondo cambiamento della Sicilia.

Il Megafono deve ritrovare se stesso e lo spirito con cui era nato, attuando quella progettualità e quelle riforme che sin oggi — tra ritardi e ripensamenti — sembrano confinate nel limbo delle buone intenzioni e stanno pian piano sconfessando tutta la politica siciliana, dove i principali attori pensano a incomprensibili alchimie politiche per poi smentirle, disorientando e deludendo i propri sostenitori.

Si mettano in calendario la legge sulla sburocratizzazione e la semplificazione legislativa, il piano rifiuti, il piano per il turismo, il piano per i trasporti, l’avvio delle opere pubbliche ferme per intoppi burocratici, con un decreto salva Sicilia e quelle riforme strutturali della burocrazia regionale che siano in grado di modernizzare la Sicilia. Non ci sono decaloghi da dettare, ma la necessità di assumere il forte e coerente impegno per realizzare riforme indispensabili in tempi certi.

di sa_fe

“La malafarina_0proposta dell’Assessore Leotta sulle ex province necessita di un adeguato approfondimento in sede legislativa per definire i contenuti di un’architettura istituzionale che, al momento, appare più concentrata sulle forme che sulle funzioni. Il disegno di legge proposto dedica poco spazio alle funzioni dei liberi consorzi, ricalcando in parte quello che già era previsto dalla legge regionale n.9 del 1986 istitutiva delle province regionali.” Sono state queste le parole dell’On. Antonio Malafarina, VicePresidente del gruppo parlamentare del Megafono all’ARS, in ordine al disegno di legge presentato dal titolare dell’Assessorato alla Funzione Pubblica della Regione Siciliana.

LA TERZA VIA DEL MEGAFONO

Pubblicato: 1 febbraio 2015 da Sicilia più in Politica
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di Tommaso Lima e Angelo Forgia

Viviamo come Intollerabile la facile demagogia con la quale si tende a cancellare il valore politico di una intensa battaglia contro la mafia e la mafiosità.

L’esperienza di lotta alla criminalità organizzata dal Presidente Crocetta e del senatore Lumia ha reso possibile l’affermarsi del primo tentativo in Sicilia di dare uno sbocco riformista alla politica per il governo dell’Isola.

Inutile sottolineare la campagna di attacchi politicisti di tutta una parte di ceto politico allargato, che ha mostrato il bisogno distorto di voler ‘’normalizzare‘’ l’esperienza Crocetta, in parte riuscendo in tale intento.

Avevamo visto giusto, Il Megafono era ed è il tentativo di Logo Megafonoavvicinare i bisogni della gente comune al governo dell’isola, cioè di avere relazione non con la disoccupazione ma con i disoccupati, non con la povertà ma con i poveri, non con il precariato ma con i precari, cioè di rivoluzionare quei processi di delega in bianco verso gli eletti che hanno provocato i disastri di cui oggi vediamo dispiegare tutte la tragiche conseguenze.

La domanda che ci dobbiamo porre è se possiamo accettare la palude oppure dobbiamo chiedere con forza un cambio reale di passo ai siciliani ed uno ulteriore al presidente Crocetta.

LEGALITA’ E SVILUPPO – AUTONOMIA E SVILUPPO -MEZZOGIORNO E SVILUPPO.

BISOGNA PROPORRE UNA TERZA VIA PER LA CRESCITA DEMOCRATICA DELL’EUROPA, CHE CONIUGHI RAPPRESENTANZA REALE DEI TERRITORI CON POLITICHE ESPANSIVE PER LO SVILUPPO.

Angelo Forgia

Angelo Forgia

Sul precariato bisogna dare un segnale di discontinuità. Anche perché le condizioni finanziarie della Regione non consentono di continuare a ipotizzare proroghe o, peggio, stabilizzazioni. Questo personale va tutelato, ma con modalità diverse rispetto al passato”.

A parlare è Angelo Forgia, del ‘Megafono’, il Movimento politico del presidente della Regione, Rosario Crocetta. (nella foto a sinistra, Angelo Forgia, il presidente della regione, Rosario Crocetta, e il coordinatore del ‘Megafono’ di Palermo, Tommaso Lima)

“Non possiamo pensare di continuare a tenere in piedi il precariato della Regione, degli enti regionali e, soprattutto, degli Enti locali. Le risorse finanziarie sono finite. Né si può pensare di amministrare una comunità di oltre cinque milioni di persone senza poter programmare e far approvare dal Parlamento dell’Isola una legge  perché tutte le risorse finanziarie destinate alla nuove leggi debbono essere impiegate per pagare i precari. La politica siciliana del passato ha commesso degli errori. Noi abbiamo il dovere di segnalarlo e di indicare un’alternativa”.

“Va detto – osserva ancora Forgia – che tutte le leggi regionali sul precariato sono passate con il consenso dei vari Governi nazionali. Come abbiamo avuto modo di notare, l’anno passato il commissario dello Stato ha impugnato le leggi sul precariato. Ma questo non è avvenuto negli anni precedenti. Dunque lo Stato, nel passato, ha avallato la creazione del precariato da parte della classe politica siciliana”.

“Ora il Governo nazionale – dice sempre l’esponente del ‘Megafono’ – non può chiamarsi fuori rispetto a un problema che ha contribuito a creare”.

“La Regione siciliana non è più nelle condizioni di pagare i precari – dice sempre Forgia -. Bisogna avviare una trattativa con Roma per istituire un salario minimo garantito per tutti i precari della Regione, degli enti regionali e degli Enti locali. Liberando la Regione di un onere finanziario che non può più sostenere”.

“Si stabiliscano regole precise e severe per chi percepirà il salario minimo garantito – osserva sempre l’esponente del Movimento del presidente della Regione -. Prevedendo pesanti penalizzazioni per chi, percependo tale salario, verrà trovato a lavorare in nero”.

“Una volta liberata la Regione del peso dei precari – conclude l’esponente del ‘Megafono’- sarà possibile riattivare i concorsi pubblici negli uffici della Regione, negli enti regionali e negli Enti locali. Daremo, così, un segnale positivo alle nuove generazioni, dicendo loro che anche in Sicilia, nella pubblica amministrazione, si accede con un concorso pubblico, secondo quanto previsto dalla nostra Costituzione”.

da Meridionews