Posts contrassegnato dai tag ‘Lauricella’

Giuseppe Lauricella

Nasce l’associazione S&D (socialisti&democratici), che aderisce al Partito Democratico.
“Finalmente hanno maturato una scelta che io avevo fatto dal 2007. Li accogliamo per avere una maggiore presenza riformista”

Psi addio, dunque. Si va nel Pd. «Lavoreremo per rendere maggioritaria la vocazione socialista del Partito», dice Di Lello. Il gruppo va diretto in maggioranza. Non è foltissimo – lo stesso Di Lello più Lello Di Gioia – ma trova sponda in chi sta nel Pd da più tempo, dal 2007 come Lauricella, che era infatti alla conferenza e si dice contento per l’associazione: «l’associazione è una bella cosa, è cosa buona che nel mio partito sia più forte l’idea del socialismo», ma rifiuta l’idea che questa possa essere una corrente: «Le ho sempre criticate. Non aderirei», dice il prof. Giuseppe Lauricella.

E verrebbe da chiedere, però, perché per un rapporto prediletto, per spostare a sinistra il partito, non si è scelta la minoranza di Gianni Cuperlo, Roberto Speranza e dello stesso Bersani. Insomma, gli ex Ds, da sempre socialisti.

Giuseppe Lauricella

di Giuseppe Lauricella *

Il terrorismo può battersi se agli interessi economici si faranno prevalere gli interessi dei popoli. Quello che è successo in Francia è un attacco lucido al nostro mondo, alla nostra cultura, alla nostra storia, alla nostra identità.

Molti errori sono stati commessi dai governi occidentali che li hanno concepiti ed attuati. L’idea statunitense di esportare la democrazia ha sempre celato il vero fine: la colonizzazione delle aree d’interesse economico. Il mondo concepisce misure e azioni basate sul profitto. Dalla politica interna alla politica estera ogni atto porta il segno della convenienza economica o finanziaria.

Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. L’Iraq, la Libia, ne sono l’esempio. Ma l’effetto è avere rotto equilibri che garantivano le nostre democrazie. Per esportare la democrazia (e conquistare aree di interessi economici) abbiamo messo in pericolo le nostre. Le democrazie maturano se ne hanno l’humus, non se le imponi. L’imposizione è comunque segno di prevaricazione che non coincide con lo spirito democratico.

Anche gli atteggiamenti della Russia e nei confronti della Russia hanno scalfito altri equilibri. Ma sempre i motivi economici hanno prodotto le scelte. È tempo che gli interessi di parte (economici) cedano di fronte all’interesse di tutti (pace e sicurezza). È tempo di rivedere tutto per non perdere tutti.

* Deputato nazionale

Italicum, traballa il ballottaggio

Pubblicato: 3 novembre 2015 da Sicilia più in Politica
Tag:, , , , , , ,

di Rodolfo Ruocco

È maturata sottotraccia. È la proposta di legge numero 3385: vuole modificare l’Italicum abolendo il ballottaggio, nel caso in cui nessuna lista ottenga il 40% dei voti per incassare il premio di maggioranza. Il progetto l’ha presentato alla Camera Giuseppe Lauricellafoto, deputato del Pd, che da mesi indica la necessità di rivedere la legge elettorale per le politiche.

È il cosiddetto “ritocchino” all’Italicum approvato dal Parlamento nei primi giorni dello scorso maggio. Ma il ballottaggio non è stato sempre un cavallo di battaglia del Pd? Lauricella invita a distinguere: «In Francia il secondo turno è di collegio e non nazionale». Indica la necessità di evitare il rischio di “forzature” con ricadute come “l’effetto Parma”. È il richiamo alla città emiliana che fu una bruttissima sorpresa per il Pd: è divenuta un caso perché lì al primo turno era nettamente in testa il candidato sindaco del centrosinistra mentre al secondo vinse il M5S, raccogliendo tutti i voti di protesta a sinistra, nel centrodestra e tra quelli prima rifugiatisi nell’astensione.

Dunque sì al premio di maggioranza alla lista che ottenga almeno il 40% dei voti (dà diritto al 55% dei seggi della Camera), sì alla soglia di sbarramento del 3%, no al ballottaggio e no al premio alle coalizioni. Lauricella argomenta: «Va garantita la stabilità politica e anche la rappresentanza delle forze minori, ma se il premio di maggioranza si desse alla coalizione elettorale e non alla lista, si rischierebbero le dinamiche ‘ricattatorie’ dei piccoli partiti». Ma se nessun partito raggiungesse il 40% dei voti e non scattasse il premio di maggioranza, non arriverebbe l’ingovernabilità? La risposta è no: «Si formerebbe un governo di coalizione. Lo ha fatto la Merkel in Germania e ha seguito questa strada Cameron in Gran Bretagna nella precedente legislatura».

Le pressioni per cambiare l’Italicum sono sempre più ampie, stanno diventando fortissime. Il Coordinamento democrazia costituzionale ha avanzato ricorso contro la legge elettorale presso 15 Corti d’appello: nel mirino c’è il ballottaggio e il premio di maggioranza. Silvio Berlusconi, la sinistra del Pd, i partiti minori della maggioranza e delle opposizioni da tempo sono sul piede di guerra per assegnare il premio di maggioranza alla coalizione e non al partito più forte.

Ad insistere è soprattutto Angelino Alfano,Alfano2 presidente del Nuovo Centrodestra, il maggiore alleato di governo di Matteo Renzi. Il motivo è semplice: il Ncd, nato alla fine del 2013 da una scissione di Forza Italia, oscilla intorno al 4% dei voti. Ora gli addii, come quelli di Gaetano Quagliariello e Nunzia De Girolamo, si stanno moltiplicando e rischia l’estinzione se nelle elezioni politiche non potrà contare su un accordo di coalizione. Riccardo Nencini, segretario del Psi, rilancia: «Chi sostiene la coalizione vincente non può che godere del premio di maggioranza».

Anche Berlusconi, ferito dalle scissioni di Alfano, Giorgia Meloni, Denis Verdini, Raffaele Fitto, punta ad ottenere il premio di maggioranza per le coalizioni: «Sono abbastanza fiducioso che si possa cambiare la legge elettorale nel senso di dare il premio di maggioranza non alla lista, ma alla coalizione». Il presidente di Forza Italia ha spiegato il motivo: «Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia insieme superano di un punto percentuale il Pd. Possiamo tornare a vincere».

La sinistra Pd una volta considerava un rischio autoritario “il combinato disposto” tra Italicum e riforma costituzionale, perché concentrava troppo potere nelle mani del presidente del Consiglio. Adesso i dissidenti democratici, dopo aver spuntato da Renzi nella riforma costituzionale l’elezione dei futuri senatori “in conformità” con le scelte dei cittadini, hanno aggiustato il tiro anche se dei “ribelli” restano. Per Vannino Chiti «ora diventa prioritaria la legge elettorale per il nuovo Senato» che deve essere approvata «il prima possibile» senza attendere il referendum sulla riforma costituzionale previsto per l’autunno del 2016. L’esponente della minoranza democratica, invece, per quanto riguarda l’Italicum ha previsto tempi più lunghi: «Realisticamente una riconsiderazione potrà aver luogo dopo il referendum, al termine dell’iter della riforma costituzionale».

Beppe Grillo, 2015101970842-BEPPE-GRILLO-MOVIMENTO-5-STELLE-NO-ALLEANZA-PD-2invece, non spinge per cambiare l’Italicum che diventerà operativo dal prossimo luglio. Chiede sempre le elezioni politiche anticipare e vede «il tacchino del Pd nel forno». Il leader del Movimento 5 Stelle ha detto ai giornalisti: «L’Italicum? Probabilmente penalizza più chi l’ha scritta che noi». Sembra piacergli il premio alla lista e non alla coalizione perché, se nessuno conseguisse il 40% dei voti, ci sarebbe il ballottaggio e «se andremo al ballottaggio vedremo». Grillo rifiuta le alleanze: in un ballottaggio tra Pd e M5S conta di vincere.

Renzi, però, per ora conferma il no a cambiare l’Italicum. Vuole realizzare le riforme strutturali per far risvegliare “la bella addormentata”, come ha definito l’Italia. Punta a far svolgere le elezioni politiche regolarmente nel 2018, alla fine della legislatura. E niente modifiche all’Italicum perché garantirà la stabilità politica: “Qualcuno ha avanzato questa idea. Mi sembra assurdo… A me, peraltro, la legge piace così com’è”.

Riforme: Lauricella, “cambiare il sistema che lega consigli a sindaci”

A Roma come in Sicilia, quando i governi vanno male non c’è modo di cambiarli: chi governa non si dimette e chi dovrebbe sfiduciare non sfiducia (o non si dimette la maggioranza). fotoLa regola del “simul stabunt simul cadent” blocca il sistema.

Forse e’ giunto il momento di riflettere sulla opportunità di tale sistema e di pensare ad una modifica nel senso del Tatarellum ad ogni livello periferico, regionale e locale: il primo della lista regionale o comunale assume la carica di presidente regionale o di sindaco. Ma se le cose non funzionano, devono poter essere cambiati nel corso della consiliatura. Fino a quando si manterrà la regola che lega inscindibilmente la “vita” dei consiglieri alla “vita” del presidente o del sindaco, il sistema rischia sempre di rimanere bloccato a danno dei cittadini e del territorio”. Lo dichiara il deputato Pd Giuseppe Lauricella.

Riforma del Senato: regioni da resettare

Pubblicato: 8 ottobre 2015 da Sicilia più in Politica
Tag:, , , ,

foto

Ascolta l’intervista all’On. Giuseppe Lauricella su Radio Radicale.

Una mina vagante incrocia la rotta della riforma costituzionale ormai in dirittura d’arrivo al Senato: la disomogeneità e la non contemporaneità dei sistemi elettorali delle Regioni.

Per disinnescare il rischio che la riforma del bicameralismo venga vanificata non resta che una soluzione: il contestuale scioglimento dei consigli regionali.

Fra Montecitorio e Palazzo Madama lo chiamano il lodo Lauricella”, dal nome del Costituzionalista e deputato del Pd Giuseppe Lauricella, che ha proposto l’unica via d’uscita ritenuta finora praticabile per scongiurare l’empasse costituzionale.

“La soluzione cercata dalla minoranza PD e concessa dal governo sulla norma transitoria della riforma costituzionale – osserva l’On. Giuseppe Lauricella -non servirà a dare subito un sistema coerente e con senatori scelti dagli elettori per quella funzione.”

In pratica la soluzione offre soltanto tempi certi per l’approvazione della legge dello Stato che disciplinerà il sistema di elezione e delle leggi regionali che dovranno recepirlo. Ma non avrà effetti veri se non fra cinque anni almeno, quando tutte le regioni, intanto e in tempi diversi, saranno andate ad elezioni.

“Pertanto, l’unica vera e coerente soluzione – spiega Lauricella- sarebbe stata quella di prevedere che, in sede di prima applicazione, al momento dello scioglimento delle Camere, vadano contestualmente sciolti tutti i consigli regionali. In tal modo i consigli verrebbero rinnovati applicando il sistema che verrà previsto dalla legge ordinaria ai sensi dell’articolo 122 della Costituzione e dell’articolo 2 della riforma, come modificato dal Senato. D’altra parte – motiva l’On. Lauricella –stiamo modificando l’intero sistema parlamentare e ciò giustificherebbe la eccezionalità della soluzione”.

foto

“E’ inutile che ci giriamo attorno: il sistema politico siciliano è bloccato. La legge che, nel 2001, ha introdotto l’elezione diretta del presidente della Regione, continua a mostrare tutti i suoi limiti. Per sbloccare il sistema bisogna separare i destini del Parlamento dell’Isola da quello del presidente della Regione”.

Lo afferma il parlamentare nazionale del PD, Giuseppe Lauricella, che ieri ha preso parte all’assemblea regionale del Partito Democratico della Sicilia.
“Con la legge attuale – dice sempre Lauricella – se la maggioranza dei parlamentari di Sala d’Ercole sfiducia il capo della Giunta regionale, Governo e Parlamento dell’Isola decadono simultaneamente. Questo, di fatto, “impedisce” ai parlamentari di sfiduciare il presidente della Regione, anche se, come nel caso di Rosario Crocetta, tutti denunciano la sua inadeguatezza”.
“Serve una norma che consenta al Parlamento dell’Isola di cambiare il presidente della Regione quando le condizioni politiche lo richiedono, lasciando in carica i parlamentari di Sala d’Ercole fino alla scadenza naturale del mandato. Questo sbloccherebbe il sistema politico siciliano, perché consentirebbe ai deputati dell’Assemblea regionale siciliana di esercitare con libertà il proprio mandato popolare, restituendo centralità al ruolo del Parlamento siciliano”. La responsabilità di governo va attribuita alla maggioranza che vince le elezioni e non ad solo soggetto.

“Dobbiamo prendere atto – conclude Lauricella – che è stato un errore, sia nelle elezioni regionali sia nei Comuni creare i presupposti per una sorta di “cesarismo”, sia tra i presidenti di Regione, sia tra i sindaci. Se con una legge ridaremo centralità al ruolo del Parlamento siciliano, è probabile che la Sicilia – com’è capitato nel passato con altre leggi – faccia da apripista a tutto il Paese”.

foto

di Giuseppe Lauricella

Ora il testo uscito dalla commissione cultura della Camera migliora nelle parti “discusse” l’originaria impostazione del ddl del governo. Il preside non sarà più l’unico a decidere: il piano triennale; la scelta dei docenti (che si potranno anche proporre al preside); l’organizzazione e l’offerta formativa, che saranno frutto degli organi collegiali della singola scuola.

Saranno assunti 100.000 nuovi insegnanti. Anche gli idonei del concorso 2012 verranno assunti. Il resto andrà a concorso. È evidente che l’autonomia scolastica affievolirà il ruolo del sindacato ed è, probabilmente, per questo che si fomentano gli attacchi al governo.

Gli studenti, i genitori avranno un ruolo attivo nelle scelte. Verrà previsto un serio lavoro di verifica, con ispettori “terzi”, sia del piano triennale, sia del lavoro dei presidi che dei docenti. Un modello che imporrà ai presidi per primi di dotarsi di personale docente di qualità, evitando favoritismi non “convenienti”, pena la propria responsabilità.

La scuola viene proiettata verso la competitività e l’efficienza, anche guardando al confronto e all’esperienza all’estero degli studenti, nonché al collegamento scuola-lavoro.scuola21

Insomma, credo che la via che oggi si sta intraprendendo, soprattutto dopo il prodotto del lavoro fatto in commissione, offra buoni motivi per ritenere che la riforma possa portare ad un salto di qualità.

Matteo Renzi ed il Partito Democratico possono ritenersi soddisfatti. Ma credo lo possano essere anche coloro (per primi gli insegnanti seri) che vogliono una scuola seria e competitiva, capace di offrire le basi culturali per i nostri ragazzi che saranno i dirigenti del futuro.

Da domani saremo in aula per approvare la legge.

Dopo la scuola, però, dovremmo ripensare il modello università, che dopo tutte le passate riforme (di sinistra e di destra) è andata molto indietro.

foto

di Giuseppe Lauricella*

Lunedì scorso abbiamo approvato l’Italicum, ovvero la legge elettorale per eleggere la prossima Camera dei deputati.

È evidente che, essendo una legge che vale soltanto per la Camera dei deputati, lo scenario che si profila dipende dalla approvazione, o meno, della Legge Costituzionale di modifica del bicameralismo, in chiave “differenziata”.

Fino ad oggi e fino a quando non si modificherà, il nostro bicameralismo è “perfetto”, nel senso che le due Camere svolgono le stesse funzioni e sono entrambe elette con suffragio universale e diretto.

Qualora dovessimo riuscire – come è auspicabile – a modificare il nostro bicameralismo, da “perfetto” a “differenziato”, delle due Camere solo una, la Camera dei deputati, sarebbe eletta direttamente, con l’Italicum, appunto, mentre l’altra, il Senato, diverrebbe una Camera con funzioni sostanzialmente diverse, che non accorda o revoca la fiducia al governo (come, invece, la Camera dei Deputati) e composta da consiglieri regionali e sindaci, attraverso elezioni di secondo grado.

In tal caso, l’Italicum produrrebbe coerentemente i suoi effetti, essendo stato concepito quale sistema “dedicato” solo ad una Camera.

Ma cosa succederebbe se, al contrario, in caso di elezioni, la riforma costituzionale non fosse ancora andata in porto?

È chiaro che si porrebbe un problema: un sistema elettorale concepito in funzione di una sola Camera elettiva, ma con due Camere da eleggere.

A quel punto, avremmo due vie: 1) andare ad elezioni con due diversi sistemi elettorali, l’Italicum per la Camera dei deputati e il consultellum per il Senato; 2) modificare l’Italicum per adattarlo ed estenderlo anche al Senato.

Nel primo caso, si rischierebbe di non avere una maggioranza coerente tra Camera e Senato, vanificando il “fine” che ha giustificato l’Italicum, ovvero avere un vincitore ed una maggioranza certa e coesa, atteso che avremmo, da un lato, un sistema ad effetti maggioritari (l’Italicum) e, dall’altro, un sistema ad effetti proporzionali (il consultellum).

Quindi, ritengo che dovremmo, per coerenza e opportunità, modificare l’Italicum, per renderlo, appunto, coerente e in grado di garantire l’effetto maggioritario in entrambe le Camere.

Ma a quel punto, in sede di modifica, a seconda del momento politico contingente, potrebbero emergere “esigenze emendative” dell’Italicum anche per la stessa Camera, oltre la semplice armonizzazione del sistema elettorale di Camera e Senato.

Per esempio, potrebbe correggersi il modo di assegnare il seggio ad un pluricandidato (bloccato) eletto in più collegi, adottando un criterio automatico (assegnando il seggio del collegio in cui il primo dei non eletti abbia ricevuto percentualmente un numero di preferenze minore rispetto agli altri primi dei non eletti nei collegi del pluricandidato della stessa lista); inoltre, potrebbe eliminarsi il ballottaggio, in modo da assegnare il premio di maggioranza soltanto qualora una lista raggiungesse la soglia del 40% nel primo ed unico turno: sarebbe un criterio – a mio parere – più democratico e più rispondente al reale consenso, prevedendo, in mancanza del raggiungimento del 40%, un governo di coalizione su base proporzionale, come avviene, d’altra parte, in tutti i sistemi “parlamentari” o “di origine parlamentare” che conosciamo (Germania, Gran Bretagna, per citarne alcuni).

Peraltro, questo criterio eviterebbe che, a secondo turno, per una serie di contingenze “astrali”, vincesse una lista che al primo turno ottenesse anche meno del 20%, prendendo tutto. Insomma, si eviterebbe – su scala nazionale, – un “effetto-Parma”.

Una soluzione che eliminerebbe alla radice ogni aspirazione alle coalizioni al ballottaggio, argomento, peraltro, specioso, atteso che, fin dalla presentazione delle liste, nulla vieta che vari partiti si riuniscano in un’unica lista.

Altro aspetto riguarda la riforma costituzionale e la composizione del SenatoSenato, oltre che le sue funzioni.

Sul tema della funzione, si comincia a ragionare nel senso di un Senato modello-Bundesrat: i membri rappresentano i governi delle regioni e decidono con voto unico (ogni regione ha un voto, magari ponderato, in ragione della sua dimensione).

Per la composizione, qualora si potesse riaprire la modifica, avevo già proposto una soluzione che ritengo equilibrata, sia nel rispetto della esigenza “risparmio”, sia nel senso della rappresentatività. Prevedevo un Senato di 180 membri, di cui 100 senatori eletti a suffragio universale e diretto (con conseguente riduzione a 530 membri della Camera dei deputati, ovvero 100 in meno, in modo da avere un “saldo zero” tra le due camere) e 80 rappresentativi delle regioni e delle categorie. È un’ipotesi, vedremo.

Insomma, ritengo che la partita sia tutt’altro che chiusa. C’è molta strada ancora da percorrere, sperando che alla fine ne scaturisca un sistema composito, coerente ed efficace.

* (deputato nazionale PD, componente della Commissione affari costituzionali della Camera dei deputati)

Lo ha annunciato il capogruppo Renato Brunetta. Ma per il componente della Commissione Costituzionale della Camera il PD non ha paura

“All’inizio della prossima settimana il gruppo FI della Camera, al pari degli altri gruppi parlamentari di opposizione, presenterà una pregiudiziale di costituzionalità“, su cui “a norma di regolamento, richiederà di procedere con voto segreto“, annuncia il capogruppo di FI Renato Brunetta parlando dell’Italicum.foto

Lauricella (PD): “Col voto segreto maggioranza più ampia” – “Se venisse richiesto il voto segreto, l’Italicum avrebbe qui alla Camera una maggioranza assai più ampia di quella di governo”, sostiene Giuseppe Lauricella (PD), membro della Commissione Costituzionale della Camera. “Con lo scrutinio segreto – spiega il parlamentare PD – almeno la metà dei parlamentari del M5s, di FI e dei partiti piccoli, voterebbe per l’Italicum, in quanto è un sistema che piace a quasi tutti, al di là di quanto affermano in pubblico”. “Al M5s – prosegue Lauricella – piace il premio alla lista piuttosto che alla coalizione, perché gli potrebbe garantire di andare al ballottaggio. Inoltre, con i capilista bloccati, gli attuali parlamentari più in vista sarebbero sicuri di essere rieletti. Infine, la soglia di sbarramento al 3% permetterebbe a tutti i partiti minori di entrare in Parlamento”.

Dalla stampa nazionale

fotoIl deputato nazionale del Partito Democratico, Giuseppe Lauricella, annuncia di non avere votato la legge sull’Imu agricola, “perché – spiega – provoca una sostanziale discriminazione a sfavore delle aziende agricole e dei coltivatori diretti del Meridione e della Sicilia”.

Lo stesso Lauricella aggiunge : “Aziende che fatturano il minimo per la sopravvivenza non possono essere tassate allo stesso modo di aziende che fatturano milioni di euro. Per gli agricoltori siciliani pagare 700 euro ad ettaro non è sostenibile, considerato, per esempio, che un agrumeto deve sopportare le ragioni del macero per accogliere la produzione spagnola. La Regione Siciliana ha 60 giorni per sollevare la questione di costituzionalità davanti alla Corte Costituzionale e far annullare la norma, almeno nella parte in cui crea le discriminazioni e riparare, così, una situazione non facile per la nostra economia agricola”.