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Italicum, traballa il ballottaggio

Pubblicato: 3 novembre 2015 da Sicilia più in Politica
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di Rodolfo Ruocco

È maturata sottotraccia. È la proposta di legge numero 3385: vuole modificare l’Italicum abolendo il ballottaggio, nel caso in cui nessuna lista ottenga il 40% dei voti per incassare il premio di maggioranza. Il progetto l’ha presentato alla Camera Giuseppe Lauricellafoto, deputato del Pd, che da mesi indica la necessità di rivedere la legge elettorale per le politiche.

È il cosiddetto “ritocchino” all’Italicum approvato dal Parlamento nei primi giorni dello scorso maggio. Ma il ballottaggio non è stato sempre un cavallo di battaglia del Pd? Lauricella invita a distinguere: «In Francia il secondo turno è di collegio e non nazionale». Indica la necessità di evitare il rischio di “forzature” con ricadute come “l’effetto Parma”. È il richiamo alla città emiliana che fu una bruttissima sorpresa per il Pd: è divenuta un caso perché lì al primo turno era nettamente in testa il candidato sindaco del centrosinistra mentre al secondo vinse il M5S, raccogliendo tutti i voti di protesta a sinistra, nel centrodestra e tra quelli prima rifugiatisi nell’astensione.

Dunque sì al premio di maggioranza alla lista che ottenga almeno il 40% dei voti (dà diritto al 55% dei seggi della Camera), sì alla soglia di sbarramento del 3%, no al ballottaggio e no al premio alle coalizioni. Lauricella argomenta: «Va garantita la stabilità politica e anche la rappresentanza delle forze minori, ma se il premio di maggioranza si desse alla coalizione elettorale e non alla lista, si rischierebbero le dinamiche ‘ricattatorie’ dei piccoli partiti». Ma se nessun partito raggiungesse il 40% dei voti e non scattasse il premio di maggioranza, non arriverebbe l’ingovernabilità? La risposta è no: «Si formerebbe un governo di coalizione. Lo ha fatto la Merkel in Germania e ha seguito questa strada Cameron in Gran Bretagna nella precedente legislatura».

Le pressioni per cambiare l’Italicum sono sempre più ampie, stanno diventando fortissime. Il Coordinamento democrazia costituzionale ha avanzato ricorso contro la legge elettorale presso 15 Corti d’appello: nel mirino c’è il ballottaggio e il premio di maggioranza. Silvio Berlusconi, la sinistra del Pd, i partiti minori della maggioranza e delle opposizioni da tempo sono sul piede di guerra per assegnare il premio di maggioranza alla coalizione e non al partito più forte.

Ad insistere è soprattutto Angelino Alfano,Alfano2 presidente del Nuovo Centrodestra, il maggiore alleato di governo di Matteo Renzi. Il motivo è semplice: il Ncd, nato alla fine del 2013 da una scissione di Forza Italia, oscilla intorno al 4% dei voti. Ora gli addii, come quelli di Gaetano Quagliariello e Nunzia De Girolamo, si stanno moltiplicando e rischia l’estinzione se nelle elezioni politiche non potrà contare su un accordo di coalizione. Riccardo Nencini, segretario del Psi, rilancia: «Chi sostiene la coalizione vincente non può che godere del premio di maggioranza».

Anche Berlusconi, ferito dalle scissioni di Alfano, Giorgia Meloni, Denis Verdini, Raffaele Fitto, punta ad ottenere il premio di maggioranza per le coalizioni: «Sono abbastanza fiducioso che si possa cambiare la legge elettorale nel senso di dare il premio di maggioranza non alla lista, ma alla coalizione». Il presidente di Forza Italia ha spiegato il motivo: «Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia insieme superano di un punto percentuale il Pd. Possiamo tornare a vincere».

La sinistra Pd una volta considerava un rischio autoritario “il combinato disposto” tra Italicum e riforma costituzionale, perché concentrava troppo potere nelle mani del presidente del Consiglio. Adesso i dissidenti democratici, dopo aver spuntato da Renzi nella riforma costituzionale l’elezione dei futuri senatori “in conformità” con le scelte dei cittadini, hanno aggiustato il tiro anche se dei “ribelli” restano. Per Vannino Chiti «ora diventa prioritaria la legge elettorale per il nuovo Senato» che deve essere approvata «il prima possibile» senza attendere il referendum sulla riforma costituzionale previsto per l’autunno del 2016. L’esponente della minoranza democratica, invece, per quanto riguarda l’Italicum ha previsto tempi più lunghi: «Realisticamente una riconsiderazione potrà aver luogo dopo il referendum, al termine dell’iter della riforma costituzionale».

Beppe Grillo, 2015101970842-BEPPE-GRILLO-MOVIMENTO-5-STELLE-NO-ALLEANZA-PD-2invece, non spinge per cambiare l’Italicum che diventerà operativo dal prossimo luglio. Chiede sempre le elezioni politiche anticipare e vede «il tacchino del Pd nel forno». Il leader del Movimento 5 Stelle ha detto ai giornalisti: «L’Italicum? Probabilmente penalizza più chi l’ha scritta che noi». Sembra piacergli il premio alla lista e non alla coalizione perché, se nessuno conseguisse il 40% dei voti, ci sarebbe il ballottaggio e «se andremo al ballottaggio vedremo». Grillo rifiuta le alleanze: in un ballottaggio tra Pd e M5S conta di vincere.

Renzi, però, per ora conferma il no a cambiare l’Italicum. Vuole realizzare le riforme strutturali per far risvegliare “la bella addormentata”, come ha definito l’Italia. Punta a far svolgere le elezioni politiche regolarmente nel 2018, alla fine della legislatura. E niente modifiche all’Italicum perché garantirà la stabilità politica: “Qualcuno ha avanzato questa idea. Mi sembra assurdo… A me, peraltro, la legge piace così com’è”.

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di Giuseppe Lauricella*

Lunedì scorso abbiamo approvato l’Italicum, ovvero la legge elettorale per eleggere la prossima Camera dei deputati.

È evidente che, essendo una legge che vale soltanto per la Camera dei deputati, lo scenario che si profila dipende dalla approvazione, o meno, della Legge Costituzionale di modifica del bicameralismo, in chiave “differenziata”.

Fino ad oggi e fino a quando non si modificherà, il nostro bicameralismo è “perfetto”, nel senso che le due Camere svolgono le stesse funzioni e sono entrambe elette con suffragio universale e diretto.

Qualora dovessimo riuscire – come è auspicabile – a modificare il nostro bicameralismo, da “perfetto” a “differenziato”, delle due Camere solo una, la Camera dei deputati, sarebbe eletta direttamente, con l’Italicum, appunto, mentre l’altra, il Senato, diverrebbe una Camera con funzioni sostanzialmente diverse, che non accorda o revoca la fiducia al governo (come, invece, la Camera dei Deputati) e composta da consiglieri regionali e sindaci, attraverso elezioni di secondo grado.

In tal caso, l’Italicum produrrebbe coerentemente i suoi effetti, essendo stato concepito quale sistema “dedicato” solo ad una Camera.

Ma cosa succederebbe se, al contrario, in caso di elezioni, la riforma costituzionale non fosse ancora andata in porto?

È chiaro che si porrebbe un problema: un sistema elettorale concepito in funzione di una sola Camera elettiva, ma con due Camere da eleggere.

A quel punto, avremmo due vie: 1) andare ad elezioni con due diversi sistemi elettorali, l’Italicum per la Camera dei deputati e il consultellum per il Senato; 2) modificare l’Italicum per adattarlo ed estenderlo anche al Senato.

Nel primo caso, si rischierebbe di non avere una maggioranza coerente tra Camera e Senato, vanificando il “fine” che ha giustificato l’Italicum, ovvero avere un vincitore ed una maggioranza certa e coesa, atteso che avremmo, da un lato, un sistema ad effetti maggioritari (l’Italicum) e, dall’altro, un sistema ad effetti proporzionali (il consultellum).

Quindi, ritengo che dovremmo, per coerenza e opportunità, modificare l’Italicum, per renderlo, appunto, coerente e in grado di garantire l’effetto maggioritario in entrambe le Camere.

Ma a quel punto, in sede di modifica, a seconda del momento politico contingente, potrebbero emergere “esigenze emendative” dell’Italicum anche per la stessa Camera, oltre la semplice armonizzazione del sistema elettorale di Camera e Senato.

Per esempio, potrebbe correggersi il modo di assegnare il seggio ad un pluricandidato (bloccato) eletto in più collegi, adottando un criterio automatico (assegnando il seggio del collegio in cui il primo dei non eletti abbia ricevuto percentualmente un numero di preferenze minore rispetto agli altri primi dei non eletti nei collegi del pluricandidato della stessa lista); inoltre, potrebbe eliminarsi il ballottaggio, in modo da assegnare il premio di maggioranza soltanto qualora una lista raggiungesse la soglia del 40% nel primo ed unico turno: sarebbe un criterio – a mio parere – più democratico e più rispondente al reale consenso, prevedendo, in mancanza del raggiungimento del 40%, un governo di coalizione su base proporzionale, come avviene, d’altra parte, in tutti i sistemi “parlamentari” o “di origine parlamentare” che conosciamo (Germania, Gran Bretagna, per citarne alcuni).

Peraltro, questo criterio eviterebbe che, a secondo turno, per una serie di contingenze “astrali”, vincesse una lista che al primo turno ottenesse anche meno del 20%, prendendo tutto. Insomma, si eviterebbe – su scala nazionale, – un “effetto-Parma”.

Una soluzione che eliminerebbe alla radice ogni aspirazione alle coalizioni al ballottaggio, argomento, peraltro, specioso, atteso che, fin dalla presentazione delle liste, nulla vieta che vari partiti si riuniscano in un’unica lista.

Altro aspetto riguarda la riforma costituzionale e la composizione del SenatoSenato, oltre che le sue funzioni.

Sul tema della funzione, si comincia a ragionare nel senso di un Senato modello-Bundesrat: i membri rappresentano i governi delle regioni e decidono con voto unico (ogni regione ha un voto, magari ponderato, in ragione della sua dimensione).

Per la composizione, qualora si potesse riaprire la modifica, avevo già proposto una soluzione che ritengo equilibrata, sia nel rispetto della esigenza “risparmio”, sia nel senso della rappresentatività. Prevedevo un Senato di 180 membri, di cui 100 senatori eletti a suffragio universale e diretto (con conseguente riduzione a 530 membri della Camera dei deputati, ovvero 100 in meno, in modo da avere un “saldo zero” tra le due camere) e 80 rappresentativi delle regioni e delle categorie. È un’ipotesi, vedremo.

Insomma, ritengo che la partita sia tutt’altro che chiusa. C’è molta strada ancora da percorrere, sperando che alla fine ne scaturisca un sistema composito, coerente ed efficace.

* (deputato nazionale PD, componente della Commissione affari costituzionali della Camera dei deputati)

di Giuseppe Lumia

PD: VELTRONI, LUMIA CAPOLISTA SENATO IN SICILIALa Camera ha approvato la riforma della legge elettorale, conosciuta come Italicum.  Non sono mancate le polemiche e i contrasti accesi. Addirittura, si sono usate espressioni forti come “colpo alla democrazia”, “dittatura”, “autoritarismo”.

Vediamo un po’ di capire meglio, in modo che le valutazioni possano essere più equilibrate e si possano cogliere i caratteri innovativi e positivi di una riforma tanto attesa, dopo che il nostro Paese è stato costretto a subire l’onta del cosiddetto “porcellum”. Questa sì legge indecente e dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale.

Più volte ho messo in evidenza la necessità di uscire dalla crisi della nostra democrazia sul versante sia della legge elettorale, sia delle riforme costituzionali che riguardano le istituzioni, mettendo in equilibrio due criteri/valori: “la decisione democratica” e la “partecipazione democratica”. Senza decisione democratica la democrazia si paralizza, va in tilt e lascia spazio ad altri poteri legali ed illegali, economico-finanziari e mafioso-criminali che nel tempo della globalizzazione sono in grado di determinare in tempo reale scelte che aggirano la sovranità popolare e le istituzioni democratiche.

Senza “decisione democratica” non c’è una democrazia moderna, veloce, capace di comprendere l’evoluzione della società e di assumersi la responsabilità di fare scelte chiare e coraggiose. Senza “decisone democratica” non solo si lascia un vuoto che altri poteri riempiono, ma si alimenta una crisi della politica che rischia di sfociare nella domanda di decisione tout court anche di tipo autoritario. Una decisione quest’ultima realmente pericolosa e dagli esiti nefasti, tenuto conto che il nostro Paese rimane ancora fragile ed esposto a sbocchi imprevedibili. Proprio per questo la Seconda Repubblica, ad esempio, non ha saputo essere all’altezza delle riforme di cui il nostro Paese aveva bisogno e ci ha lasciati impreparati di fronte alla crisi economico-finanziaria, che ha attraversato e devastato la società e le stesse Istituzioni.

Stesso ragionamento vale per la “partecipazione democratica”. Non è un criterio/valore del passato, da lasciare ai nostalgici della Prima Repubblica, anzi è una risorsa fondamentale per il futuro della democrazia che vogliamo costruire. La “partecipazione democratica” va sempre alimentata nella società, ma va anche incentivata sia nei sistemi elettorali che nella vita delle istituzioni. Senza partecipazione democratica la sovranità popolare si spegne e la democrazia della rappresentanza diventa un involucro formale e burocratico. Senza “partecipazione democratica” non c’è coesione sociale, non c’è una spinta motivazionale a sentirsi parte di un Paese che vuole crescere insieme e darsi delle mete di rilievo storico per uscire dalla crisi, non più secondo lo stile dell’”Italietta”, ma da Paese moderno ed europeo.

In sostanza, “decisione democratica” e “partecipazione democratica” sono due facce della stessa medaglia. Anzi l’una nutre l’altra ed entrambe hanno bisogno di completarsi a vicenda.

Vediamo adesso quali sono i punti della riforma elettorale che vanno in tale direzione. Intanto con l’Italicum si mette fine a quell’odiosa incertezza sull’esito del voto che regna ormai ad ogni elezione e che, di conseguenza, mina la solidità e la credibilità del nuovo esecutivo. Con l’Italicum chi vince vince, e si assume la responsabilità di governare, e chi perde perde, e si attrezza per svolgere l’altrettanto nobile ruolo di opposizione, senza inciuci e consociativismi tipici del “giorno dopo”.

La decisione democratica fa un passo avanti senza scadere nell’autoritarismo. Infatti, la lista che non supera la soglia del 40% non vince le elezioni al primo turno, ma si affida l’esito della consultazione ad un secondo turno a cui accedono le prime due liste classificate, per lasciare alla partecipazione democratica dei cittadini la sovranità di decidere chi deve guidare il Paese e chi deve fare l’opposizione.

Nella Prima Repubblica l’instabilità dei governi era la regola e il consociativismo la formula subdola di governo. Anche nella Seconda Repubblica questo nodo non è stato sciolto ed i governi sostenuti da alleanze pasticciate e consociative hanno continuato a prevalere. Non penso, quindi, che all’Italicum si possano rimproverare profili autoritari. Anzi, è opportuno apprezzarne la sua chiarezza e la capacità di coniugare partecipazione e decisione democratiche.

Un altro nodo delicato affrontato e sciolto positivamente dall’Italicum riguarda il cosiddetto “governo coalizionale”, ovvero un esecutivo formato e sostenuto da una coalizione di partiti. Si tratta di un tipo di governo che, in teoria, non ha nulla di scandaloso, ma che nella pratica si è rivelato un disastro. Infatti, è avvenuto che con governi così formati i programmi presentati agli elettori durante la campagna elettorale hanno ceduto il passo ad un’estenuante mediazione al ribasso, finendo sempre per paralizzare la “decisione democratica” e irridere la stessa “partecipazione democratica”.

Nell’Italia dell’attuale crisi, i “governi coalizionali” sono stati ancora più rovinosi ed incapaci di produrre riforme e scelte di grande portata in grado di lasciarci alle spalle l’”Italietta” e tutti i suoi difetti. Nello stesso tempo non si è stati in grado di valorizzare i pregi e le potenzialità presenti nella società e nelle stesse istituzioni. In sostanza, un piccolo partito ancora oggi conta più di un grande partito e la ricerca di visibilità porta sempre a rotture interne alla coalizione e alla paralisi riformatrice. Con l’Italicum si volta pagina, perché si è scelto di premiare ed incentivare la lista vincente e non le liste coalizzate per convenienze politiche, magari in contraddizione sui programmi e sulle scelte di fondo. A tal proposito, sottolineo che la scelta di premiare la lista vincente al primo o al secondo turno, e non la coalizione, è stato un punto richiesto anche dal Movimento 5 Stelle per l’ovvia ragione che loro non pensano mai ad allearsi con altri, ma a vincere da soli le elezioni.

Un altro nodo sciolto è quello sulla soglia di entrata delle liste in Parlamento, a garanzia di un Parlamento plurale e in grado di dare spazio anche ai piccoli partiti. All’inizio l’Italicum poneva l’asticella della soglia del 5%. Alla fine si è deciso di abbassarla al 3%.

Avendo stabilito per la governabilità che vince la lista e non la coalizione, è stato giusto abbassare la soglia al 3% in modo tale che le piccole forze politiche possano avere una presenza in Parlamento senza che la loro attività si trasformi in ricatto continuo nei confronti di chi ha vinto legittimamente le elezioni. Mi sembra che sia stato raggiunto, anche su questo punto, un buon equilibrio, capace di non frenare la “decisione democratica” e allo stesso tempo di non svilire la “partecipazione democratica” anche della minoranza che può far sentire la propria voce in Parlamento. Faccio notare che questa richiesta era stata lanciata dai piccoli partiti dell’opposizione, con in testa Sel, ma anche dall’Ncd che sta in maggioranza.

Infine, la rovente questione delle preferenze o dei candidati bloccati che abbiamo conosciuto con l’esperienza triste del Porcellum. La decisione definitiva è stata una mediazione. Nei cento collegi previsti, dove vengono eletti dai sei ai sette deputati, il capolista è bloccato, mente gli altri verranno scelti dai cittadini con l’uso della preferenza, cosa importantissima, attraverso anche la doppia preferenza di genere. Anche su questo aspetto la soluzione poteva essere più completa prevedendo la scelta della preferenza per tutti,  anche per i capilista. Qualche pro si può avanzare a favore del capolista bloccato, come ad esempio la possibilità di candidare personalità di grande prestigio e competenza. Non sfuggono però i risvolti strumentali, come l’esercizio arrogante del potere dei capipartito che con i capilista bloccati, piuttosto che valorizzare la qualità, possono invece più biecamente imporre i propri accoliti o premiare delle leadership senza consenso e radicamento territoriale. Faccio notare che l’opzione, spesso mascherata dei segretari di partito, è quella delle liste bloccate per tutti. Solo Forza Italia si è pronunciata esplicitamente per la lista bloccata. Alla fine con l’Italicum si è giunti ad una mediazione che comunque non ne inficia il valore complessivo.

Naturalmente non mi sfuggono due aspetti:

  1. la legge elettorale cammina a braccetto con la riforma costituzionale della forma di governo e del ruolo della Camera e del Senato. Forse, un bilanciamento ancora andrebbe previsto in modo tale che ci sia un migliore equilibrio dentro i meccanismi della “decisione democratica” e che si rafforzi di più l’aspetto della “partecipazione democratica”;
  2. la legge elettorale non può esaurire la necessità di intervenire su altri fronti: conflitto di interessi e antitrust. Così pure non vanno sottovalutati la lotta alla mafia e alla corruzione su cui si è iniziato un discreto lavoro, che va potenziato e completato per garantire un esercizio realmente democratico del voto e per spezzare le ossa al sistema delle collusioni mafiose e corruttive.

In conclusione l’Italicum è una riforma elettorale che finalmente fa delle scelte chiare e aiuta a metterci alle spalle non solo il porcellum, ma anche tutte le incertezze presenti negli altri sistemi elettorali sperimentati nel corso della storia del nostro Paese, nella consapevolezza che nessun sistema elettorale è perfetto e che anche l’Italicum è perfettibile.

di Giulio Ambrosetti

Oggi, in Italia, è giorno di retorica: ed è in giornate come questa che il nostro Paese da il “meglio di sé”. Ci riempiranno la testa di libertà, di democrazia, di Repubblica italiana nata dalla Resistenza e bla bla bla. Chissà se qualcuno tra i tanti Soloni italici avrà il coraggio di dire come stanno, in realtà, le cose: e cioè che l’unica libertà rimasta ancora in piedi in Italia − e non sappiamo fino a quando − è quella della rete internet. E che quasi tutte le altre libertà − a cominciare dalla democrazia parlamentare − sono andate a farsi benedire.

crisi-economica-3Certe volte la storia, nel suo incedere, si prende gioco dei furbi (da distinguere nettamente dalle persone intelligenti). E i furbi – sempre per restare in tema di democrazia parlamentare – sono Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. I due, ignorando un pronunciamento della Corte Costituzionale che ha cassato la legge elettorale nota come Porcellum, stanno per convincere il Parlamento del nostro Paese ad approvare una nuova legge elettorale – già battezzata Italicum – che ricalca, in parte addirittura peggiorandolo, il Porcellum. Proprio nei giorni in cui “festeggiamo” la Liberazione, Renzi, nel nome di una democrazia nota solo a lui e ai suoi “giannizzeri”, ha sostituito nella commissione parlamentare i parlamentari riottosi, mettendoci i suoi sodali. Il messaggio è chiaro: l’Italicum deve passare in barba alla Corte Costituzionale e alla democrazia.

Oggi Renzi andrà in tutte le tv − con in testa quelle di Berlusconi − per celebrare un 25 aprile che, di fatto, sta calpestando, imponendo agli italiani una legge elettorale truffaldina e antidemocratica come il governo che presiede. In questa storia − al netto delle parole che pronuncerà oggi − ci piacerà osservare come si comporterà il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Che farà, Presidente Mattarella, quando le Camere “addomesticate” le presenteranno da come-distinguere-il-pignoramento-del-quinto-dello-stipendio-dalla-cessione-del-quinto_1d243934bf45b05fcf09a6a02632970dfirmare la legge sull’Italicum? Apporrà la sua firma o la rimanderà indietro alle Camere? Coraggio Presidente Mattarella, si ricordi che lei ha fatto parte della Corte Costituzionale che ha “bocciato” il Porcellum. Sia conseguente: sfoderi la pacifica, ma determinata, grinta di Fra Cristoforo e mandi a quel paese l’Italicum e i don Rodrighi di Palazzo Chigi e i tanti don Abbondi che le consigliano di attenersi alle “volontà” del Parlamento.  Coraggio, non la dia vinta ai Bravi dei Don Rodrighi!

Ma il 25 aprile, quest’anno, non coincide soltanto con il tentativo di calpestare il pronunciamento della Corte Costituzionale in materia di legge elettorale. Anche se pochi se ne occupano, questo è l’anno in cui assistiamo all’effetto combinato di Fiscal Compact e Two Pack. Il primo − il Fiscal Compact − è un trattato internazionale demenziale, in forza del quale il nostro Paese paga circa 50 miliardi all’anno all’Unione europea per tenere i “conti in ordine”: da qui la povertà del nostro Paese. Il secondo – il Two Pack – è un altro trattato internazionale, in base al quale il Parlamento del nostro Paese ha ceduto all’Unione europea dell’euro la sovranità sul Bilancio dello Stato. Di questi due trattati − che hanno vulnerato la Costituzione italiana del 1948 − dobbiamo dire grazie al governo Monti, al Parlamento della passata legislatura (eletto con il Porcellum), all’ex Presidente della Repubblica, l’europeista Giorgio Napolitano, e all’Unione europea dell’euro che ce li ha imposti.

Attenzione: se l’Italia avesse voluto, non avrebbe aderito all’euro e, di conseguenza, al Fiscal Compact e al Two Pack. Invece ha aderito, cedendo ad un’Unione europea di imbroglioni e massoni (nell’Unione europea queste due “categorie dello spirito” coincidono) sia la sovranità monetaria (euro), sia la sovranità sui conti dello Stato (Fiscal Compact e Two Pack).

Per capire il perché l’Italia ha ceduto una buona parte della propria sovranità ad un’Unione europea controllata, di fatto, dalla Germania, dobbiamo fare un ampio passo indietro e tornare agli anni della loggia P2 di Licio Gelli. Quando esplode lo scandalo della loggia P2 − una loggia segreta o “coperta”, che faceva capo alla Massoneria di Palazzo Giustiniani (Rito Scozzese antico ed accettato) −, in questa consorteria si ritrovano personaggi altolocati dello Stato: Ministri, leader di partiti politici, magistrati (c’era l’allora vice presidente del Csm!), medici, professionisti e persino alti prelati di Santa Madre Chiesa.

Licio Gelli, da allora ad oggi (è ancora vivo), non ha mai perso il suo sorriso. Perché sapeva chi aveva dietro di sé. Che non erano solo i potenti italiani (che alla fine contavano poco), ma i massoni europei. La storia ha dato ragione a Gelli. L’inchiesta penale sulla loggia P2 si è conclusa con un nulla di fatto. Agli atti restano i documenti prodotti dalla commissione parlamentare sulla loggia P2. A presiedere questa commissione venne chiamata Tina Anselmi. La sua nomina non fu casuale. Perché Tina Anselmi era stata una partigiana. E chi la volle, con molta probabilità, sapeva che dietro la consorteria massonica, che si era infiltrata in tutte le istituzioni italiane, c’erano gli stessi personaggi che lavoravano per la “Grande Unione europea”. Già allora era chiaro il disegno antidemocratico. Anche se la politica italiana dell’epoca s’illudeva di avere bloccato la P2.

Oggi la “Grande Unione europea” è una realtà. Parliamo dell’Unione europea dell’euro, della quale l’Italia fa parte. Convincere l’Italia ad entrare nella “trappola” dell’euro non è stato facile. I Tedeschi − che sono i veri gestori della moneta unica europea − hanno dovuto organizzare la stagione di Tangentopoli per fare fuori la classe dirigente che, alla fine degli anni ’70 e nei primi anni ’80, si era opposta alla P2 di Gelli. Fatta fuori la vecchia classe dirigente della cosiddetta Prima Repubblica − che aveva tante pecche, ma che non avrebbe mai infilato l’Italia nel tunnel dell’euro −, al governo dell’Italia sono rimasti, di fatto, anche tanti piduisti (non bisogna dimenticare che Berlusconi era affiliato alla loggia P2). Da qui, negli anni ’90, l’adesione dell’Italia all’euro. Sotto questo profilo, Tangentopoli è stata un’operazione perfettamente riuscita.

La storia è sempre maestra di vita. Ricordiamoci che Bettino Craxi, da Hammamet, in tempi non sospetti, affermava che la moneta unica avrebbe impoverito il sud Europa: il dramma della Grecia e l’Italia, con quasi 10 milioni di poveri e con le proprie grandi industrie vendute all’estero, ne sono una drammatica testimonianza. Craxi aveva ragione. Anche un’altra grande leader europea degli anni ’80 − Margaret Thatcher − era convinta che l’euro avrebbe portato povertà e disperazione. E non è un caso se l’Inghilterra (in verità assieme ad altri otto Paesi dell’Unione europea) non ha aderito all’euro. Anche la signora Thatcher aveva ragione.

Cosa vogliamo dire con questo? Che quel grande imbroglio massonico della moneta unica europea è la diretta conseguenza di quel filone massonico che in Italia, anticipando gli eventi, si chiamava, per l’appunto, loggia P2. Se avete la pazienza di andarvi a rileggere, tra i documenti della commissione parlamentare sulla loggia P2, i “programmi” di “rinascita” dell’Italia, ebbene, scoprirete parallelismi impressionanti tra alcuni scritti di allora e l’Unione europea dell’euro di oggi. Potenza della massoneria finanziaria!

Al di là di quello che ci diranno oggi con il diluvio di retorica, dobbiamo prendere atto che l’Italia della Resistenza ed i valori della Costituzione italiana del 1948 sono stati sconfitti. Altro che 25 aprile! Così come l’Italia, di fatto, è uscita sconfitta nella battaglia contro la P2. Il risultato è l’adesione del nostro Paese ad un’Unione europea non democratica. Ricordiamoci che la Commissione europea − che è l’esecutivo dell’Unione − non risponde al Parlamento europeo, ma alle consorterie massoniche e finanziarie. La stessa Chiesa cattolica oggi tace, ricattata con la storia dell’Imu.

Chiosa finale. Finora abbiamo sempre creduto che certi europeisti italiani erano persone serie. Il riferimento è − tanto per citare due nomi − ad Altiero Spinelli e Gaetano Martino. Ebbene, il ruolo di questi personaggi andrebbe approfondito, per capire se anche loro − come del resto Robert Schuman − sono riconducibili all’attuale Unione europea di massoni, o se esiste una cesura che separa i primi europeisti dai “briganti” e massoni che oggi controllano l’Europa dell’euro per conto di una Germania sempre più filiazione del “Secolo breve”…

P.S. 

Dimenticavo: oggi, 25 aprile, ricordiamo la lotta della Resistenza italiana contro i tedeschi. Solo che oggi lo facciamo con lo spread tedesco sul collo… Ci sarà qualcuno che farà notare anche tale anomalia?

Lo ha annunciato il capogruppo Renato Brunetta. Ma per il componente della Commissione Costituzionale della Camera il PD non ha paura

“All’inizio della prossima settimana il gruppo FI della Camera, al pari degli altri gruppi parlamentari di opposizione, presenterà una pregiudiziale di costituzionalità“, su cui “a norma di regolamento, richiederà di procedere con voto segreto“, annuncia il capogruppo di FI Renato Brunetta parlando dell’Italicum.foto

Lauricella (PD): “Col voto segreto maggioranza più ampia” – “Se venisse richiesto il voto segreto, l’Italicum avrebbe qui alla Camera una maggioranza assai più ampia di quella di governo”, sostiene Giuseppe Lauricella (PD), membro della Commissione Costituzionale della Camera. “Con lo scrutinio segreto – spiega il parlamentare PD – almeno la metà dei parlamentari del M5s, di FI e dei partiti piccoli, voterebbe per l’Italicum, in quanto è un sistema che piace a quasi tutti, al di là di quanto affermano in pubblico”. “Al M5s – prosegue Lauricella – piace il premio alla lista piuttosto che alla coalizione, perché gli potrebbe garantire di andare al ballottaggio. Inoltre, con i capilista bloccati, gli attuali parlamentari più in vista sarebbero sicuri di essere rieletti. Infine, la soglia di sbarramento al 3% permetterebbe a tutti i partiti minori di entrare in Parlamento”.

Dalla stampa nazionale