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di Giulio Ambrosetti

Oggi, in Italia, è giorno di retorica: ed è in giornate come questa che il nostro Paese da il “meglio di sé”. Ci riempiranno la testa di libertà, di democrazia, di Repubblica italiana nata dalla Resistenza e bla bla bla. Chissà se qualcuno tra i tanti Soloni italici avrà il coraggio di dire come stanno, in realtà, le cose: e cioè che l’unica libertà rimasta ancora in piedi in Italia − e non sappiamo fino a quando − è quella della rete internet. E che quasi tutte le altre libertà − a cominciare dalla democrazia parlamentare − sono andate a farsi benedire.

crisi-economica-3Certe volte la storia, nel suo incedere, si prende gioco dei furbi (da distinguere nettamente dalle persone intelligenti). E i furbi – sempre per restare in tema di democrazia parlamentare – sono Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. I due, ignorando un pronunciamento della Corte Costituzionale che ha cassato la legge elettorale nota come Porcellum, stanno per convincere il Parlamento del nostro Paese ad approvare una nuova legge elettorale – già battezzata Italicum – che ricalca, in parte addirittura peggiorandolo, il Porcellum. Proprio nei giorni in cui “festeggiamo” la Liberazione, Renzi, nel nome di una democrazia nota solo a lui e ai suoi “giannizzeri”, ha sostituito nella commissione parlamentare i parlamentari riottosi, mettendoci i suoi sodali. Il messaggio è chiaro: l’Italicum deve passare in barba alla Corte Costituzionale e alla democrazia.

Oggi Renzi andrà in tutte le tv − con in testa quelle di Berlusconi − per celebrare un 25 aprile che, di fatto, sta calpestando, imponendo agli italiani una legge elettorale truffaldina e antidemocratica come il governo che presiede. In questa storia − al netto delle parole che pronuncerà oggi − ci piacerà osservare come si comporterà il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Che farà, Presidente Mattarella, quando le Camere “addomesticate” le presenteranno da come-distinguere-il-pignoramento-del-quinto-dello-stipendio-dalla-cessione-del-quinto_1d243934bf45b05fcf09a6a02632970dfirmare la legge sull’Italicum? Apporrà la sua firma o la rimanderà indietro alle Camere? Coraggio Presidente Mattarella, si ricordi che lei ha fatto parte della Corte Costituzionale che ha “bocciato” il Porcellum. Sia conseguente: sfoderi la pacifica, ma determinata, grinta di Fra Cristoforo e mandi a quel paese l’Italicum e i don Rodrighi di Palazzo Chigi e i tanti don Abbondi che le consigliano di attenersi alle “volontà” del Parlamento.  Coraggio, non la dia vinta ai Bravi dei Don Rodrighi!

Ma il 25 aprile, quest’anno, non coincide soltanto con il tentativo di calpestare il pronunciamento della Corte Costituzionale in materia di legge elettorale. Anche se pochi se ne occupano, questo è l’anno in cui assistiamo all’effetto combinato di Fiscal Compact e Two Pack. Il primo − il Fiscal Compact − è un trattato internazionale demenziale, in forza del quale il nostro Paese paga circa 50 miliardi all’anno all’Unione europea per tenere i “conti in ordine”: da qui la povertà del nostro Paese. Il secondo – il Two Pack – è un altro trattato internazionale, in base al quale il Parlamento del nostro Paese ha ceduto all’Unione europea dell’euro la sovranità sul Bilancio dello Stato. Di questi due trattati − che hanno vulnerato la Costituzione italiana del 1948 − dobbiamo dire grazie al governo Monti, al Parlamento della passata legislatura (eletto con il Porcellum), all’ex Presidente della Repubblica, l’europeista Giorgio Napolitano, e all’Unione europea dell’euro che ce li ha imposti.

Attenzione: se l’Italia avesse voluto, non avrebbe aderito all’euro e, di conseguenza, al Fiscal Compact e al Two Pack. Invece ha aderito, cedendo ad un’Unione europea di imbroglioni e massoni (nell’Unione europea queste due “categorie dello spirito” coincidono) sia la sovranità monetaria (euro), sia la sovranità sui conti dello Stato (Fiscal Compact e Two Pack).

Per capire il perché l’Italia ha ceduto una buona parte della propria sovranità ad un’Unione europea controllata, di fatto, dalla Germania, dobbiamo fare un ampio passo indietro e tornare agli anni della loggia P2 di Licio Gelli. Quando esplode lo scandalo della loggia P2 − una loggia segreta o “coperta”, che faceva capo alla Massoneria di Palazzo Giustiniani (Rito Scozzese antico ed accettato) −, in questa consorteria si ritrovano personaggi altolocati dello Stato: Ministri, leader di partiti politici, magistrati (c’era l’allora vice presidente del Csm!), medici, professionisti e persino alti prelati di Santa Madre Chiesa.

Licio Gelli, da allora ad oggi (è ancora vivo), non ha mai perso il suo sorriso. Perché sapeva chi aveva dietro di sé. Che non erano solo i potenti italiani (che alla fine contavano poco), ma i massoni europei. La storia ha dato ragione a Gelli. L’inchiesta penale sulla loggia P2 si è conclusa con un nulla di fatto. Agli atti restano i documenti prodotti dalla commissione parlamentare sulla loggia P2. A presiedere questa commissione venne chiamata Tina Anselmi. La sua nomina non fu casuale. Perché Tina Anselmi era stata una partigiana. E chi la volle, con molta probabilità, sapeva che dietro la consorteria massonica, che si era infiltrata in tutte le istituzioni italiane, c’erano gli stessi personaggi che lavoravano per la “Grande Unione europea”. Già allora era chiaro il disegno antidemocratico. Anche se la politica italiana dell’epoca s’illudeva di avere bloccato la P2.

Oggi la “Grande Unione europea” è una realtà. Parliamo dell’Unione europea dell’euro, della quale l’Italia fa parte. Convincere l’Italia ad entrare nella “trappola” dell’euro non è stato facile. I Tedeschi − che sono i veri gestori della moneta unica europea − hanno dovuto organizzare la stagione di Tangentopoli per fare fuori la classe dirigente che, alla fine degli anni ’70 e nei primi anni ’80, si era opposta alla P2 di Gelli. Fatta fuori la vecchia classe dirigente della cosiddetta Prima Repubblica − che aveva tante pecche, ma che non avrebbe mai infilato l’Italia nel tunnel dell’euro −, al governo dell’Italia sono rimasti, di fatto, anche tanti piduisti (non bisogna dimenticare che Berlusconi era affiliato alla loggia P2). Da qui, negli anni ’90, l’adesione dell’Italia all’euro. Sotto questo profilo, Tangentopoli è stata un’operazione perfettamente riuscita.

La storia è sempre maestra di vita. Ricordiamoci che Bettino Craxi, da Hammamet, in tempi non sospetti, affermava che la moneta unica avrebbe impoverito il sud Europa: il dramma della Grecia e l’Italia, con quasi 10 milioni di poveri e con le proprie grandi industrie vendute all’estero, ne sono una drammatica testimonianza. Craxi aveva ragione. Anche un’altra grande leader europea degli anni ’80 − Margaret Thatcher − era convinta che l’euro avrebbe portato povertà e disperazione. E non è un caso se l’Inghilterra (in verità assieme ad altri otto Paesi dell’Unione europea) non ha aderito all’euro. Anche la signora Thatcher aveva ragione.

Cosa vogliamo dire con questo? Che quel grande imbroglio massonico della moneta unica europea è la diretta conseguenza di quel filone massonico che in Italia, anticipando gli eventi, si chiamava, per l’appunto, loggia P2. Se avete la pazienza di andarvi a rileggere, tra i documenti della commissione parlamentare sulla loggia P2, i “programmi” di “rinascita” dell’Italia, ebbene, scoprirete parallelismi impressionanti tra alcuni scritti di allora e l’Unione europea dell’euro di oggi. Potenza della massoneria finanziaria!

Al di là di quello che ci diranno oggi con il diluvio di retorica, dobbiamo prendere atto che l’Italia della Resistenza ed i valori della Costituzione italiana del 1948 sono stati sconfitti. Altro che 25 aprile! Così come l’Italia, di fatto, è uscita sconfitta nella battaglia contro la P2. Il risultato è l’adesione del nostro Paese ad un’Unione europea non democratica. Ricordiamoci che la Commissione europea − che è l’esecutivo dell’Unione − non risponde al Parlamento europeo, ma alle consorterie massoniche e finanziarie. La stessa Chiesa cattolica oggi tace, ricattata con la storia dell’Imu.

Chiosa finale. Finora abbiamo sempre creduto che certi europeisti italiani erano persone serie. Il riferimento è − tanto per citare due nomi − ad Altiero Spinelli e Gaetano Martino. Ebbene, il ruolo di questi personaggi andrebbe approfondito, per capire se anche loro − come del resto Robert Schuman − sono riconducibili all’attuale Unione europea di massoni, o se esiste una cesura che separa i primi europeisti dai “briganti” e massoni che oggi controllano l’Europa dell’euro per conto di una Germania sempre più filiazione del “Secolo breve”…

P.S. 

Dimenticavo: oggi, 25 aprile, ricordiamo la lotta della Resistenza italiana contro i tedeschi. Solo che oggi lo facciamo con lo spread tedesco sul collo… Ci sarà qualcuno che farà notare anche tale anomalia?

di Bepi Lima  (sicilianews24.it)

Esordio sui grandi mezzi di comunicazione internazionale per il Presidente Sergio Mattarella che, per la prima intervista ufficiale, ha voluto fare le cose in grande, accettando la proposta della tv di informazione più diffusa nel mondo (la Cnn) con la star del giornalismo mondiale, Christiane Amanpour, inviata a Roma per il colloquio con il nostro capo dello Stato.

220734294-3c65732a-b424-4acc-8185-4593fff414a8Un palcoscenico globale che poco si confà al low profile scelto da Mattarella per le sue uscite pubbliche e che, probabilmente, avrà provocato travasi di bile per il premier Matteo Renzi, “oscurato” proprio dal candidato che aveva scelto per la sua sobrietà e il suo riserbo. Evidentemente la personalità del Presidente palermitano ha suscitato la curiosità dell’opinione pubblica mondiale.

Cuore dell’intervista con la Cnn, in onda alle 20 di stasera, sarà il nodo della risposta mondiale al terrorismo, nel momento in cui la comunità internazionale si interroga sulle modalità di intervento in Libia, per contenere l’avanzata dell’Isis e all’indomani della strage al Museo del Bardo di Tunisi che ripropone drammaticamente la necessità di una strategia globale contro il terrorismo.
L’attenzione nei confronti di Mattarella è legata anche al ruolo di prima linea che l’Italia inevitabilmente ha assunto nelle vicende che si svolgono a poche centinaia di chilometri dalle sue frontiere.

di Michele Balistreri

L’elezione alla più alta carica dello Stato di Sergio Mattarella, prima volta di un Siciliano nel Palazzo situato nel colle più alto di Roma, ci rimanda alla mozione degli affetti, al ricordo, all’insegnamento ed all’eredità politica del bagherese Andrea Zangara. Il Senatore (così come la memoria collettiva bagherese ci tramanda) fece, dell’appartenenza alla corrente della sinistra democristiana, guidata a Roma da Aldo Moro (ucciso dalle Brigate Rosse nel 1978) ed in Sicilia da Piersanti Mattarella e successivamente dall’attuale Presidente della Repubblica, la cifra della sua storia politica.

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Appartenenza che è stata adesione convinta ai valori ed ai principi del cattolicesimo democratico, pregnato di forte valenza sociale e, soprattutto, coerenza, fedeltà e lealtà alla famiglia Mattarella, di cui ha sempre seguito il percorso politico, approdando, dopo la fine della Democrazia Cristiana, nel Partito Popolare prima, nella Margherita successivamente ed infine nel Partito Democratico.

L’uccisione di Piersanti Mattarella (allora Presidente della Regione) nel 1980, assassinato da mano politico-mafiosa, cementò il rapporto politico, ma soprattutto umano, tra la potente famiglia politica siciliana e colui che, da semplice consigliere comunale della cittadina bagherese, sarebbe diventato Senatore della Repubblica tra il 1987 e il 1992 e, nell’ultimo decennio, deputato regionale della Margherita prima ed infine del partito Democratico dal 1996 al 2008.

Una progressione della carriera politica che lo vede giovanissimo, alla fine degli anni Sessanta, già nei banchi del consiglio comunale di Bagheria, per poi ricoprire i ruoli di Assessore e di Sindaco agli inizi degli anni Ottanta. Le elezioni comunali del 1984 lo vedono primo degli eletti e costituiranno il trampolino di lancio che lo porterà nel 1985 ad essere eletto Consigliere provinciale e nominato Assessore.

Da lì il salto sarà breve e le elezioni politiche del 1987 lo vedranno designato candidato nel collegio Bagheria-Corleone. Troviamo Andrea Zangara tra la cerchia ristretta di amici e compagni di partito che convince Sergio Matterella a lasciare la cattedra universitaria di diritto parlamentare alla facoltà di giurisprudenza di Palermo, per raccogliere l’eredità politica del fratello. Una carriera politica iniziata nel 1983 con la sua prima elezione alla Camera dei Deputati, dove vi rimase per 25 anni dopo avere ricoperto il ruolo più volte di Ministro nei governi Goria, De Mita e Andreotti e successivamente nella seconda repubblica con Prodi e D’Alema, nel cui Governo ricoprì la carica di Vicepresidente del Consiglio.

Oggi appare semplice ripercorrere la storia politica di Sergio Mattarella. Ma nella Palermo dei primi anni Ottanta non doveva apparire scontato disegnare una parabola politica, in una città ed in una provincia dove il rumore delle armi la faceva da padrone e gli assassini, come quelli di Piersanti, svolgevano funzioni preventive e dimostrative, che servivano da monito a quanti intendevano opporsi agli interessi mafiosi, dando prova di onestà, probità e correttezza.

Sergio Mattarella, suo malgrado, imparò da subito a districarsi tra la violenza assassina della mafia e la violenza subdola dell’antimafia parolaia, che sbrigativamente consegnò alla memoria collettiva l’immagine del padre Bernardo come interfaccia tra il mondo della politica e gli ambienti della mafia trapanese. Illazioni che lo “mascariarono”, ma che si rilevarono infondate.
Parallelamente, anche per Andrea Zangara non era semplice rappresentare la linea politica tracciata da Aldo Moro, volta alla tolleranza ed all’apertura verso le forze della sinistra democratica, nella Bagheria dell’economia fiorente, della produzione e della commercializzazione dei limoni.

Questo significava, per la potentissima Democrazia Cristiana locale, dialogare con il Partito Comunista, laddove lo scontro tra le due forze politiche era la continuazione e la proiezione dello scontro di classe tra il ceto dominante della piccola borghesia terriera ed imprenditoriale e gli interessi della classe bracciantile rappresentati dal PCI.

In una città, Bagheria, in cui era sottile la linea di demarcazione tra mafia, politica ed economia, Zangara seppe mantenere autonomia ed autorevolezza rispetto alle pressioni ambientali che venivano esercitate in un territorio a forte presenza mafiosa. Qui va letto il legame ed il sodalizio che ha legato da sempre Andrea Zangara con la famiglia Mattarella e che dopo l’uccisione di Piersanti cementò il rapporto tra il politico bagherese ed il più piccolo dei fratelli, quel Sergio che oggi siede al Quirinale.

Una storia di amicizia, di sodalizio politico, ma soprattutto di condivisione di valori, principi, visione della società e interpretazione del ruolo di gestione del potere pregnata di sensibilità umana e di giustizia sociale, in un territorio e durante un periodo storico in cui non era facile tenere la schiena dritta, affermando e facendo valere la propria dignità ed autonomia personale e politica.

Sicuramente la migliore testimonianza del rapporto tra i due uomini politici è stata consegnata alla memoria futura, dalle parole spese da Sergio Mattarella in occasione della presentazione di un libro che ripercorreva l’operato e le gesta politiche e umane di Andrea Zangara ad appena un anno dalla sua morte.

In un’affollata manifestazione che si svolse a Villa Cefalà, l’attuale neo Presidente della Repubblica tratteggiò il profilo 54d1e0dceb4baumano e politico dell’amico fraterno, ricordando i primi passi mossi insieme in politica negli anni ’60, sottolineando la costanza dei rapporti e soprattutto la ricca e intensa dimensione umana di Zangara. Mattarella rimarcò in quell’occasione il profondo senso di giustizia sociale che improntava la sua azione politica, il suo immenso senso del diritto e l’attaccamento alla famiglia.

Azzardiamo nel pensare che Andrea Zangara nella vita ultraterrena, nella quale da fervente cattolico credeva fortemente, sicuramente gioirà per l’elezione a Presidente della Repubblica del suo amico fraterno Sergio Matterella, gongolando e compiacendosi del fatto che questa soddisfazione si aggiunge a tutte quelle che la vita terrena gli ha riconosciuto.

Indubbiamente, le vicende di questi giorni lo suggellano e lo consegnano alla memoria collettiva dei suoi concittadini ancor di più come un grande uomo ed un grande politico, che vedeva lontano, dotato di giuste e grandi intuizioni e la cui grandezza era direttamente proporzionale alla sua umanità, semplicità e umiltà.

Sicuramente l’esperienza e la caratura umana e politica di Zangara oggi tornerebbero utili a tutta la politica bagherese, in un momento così difficile per la città.

Una città, Bagheria, in forte crisi d’identità, dove forte è la tendenza, da parte delle nuovi classi dirigenti, a cancellare la memoria storica, le radici culturali, il senso collettivo di comunità e dove sembra prevalere un pericoloso e dilagante manicheismo, una visione divisiva della politica che tende a demonizzare tutto e tutti in nome di un presunto rinnovamento, che scava fossati invalicabili tra il nuovo ed il vecchio senza distinzione alcuna. Conseguenza immediata è il degrado nel livello della dialettica e del confronto politico, in barba al rispetto delle ragioni dell’avversario politico.

Un armamentario contrapposto e asimmetrico alla politica del dialogo, della tolleranza e del rispetto che propugnava ed attuava Andrea Zangara, il cui testamento politico, anche alla luce dell’elezione di Sergio Mattarella alla carica di Presidente della Repubblica, può tornare utile al ritorno della buona politica, condizione necessaria per provare a risollevare le sorti della città e fermarne il declino.

Una cosa è certa, con Matteo Renzi alla Presidenza del Consiglio e Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica, entrambi appartenenti al Partito Democratico, ma di estrazione Popolare, oggi possiamo risolvere (con la giusta dose d’ironia e rispettosi delle sensibilità politiche di tutti i lettori) il famoso dilemma nel quale si dibattevano gli intellettuali laici e di sinistra nell’Italia degli anni Settanta ed Ottanta, affermando, con ragionevole beneficio del dubbio, che moriremo democristiani. Ciò, ovviamente, nell’accezione positiva che connota la logica di appartenenza al partito che affonda le radici nel Partito Popolare fondato da Luigi Sturzo nel 1919 e che vide tra i fondatori nel dopoguerra Bernardo Mattarella, padre di Sergio e componente dell’Assemblea Costituente eletta nel 1946, a dispetto delle innovazioni della politica, sorte da un ventennio e che ancora affollano il panorama politico ed affascinano molti elettori.

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Oggi il Parlamento ha scritto una nuova pagina nella storia d’Italia, eleggendo Sergio Mattarella dodicesimo Presidente della Repubblica

di Evelina Gianoli

Primo siciliano ad approdare al Colle, uomo di indiscussa onestà intellettuale ed integrità morale, Mattarella ha avuto 665 voti, solo otto sotto il quorum dei 673, sfiorando il quorum dei due terzi, necessario nelle prime tre votazioni.

Nella sua prima dichiarazione rilasciata in veste di nuovo Capo dello Stato, sono state queste le sue parole: “Il pensiero va soprattutto e anzitutto alle difficoltà e alle speranze dei nostri concittadini. E’ sufficiente questo”.

A congratularsi con Mattarella sono stati, tra gli altri, il Presidente del Senato Pietro Grasso, che gli ha detto: “Sarai un grande presidente”. Matteo Renzi su Twitter gli ha augurato un buon lavoro. Anche Papa Francesco ha inviato un telegramma a Sergio Mattarella, rivolgendogli “deferenti espressioni augurali per la sua elezione” e auspicando che “Ella possa esercitare il suo alto compito specialmente al servizio dell’unità”.

Nato a Palermo il 23 luglio del 1941, docente di Diritto parlamentare all’Università di Palermo, è stato più volte ministro, deputato per venticinque anni (dal 1983 al 2008), attualmente è giudice costituzionale. Proviene da una famiglia che si è sempre occupata di politica: il padre Bernardo, politico democristiano, fu più volte ministro tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Il fratello, invece, era Piersanti, che nel 1980 fu assassinato da Cosa Nostra mentre era presidente della Regione Siciliana, perché la mafia capì che quel presidente non si sarebbe mai piegato alle sue richieste.

Deputato dal 1983 al 2008, prima per la Democrazia Cristiana e poi per il Partito Popolare Italiano e la Margherita, e più volte ministro, dal 2011 è giudice costituzionale di nomina parlamentare. Tutti lo conosco per la legge elettorale che il politologo Giovanni Sartori ha ribattezzato «Mattarellum».

Si dimette dall’incarico di ministro della Pubblica Istruzione il 27 luglio 1990, insieme ad altri ministri della corrente di sinistra della DC, per protestare contro l’approvazione della legge Mammì di riassetto del sistema radiotelevisivo che avrebbe legittimato la posizione dominante del gruppo televisivo di Silvio Berlusconi.

Mai sfiorato dalle inchieste su Tangentopoli, Mattarella è uno dei protagonisti del rinnovamento della DC che avrebbe condotto nel gennaio 1994 alla fondazione del Partito Popolare Italiano. Nel 1995, al culmine dello scontro interno al PPI, apostrofa l’allora segretario Rocco Buttiglione, che cercava l’alleanza con la destra, «el general golpista Roquito Butillone…» e definisce «un incubo irrazionale» l’ipotesi che Forza Italia potesse essere accolta nel Partito Popolare Europeo. Nel 1996, con l’affermazione elettorale de L’Ulivo, è di nuovo deputato e viene eletto capogruppo dei popolari alla Camera. Durante il governo D’Alema I assume la carica di vicepresidente del Consiglio, mentre nei successivi Governo D’Alema II e Governo Amato II è Ministro della Difesa. Già nel 2013 il suo nome era stato proposto dall’ex segretario Pier Luigi Bersani come candidato alla presidenza della Repubblica.

“Mettiamo da parte i giochetti politici, può aiutare molto il Sud”

di sa_fe

Una lettera-appello al di là delle appartenenze politiche a tutti i grandi elettori siciliani affinché votino per Sergio Mattarella. E’ questa l’iniziativa che prenderà l’inquilino di Palazzo d’Orléans Rosario Crocetta in omaggio a quello che, domani, a partire dalla quarta votazione, potrebbe diventare il primo Presidente della Repubblica nato in Sicilia.Rosario Crocetta

Intervistato dall’agenzia Dire, Crocetta spiega: “Io mi auguro che ci possa essere una condivisione più ampia attorno a Mattarella, perché ci sono tutte le condizioni. Sinceramente non riesco a capire come dietro ci possano essere giochetti di partito. Non ha senso perché è chiaro che quando si sceglie un Presidente della Repubblica non si sceglie un uomo del proprio partito ma si sceglie un uomo che può essere condiviso da tutti. Credo che Mattarella abbia queste caratteristiche. E’ un uomo di dialogo, di grande capacità di collaborazione con tutti e, soprattutto, è un garante della Costituzione. Io farò oggi un appello, più tardi lo formalizzerò in una lettera, a tutti i delegati e i grandi elettori siciliani di votare Mattarella. E’ molto importante, in un momento in cui l’isola è in grande difficoltà, che ci sia un uomo che conosce profondamente la regione, la conosce negli aspetti positivi ma anche negli aspetti negativi”.

“L’elezione di Mattarella”, continua Crocetta, “può aiutare il Sud profondamente perché c’è una vicenda ancora irrisolta nel rapporto Nord-Mezzogiorno. Se il Sud non decolla, non decolla nemmeno il Paese”. “Mi auguro – conclude Crocetta – che tutti i delegati siciliani domani votino Mattarella perché non si può scegliere il Presidente della Repubblica in base alle appartenenze politiche. Ci sono tutti gli estremi affinché Mattarella sia il candidato ideale di tutti. Ripeto: di fronte al Quirinale, mettiamo da parte i giochetti della politica”.

Il video dell’intervista al Presidente Crocetta.

Inizia oggi il cammino verso l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Naturalmente in queste ore si sta entrando nel vivo dei nomi. Sergio Mattarella su tutti. Bene, mi convince!Sergio Mattarella

Ci sono buone ragioni per condividere questa scelta. Mattarella ha avuto sempre un profilo istituzionale, non per ipocrisia o tatticismo ma per cultura e modo di essere. Nella sue esperienze di uomo delle istituzioni non ha mai rinunciato a dire la sua e a fare scelte in modo libero, come quando si dimise da ministro per protestare contro il voto di fiducia posto dal governo sulla legge Mammì. Mattarella, inoltre, fu l’estensore della legge elettorale uninominale cosiddetta “Mattarellum”, approvata all’indomani dello scandalo “Mani Pulite”. E  da ministro della Difesa sostenne l’abolizione del servizio di leva.
Per me conta molto anche un altro profilo, quello del contrasto alle mafie e alla corruzione. È inutile commentare quest’aspetto ed è facile capirne tutte le implicazioni positive e tutte le proiezioni virtuose sul piano nazionale ed internazionale.

PD: VELTRONI, LUMIA CAPOLISTA SENATO IN SICILIA

Parliamo adesso del cammino politico compiuto dal Pd per motivare questa scelta. Il Pd non può rinunciare al diritto, e ancor più al dovere, di proporre un nome. Sono circa 460 i grandi elettori di area. Il Partito democratico, quindi, ha il dovere di esercitare questa responsabilità, evitando di commettere gli stessi errori commessi due anni fa. Sembra che sul nome di Mattarella sia possibile raggiungere l’unità dentro il Partito, così come un’ampia convergenza con le altre forze parlamentari. Naturalmente bisogna essere molto cauti, anche perché le ultime divisioni interne bruciano ancora.
Allo stesso tempo il Pd non può usare questa sua funzione di guida della scelta in modo arrogante e autoreferenziale. Il Presidente della Repubblica deve svolgere una funzione di arbitro, deve legarsi alla Costituzione, deve favorirne una sua evoluzione capace di metterla al passo con i tempi.

Il Pd ha fatto una scelta  al servizio delle istituzioni e del Paese per raggiungere un consenso ampio. Forza Italia non va esclusa, ma neanche può porre veti. Anche il Movimento 5 Stelle non deve tirarsi fuori. Non può, per principio, continuare a ritagliarsi il ruolo di bastian contrario. Se fosse un partitino con un consenso estremista lo capirei, perché in questo modo manterrebbe la sua nicchia, ma si tratta di un movimento che ha la fiducia di milioni di italiani. Ha, pertanto, il dovere di prendere parte al confronto con il Pd e gli altri partiti.

Quattro considerazioni mi premono nella scelta del Presidente della Repubblica: che abbia un’attitudine alle questioni internazionali e capace di proiettare un’immagine positiva del nostro Paese nel mondo; che sia un punto di riferimento per le istituzioni, la politica ed i cittadini; che sappia accompagnare il cambiamento di cui ha bisogno l’Italia; che abbia una spiccata sensibilità antimafia e anticorruzione.

Con Sergio Mattarella questi quattro aspetti sono ben rappresentati.

Giuseppe Lumia