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Sabato 23 Maggio, per non dimenticare, a vele spiegate nel Golfo di Mondello: questa l’idea della Regata della Legalità della Lega Navale Italiana in collaborazione con i Circoli Riuniti di Palermo e l’Associazione “Comitato Addiopizzo” abbinata alla quarta prova del 25° Campionato di Primavera della Società Canottieri di Palermo.

La competizione velica è stata molto partecipata, Military_World_Games_regattaanche nella sola forma della veleggiata, il che ha consentito una partecipazione massiccia di imbarcazioni e si respirava una reale atmosfera di legalità molto sentita. Il percorso di circa 6 miglia è partito dall’Acquasanta, con uno stacchetto, passato il quale il vento in poppa ha fatto aprire tutti gli Spi e passare così il gate obbligatorio posizionato di fronte la villa all’Addaura di Giovanni Falcone osservando simbolicamente quattro secondi di silenzio. Spingendosi verso Punta Torre Mondello, dal gran lasco si è passati alla bolina stretta con un ponente sostenuto e rafficato di circa 25 nodi che ha permesso alle barche in testa di flotta di allungarsi fino all’arrivo nella baia di Mondello.

Le barche che partecipavano in veleggiata sono partite alle ore 12 tutte insieme (vele bianche, Meteor, Azzurre), mentre la flotta iscritta in regata ha avuto una partenza differita con i compensi già calcolati a monte. Arrivate dunque in reale: prima Alvarosky, il Gran Soleil di F. Siculiana, seconda Cochina di P.G. Fabbri e terza Wireless il comet 45 di F. Denaro. Prima assoluta in reale, taglia il traguardo 50 secondi prima di Alvarosky, Regina di Nino Ciccia benché partecipante in veleggiata e dunque partita quasi 15 minuti prima.

Ad attendere l’arrivo delle imbarcazioni, alcune delle quali avevano a bordo alcuni studenti in rappresentanza delle scuole di Palermo, vi erano i rappresentanti del movimento antimafia di Palermo che hanno presentato il progetto “Addiopizzocard per investimento collettivo”, uno strumento di raccolta fondi per la riqualificazione di Piazza Magione o della Pepiniera del Parco della Favorita di Palermo. La collaborazione tra la Lega Navale Italiana Sezione Palermo Centro e Addiopizzo prevede anche l’allestimento di un punto fisso per la distribuzione di materiale informativo e delle AddiopizzoCard presso l’ufficio L.N.I. alla Cala di Palermo.

Infine, durante la premiazione, tenutasi a fine giornata, a 1-DSC_0140tutti gli armatori sono state omaggiate delle magliette di AddioPizzo e i circoli hanno utilizzato dei fondi, generalmente destinati ai trofei, per l’acquisto di 50 AddioPizzoCard per ciascun circolo da distribuire ai soci e con l’impegno di diffondere il messaggio di legalità.

Si terrà Sabato 23 Maggio, nello specchio di mare che costeggia Palermo, l’Addaura e Mondello, la Regata della Legalità, competizione abbinata alla quarta prova del 25° Campionato di Primavera organizzata dalla Società Canottieri di Palermo in collaborazione con i Circoli Riuniti di Palermo e l’Associazione “Comitato Addiopizzo”.Military_World_Games_regatta

La competizione velica è molto sentita e, pertanto, i circoli riuniti in collaborazione con Addiopizzo hanno organizzato diverse attività sociali che intratterranno piacevolmente anche le famiglie dei velisti, al termine della regata. Il percorso di circa 5/6 miglia sarà delimitato da boe costituite da galleggianti colorati e partirà dall’Acquasanta, passerà da un gate obbligatorio zona Addaura segnalato da due boe di colore Giallo e posizionate di fronte la casa di Giovanni Falcone, per poi spingersi fino a Punta Torre Mondello, con arrivo nella baia di Mondello.

Ad attendere l’arrivo delle imbarcazioni, alcune delle quali avranno a bordo alcuni studenti in rappresentanza delle scuole di Palermo, saranno i rappresentanti del movimento antimafia di Palermo che presenteranno il progetto “Addiopizzocard per investimento collettivo”, che è un nuovo strumento di raccolta fondi per un investimento collettivo per la riqualificazione di Piazza Magione o della Pepiniera della Parco della Favorita di Palermo (www.addiopizzo.org). È prevista la presenza di oltre una trentina di imbarcazioni.

La collaborazione tra la Lega Navale Italiana – Sezione Palermo Centro e Addiopizzo prevede anche l’allestimento, presso l’ufficio L.N.I. alla Cala di Palermo, di un punto fisso per la distribuzione di materiale informativo e delle AddiopizzoCard.

L’iniziativa della Cia, oggi a Palazzo dei Normanni, muove dalla commemorazione di quei tragici eventi del 1947 per affermare l’attualità del richiamo ai principi fondamentali della giustizia sociale e della legalità. Il presidente Scanavino: “le eccellenze del Made in Italy, bandiera dell’Expo, devono essere legate non solo alla qualità indiscussa delle produzioni agricole italiane, ma anche alla qualità e alla dignità del lavoro e della vita degli agricoltori”.

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“Non c’è futuro senza memoria. E l’eccidio di lavoratori che avvenne il primo maggio del 1947 in località Portella della Ginestra, la prima strage di Stato dell’Italia repubblicana, non può essere dimenticata. Anzi, oggi come ieri, quei tragici eventi affermano l’attualità del richiamo ai principi fondamentali della giustizia e della legalità, beni preziosi ma non ovunque e non a tutti accessibili”. Lo ha detto il presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori, Dino Scanavino, nel corso dell’iniziativa “Gli agricoltori italiani in ricordo di Portella della Ginestra. Legalità, dignità, lavoro, sviluppo”, organizzata dalla Confederazione a Palermo, presso il Palazzo dei Normanni, proprio per commemorare il sacrificio di quegli uomini e quelle donne che chiedevano terra e giustizia sociale e trovarono invece le pallottole della banda criminale di Salvatore Giuliano.

“Con questo convegno − ha spiegato Scanavino − la Cia vuole dare il suo contributo affinché le eccellenze del Made in Italy, bandiera dell’Expo di Milano, siano legate non solo alla qualità indiscussa delle produzioni agricole italiane, ma anche alla qualità e alla dignità del lavoro e della vita degli agricoltori”.

Un discorso ancora più vero in Sicilia, dove la guerra alla criminalità organizzata si combatte, sul serio, anche con il lavoro della terra. Un lavoro, quello sui beni confiscati alle mafie, che Libera porta avanti da anni e che la Cia continua a sostenere coi fatti. È dal 2001, infatti, anno di fondazione della prima cooperativa “Placido Rizzotto” nel palermitano, che va avanti la partnership tra Cia e Libera, sancita poi nel 2008 da un protocollo d’intesa con cui la Confederazione si impegna “attraverso le sue strutture e i suoi tecnici” a fornire “consulenza e assistenza alle cooperative e ai soci del progetto Libera Terra nella gestione dei terreni confiscati alla criminalità organizzata”.

IMG_0092L’obiettivo comune è quello di ripartire dall’agricoltura per proporre un modello di sviluppo alternativo alla logica del sopruso e del ricatto. Dimostrare che ciò che la mafia ha sottratto alla collettività, con la violenza e l’intimidazione, può essere restituito alla società civile e può creare − attraverso il lavoro sui terreni agricoli “liberati” − nuove opportunità di sviluppo e di occupazione e un sistema produttivo basato sulla qualità.

Insomma, “dalle mani della criminalità a quelle della legalità − ha detto il presidente della Cia −. Un percorso non facile, tanto più in questa congiuntura economica, in cui la nostra agricoltura è sempre più spesso nel mirino delle mafie”. Dall’agropirateria alle truffe sulla Pac, dal caporalato al saccheggio del patrimonio boschivo, dall’usura al controllo delle filiere agroalimentari, la piovra della criminalità organizzata allunga i tentacoli sul comparto, “coltivando” un business da 50 miliardi di euro l’anno, pari a quasi un terzo dell’economia illegale nel Belpaese.

L’infiltrazione nel settore primario di “Mafie Spa” produce più di 240 reati al giorno, praticamente otto ogni ora, e mette sotto scacco oltre 350 mila agricoltori − si è detto durante l’iniziativa riprendendo i numeri del “Rapporto sulla legalità e sicurezza 2014” della Cia −. Il fenomeno, fino a pochi anni fa concentrato soprattutto nelle regioni del Sud, ora si sta espandendo a macchia d’olio in tutt’Italia, Nord incluso, con un raggio d’azione che è sempre più ampio e dilatato. La lista dei reati perpetrati nelle campagne è lunga e ha un conto pesante: non ci sono solo i 14 miliardi l’anno delle agromafie in senso stretto, vanno aggiunti i 4,5 miliardi calcolati tra furti e rapine; e poi i 3,5 miliardi del racket e i 3 miliardi dell’usura; e ancora 1,5 miliardi per le truffe all’Unione europea e 1 miliardo solo per la contraffazione alimentare in Italia; infine, 1 miliardo per le macellazioni clandestine e quasi 20 miliardi di euro legati alle ecomafie tra abusivismo edilizio, discariche illegali e incendi boschivi dolosi.

“Attraverso il controllo nelle campagne − ha spiegato Scanavino − le mafie cercano di incrementare i propri affari illeciti, esercitando il controllo in tutta la filiera agroalimentare, dai campi all’intermediazione dei prodotti, fino agli scaffali del supermercato. Non c’è più in gioco solo il potere su un determinato territorio, la criminalità organizzata vuole far fruttare i patrimoni, entrando in quei comparti “anticrisi” che si stanno dimostrando sempre più determinanti per la ripresa dell’economia nazionale, come appunto l’agroalimentare”. Per questo, ora più che mai, serve un forte impegno comune, azioni e strategie il più possibile condivise, per sconfiggere questa “piaga” che distrugge il tessuto sano e produttivo dell’imprenditoria italiana, tenendo conto anche del fatto che l’agricoltura spesso mostra maggiori elementi di vulnerabilità, legati a quelle caratteristiche ed inevitabili forme di “isolamento geografico” dei luoghi di lavoro e al livello di fragilità degli addetti. “La situazione è davvero grave − ha osservato ancora il presidente della Cia −. Tantissimi sono gli imprenditori che, purtroppo, fanno i conti con il racket e l’usura, con i furti e le rapine, con le estorsioni e le minacce. Senza contare i danni economici e d’immagine inaccettabili che i produttori e tutta la filiera di qualità pagano per colpa di falsi e sofisticazioni alimentari”.

Ma l’agricoltura di qualità è anche quella che combatte il sommerso. Questo significa affrontare un altro tema tragico e irrisolto: il lavoro nero in agricoltura. E in questo la Confederazione si sente in obbligo di guardare la realtà per capire cosa fare. In uno studio recente, l’Eurispes ha stimato al 32% l’incidenza del sommerso in agricoltura nel 2014. Una cifra in aumento rispetto agli ultimi anni: 27,5% nel 2011, 29,5% nel 2012, 31,7% nel 2013.

Dati allarmanti che richiedono una complessità adeguata di approccio. Se da un lato, infatti, il sommerso agricolo sembra fortemente legato ad elementi strutturali e alla natura stessa del comparto, dall’altro si delinea come un fenomeno capace di rinnovarsi nel tempo secondo modalità di volta in volta nuove, traendo nuova linfa ora dalla crisi generalizzata e profonda che colpisce il comparto agricolo, ora dall’attività della criminalità organizzata, ora dalla complessità normativa e dagli alti costi del lavoro. Occorre, quindi, ben distinguere gli strumenti da utilizzare nell’uno e nell’altro caso. Nei casi che si possono ricondurre a irregolarità, e non ad illegalità, occorre, secondo Cia, un approccio positivo che parta da questa domanda: come si sostiene, come si aiuta l’impresa regolare? Come si toglie terreno fertile a chi cerca nella complessità e onerosità delle regole un alibi al proprio comportamento scorretto? Per Scanavino “la risposta è in queste due fondamentali formule: semplificazione e premialità”.

Nei casi invece di illegalità, di lavoro nero, la formula necessariamente cambia e le “armi” a disposizione devono essere “affilate”. Per esempio, servono servizi ispettivi più efficienti, tema caro alla Cia, che vede in una razionalizzazione degli interventi ispettivi e in una loro crescita dal punto di vista della qualità, il modo per indirizzare la risorse verso le situazioni di reale gravità, abbandonando ogni residuo approccio formalistico e burocratico, che spesso si traduce in un’improduttiva insistenza verso aziende note, sostanzialmente regolari e con nessun beneficio per i lavoratori. Poi c’è la questione odiosa del caporalato, che deve vedere una forte azione di sensibilizzazione, ma anche di corretta consulenza, da parte delle organizzazioni di categoria, per cautelare e mettere in allerta le aziende di fronte all’attività di soggetti intermediari che si presentano come regolari ma che regolari non sono.

Infine, occorre maturare la consapevolezza che il mercato del lavoro agricolo è zona talmente magmatica e dinamica da non poter essere governata con i servizi pubblici all’impiego, ma richiede l’intervento mirato delle parti sociali agricole a livello territoriale attraverso lo straordinario strumento della bilateralità agricola.

Crocetta-Monterosso

di Bepi Lima (Sicilianews24)

Rosario Crocetta non finisce mai di stupirci per il suo personalissimo concetto di legalità. Ne abbiamo parlato tante volte e non vogliamo più tediarvi con i tanti esempi di strabismo da cui è colpito il Presidente della Regione, a seconda che in ballo ci siano le sorti dei suoi amici/collaboratori o del resto del mondo.

Ma la vicenda dell’inserimento in finanziaria di una norma che consente ai dipendenti regionali di richiedere l’anticipo del trattamento di fine rapporto per far fronte al “pagamento di debiti nei confronti della pubblica amministrazione derivanti da sentenze esecutive” scrive un nuovo incredibile capitolo della “legalità crocettiana”, che supera anche il comune senso del pudore.

Riassumiamo brevemente: la dr.ssa Patrizia Monterosso, che da anni occupa poltrone apicali della pubblica amministrazione, da esterna e senza avere i requisiti di eccellenza necessari per ricoprire gli incarichi, è stata condannata in primo grado dalla Corte dei Conti, insieme con altri politici e burocrati, a rifondere per la sua parte oltre un milione e trecentomila euro. Le viene contestato di aver firmato il pagamento degli extrabudget agli enti della Formazione Professionale per il pagamento delle spese del personale. Cioè uno dei “core business” di quella manciugghia che Crocetta ha usato come giustificazione dello smantellamento del sistema che ha mandato sul lastrico circa ottomila famiglie. Infatti, sugli extrabudget si basava il metodo di assunzioni che consentivano alla politica di piazzare negli enti di formazione clienti, amici, parenti e sodali al fine di acquisire consensi e privilegi a spese della collettività.

La Monterosso è stata cooptata in quel sistema da Totò Cuffaro e per altri cinque anni, dopo la firma del decreto, è rimasta pienamente in sella anche con la gestione Lombardo, raggiungendo addirittura la posizione di vertice della burocrazia regionale. Che poi sia stata folgorata sulla via di Damasco incontrando Crocetta e facendo con lui qualche visita in Procura, non può in alcun modo esimerla dalle responsabilità etiche, amministrative o di altro genere, se ve ne sono, del disastro della Formazione siciliana.

Eppure la mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni è stata messa ad ammuffire in un cassetto e il Crocetta paladino della legalità, continua a tenersela tranquillamente accanto. Anzi, prova a cambiare le leggi per consentirle di pagare i danni erariali, qualora la Corte dei Conti dovesse confermare ad aprile la sentenza di primo grado.

Che Crocetta non fosse credibile sul piano culturale, politico e amministrativo i Siciliani lo hanno dovuto amaramente sperimentare sulla loro pelle in questi due anni e mezzo, ma adesso, anche senza tirare in ballo il rapporto con Montante e i signori confindustriali delle discariche i cui contorni non sono ancora chiari, ha perso anche l’ultima parvenza di credibilità relativa al tema della sbandierata legalità.

E non si illudano i Raciti, i Faraone, i Cracolici e tutto il resto della variegata maggioranza che con il gioco delle parti, un giorno criticano Crocetta e il giorno dopo concordano la spartizione delle poltrone: di questo disastro ne dovranno rispondere politicamente tutti.


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