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Ecco come (10). Ambiente

Pubblicato: 22 aprile 2015 da Sicilia più in Attualità
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di Donato Didonna

Perché il territorio siciliano possa essere un giorno internazionalmente riconosciuto per la qualità del suo mare e dell’ambiente rurale e urbano, con tutte le positive ricadute del caso, è necessario che si prenda collettivamente coscienza dell’insostenibile leggerezza di tanti nostri comportamenti quotidiani.

L’industria energetica, quella automobilistica, quella chimica legata ai prodotti domestici di largo consumo, ecc. ne hanno già da tempo preso consapevolezza e reindirizzato i loro business verso produzioni sostenibili per l’ambiente. La sostenibilità crea consenso e fa vendere (peraltro non ci sono altre alternative nel medio-lungo termine). Chi volesse “vendere” il prodotto Sicilia, come territorio caratterizzato da qualità ambientale, potrebbe contare perciò su buoni indici di ascolto.860735_10200283454123230_517806592_o

Poiché la mancata industrializzazione della Sicilia, nonostante il fiume di miliardi spesi dal dopoguerra, oggi rappresenta quasi un’opportunità, visto che gli insediamenti manifatturieri migrano verso i paesi emergenti mentre le ricadute ambientali negative dell’industrializzazione (inquinamento, piogge acide, ecc.) riguardano quasi esclusivamente i poli petrolchimici siciliani e quindi una parte comunque contenuta del territorio, il discorso si riduce, per modo di dire, all’ottimizzazione del ciclo delle acque, di quello dei rifiuti e al contrasto dell’inquinamento atmosferico e acustico urbano.

Avere per obiettivo mare e fiumi puliti significa innanzitutto pretendere il completamento della realizzazione e l’efficiente funzionamento dei depuratori. In Sicilia, dai tempi della mafia dei pozzi in poi, sembra che l’acqua serva per “mangiare”, non per bere e il malaffare ne ha sempre caratterizzato tutti i business connessi (acquedotti, depuratori, fogne, ATO, ecc.). Occorre una maggiore informazione e vigilanza dell’opinione pubblica sensibile e sensibilizzata alle tematiche ambientali. Le tecnologie, di certo, non mancano oggi che si parla sempre di più dell’acqua come dell’“oro blu”, né bisognerebbe più avere alcuna pietà delle costruzioni abusive sui litorali.

Sull’onda emotiva della drammatica situazione campana, sembrerebbe che i termovalorizzatori rappresentino oggi la soluzione più realistica, il “male minore”, al problema dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Guarda caso, proprio qui in Sicilia, sopra Palermo, era in progetto la costruzione del più grande termovalorizzatore d’Europa, con una capacità di 800.000 tonnellate, che assieme agli altri tre progettati (Aragona, Augusta e Adrano) avrebbe smaltito tutti i rifiuti della Sicilia e non solo. La Regione si era impegnata persino a indebitarsi per anticipare ai costruttori 250 milioni su un preventivo di due miliardi di opere.

Eppure, proprio qui in Sicilia, il CNR, in collaborazione con un’azienda privata italiana, ha realizzato il prototipo di un impianto di smaltimento più semplice, ecologico e meno costoso, denominato THOR. Forse costava troppo poco per i nostri amministratori che diffidano della tecnologia italiana? C’è poi il problema della raccolta differenziata, presupposta dai termovalorizzatori, ma che qui non si sa dove sia di casa, visto che siamo in fondo alle classifiche nazionali.

Oggi la tecnologia italiana offre prodotti di uso comune alternativi alla plastica e biodegradabili: di sicuro costano di più, ma è una scelta oggi culturale che diverrà poi economica. Certo che sugli aspetti di costume, riguardo lo strano rapporto dei siciliani con la loro immondizia, ci sarebbe da scrivere un libro a parte. Si pensi al classico sacchetto dell’immondizia appeso all’esterno dell’auto, in balia della forza centrifuga: un’immagine inquietante che ho visto solo qui da noi!

I termovalorizzatori lasciano comunque aperto il problema delle polveri sottili e degli altri scarti prodotti dagli inceneritori che, per il fatto di essere meno percettibili o “a norma di legge” (ad hoc), non è detto che siano meno dannosi, soprattutto nel ciclo alimentare, attraverso la contaminazione di terreni e pascoli. Se degli scienziati di chiara fama internazionale fossero disponibili a mettere in gioco la loro reputazione affermando che le paventate nano patologie sono frutto del sensazionalismo di qualche ricercatore e che non si ripeteranno tragiche storie come quella dell’Eternit, anch’io appoggerei la costruzione dei termovalorizzatori. Ho il timore, però, che un giorno potremmo chiederci, così come facciamo oggi senza ricordare più un solo responsabile: ma a chi è venuto in mente di autorizzare la costruzione di stabilimenti petrolchimici e raffinerie di fronte alle isole Eolie (Milazzo) o a Siracusa e Gela?

In tema di rifiuti solidi urbani, ho ascoltato con interesse, due volte a Palermo, il prof. Paul Connet (alla Facoltà di Chimica anni fa e, più recentemente, nella “Sala delle Lapidi”) su cosa comporterebbe la sua strategia “zero rifiuti” già adottata con successo in città come San Francisco. Di fronte alla disponibilità di operatori privati a realizzare in proprio la raccolta differenziata porta a porta e gratuitamente, risulta -apparentemente- incomprensibile l’impermeabilità dell’amministrazione comunale di Palermo ad ogni soluzione diversa dalla costruzione a Bellolampo di un termovalorizzatore e la stessa emergenza sanitaria e di immagine che vive da tempo Palermo sembra volutamente strumentale all’adozione di questa soluzione, magari perché qualcuno ha preso degli impegni …

Sui rimedi al problema dell’inquinamento atmosferico ed acustico dei centri urbani, legato principalmente al traffico veicolare, rimando a quanto più sotto, aggiungendo solo che, in attesa del potenziamento del trasporto pubblico urbano a Palermo (metropolitana e/o tram) ho sperimentato con grande soddisfazione una bicicletta elettrica a pedalata assistita (di tecnologia tutta italiana) mentre consiglierei ai patiti della moto di provare uno scooter elettrico e, agli irriducibili dell’auto, una delle varie versioni ibride di auto adottate da tanti tassisti milanesi: dalle utilitarie alle lussuose.

hotel-president-palermo-e-dintorni3_palermoCome migliorare la qualità della vita di un centro storico quale quello di Palermo?

I sindaci che si sono succeduti, dalla metà degli anni ottanta sino ad oggi, hanno contribuito, chi più chi meno, a favorire investimenti privati nel centro storico, una vasta area urbana abbandonata al suo degrado nel dopoguerra. Basta però, per il ben vivere dei cittadini, favorire la ristrutturazione di case, magari confortevoli al proprio interno, ma inserite in un contesto di inquinamento atmosferico ed acustico causato da un traffico veicolare caotico e paralizzante, quale quello del centro storico che conosciamo oggi? Evidentemente, no.

E’ buona regola che le scelte coraggiose -e talvolta impopolari- vadano fatte all’inizio del mandato, quando l’elettorato avrà poi tutto il tempo necessario per comprenderle e apprezzarle. Quale potrebbe essere allora, per il prossimo sindaco di Palermo, una politica fatta di scelte, magari coraggiose, ma sicuramente idonee a trasformare il centro storico, quello della città murata, in un’area caratterizzata da una elevata qualità della vita urbana?

Penso che la scelta fondamentale sia quella di arrivare a chiudere il centro storico al traffico veicolare privato, trasformando in un’occasione di lavoro la soluzione del conseguente problema della mobilità privata.

Due osservazioni preliminari:

  • Il centro storico, a differenza di altre aree urbane, per la sua specificità architettonica e urbanistica, è godibile soprattutto a piedi oppure in bicicletta, magari con bici elettriche: i motorini non sono infatti meno inquinanti delle auto, sia per i gas che per i rumori che producono.
  • Una politica modernamente intesa dovrebbe avere ben presente come il proprio compito sia quello di creare le condizioni perché l’iniziativa economica privata crei occasioni di lavoro piuttosto che stipendiare direttamente -o indirettamente- i senza lavoro, impegnando risorse pubbliche per mansioni improbabili, anche se utili in chiave clientelare (si pensi alla “conta dei tombini” della tragicomica cronaca LSU di questi anni).

Senza andare lontano in cerca di qualità della vita, in alcune delle nostre isole minori la mobilità privata, in assenza di auto, è efficacemente assicurata, tutto l’anno e 24 ore su 24, da servizi privati di auto elettriche (tipo golf car) che trasportano persone e merci a zero emissioni e con l’inquinamento acustico di un sibilo. Basterebbe allora favorire la costituzione di cooperative private in concorrenza tra loro (attingendo a tutte le declinazioni del lavoro precario) da impegnare nei servizi alla mobilità privata dei circa 250 ettari del nostro centro storico. Le auto private, di residenti e non, potrebbero essere custodite in auto silos posti ai limiti del perimetro chiuso al traffico (stranamente ce ne sono a Catania e a Messina, ma non a Palermo), costituendo così un’altra opportunità di business indotto. Mezzi pubblici, autoambulanze, forze dell’ordine e un numero controllato di operatori (es. rifornimento merci dei mercati storici e degli altri esercizi commerciali, mezzi dei cantieri, ecc.) avrebbero invece accesso alla stessa area attraverso colonnine retrattili telecomandate, così come avviene in molti centri storici del nord Italia e d’Europa.

Se la chiusura del traffico privato dovesse risultare, almeno inizialmente, una misura troppo drastica per i residenti, si potrebbe consentire loro l’accesso, per un periodo di tempo limitato (ad esempio, sino alla costruzione degli auto silos), in modo da arrivare in due tempi all’obiettivo finale della completa chiusura al traffico veicolare privato.

Per ottenere un sufficiente consenso sociale su di una misura di questa portata, bisognerebbe dimostrare ai commercianti e ai residenti del centro storico che, a fronte di innegabili limitazioni alla mobilità personale, essi godrebbero dei seguenti vantaggi:

  • il centro storico di Palermo si trasformerebbe in un’isola di qualità della vita (libera da inquinamento atmosferico ed acustico) in un contesto architettonico e urbanistico che avrebbe poco da invidiare ai più rinomati centri storici d’Italia e d’Europa;
  • come diretta conseguenza di questo salto della qualità della vita urbana, esso diverrebbe un’opportunità di investimento residenziale di ben altro livello rispetto all’attuale situazione, sia per i palermitani che per “immigrati ad alto reddito”, italiani e non, con creazione di valore immobiliare vero e riconoscibile (e non banalmente speculativo come avviene oggi);
  • conseguentemente, anche il valore delle location commerciali attualmente presenti nel centro storico subirebbe un innalzamento che consentirebbe, a chi volesse cimentarsi con la nuova tipologia di residenti o di frequentatori e viaggiatori, di affrontare nuove opportunità di business mentre, a chi non le sapesse o non le volesse sfruttare, di monetizzare il valore di immobili od avviamenti commerciali, da reinvestire eventualmente altrove;
  • si creerebbe lavoro vero per il business della mobilità privata all’interno del centro storico, mentre anche i servizi di taxi, sicuramente disinteressati ai brevi percorsi interni, ne avrebbero una positiva ricaduta per i collegamenti da e per il centro storico;
  • il centro storico si dovrebbe dotare di infrastrutture (auto silos) il cui business sarebbe una conseguenza della chiusura al traffico con un “mercato” stabile quale quello dei residenti per i quali costituirebbe una sorta di “garage di quartiere” (ne farei uno, con apposito servizio di navetta, nel desertico parcheggio di viale Basile).

Non è forse vero che il peggior modo per assicurarsi un futuro migliore sia quello di immaginarlo come la semplice continuazione dell’esperienza del presente o del recente passato?

Come dicevo nelle premesse, ci vuole coscienza ambientale e disponibilità personale per qualche piccola scomodità: il premio, in cambio, è una migliore qualità della vita per tutti e anche opportunità imprenditoriali per chi vorrà coglierle, visto che la sostenibilità ambientale è una nuova frontiera dell’economia mondiale.

Persino la riconversione di un grande impianto industriale quale quello FIAT di Termini Imerese potrebbe coniugarsi con questa visione se, per esempio, si creasse un potenziale mercato ad auto elettriche in virtù della chiusura dei centri storici delle città siciliane al traffico di vetture inquinanti.

Oppure, ricollegandomi ad altro capitolo, lo stesso stabilimento potrebbe produrre microcogeneratori di energia elettrica, alimentati a metano, quali quelli che sta producendo la Volkswagen. La tecnologia richiesta è infatti la stessa dell’automobile: motore a scoppio, coibentazione (carrozzeria) e impianto elettronico di controllo. I condomini delle città diverrebbero microcentrali elettriche che si scambierebbero in rete i saldi di produzione e consumo.

Sarebbe un’applicazione del modello di produzione di energia in rete, teorizzata da Jeremy Rifkin, sul modello tipico della rete internet, recentemente incontrato (con quali esiti, però?) dal presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo.

(continua)

Ddl ecoreati: chi inquina paga!

Pubblicato: 4 marzo 2015 da Sicilia più in Ambiente
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di Giuseppe Lumia

Oggi al Senato abbiamo approvato il ddl sugli ecoreati per colpire con pene più severe chi inquina. Mai più ingiustizie, come sul caso Eternit o sul caso Ilva: chi inquina paga, con sanzioni pecuniarie e con il carcere.

La legge, che deve essere votata dalla Camera per PD: VELTRONI, LUMIA CAPOLISTA SENATO IN SICILIAl’ultima lettura, introduce nel nostro Codice Penale un nuovo titolo dedicato appunto ai “delitti contro l’ambiente” che prevede i reati di:

inquinamento ambientale, punito con la reclusione da 2 a 6 anni e una multa da 10 a 100 mila euro;

disastro ambientale, punito con la reclusione da 5 a 15 anni;

traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività e materiale a radiazioni ionizzanti, punito con la reclusione da 2 a 6 anni e una multa da 10 a 50 mila euro;

l’impedimento del controllo, punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni.

Il testo, inoltre, prevede l’aumento delle pene in caso di 20130808_pesci_mortcircostanze aggravanti (pericolo per la vita o per l’incolumità delle persone, associazioni a delinquere, reati commessi in aree naturali protette), il divieto di ispezione dei fondali marini con il metodo dell’air gun, la responsabilità delle persone giuridiche per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato, la confisca del prodotto o del profitto del reato e, soprattutto, il ripristino dello stato dei luoghi.

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di Francesco Cancellieri

A PROPOSITO DEL COMMISSARIAMENTO DELLA SICILIA DA PARTE DI RENZI.
La Sicilia è una REGIONE a Statuto DAVVERO SPECIALE.

In base al Decreto Legislativo n.152 del 2006, tutti gli insediamenti abitativi aventi una popolazione superiore ai 2.000 abitanti devono essere dotati di reti fognarie, attraverso le quali raccogliere gli scarichi delle acque reflue. Gli scarichi devono rispettare degli obiettivi di qualità dei corpi idrici e, quindi, devono essere sottoposti, per l’abbattimento degli inquinanti ad un trattamento appropriato in un impianto di depurazione, prima dello sversamento nelle acque di destinazione. Ossia, è necessario un trattamento chimico, fisico e biologico volto a produrre un prodotto finale, che immesso nell’ambiente rispetti i valori limite stabiliti per legge.

Inoltre, il D.Lgs 152/2006 (“norme in materia di ambiente”) stabilisce che il “Servizio Pubblico Integrato” è l’insieme dei servizi pubblici di captazione, adduzione e distribuzione di acqua ad usi civili, di fognatura e di depurazione delle acque reflue la cui gestione deve essere improntata secondo i principi di: Efficienza, Efficacia, ed Economicità, nel rispetto delle normative comunitarie e nazionali.
Lo schema prevede una gestione integrata per:
ACQUEDOTTO: captazione, adduzione e distribuzione delle risorse idriche per utenze domestiche, utenze pubbliche (ospedali, caserme, scuole, stazioni, ecc),utenze commerciali (negozi, alberghi, ristoranti, uffici ecc), utenze agricole ed utenze industriali (quando queste non utilizzino impianti dedicati);
FOGNATURA: raccolta e convogliamento delle acque reflue nella pubblica fognatura;
DEPURAZIONE: trattamento, mediante impianti di depurazione, delle acque reflue scaricate nella pubblica fognatura.

EFFETTI DELLA MANCATA DEPURAZIONE DELLE ACQUE

In Sicilia, è la provincia di Siracusa ad avere il primato di mare inquinato e non balneabile, con circa 90 km, seguita da Palermo con 56 km, Messina con 29 km, Caltanissetta con 16 km, Trapani con 13 km, Catania con 11 km, Agrigento con 8 km. Chiude Ragusa con 4 km. Secondo i dati forniti nel 2013 dall’Assessorato Regionale all’Ambiente, su più di 1300 km di costa, 227 km sono off limits.
Il capoluogo dell’Isola si sviluppa su di un tratto di mare pari a 25 km, dei quali 17 (poco meno del 70%) non sono balneabili, a causa principalmente dell’inquinamento e per la presenza del porto, della cantieristica e di altre attività.
La provincia di Palermo, che vanta una costa lunga circa 150 km, da un lato presenta un miglioramento in termini percentuali, dall’altro preoccupa molto in termini assoluti, in quanto, non solo, i suoi 56 km di mare non sono balneabili, ma  i tratti di costa non sono raggiungibili a causa della“privatizzazione” di significative porzioni di costa.
Il mare di Palermo è inquinato principalmente a causa di un inadeguato sistema fognario e del parziale mancato collegamento con gli impianti depurativi, che a loro volta, non sono al top delle capacità depurative. Va evidenziato, inoltre, un diffuso smaltimento abusivo dei reflui nel sottosuolo ed un inquinamento dei fiumi e dei torrenti che attraversano il territorio della provincia di Palermo.
Si segnalano alcuni dati positivi come quelli riguardanti Catania che, al netto delle aree del porto e della stazione, presenta un mare del tutto balneabile e le città di Trapani e di Ragusa, che si trovano nella stessa condizione ottimale.
I motivi dell’inquinamento sono dovuti principalmente alla mancanza o carenza di depurazione delle acque reflue. Negli ultimi anni sono stati investiti ben 392 milioni per gli impianti di depurazione in Sicilia. Regione in cui sono stati previsti 387 depuratori (numero abnorme), di cui 321 sono attualmente in funzione, con una capacità di copertura di reflui prodotti pari al 52% della popolazione residente, una capacità di depurazione ottimale di soli 12 impianti ed una disponibilità di risorse superiore ad 1 miliardo, da poter impiegare negli impianti, ma che di fatto restano chiusi nel cassetto della Regione.

SANZIONE DELL’UE

Questa situazione ha legittimato la procedura d’infrazione da parte dell’Europa, che ha condannato l’Italia, ed in particolare ha additato la Sicilia come una delle Regioni responsabili dell’inosservanza delle direttive europee.
La sanzione è già di per sé onerosa, ma può esserlo ancor più se non ci si adegua al più presto. La penalità prevista, infatti, va da un minimo di circa 12.000 euro ad un massimo di 715.000 euro per ogni giorno di ritardo nell’adeguamento; a ciò si aggiunga una somma forfettaria calcolata sulla base del PIL, la possibile sospensione di finanziamenti europei, fino all’attuazione della sentenza.
Oltre ai tratti balneabili di mare, lungo la costa siciliana si segnala una preoccupante riduzione delle spiagge determinata dai fenomeni erosivi, dovuti all’atavica incapacità gestionale degli enti locali, a cui si somma tutta una serie di attività “lecitamente” autorizzate o abusive: lo sversamento incontrollato di sostanze inquinanti, il furto di sabbia, di ghiaia ed inerti lungo le coste e gli alvei dei fiumi.
I fenomeni erosivi e di degrado della costa, causati da interventi eseguiti nell’entroterra sui bacini idrografici alimentatori, hanno determinato conseguenze sulla configurazione dei litorali dell’Isola, in quanto hanno comportato la sottrazione di materia prima, ossia di inerti, dal bilancio sedimentario costiero. Tra questi interventi vi sono: le dighe e gli sbarramenti lungo i corsi d’acqua; le sistemazioni idrauliche forestali di ampie aree del territorio; le strutture di regimazione e laminazione delle piene; il consolidamento di versanti su larga scala; la restrizione idrica per bacini per usi irrigui e/o potabili; il prelievo di inerti dagli alvei e l’urbanizzazione in prossimità delle aste fluviali. Ed infine, gli interventi realizzati lungo la costa o nelle aree vicine (quali porti ed approdi), lo sviluppo di insediamenti abitativi costieri, i movimenti di terra, colmate e discariche in zone litoranee, le infrastrutture lungo e intra la costa, il regresso posidonieto che aggrava l’asportazione invernale dei sedimenti che non vengono sostituiti nelle altre stagioni. Queste opere hanno causato l’intercettazione del carico solido trasportato, l’immobilizzazione artificiosa della fascia litorale non più libera di evolversi naturalmente, l’irrigidimento delle linea di riva non più in grado di smorzare l’intensità del moto ondoso, a volte anzi esaltata dall’effetto di riflessione conseguente ed anche il pericolo di frane di detrito. Il regresso delle posidonie, che svolgono una importantissima funzione di barriera alle correnti, essenziale per trattenere la sabbia, è dovuto agli ancoraggi, all’inquinamento e alla posa di infrastrutture. Tale fenomeno si aggrava per l’asportazione invernale dei sedimenti che non vengono sostituiti nelle altre stagioni.

Per allentare la pressione antropica sulle coste siciliane, in cui vivono i quattro quinti della popolazione, è necessario, oggi più che nel passato, attuare una seria politica di tutela dei territori costieri compresi nella fascia entro i 2.000 metri dalla linea di battigia marina, e dei territori costieri compresi nella fascia entro i 500 metri dalla linea di battigia marina, con particolare riguardo ai compendi sabbiosi e dunali.

LA TUTELA E L’OTTIMIZZAZIONE DELL’USO DELLA RISORSA IDRICA

In una situazione così articolata e complessa non è possibile adottare interventi pensando che esista “un’unica soluzione”, ma vi sono diverse iniziative da mettere in campo: dal rifacimento delle reti, alla manutenzione degli invasi e delle reti, compreso l’aumento della risorsa idrica disponibile attraverso l’uso integrato ed il riuso delle acque depurate.

Il completamento di alcune opere rappresenta un’altra delle questioni da affrontare con grande saggezza, valutando, con grande cautela, la possibilità del completamento di queste opere, prevedendo alcuni interventi di rinaturazione di alcune aree e l’eliminazione di quelle parti inutili ed eccessive di queste opere, dimensionandole alla reale portata della fluenza delle acque.

Altro aspetto importante per fronteggiare l’emergenza idrica riguarda la possibilità di rinvenimento di nuove risorse idriche per la nostra Regione. Non sono stati fatti studi sistematici di tutto il territorio siciliano per individuare nuove sorgenti. Andrebbero immediatamente individuate quelle sorgenti vicine alle reti attuali in modo da rendere rapida l’interconnessione. Bisognerà poi realizzare la mappatura completa delle acque sotterranee e pianificare la gestione di queste risorse per immetterle nel circuito della fruizione pubblica, dopo aver stimato la quantità sostenibile di emunzione.
Sarà allo stesso tempo necessario proseguire nell’opera di riduzione dei consumi, degli sprechi e dei prelievi illegali, per gestire l’acqua come un bene comune e limitato, in modo da offrire soluzioni durature ai problemi di approvvigionamento. Occorre creare una cultura delle risorse ambientali scarse ed irregolari, in cui questa scarsità non sia determinata solo dalla reale assenza delle risorse, ma anche e soprattutto dall’opportunità di conservarla e gestirla equamente riducendo l’impatto socioeconomico ed ecologico dei prelievi. E’ necessario, infine, uscire dal reticolo delle frammentazione che oggi determina solo delle diseconomie.

ASPETTI AMBIENTALI ED ORGANIZZATIVI

La mancanza di una sufficiente disponibilità idrica in Sicilia per gli usi civili, agricoli e industriali, dipende dalla scarsa quantità di precipitazioni e da una carente gestione acquedottistica.
Il volume annuo di precipitazioni in Italia è di circa 300 miliardi di mc. Il 40% si concentra nelle Regioni settentrionali, il 24% in quelle meridionali, il 22% in quelle centrali e l’11% circa in quella insulare. La metà circa di queste precipitazioni (il 45%) non si trasforma in deflussi superficiali, e quindi in risorse disponibili, a causa delle evaporazioni e delle perdite. Il deflusso totale al netto d’evaporazioni ed evapotraspirazioni è stimato in circa 20 miliardi di mc., i deflussi sotterranei naturali e lo stato delle infrastrutture idriche riduce ad un terzo circa la quantità d’acqua realmente utilizzabile, e cioè circa 7 miliardi di mc. Questa notevole differenza di disponibilità della risorsa idrica è anche il riflesso di una diversa distribuzione stagionale delle precipitazioni durante l’anno.

LA SICILIA HA UN RECORD DAVVERO POCO INVIDIABILE:
QUELLO DEGLI SPRECHI D’ACQUA

Nell’Isola, soprattutto nei mesi estivi, ormai da decenni, almeno la metà della popolazione non riceve acqua sufficiente. Ciò avviene non solo per la carenza della risorsa idrica, ma anche per un uso irrazionale delle acque e per una inadeguata gestione; basti pensare agli usi impropri dell’acqua pregiata e allo spreco derivante dalle perdite degli acquedotti (50% circa) o ai limiti d’invasamento delle acque per la mancanza di manutenzioni e per il mancato utilizzo completo degli invasi. Inoltre,sono utilizzati sistemi irrigui poco efficaci e poco attenti allo spreco: infatti, non venendo riutilizzate per usi irrigui le acque depurate (già oggi si potrebbero riutilizzare in agricoltura circa 150 milioni di mc. di refluidepurati), ben il 70% dei prelievi idrici è utilizzato dall’agricoltura.

Gli acquedotti in Sicilia sono più di 400, la carenza d’approvvigionamento riguarda il 50% della popolazione ed è dovuta all’estrema frammentazione dell’offerta, all’obsolescenza della rete acquedottistica, ai precari sistemi di potabilizzazione, ad una rete fognaria che copre il 65% del territorio della Regione, ad impianti di depurazione mal funzionanti, precari e che depurano solo il 20% dei reflui. La carenza e/o lo scarso funzionamento dell’impiantistica depurativa (impianti e fognature) è aggravata dall’inquinamento diffuso dei suoli, causato dalle attività agricole e da discariche in uso o non più in uso (1.000 circa) che vedono numerosi corpi idrici, sia superficiali sia sotterranei in condizioni precarie.

SCARSITA’ E TUTELA DELLA RISORSA IDRICA

L’emergenza idrica di diverse aree della Sicilia non è, e non deve essere vista come una fatalità transitoria , ma è solo la punta di un iceberg prodotto anche da condizioni climatiche che tendono a peggiorare e che non appaiono congiunturali, da condizioni ambientali del suolo sempre più precarie e da un sistema organizzativo carente, dispendioso e inefficiente. La cementificazione degli alvei dei fiumi e la rettificazione dei corsi d’acqua hanno impoverito la falda limitando le capacità naturali di ricarica, in un contesto in cui il sottosuolo siciliano è particolarmente adatto a fungere da serbatoio naturale. La falda acquifera, oggi, è gravemente compromessa anche a causa della cementificazione incontrollata nelle aree urbane, sempre più ricoperte di cemento e di asfalto, e di un’assenza di strategie volte alla tutela dei corpi idrici, dei punti di ricarica e alla gestione ponderata e pubblica dell’acqua del sottosuolo. Inoltre, le brevi ma violente “bombe d’acqua” causano inondazioni disastrose, seguite da disseccamento delle falde;bisogna anche ricordare che quasi tutti i corsi d’acqua della Sicilia interessati dal fenomeno delle rettificazioni e cementificazioni si trovano ora in condizioni particolari di carenza idrica.
A questo si aggiunga un’industrializzazione dell’agricoltura che ha causato altri danni alle risorse idriche, attraverso l’attività dei trattori che favorisce l’erosione e la perdita di suolo agricolo. L’asportazione del materiale organico dal suolo e l’utilizzo eccessivo di fertilizzanti inorganici finiscono per impedire al suolo la capacità di far filtrare le acque e quindi raggiungere i terreni più profondi. La conseguenza è l’inaridimento della falda e il depauperamento della vegetazione arborea della Regione. A tale condizione si potrebbe sopperire in parte con l’utilizzo del compost prodotto dai rifiuti, ma la Sicilia per via di una gestione degli stessi incentrata sulle discariche, non può tamponare l’erosione del suolo con questa buona pratica.
La situazione quindi si evolve verso un progressivo inaridimento che renderà la Sicilia sempre più invivibile dal punto di vista geo-socio-ambientale se si considera che ormai da parecchi anni le precipitazioni nell’Isola sono inferiori anche a quelle della Tunisia.

La Sicilia, nonostante l’autonomia, è l’unica Regione italiana a non essere dotata di una propria legge per la tutela del mare e della costa, ed inoltre a non avere una strategia organica per la tutela del territorio e dei corpi idrici di superficie e sotterranei.

Per capire come funziona un depuratore ecco un semplice filmato allegato alla missione “Istantanee Operative” per CriticalCity Upload.

Tale video contributo NON vuole essere una spiegazione esauriente al processo di depurazione delle acque reflue, ma solo una sintesi semplicistica per i più curiosi. Il video è stato realizzato con foto ed immagini sia prese dalla rete sia fatte autonomamente.