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di Salvatore Petrotto

La Sicilia ha dato, come è risaputo, i natali a personaggi quali Francesco Crispi, agrigentino di Ribera, uno dei principali sostenitori di Garibaldi e dell’Impresa dei Mille, assieme a Rosolino Pilo.foto_sicilia_satellite Eppure, quando è diventato ministro e presidente del Consiglio, alla fine dell’Ottocento, si è scagliato contro gli zolfatai ed i contadini siciliani. Crispi ha represso duramente i moti di ribellione dei più diseredati, sol perché si erano organizzati in dei movimenti, denominati Fasci Siciliani, di chiara ispirazione socialista. Finirono nel sangue, il sangue dei vinti, anche quelle lotte sociali contro l’insopportabile sfruttamento a cui erano costretti operai e contadini, da chi (inglesi e non solo) rubava, già allora, le risorse della Sicilia, quali il prezioso zolfo che, nell’Ottocento, per le sue svariate utilizzazioni a livello industriale ed in agricoltura, potrebbe essere paragonato al petrolio di oggi.

La Sicilia ha dato anche i natali a Don Luigi Sturzo, di Caltagirone, fondatore di quel Partito Popolare che nel Secondo Dopoguerra è stato denominato Democrazia Cristiana. E potremmo continuare con il finanziere di Patti, Michele Sindona, vissuto alla corte del più grande finanziere italiano, anch’egli Siciliano, Salvo Cuccia; ci riferiamo al quel Sindona prima acclamato come una sorta di mago della finanza italiana e poi ucciso in carcere con un caffè avvelenato, allo stesso modo di Gaspare Pisciotta, il cognato-assassino del bandito Salvatore Giuliano.

Tra ribellioni, ascarismi vari, compresi quelli attuali dei vari “Angelini Alfani”, ed ondate di separatismo represse nel sangue, sapientemente miscelate e confuse con la mafia, anche a partire dall’immediato Secondo Dopoguerra, la Sicilia continua ad avere un solo torto. Sapete qual è? Ogni tanto osa ribellarsi contro uno Stato patrigno, che non attua i dettami della nostra (loro!) Costituzione della Repubblica Italiana.

I Siciliani, per lo meno la maggioranza dei Siciliani, avrebbero forse voluto che, per lo meno dopo la Seconda Guerra Mondiale, dopo quel primo gennaio del 1948, giorno in cui fu pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana la nostra Carta Costituzionale, ci si adoperasse per rimuovere tutte le cause che ostacolano la realizzazione di quelle condizioni di uguaglianza e di pari opportunità di tutti i cittadini italiani. Tutto ciò, fuor di metafora, per scendere sul terreno della concretezza, significa, proprio perche è compito della Repubblica Italiana, così come sancito dalla Costituzione, realizzare quelle strutture statali che, lo ribadisco, sono: strade, autostrade, ferrovie, porti ed aeroporti degni di questo nome. Significa anche garantire acqua, pulizia, disinquinamento dei mari e delle falde acquifere, scuole ed ospedali che possano realmente assicurare degli standard di qualità e sicurezza, alla stregua dei cosiddetti paesi civili. E se il nostro è uno Stato realmente unitario e solidale, come mai, visto che i Siciliani sono degli incalliti delinquenti e mafiosi e non sono in grado di badare a sé stessi, non è ancora riuscito, dopo settant’anni di vita repubblicana e più di ottanta di Monarchia Sabauda, a fare tutto ciò?

Fate voi, nordici, visto che noi siamo sudici! Attuate la nostra Costituzione Repubblicana, gestite voi, con la vostra proverbiale puzza sotto il naso, le nostre risorse economiche e realizzate tutte quelle cose che noi Siciliani non siamo riusciti ancora a fare, per creare così le precondizioni dello sviluppo sociale, economico ed occupazionale. Ah dimenticavo! Voi uomini del Nord è dall’indomani dell’Unità d’Italia che qua in Sicilia state saccheggiando le nostre risorse. I fondi della vecchia Cassa per il Mezzogiorno sono stati gestiti dalla FIAT non solo a Termini Imerese ma anche con le sue aziende collegate che si occupavano di edilizia pubblica, ovviamente! raffineriagelaanteprima600x345578452Il nostro petrolio è stato estratto e raffinato a Gela, Augusta, Priolo, Melilli e Milazzo, dall’ENI che se non sbaglio era, e lo è ancora parzialmente, un’azienda di Stato. Le grandi opere pubbliche, quelle che costano per dieci volte rispetto alla media europea, sono, come più volte ho avuto modo di dire, lottizzate ed equamente divise tra la CMC di Ravenna che fa capo al PD e la Impregilo del milanese Berlusconi e di Lunardi.

Ed allora? Sapete cosa si sono pappate le imprese del Nord e le industrie di Stato in Sicilia? Centinaia di miliardi di euro, col petrolio e con i vari interventi straordinari per il Mezzogiorno. Sapete che cosa ci hanno lasciato oltre all’inquinamento ed ai tumori? Le briciole: qualche migliaio di posti di lavoro, presso le aziende più inquinanti d’Europa! Fatevi un giro a Gela, Priolo od Augusta e ve ne renderete conto. E la FIAT di Termini Imerese che fine ha fatto? Ma per cortesia, finiamola con la solita storia di accusarci di vittimismo meridionalista! Il Sud, in generale, e la Sicilia, in modo particolare, sono state sempre delle vacche da mungere. Per ogni centesimo dei finanziamenti stanziati per il Sud si è registrata un’equa ripartizione tra le grandi imprese del Nord, le classi dirigenti parassitarie dello Stato Italiano, dedite al clientelismo più becero, comprese quelle siciliane, la mafia, la camorra, la ndrangheta e la sacra corona unita. A tali organizzazioni criminali sono stati assicurati i proventi della loro intermediazione parassitaria e violenta, per reprimere ogni conato di ribellione dei meridionali, ogni qual volta hanno tentato di ribellarsi a questo regime politico-affaristico-mafioso! Ecco perché tali organizzazioni mafiose hanno goduto delle necessarie impunità: per favorire certi politici, sostenuti dai servizi e dagli apparati deviati dello Stato Italiano, al servizio delle grandi imprese del Nord e di quelle di Stato.

Le recenti inchieste sulla Trattativa Stato-Mafia sono illuminanti in tal senso: proprio questo dimostrano, lo stretto connubio tra le massime istituzioni dello Stato Italiano e le varie mafie. Per decine di milioni di meridionali è rimasto ben poco, se non macerie economiche e sociali, oltre che civili ed istituzionali: disoccupazione, povertà, città e paesi sommersi dai rifiuti, merda e veleni scaricati a mare e nei torrenti, servizi che si pagano il triplo rispetto al resto d’Italia, proprio perché sono pessimi, quali la gestione dei rifiuti, la depurazione dei liquami fognari e la distribuzione dell’acqua potabile. Ah, dimenticavo! Dobbiamo anche sorbirci le prediche degli imbonitori televisivi a pagamento e di una stampa venduta che ci ricordano, quotidianamente, che non abbiamo speranza, che la colpa è nostra e che soprattutto non dobbiamo lamentarci, altrimenti ci accusano di piangerci addosso e di essere sempre i soliti “addratta e chianci”. Non ne possiamo più, andate pure a quel paese, separiamoci, ma fatela finita per cortesia!

di Yuri Testaverde

Il 23 giugno scorso, presso l’Aula Consiliare del III Municipio di Roma Capitale, la presentazione del libro del noto docente palermitano Giuseppe Carlo Marino e del giornalista Pietro ScaglioneL’altra resistenza. Storie di eroi antimafia e lotte sociali in Sicilia“, é stata interessante occasione per spunti di riflessione su argomenti sempre attuali.

L’incontro, coordinato dalla giornalista del giornale Radio Rai1 Milvia Spadi, ha visto la partecipazione del Prof.Giuseppe Carlo Marino, 155_2già autore di diversi libri sulla storia e sull’analisi del fenomeno mafioso, del giudice siciliano Maria Grazia Giammaritaro, già Rappresentante speciale e Coordinatore per la lotta alla tratta degli esseri umani presso l’OSCE, dei sociologi Prof. Francesco Carchedi, esperto di immigrazione e responsabile Area ricerca del Consorzio Parsec, del Prof. Maurizio Fiasco, consulente della Consulta Nazionale Antiusura e già consulente della Commissione Parlamentare Antimafia, con interventi finali dell’Ass. Politiche Sociali III Municipio di Roma Capitale Eleonora di Maggio, e della Responsabile Terzo Settore di Libera Antimafia Francesca Zangari.

É emersa subito, dirompente, la visione condivisa di una lotta per la legalità da unire imprescindibilmente alla lotta per la giustizia sociale, senza la quale anche una parte dell’antimafia istituzionale finisce per divenire parolaia, senza quelle solide fondamenta su cui strutturare ed orientare l’azione stessa.

Il libro vuole approfondire la storia dell’antimafia sociale, dando spazio anche alla descrizione dei percorsi di formazione e gestione del potere mafioso all’interno della macchina istituzionale, ed evidenziandone elementi di infiltrazione dall’esterno, se non di vera connivenza con il mondo politico stesso. Durante la discussione, infatti, emerge come la mafia, in realtà, venga considerata non in chiave antisistema, ma anzi pronta ad abbracciarlo fino a “fare affari” con quegli attori sociali che vogliono e possono collaborare, mentre é ancora pronta a levare di mezzo persone che possono risultare scomode con gli interessi e obiettivi mafiosi stessi. Il capo mafioso, quindi, viene dipinto come un appartenente alla “borghesia mafiosa”, alla classe dirigente dominante, pronto a tenere contatti e scambi con l’élite politico-finanziaria a cui mira, e dunque non sembra esser visto appartenere ai ceti popolari, distaccandosi da quegli stessi delinquenti e manovalanza criminale a cui, comunemente, invece li si associa.

I sistemi mafioso e politico sembrano non avere solo punti in comune, ma i confini sembrano non ben delineati ed essere interconnessi, creando un cosiddetto “terzo livello” tra la direzione strategica generale, la criminalità organizzata e la politica, nel momento in cui può essere feconda una comunanza di interessi comuni.

Ecco che l’autore fa emergere, nel suo intervento, tutta la sua sapienza storica e profondità di conoscenza, nel momento in cui afferma che se la mafia fosse stato solo un fenomeno di criminalità organizzata, sarebbe stata ampiamente già debellata, e invece é una questione tutt’altro che risolta, e legata anche alla debolezza strutturale di questi Stati in cui la democrazia non si é ben consolidata nel suo processo storico, andando a coprire dei vuoti politico-sociali. Ecco spiegata la blanda lotta istituzionale alla mafia, almeno fino all’inizio degli anni ’70, in un continuum storico-politico che può esser fatto partire dal periodo di Crispi, del trasformismo giolittiano, per poi continuare coi rigurgiti fascisti e del consolidamento del potere democristiano in piena epoca repubblicana. Alle prime inchieste di Sydney Sonnino e Leopoldo Franchetti, seguì di ufficiale ben poco altro, almeno fino a quando, in seguito alla Strage di Ciaculli del 1963, molto dolorosa per lo Stato, si trovano nel 1965 le prime Disposizioni di legge in cui viene esplicitamente fuori la parola mafia.

Seguendo questo filo logico, la naturale conseguenza é quella di affermare, per l’autore, che la formazione dell’antimafia sociale risalga a molto tempo prima di quella istituzionale, con esempi positivi e concreti, in quanto la mafia danneggiava i ceti popolari stessi, ma che questa stessa antimafia, invece di essere sostenuta e valorizzata, sia stata nel tempo repressa e sfiduciata, perché la mafia stessa sia riuscita ad annidarsi dentro il sistema, creando un rapporto organico tra sistema mafioso, politico ed istituzionale.

L’uso privatistico della legge che ne consegue, dunque, é la logica azione dei “baroni siciliani” e non, é un uso distorto della legge che é privatizzata e usata dal potere e da quelle classi dominanti colluse, che contribuiscono a fare percepire, nell’insieme, un sistema che sembra mafioso nel complesso.

La magistratura, in questo teatrino sconfortante e poco democratico, sembra restare sospesa, e i magistrati impegnati, ieri come oggi, in una lotta semi-solitaria come quella di Nino Di Matteo, non sembrano coadiuvati e potuti sostenere nemmeno da una sinistra polverizzata, debole e divisa, e che deve trovare ancora le sue forze e la sua strada. La situazione é ulteriormente complicata dalla presenza ormai massiccia di mafie straniere, che collaborano con quelle locali in un assetto di illegalità diffuso, rimettendo in gioco la formazione e la gestione del potere, in un assetto di Globalmafie, una visione cara a Marino, che la sostiene da diversi anni, e che prospetta una valutazione e una soluzione della questione su un piano non solo locale, ma globale.

Dalla appassionata discussione del pomeriggio, ne esce fuori la visione di un libro che mira all’arduo compito di unire due culture nell’elemento della lotta sociale antimafia, due culture politiche che si sono guardate l’un l’altra durante il corso del Novecento, quella cattolica e quella laica, e non sempre in comunione tra loro. Non é dunque un caso che il libro di un autore di scuola marxista, sia stato edito dalla cattolicissima casa editrice Paoline, e che il Prof.Marino stesso si lasci sfuggire che il libro sia dedicato anche a Papa Francesco, nella tacita speranza che questa storia dell’antimafia civile possa non ridursi ad essere antimafia autocelebrativa ed elitaria, ma divenire “antimafia di massa”, come la chiama Marino, in modo che la memoria possa essere usata come metodo di combattimento sempre inclusivo e collettivo.

Ecco che, così analizzati in questa chiave di lettura, i fatti di Sicilia possono risultare anche apparire, riflessi d’Italia.

Made in antimafia

Pubblicato: 11 aprile 2015 da Sicilia più in Attualità
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di Margherita Tomasello

Nel lontano 1980 ricordo che passammo un’estate all’insegna del terrore. Eravamo stati presi di mira dalla mafia locale, che iniziò a chiedere il pizzo in azienda (la nostra azienda si trova nel territorio di Casteldaccia). Voglio ricordare che in quel periodo il potere e la violenza della mafia avevano raggiunto i livelli più alti, soprattutto in quel territorio. Basta citare il famoso triangolo della morte (Bagheria-Casteldaccia-Altavilla). E certamente lo Stato non era presente come oggi.  Io ero troppo piccola per capire cosa stesse accadendo, avevo appena 13 anni, e come ogni estate non vedevo l’ora che ci trasferissimo a Casteldaccia per iniziare le agognate vacanze.

Purtroppo per noi in quell’anno non ci furono vere vacanze, perché i nostri genitori spaventati per qualche ritorsione non ci facevano andare neanche nei nostri viali con gli amici. Ritorsioni perché, appena iniziarono le prime lettere minatorie, subito si decise di denunciare. Fummo immediatamente oggetto di attentati, quali bombe esplose nell’atrio del pastificio ed un’altra trovata nel molino fortunatamente non deflagrata, perché, se così fosse stato, tutta l’area per almeno 200 metri sarebbe stata rasa al suolo, tanto era potente. Quindi, l’estate passò praticamente fra le mura della nostra abitazione. Ora, immaginate se tutto questo fosse avvenuto, per esempio, due anni fa. Che colpo di fortuna sarebbe stato! L’azienda avrebbe avuto subito sgravi megagalattici e noi la nomina in qualche consiglio d’amministrazione o la presidenza di qualche ente. Certamente avremmo avuto le luci della ribalta e della fama e, invece di avere oggi un’azienda che ha dovuto chiudere per competere normalmente con un mercato che è senza regole e che garantisce solamente i furbetti del quartiere, godremmo di un’azienda con un bollino unico al mondo: “made in antimafia”, piuttosto che con uno squallido (retoricamente parlando) “made in Sicily”.

Penso sia giusto che i molti imprenditori, che hanno dovuto sopportare la tragedia della richiesta del pizzo ed hanno avuto il coraggio di voler denunciare, debbano essere aiutati dalla legge nel riprendere il giusto cammino imprenditoriale, ma mi chiedo: quanti di questi hanno realmente avuto benefici non solo aziendali ma anche personali? Perché, quando sento il “vostro” governatore Crocetta (perché io, non avendolo votato, non l’ho mai    riconosciuto tale) parlare sempre di antimafia, di aiuto alle aziende che denunciano, etc., mi chiedo: ma è solo per alcuni amichetti del cerchio magico? Sento spesso di imprenditori che, pur denunciando il malaffare, si sentono abbandonati dalle istituzioni e poi, invece, devo sopportare addirittura il pianto di commozione del “governatore” davanti ai nuovi assunti alla Regione tra i testimoni di giustizia. Non so perché ma mi ha tanto ricordato il pianto della Fornero, quando con questa tenera commozione la mise nel … a tutti gli Italiani. E per rincarare la dose, il “vostro” governatore si auspica che le aziende “dell’antimafia”, abbiano dedicati degli appalti e dei lavori; insomma una corsia preferenziale, alla faccia di tutte le regole del mercato, distruggendo quindi anche tutte quelle aziende sane, oneste e serie della concorrenza.

Nasce spontanea una domanda: i furbetti del quartiere cosa si inventeranno per percorrere questa strada al fine di ottenere questi benefici? Allora è arrivato il momento di parlare a tu per tu con questo signore: “Caro Sig. Crocetta, il “made in antimafia” non lo hai inventato tu, da oggi ti tolgo la paternità di una parola troppo preziosa per tutti gli onesti Siciliani, per le persone che, pur denunciando con onore e dignità, hanno continuato a mantenere i loro principi etici di onestà e corretta imprenditorialità senza mai avere e cercare nulla in cambio. Hai svalutato questo marchio, facendolo quasi diventare una barzelletta, tanto lo hai usato e strausato a proprio uso e consumo. Ora è compito di noi onesti cittadini riportarlo alla sua originale importanza e farlo nuovamente nostro, facendolo diventare un prezioso vessillo della legalità. E quando decidi di inserire nell’organico delle persone che naturalmente servono in quel momento per fare notizia e prendere punti (perché non credo che te ne possa fregare qualcosa), ricordati che  questi signori li paghiamo noi. Quindi, almeno risparmiati le lacrime. Inoltre, visto che siamo sempre noi a pagare te, sinceramente, ti avrei licenziato già da tempo, considerato che i risultati del tuo lavoro sono pessimi, con una Sicilia ormai in ginocchio, allo sbando e senza più speranze. Con questo ti faccio lo stesso invito che rivolsi ai miei “ex” colleghi di confindustria nel 2007, quando dichiarai di lottare contro la mafia con le azioni giornaliere all’interno delle nostre aziende per uno sviluppo reale, concreto e duraturo del territorio, quale unica e vera lotta alla mafia, senza inutili proclami finalizzati solo all’accumulo di poltrone!”.

Ecco come (5). Riconversione del territorio

Pubblicato: 30 marzo 2015 da Sicilia più in Attualità
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di Donato Didonna

La penosa situazione in cui versa il territorio − specie urbano − siciliano, è sorta e si è sviluppata tutta negli ultimi decenni di attività edilizia dissennata. L’edilizia, fino al dopoguerra, quindi persino quella ispirata al razionalismo fascista, era caratterizzata comunque da un senso estetico, era frutto di un disegno progettuale dignitoso: cosa sarà successo nella mente di amministratori pubblici, architetti, urbanisti e ingegneri del “sacco” di Palermo, di Agrigento, ecc.? Chi ha dato loro una laurea? Come ha fatto un territorio naturalmente “bello” ad essere reso “brutto” da troppe ed infelici realizzazioni di professionisti siciliani, non piemontesi? Chi ha autorizzato folli volumetrie e quartieri senza un decente disegno urbanistico o adeguati servizi?

Se il territorio deve diventare una risorsa, non è più tollerabile un 860735_10200283454123230_517806592_osuo uso così anarcoide come avvenuto sinora. Il brutto non attira nessuno mentre abbrutisce la vita di chi ci vive. Città, coste, centri storici, paesaggi marini e rurali vanno riconsiderati e devono diventare un’opportunità per un’attività edilizia di riconversione, riuso, ma anche di abbattimento sic et simpliciter da sprigionare, inizialmente a macchia di leopardo, sotto una regia intelligente di urbanisti −siciliani e non − degni del loro titolo accademico e fidando nella competizione virtuosa cui il bello induce quando non è sopraffatto dal brutto.

Immagino un poderoso intervento di pianificazione condotto pubblicamente, in modo condiviso e trasparente attraverso internet, con risorse finanziarie pubbliche (si pensi ai costi per gli espropri per pubblica utilità o per le infrastrutture) attinte a quello che considero il vero “tesoro siciliano”: l’aggressione, in Italia e all’estero, dei patrimoni di “Cosa nostra”[1].

Grazie ad un’opportuna e pragmatica riforma della legge Rognoni-La Torre (e succ. modif.), si dovrebbe prendere atto di una situazione incontestabile: la Sicilia deve il suo ritardato sviluppo economico al condizionamento della criminalità organizzata. Quanto è costato questo ritardo? I Siciliani, come comunità politica, potrebbero perciò vantare un credito al risarcimento di questo danno, aggredendo – in Italia come all’estero – i patrimoni di coloro (affiliati a Cosa Nostra) che lo hanno causato? Perché no?

Si dovrebbe adottare, dicevo, un approccio più pragmatico, in una riforma della citata legge, finalizzato alla definizione di una strategia meno burocratica e più efficace nella lotta tra economia legale e illegale, che porti ad incrementare considerevolmente la confisca di beni di provenienza mafiosa, ovunque nel mondo, non solo in Sicilia o in Italia!

Tale strategia, potrebbe ispirarsi ad un fatto storico e ad uno di cronaca: i Piemontesi per finanziare l’unità d’Italia confiscarono nel 1867 i beni ecclesiastici; il Commissario Straordinario della Parmalat, Enrico Bondi, ha utilizzato la società di investigazioni statunitense Kroll per cercare il “tesoro” dei Tanzi. La strategia dovrebbe, quindi, essere incentrata sui seguenti punti:

  1. utilizzo di risorse esterne all’apparato dello Stato, pagate solo a risultato utile, per il lavoro di intelligence nell’asset search (la citata Kroll ha individuato con successo, pur dietro paraventi, il “tesoro” di Saddam Hussein, quello dei coniugi Marcos, quello del dittatore di Haiti, Duvalier, ecc.);
  2. costituzione di un pool di magistrati specializzati − e capaci di cooperazione giudiziaria internazionale − che si occupi di verificare, con le garanzie del caso, le prove addotte dal lavoro di intelligence sulla riconducibilità di beni (società, terreni, attività finanziarie, ecc.) a prestanome di criminali mafiosi, sia in Sicilia che in Italia e all’estero;
  3. costituzione di uno speciale “Fondo di Gestione” di tali patrimoni sequestrati e poi confiscati, affidato a istituzioni internazionali difficilmente condizionabili (es. grandi banche internazionali);
  4. creazione di un “Programma ventennale di riconversione della Sicilia”, alimentato dal suddetto fondo, che finanzierebbe interventi sul territorio (città, coste, ecc.) coerenti con progetti di architetti e urbanisti di prestigio internazionale;
  5. la Regione Siciliana, in base alla stessa legge, potrebbe vedersi anticipare le disponibilità di tale programma con le tipiche tecniche finanziarie che attualizzano flussi futuri: potrebbe valutare, anche prudentemente, il credito al risarcimento del danno che, come soggetto politico con propria popolazione e territorio, vanterebbe nei confronti di coloro che, con la loro condotta criminale, hanno determinato il mancato sviluppo economico e la violenta speculazione sul territorio e, successivamente, cedere al mercato finanziario questo credito − con tanto di rating delle istituzioni finanziarie − attraverso un’operazione di cartolarizzazione.

Basti pensare agli immensi proventi del solo traffico di droga per rendersi conto che, pur essendoci da pagare gli spacciatori, gli avvocati difensori, le famiglie dei detenuti, i “picciotti”, restano sicuramente alla criminalità un mare di soldi da reinvestire nell’economia legale in Sicilia, in Italia e all’estero.

Il costo del ponte sullo stretto (5-6 miliardi di euro), da molti inteso come una infrastruttura che potrebbe rappresentare il volano di una ripresa economica, potrebbe rappresentare semplicemente l’unità di misura di questa operazione paragonabile, nella nostra storia, solo alla confisca dei beni ecclesiastici operata dal Regno d’Italia (1867). Qualche anno fa un’indagine ha svelato come esponenti della mafia siculo-canadese pensassero di mettere le mani sul grande affare del ponte, addirittura proponendosi come finanziatori!

La confisca dei beni ecclesiastici risolse un problema della storia moderna. Analogamente, oggi, l’attacco militare e senza riguardi ai patrimoni della mafia ne risolverebbe un altro. La storia la scrive sempre chi vince. E la mafia, di pagine tragiche di storia, ne ha scritte fin troppe!

Certo, uno Stato che, come avvenuto in questi anni, continui a considerare “carcere duro” il regime in cui un boss condannato in via definitiva invia “pizzini” attraverso la biancheria affidata ai familiari o che consenta che poliziotti di elevata professionalità, quali quelli che maneggiano le sofisticate apparecchiature di intercettazione ambientale, riuscendo persino ad introdursi furtivamente nelle abitazioni di boss, svendano poi per un “piatto di lenticchie” informazioni riservate, perché remunerati con uno stipendio da fame, più che incutere timore, questo Stato, darà sempre e solo la certezza che non prevarrà mai sul crimine organizzato. E quanti, per cultura o istinto servile, fiutano da che parte stia il più forte, non avranno dubbi sul santo da… votare o a cui votarsi.

La lotta ai patrimoni di illecita provenienza deve anche costituire un’opportunità per i territori in cui il riciclaggio viene consumato, incentivando in tal modo la massima cooperazione internazionale. Ricordo che anni fa nella Costa del Sol le autorità spagnole hanno arrestato tre notai e sette avvocati indiziati di riciclaggio per 250 milioni di euro. Se un villaggio turistico in Spagna o in Croazia del valore di 100 è riconducibile a prestanomi della mafia, nella vendita successiva alla confisca non sarà necessario pretendere 100, ma sarà sufficiente incassare anche 50-60 (il sistema bancario cede a valori inferiori i crediti “problematici” con le relative garanzie reali o personali), consentendo così ad un esponente dell’economia legale locale, verificato con le dovute attenzioni e garanzie, di concludere un buon affare. Tale incentivo favorirebbe la cooperazione politico-giudiziaria internazionale, poiché nessuno Stato moderno può avere un lungimirante interesse a favorire il riciclaggio.

Il precedente procuratore nazionale antimafia, Pier Luigi Vigna, ha affermato che il fatturato della criminalità organizzata in Italia ammonta a oltre cento miliardi di euro l’anno. La forza di questo denaro, in uno scenario economico debole, diviene ancora più dirompente, potendo eliminare dal mercato qualunque concorrente dell’economia legale.

Per confermarvi che non parlo di fantascienza, ma di obiettivi possibili, Petyx-e-bassottosolo volendo, vi racconto una storia vera. Una storia a lieto fine e, per certi versi, molto istruttiva. Poco più di due anni fa, la fiction TV Il capo dei capi” portò la signora Ninetta Bagarella, moglie di Totò Riina, a pensare di poter pretendere il risarcimento per presunti danni d’immagine causati dalla fiction. Sembrava una richiesta paradossale, eppure la stampa la riportava senza alcun particolare commento critico, né indignazione. In un servizio del TG satirico “Striscia la notizia”, divenuto poi celebre, l’inviata Stefania Petyx pensò di andare a puntualizzare direttamente alla signora Bagarella che, se c’era una rivendicazione di danni d’immagine, questa semmai apparteneva di diritto al popolo siciliano che, a causa della presenza della criminalità organizzata, aveva perso non solo l’immagine, ma anche un adeguato sviluppo economico, oltre che i suoi migliori figli, uccisi vigliaccamente.

Un gruppo di ragazzi (questi circa trentenni di cui vi dicevo) palermitani senza bandiere politiche, prese alla lettera questa rivendicazione e promosse su internet una raccolta di firme con la petizione “Chiediamo i danni a Cosa Nostra”. Le firme raccolte sono state più di 18.000 provenienti da ogni parte d’Italia. Come se non bastasse, alcuni di questi ragazzi si sono recati, per giorni, all’ingresso dell’ARS a raccogliere le firme dei nostri deputati regionali disponibili a sottoscrivere una norma in merito.

E questi sono i tangibili risultati portati a casa a poco meno di un anno dall’inizio della raccolta delle firme:

Primo risultato: nel gennaio 2008, con un emendamento alla Legge Finanziaria Regionale 2008 (L.R. 6.2.2008, n. 1, in Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana del 8.2.2008), è stato introdotto il seguente articolo:

ARTICOLO 18

Costituzione parte civile

«Fermo restando il diritto della Regione Siciliana e degli enti di cui all’articolo 1 della legge regionale 10/1991 di costituirsi parte civile nei confronti di qualunque cittadino imputato di reati connessi all’associazione mafiosa, è fatto obbligo alle amministrazioni di cui sopra di promuovere azioni civili di risarcimento di danni quando sia intervenuta sentenza penale di condanna passata in giudicato, riguardanti pubblici amministratori o dipendenti delle amministrazioni medesime».

In concomitanza con la legge finanziaria regionale, era stata presentata anche una articolata mozione che recepiva lo spirito della petizione per i casi diversi da quelli dei pubblici amministratori o dei burocrati, ma le dimissioni del presidente Cuffaro rimandarono il tutto alla successiva legislatura.

Secondo risultato: finalmente, alla fine dello stesso anno, è stato inserito il seguente articolo nella nuova Legge regionale antimafia (L. R. n. 15 del 20.11.2008: “Misure di contrasto alla criminalità organizzata”, in Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana del 24.11.2008, n. 54).

ARTICOLO 4

Costituzione di parte civile della Regione

«È fatto obbligo alla Regione di costituirsi parte civile in tutti i processi di mafia per fatti verificatisi nel proprio territorio».

Per la cronaca, il “pacchetto sicurezza” varato dal governo Berlusconi ha pensato bene, nella totale distrazione dei parlamentari siciliani mentre si parlava di federalismo fiscale, di riservare tali risorse in capo ad Equitalia. Un Ente locale che si costituisse parte civile contro criminali di “Cosa Nostra” potrà avanzare la sua rivendicazione “morale”, avrà diritto al rimborso delle spese legali, ma i soldi del risarcimento danni andranno al Governo nazionale. Dopo il danno, quindi, la beffa!

Quali lezioni possiamo comunque trarre da questa vicenda? Che la democrazia non è solo delega, ma è anche partecipazione: la petizione invocava un intervento del Parlamento nazionale che costringesse quello regionale a costituirsi obbligatoriamente parte civile nei processi di mafia, mentre è bastato mostrare le proprie facce (e anche qualche telecamera!) perché l’Assemblea Regionale si muovesse autonomamente e in modo assolutamente bipartisan.

Ma torniamo, dopo quest’ampia parentesi, al tema principale. Il territorio siciliano, per competere con la campagna toscana o il mare della Sardegna, così come potenzialmente potrebbe, richiederebbe che ne venisse ripensato l’attuale uso esclusivamente “interno”, con un diverso utilizzo delle “seconde case” che infestano ormai ininterrottamente specialmente le sue coste, mentre sono economicamente sottoutilizzate dai proprietari (normalmente, per non più di 6 settimane all’anno).

L’alternativa “politica” da proporre dovrebbe essere: vuoi una casa di villeggiatura ad uso esclusivo? Pagherai adeguate tasse per l’uso che fai anche del paesaggio. Vuoi invece metterla a reddito, dotandola di ulteriori servizi a vantaggio di una economia turistica diffusa? Riceverai adeguati incentivi economici e fiscali sulla falsariga di quelli previsti per i “paesi albergo”.

Nelle grandi città come Palermo, invece, non vedrei male la soluzione di diluire in altezza la densità abitativa sostituendo, nelle zone residenziali prive di spazi urbani e di adeguati servizi, gli attuali palazzoni con grattacieli anche di 60 piani e più. Avremmo, dalle parti di viale Strasburgo, una skyline da downtown, ma avremmo recuperato valore immobiliare, tale da consentire la permuta di appartamenti, negozi e uffici di interi isolati e di remunerare il costruttore, con il vantaggio sociale di un migliore equilibrio estetico ed urbanistico.

Lascio infine all’immaginazione di ciascun lettore il ritorno occupazionale, professionale e di immagine di quanto sin qui detto.

(continua)

[1] Ho pubblicato questi stessi contenuti in un articolo apparso sulle pagine regionali di MF il 30.3.2005.

di Claudia Fusani 

“Mi sono sentito come chi sa che in questa guerra deve mettere in conto tutto. Fare antimafia è una scelta di vita che comporta rischi e delusioni e che pretende il coraggio di non abbassare la testa quando si cercano di strumentalizzare errori e limiti”. Giuseppe Lumia, senatore Pd, ex presidente della Commissione Antimafia, siciliano amico di Antonello Montante e conoscente, “come tutti a Palermo” vuol precisare, di Helg, ha deciso di commentare le notizie di arresti e indagini che hanno colpito due simboli dell’antimafia e della lotta alla corruzione siciliana. Intanto la presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi ha annunciato che “l’Antimafia indagherà sull’antimafia”. E don Ciotti, fondatore e presidente di Libera, l’associazione privata che più di tutte si spende sul territorio per fronteggiare il potere d’inquinamento dei clan, annuncia a breve “clamorosi sviluppi di indagine sempre nel mondo dell’antimafia”. Il risultato di tutto questo è inquietante. E pone urgente una domanda: cos’è l’antimafia e dove sta andando?

giuseppe-lumiaSenatore Lumia, lei conosce bene Antonello Montante, presidente di Confindustria Sicilia, presidente della Camera di commercio di Caltanissetta, membro, ora autosospeso, dell’Agenzia nazionale per il sequestro e la confisca dei beni delle mafie. Ora è indagato per concorso esterno a Cosa Nostra. Lo chiamano in causa cinque pentiti. Che effetto le ha fatto?

“Quando si fa lotta alla mafia, vanno messi in conto due rischi: la propria vita; essere ‘mascariati’, denigrati. L’antimafia fa pagare costi altissimi. Su Montante mi limito ad osservare che da un anno e mezzo i vertici della magistratura siciliana e nazionale mettono in guardia dai rischi di delegittimazione contro la Confindustria di Lo Bello e Montante. In più va osservato che almeno un paio dei cinque pentiti che adesso lo accusano, sono stati accusati da Montante. Quindi, per venire alla sua domanda, sono accuse vere o sono una vendetta? È bene in questi casi essere rigorosi e attendere i risultati della magistratura”.

Roberto Helg, amico di Montante, l’imprenditore fotografato ai tavoli di ogni convegno su antimafia e corruzione, è stato pizzicato con una tangente in tasca. Vede rischi anche nella storia di Helg?

“Quello è un fatto completamente diverso, guai confonderli. Qui si tratta di un volgare e imperdonabile atto di corruzione che suscita solo l’istinto di buttare via la chiave. In questa storia, però, io cerco di prendere il lato buono: la denuncia dell’imprenditore. Significa che le associazioni antiracket e la stessa Confindustria hanno seminato più che bene in questi anni visto che la fine dell’omertà è il punto su cui spingono da anni”.

Non crede che ci sia una questione morale che investe il mondo dell’impresa siciliana che qualche anno fa ha deciso di arruolarsi nell’Antimafia?

“Quella di Confindustria Sicilia, nel 2007, è stata una scelta di rottura. Rivoluzionaria. Ha introdotto l’obbligo di denuncia. Altrimenti eri fuori. Perché è attraverso la denuncia che si riscatta un’impresa e non con la retorica. È un passaggio che io, come altri, rivendichiamo in tutta la sua forza. Detto questo non c’è dubbio che sia necessaria una verifica profonda e radicale di tutto quello che si definisce antimafia”.

È d’accordo con il presidente Bindi?

“È una proposta doverosa e interessante. L’Antimafia ha certamente dei limiti. E ha bisogno di una regolata. Naturalmente bisogna fare attenzione ai casi di esaltazione, a quelli di utilizzo al fine di potere personale. Occorre evitare che si scateni anche l’altro grande limite: la propria Antimafia è migliore delle altre. Questo sarebbe un conflitto a somma zero. È una resa dei conti che fa danni ed è solo un regalo alla mafia. Che ovviamente gode delle polemiche”.

Lei, con Montante, ha creduto fortemente in un modello basato su due pilastri: sviluppo e legalità. Questo schema è fallito?

“No, è un binomio ancora tutto da scoprire. Per un secolo le imprese in Sicilia sono state la materia prima, la base della ricchezza della mafia. Per due motivi: o perché l’impresa era vittima o perché collusa. È stato un limite forte perché in questo modo si è regalato per anni tutto un mondo alle mafie. Poi c’è stata la rottura delle associazioni antiracket e di Confindustria basata sul criterio guida della denuncia. Ora, sarebbe miope e grave voltare le spalle a tutto questo e buttare via il bimbo con l’acqua sporca”.

Uno schema rischioso, non crede? Qualcuno intravede già comitati d’affari nati all’ombra del binomio.

“È certamente un cammino rischioso, perché il mondo dell’impresa corre sempre sul filo. Specie in momenti di crisi. Per questo ben vengano le indagini della magistratura. Però credo sia meglio correre questo rischio anziché lasciare il mondo delle imprese nella marginalità e la mafia padrona di quel mondo”.

Nuovi deterrenti?

“Un passo avanti qualificante sarebbe l’introduzione dell’obbligo di denuncia: chi non lo fa rischia la sospensione dell’attività d’impresa. Chi denuncia avrà vantaggi fiscali”.

La Camere di commercio siciliana, il territorio di Helg e anche di Montante, stanno gestendo la privatizzazione degli aeroporti di Catania e Palermo. Questo non è di per sé rischioso?

“I rischi ci sono tutti. Qualunque scelta sia fatta deve essere sottoposta alla lente d’ingrandimento delle istituzioni e della magistratura, della trasparenza e del rigore, proprio per bloccare eventuali interessi politici-mafiosi. La mafia è il sistema di potere della porta accanto. Può essere in tutti i settori della spesa pubblica. Ma non per questo ci dobbiamo fermare. Dobbiamo andare avanti vigilando. E provare a trasformare la crisi della spesa pubblica in opportunità”.

Cioè?

“Imparare a spendere bene, al servizio dell’occupazione e dello sviluppo produttivo”.

Senatore, la Corte dei Conti stima in 27 milioni il costo della corruzione nell’isola nel 2014. Per non parlare dei 10 miliardi andati in fumo negli anni per presunti corsi di aggiornamento. Difficile fidarsi.

“Dobbiamo assolutamente spezzare le ossa a quel sistema di intermediazione burocratica e clientelare che ha consegnato la spesa pubblica ai boss e alla corruzione. Ad esempio, regolando il credito d’imposta in modo automatico, senza carte, buste, burocrati, politici, o ‘ripassi tra una settimana’”.

Tratto da Huffington Post Italia