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Cosmopolitica. Si parte, per cambiare l’Italia

Pubblicato: 19 febbraio 2016 da Sicilia più in Attualità
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Di Angelo Forgia

Da oggi pomeriggio a  Roma, presso il Palazzo dei Congressi dell’Eur e fino a domenica 21 si terrà “Cosmopolitica”,  tre giorni per  delineare la nuova sinistra italiana. 

Si va verso il cambiamento guardando al futuro con un occhio attento alla difesa della Costituzione e alle fasce deboli della popolazione, infatti nell’appello si evidenzia come si vuole “difendere la Costituzione e i suoi valori, la democrazia. Il governo Renzi e il PD vanno in una direzione diametralmente opposta e ci raccontano che non c’è alternativa. Per noi invece non solo l’alternativa è possibile ma è necessaria ed è basata sui diritti, sull’uguaglianza, sui beni comuni”.

Domani si darà vita a una sorta di assemblea permanente attraverso tavoli tematici con ventiquattro laboratori per analizzare e raccogliere proposte  su quattro cardini: “Democrazia e Costituzione”, “Ambiente e riconversione ecologica”, “Scuola, università, ricerca e saperi”, “Diseguaglianze, lavoro e welfare”.

I lavori si chiuderanno con l’assemblea plenaria di domenica.

La base di partenza. “Viviamo in un tempo in cui comandano i mercati, e se dentro i mercati comanda il grande capitale finanziario, la democrazia si restringe. Nei tempi, così come nei contenuti, “i mercati non aspettano” perché le scelte sono determinate non dai bisogni e dai desideri dei cittadini ma dalla disponibilità del grande capitale ad investire in un determinato territorio. E come è noto i capitali preferiscono collocarsi dove minori sono i salari e i diritti.

La competizione politica in questi anni ha avuto come posta il dimostrarsi più efficiente e più pronta a modellare il proprio paese secondo i dettami del pensiero unico neoliberista. Ma è così che la politica perde la sua ragion d’essere e la sua credibilità. Se la politica agisce sulla base di stati di necessità determinati altrove, le persone ritengono sempre più inutile votare e partecipare alla vita dei partiti. Specialmente le persone più povere, per reddito e per sapere. La politica che compete nel campo ristretto disegnato dagli interessi del grande capitale finanziario diventa sempre più rissosa e meno trasparente. La degenerazione morale della politica origina dal venire meno di chiare alternative strategiche, di interessi e di valori.

Se gli obiettivi da raggiungere sono per tutti gli stessi, se si rifiuta in partenza l’idea che un altro mondo è possibile, se cadono le distinzioni che hanno segnato le storie della sinistra e della destra, la politica diventa sempre di più un affare interno di chi nella politica investe per affermare se stesso. La casta dei professionisti della politica, che si rottama per rigenerarne una nuova.

È per questo che abbiamo deciso di intraprendere la strada della costruzione di un partito della sinistra. Perché siamo partigiani. Rispetto alla parte che ha voce, soldi, potere noi scegliamo l’altra parte, quella che oggi non trova voce e ascolto dentro la politica istituzionale. La parte di quelli che hanno visto ridurre il proprio reddito e la possibilità di decidere della propria vita, mentre ricchezze e potere si sono concentrati nelle mani dei pochi. La parte di quelli che credono che il sapere sia un modo per orientarsi nel mondo e per orientarlo, che stia insieme alla libertà e alla bellezza e non alla ricerca del profitto e dell’utile. La parte delle intelligenze negate, di quelli a cui non è stata data la possibilità di accedere al sapere e di quelli che vedono ogni giorno svalorizzata la conoscenza che hanno acquisito con impegno e fatica. La parte di quelli che non misurano l’uscita dalla crisi sulla base di qualche decimale di PIL in più o in meno, magari trainati da quegli stessi fattori (il petrolio a buon mercato, l’aumento della liquidità monetaria) che hanno provocato la crisi economica e messo a rischio il pianeta; bensì dal lavoro buono e dignitoso che si riuscirà a costruire, dalla salubrità dell’ambiente in cui viviamo, dalla diffusione del sapere e della cultura, dalla salvaguardia e dall’estensione dei beni comuni, da una più equa redistribuzione dei profitti dalle rendite finanziarie verso i salari, la ricerca libera e l’innovazione tecnologica. Rispetto ad un mondo che ha subordinato ogni cosa all’utile e al profitto siamo dalla parte dell’uguaglianza e della libertà.

Ma i partiti attuali non sembrano avere nessuna voglia di affrontare le ragioni vere della loro crisi di rappresentanza, che si manifesta nel crescente astensionismo e nel venire meno della partecipazione alla loro vita. Hanno anzi scelto quasi ovunque la strada del decisionismo e del restringimento degli spazi nei quali si esercita la democrazia. Si vota per decidere chi comanda. Dopo starà a chi comanda esercitare un potere sempre meno trasparente e sempre più subalterno alle logiche del grande capitale. È questa la ragione di fondo che orienta la riforma della Costituzione e quella delle legge elettorale che il Parlamento ha votato e che saremo chiamati a confermare o a respingere con un referendum. Se si intende continuare a smantellare lo stato sociale, a ridurre i diritti di chi lavora, a martoriare il territorio con le grandi opere e le trivellazioni, occorre ridurre gli spazi dove il popolo e che lo rappresenta prendono la parola.

Il Parlamento deve essere un luogo di maggioranze blindate e di truppe fedeli, con tempi sempre più ristretti per discutere e deliberare. Rischiamo di diventare la repubblica del silenzio ­assenso rispetto alle decisioni di chi comanda. E si riducono le risorse economiche e progettuali a disposizione delle autonomie locali, quelle che comunque devono fare i conti in presa diretta con le domande dei cittadini. Il referendum per la Costituzione sarà il primo terreno su cui il nuovo soggetto politico in costruzione si cimenterà. Per evitare che venga prosciugata l’acqua in cui la buona politica può esercitarsi. Non sarà solo una battaglia a difesa della Costituzione nata dalla Resistenza. Sarà una battaglia per dare alla Costituzione piena attuazione. Dal diritto al lavoro, a quello alla salute, alla casa, all’istruzione e alla cultura, promuovendo campagne e se occorre referendum per affermare i diritti negati dalle misure del governo su questi terreni. E per affrontare con lo spirito della nostra Costituzione i nuovi grandi problemi che mettono a rischio la convivenza e la vita stessa nel nostro Paese e nel Pianeta.

Il riscaldamento climatico, le migrazione dei popoli, la risposta al terrorismo e alla guerra, il diritto ad una vita felice delle donne e degli uomini indipendentemente dal loro orientamento sessuale. E come aprire nei luoghi del lavoro e della vita spazi di partecipazione nei quali le persone siano chiamate a deliberare sulle scelte che riguardano il loro presente e il loro futuro.
Il partito che vogliamo costruire si presenterà alle elezioni ma non sarà il partito delle elezioni. Sarà presente nelle istituzioni ma non sarà il partito degli eletti. Sarà il partito che intende promuovere la democrazia di ogni giorno. E che assicurerà il suo pieno sostegno e quello delle sue stesse presenze istituzionali, come già oggi fanno il gruppo parlamentare della sinistra italiana e gli amministratori locali impegnati sul progetto, a tutti i movimenti, i sindacati, le associazioni che nel territorio e nei luoghi di lavoro promuovono partecipazione e conflitto. Perché sa che nessun vero cambiamento è possibile senza rivitalizzazione della società e del tessuto democratico diffuso del nostro Paese, senza ricostruzione della trama sociale lacerata e divisa da anni di egemonia politica, culturale, economica e sociale del neoliberismo.

Nella società degli individui frammentati e massificati, tenuti insieme dalla cultura del consumismo, vince la destra comunque si chiami. Il nostro partito non pretenderà di esser il soggetto unico della politica. Se c’è ancora speranza di salvare l’Italia e l’Europa è perché in questi anni migliaia di presone hanno continuato a pensare e a ragionare insieme sulle scelte che riguardano la loro vita e il loro rapporto coi grandi problemi del mondo. Cominciando a praticare le cose che chiedevano e rivendicavano. Dal diritto alla casa, all’istruzione, alla salute, al rispetto dell’ambiente, alla solidarietà attiva nei confronti dei migranti, alla difesa e alla valorizzazione del beni comuni. La nostra aspirazione al governo e la nostra possibilità di governare si fondano sulla piena autonomia e sulla creatività di questi soggetti. Soggetti che dal canto loro ogni giorno verificano come, proprio per salvaguardare la loro autonomia e la loro capacità di incidere, sia necessaria anche una presenza che ne assuma contenuti e obiettivi nelle sedi dove si possono spostare e finalizzare risorse, dove di decide lo spessore delle frontiere,la pace e la guerra. Nel governo delle amministrazioni locali, degli Stati, dell’Europa.

Questo intreccio fra movimenti sociali e obiettivi di governo spiega l’avanzata in Europa di una nuova sinistra, da Syriza a Podemos. E l’affermarsi in alcuni degli stessi partiti storici di leaders esplicitamente alternativi al neoliberismo dominante e al predominio della finanza. Jeremy Corbyn in Inghilterra. Bernie Sanders negli Stati Uniti. Si apre oggi in Italia, in Europa, nel mondo un nuovo spazio politico a sinistra oltre la crisi delle socialdemocrazie. Il nostro partito non pensa se stesso come il vertice di una piramide ma come il nodo di una rete in cui si moltiplicano le esperienze di autogestione, di mutualismo, di auto organizzazione.

Nemmeno il percorso che intendiamo intraprendere per fondare il nuovo partito sarà verticale, tanto meno verticista. Nessuno deve essere legittimato a dirigere sulla base delle sue precedenti esperienze di direzione. Perché anche il modo di fare politica di chi ha messo a disposizione sé stesso per il nuovo progetto, nei partiti come nei movimenti, non è stato esente dai molti dei vizi della politica che vogliamo superare. E perché oggi l’intelligenza necessaria ad affrontare i grandi problemi che il mondo attraversa è diffusa tra quelle migliaia di persone che mentre la politica insisteva nei vecchi rituali e nelle vecchie formule, hanno provato a tenere insieme e a pensare insieme i loro problemi e i problemi del mondo. Sono loro che devono essere protagoniste del percorso che si apre. Sono le loro idee, le loro esperienze che devono nutrire il percorso a partire dai tre giorni di febbraio. Loro come persone e non per la tessera che hanno in tasca. Il nuovo soggetto non può essere la semplice unione tra quanti in questi anni hanno provato a resistere, coi loro partiti o come minoranza nel partito di Renzi, alla deriva neoliberista e decisionista. Non ha come obiettivo di conquistare una dignitosa percentuale all’interno di un corpo elettorale drasticamente ridotto dalla sfiducia e dall’astensionismo. Deve avere l’ambizione di conquistare alla partecipazione democratica gli sfiduciati e i delusi: e i tanti che fanno politica, la politica che conta, nei luoghi del lavoro e della vita. È per questo che abbiamo detto no al nuovo soggetto come federazione delle esperienze organizzate esistenti. È per questo che partirà una vera e propria marcia per l’alternativa, un cammino di assemblee e di piccoli e grandi incontri che attraverserà l’Italia per organizzare il confronto pubblico sui temi, coinvolgendo reti sociali e di movimento, associazioni, ricercatori, sindacati e singoli cittadini in una grande discussione sul futuro del paese.

Chi farà nel nuovo partito la sua prima esperienza politica deve contare quanto chi viene da una lunga storia. Certamente sarà necessario dare vita a strutture di coordinamento e di servizio che organizzino la partecipazione e la mobilitazione sugli obiettivi che insieme ci daremo. Ma siamo chiamati tutti a vigilare perché questa delega provvisoria fino al Congresso Costituente non sia una requisizione del dibattito politico e delle decisioni. Le strutture territoriali che costruiremo non dovranno essere semplici terminali per mobilitare la gente su decisioni assunte altrove, ma i momenti essenziali della stessa elaborazione politica. I grandi obiettivi generali che ci daremo saranno tanto più forti e convincenti quanto più nasceranno dalle pratiche sociali e dai pensieri che le alimentano. I nuovi strumenti di comunicazione, come la piattaforma digitale, così come il coordinamento intelligente delle occasioni più tradizionali di confronto diretto, rappresenteranno i luoghi nei quali si incontreranno le idee e le proposte nate nei territori, per diventare patrimonio di tutte e di tutti.”

 

Le polemiche di queste ore, a prescindere dalla veridicità di certe contestate intercettazioni, ci dicono che una stagione politica si è conclusa. Occorre una svolta profonda. Alla Sicilia servono un nuovo Parlamento e un nuovo governo. Sostituendo tutti gli assessori e i burocrati che hanno operato nei governi Lombardo e Crocetta

di Angelo Forgia*

Le polemiche di questi giorni che hanno investito la Sicilia, al di là della veridicità di certe intercettazioni, ci consegnano con chiarezza un dato politico inoppugnabile: è iniziato il periodo del post Rosario Crocetta. Piaccia o no, ma nel bene e nel male una stagione si è chiusa. Non resta che tirare i bilanci, in verità un po’ magri, e capire come avviare la transizione.

La fretta, recita un vecchio adagio, è sempre una cattiva consigliera. Per questo è necessario mantenere i nervi saldi. La fine anticipata della legislatura sembra ormai dietro l’angolo.

Angelo Forgia

Angelo Forgia

Anche se ancora non sappiamo se sarà il governatore Crocetta a prendere atto dell’impossibilità di proseguire la sua esperienza di governo o se saranno i deputati del Parlamento siciliano, con le proprie dimissioni (servono le dimissioni di 46 parlamentari su 90), a mettere la parola fine a questa legislatura.

In questo senso, sono molto importanti le dimissioni già rassegnate da Nino Malafarina, parlamentare della Lista Crocetta-Megafono, e le dimissioni del parlamentare del PD, Fabrizio Ferrandelli. Due atti di grande dignità politica. Non sappiamo se a queste ne seguiranno altre. Ma sappiamo con certezza che, prima di sciogliere la legislatura il Parlamento siciliano dovrà approvare tre leggi: la nuova legge elettorale, la legge Sblocca Sicilia e la legge per il ritorno alla gestione pubblica dell’acqua. Dovrebbe esserci anche la legge sui Liberi Consorzi di Comuni e sulle tre Città Metropolitane di Palermo, Catania e Messina. Ma su questo fronte abbiamo la sensazione che potrebbe trattarsi di fatica inutile, alla luce dell’applicazione del Decreto legislativo n. 118 del 2011 che, com’è noto, potrebbe provocare problemi a tantissimi Comuni siciliani. E in ogni caso, considerate le divisioni che attraversano trasversalmente la politica siciliana sulla gestione del Liberi Consorzi di Comuni (che, com’è noto, dovrebbero sostituire le Province), sembra più logico evitare d’impantanare il Parlamento dell’Isola in discussioni che andrebbero per le lunghe.

A nostro modesto avviso, l’emergenza è rappresentata dalla nuova legge elettorale. Non ci sembra logico andare al voto per rinnovare l’Assemblea regionale siciliana con la legge elettorale del 2001. Sarebbe una follia. Com’è noto, i deputati passeranno da 90 a 70. Votare con la vecchia legge elettorale significherebbe portarsi dietro un listino di 7 deputati che toglierebbero sette seggi a chi avrebbe alle spalle il consenso popolare. Per eleggere sette soggetti privi di consenso popolare. Il tutto per non avere nemmeno la matematica certezza di garantire la maggioranza d’Aula al futuro presidente della Regione.

Con tre candidati, infatti (e non meno di tanti dovrebbero essere a contendersi la presidenza della Regione siciliana: uno di centrodestra, uno di centrosinistra e un grillino), c’è – in questo caso sì – la matematica certezza, che il futuro presidente, con i sette deputati del listino, non avrebbe la maggioranza a Sala d’Ercole, la sede del Parlamento siciliano.

Ricordiamo che esiste già un disegno di legge di riforma della legge elettorale approvato dalla prima Commissione del Parlamento dell’Isola (Affari istituzionali). In base a questo disegno di legge, il listino viene abolito e i sette seggi vengono così ripartiti: uno al presidente della Regione eletto; un secondo seggio al secondo classificato nella “corsa” alla presidenza della Regione; mentre i restanti cinque seggi vanno assegnati ai candidati delle liste che, in proporzione ai collegi, hanno ottenuto i migliori risultati. Questa, insomma, potrebbe essere la base di partenza per approvare una nuova legge elettorale.

La seconda legge che il Parlamento siciliano deve discutere e approvare prima dello scioglimento è la riforma del servizio idrico. La Commissione Ambiente ha già varato un testo. Non resta che mandarlo in Aula per la discussione e l’approvazione. Dicono che Renzi e i renziani lo vorrebbero affossare per arrivare al commissariamento della Regione su questa materia. Noi non ci crediamo. Perché il commissariamento lascerebbe ai privati la gestione dell’acqua in Sicilia. Facendo un grande favore a soggetti che, spesso, in Sicilia potrebbero coincidere con i mafiosi. Ai quali si lascerebbe la possibilità di intercettare i fondi della Programmazione europea 2014-2020 in materia di opere idriche. Ovvero centinaia e centinaia di milioni di euro. Conoscendo la sensibilità del Presidente del Consiglio, Renzi, e del leader dei renziani siciliani, Davide Faraone, in materia di lotta alla mafia, siamo certi che mai e poi mai lascerebbero tale opportunità ai poteri oscuri. Per non parlare del fatto che, nel 2011, il popolo italiano, con un referendum, si è pronunciato in favore della gestione pubblica dell’acqua. Ripetiamo: il popolo italiano vuole la gestione pubblica dell’acqua e non la semplice acqua pubblica, perché l’acqua è già pubblica!

Detto questo, sarebbe bene che la politica siciliana si apprestasse ad imprimere una vera svolta. A cominciare dall’antimafia, che non può più essere quella di facciata. Evitando, anche, di riproporre schemi e personaggi che ormai fanno parte del passato. Siamo tutti addolorati delle polemiche che in queste ore investono la famiglia di Paolo Borsellino, personaggio che è un patrimonio di tutti i Siciliani. Detto questo, serve una svolta anche rispetto alle figure che hanno caratterizzato gli ultimi due governi della Regione. Ci riferiamo alle figure politiche e alla burocrazia. Noi riteniamo che tutti i personaggi che hanno fatto parte dell’esperienza Crocetta – tutti, nessuno o nessuna esclusa – non debbano essere riproposti e riproposte. Servono volti nuovi, sia per la guida degli assessorati, sia per la guida dei dipartimenti. Anche per dare ai Siciliani il segnale – vero – che si volta finalmente pagina.

Angelo Forgia, nella vita, si occupa di agricoltura. Ma è anche un appassionato di politica. Ma di una politica fatta in mezzo alla gente: nei movimenti e non nei partiti tradizionali. Oggi commenta la crisi della Regione siciliana. Ipotizzando il voto anticipato per la prossima primavera. Sognando una svolta a partire dal basso.

da La Voce di New York

L’opinione. Il governo Crocetta è ormai al capolinea. Anche la nomina di un esponente del PD – Baldo Gucciardi – alla gestione della sanità siciliana non cambia lo scenario. Con molta probabilità, nella prossima primavera si andrà al voto. Per questo è necessaria una svolta civica che vada al di là dei partiti tradizionali ormai poco credibili

di Angelo Forgia*

E’ inutile girare attorno al problema: il governo regionale di Rosario Crocetta è ormai al capolinea. A questa conclusione si arriva non perché Matteo Renzi ha fatto sapere che la Sicilia potrebbe essere chiamata al voto presto – a quanto sembra di capire, nella primavera del prossimo anno – ma perché le condizioni politiche, sociali e finanziarie della Regione non consentono il proseguimento di questa legislatura. Anche la nomina di un esponente del PD, Baldo Gucciardi, ad assessore alla Salute, non cambia molto lo scenario. Detto questo, ci sembrano opportune alcune considerazioni sul bilancio fallimentare del governo e sulle prospettive politiche.

In questi giorni il PD siciliano – e segnatamente l’area renziana di questo partito – sta provando a scaricare sul Presidente Crocetta tutte le responsabilità di un’esperienza di governo che non ha brillato per lungimiranza. Ora, il governatore dell’Isola ha di certo grandi responsabilità, ma questo non assolve gli altri protagonisti del governo, con riferimento ai partiti. E non ci riferiamo solo alle forze politiche che hanno appoggiato Crocetta, ma anche alle opposizioni: basti pensare che, la scorsa settimana, a Sala d’Ercole – la sede del Parlamento dell’Isola – il governo è stato salvato da Forza Italia e dal Movimento 5 Stelle.

Si badi, non si è trattato di un caso isolato. Non dobbiamo dimenticare che, ad inizio legislatura, i grillini hanno appoggiato il governo Crocetta in più occasioni; per non parlare dei deputati di Forza Italia che hanno approvato il mutuo da un miliardo di euro.

Anche il PD non ha molte attenuanti. Una parte di questo partito ha sempre appoggiato il governo. Lo stesso Crocetta, proprio per salvaguardare i propri equilibri interni al Partito Democratico, non ha esitato a sacrificare il Megafono. Per un anno abbiamo assistito a baruffe tra Crocetta e il PD. Con il secondo governo il Presidente della Regione ha “imbarcato” la cosiddetta area Dem di Giuseppe Lupo. Con il terzo governo – l’attuale – Crocetta ha tirato dentro i renziani, l’area che fa capo ad Antonello Cracolici e persino una parte della cosiddetta area Cuperlo. Insomma, per dirla tutta, solo una parte dell’area Cuperlo della Sicilia è rimasta fuori dal governo. Questi, per carità, hanno titolo per criticare Crocetta. Ma i vari Davide Faraone, Antonello Cracolici e lo stesso segretario regionale di questo partito, Fausto Raciti, a che titolo attaccano Crocetta?

In politica bisogna dire la verità. Chi è responsabile del fallimento della Formazione professionale? Dov’erano i partiti di governo quando sono stati mandati al “macero” quasi 10 mila dipendenti di questo settore per consegnare le future risorse del Fondo sociale europeo ai privati che passano per imprenditori, ma che sono solo degli imprenditori falliti che, da decenni, vivono abbarbicati alla spesa pubblica, tra Camere di Commercio ed enti regionali vari? E chi sta gestendo in modo fallimentare i servizi per il lavoro? E le risibili politiche turistiche, imperniate sul clientelismo ad personam, chi le sta manovrando?

Certo, oggi che tutto sta crollando, è facile scaricare i fallimenti politici e amministrativi sul Presidente della Regione. Un personaggio che – lo ribadiamo – ha pesanti responsabilità: a cominciare dall’accordo che lo stesso Crocetta ha siglato a Roma, proprio con Renzi, lo scorso anno, rinviando di ben quattro anni l’applicazione di una sentenza della Corte Costituzionale che avrebbe consentito alla Regione di incassare quasi 5 miliardi di euro. Magari la Regione non li avrebbe incassati tutti subito: ma con questo titolo di credito avrebbe potuto, con semplici operazioni finanziarie, fronteggiare la pesante situazione di “cassa”.

Invece, oggi, assistiamo a una grande mistificazione. Con Crocetta che, su facebook, attacca Faraone, ma dice solo mezze verità: dice che le finanze della Regione sono state saccheggiate, ma non attacca Renzi – che è il vero saccheggiatore – nella speranza (vana?) di un’improbabile candidatura “blindata” all’ombra dell’Italicum.

Però la verità, come ci ricorda Gramsci, “è sempre rivoluzionaria”. E la verità è che i renziani del PD siciliano – con in testa Faraone – stanno tradendo e pugnalando la Sicilia. Una Regione massacrata dai prelievi operati dal governo Renzi. Un governo che, dopo aver saccheggiato quasi 10 miliardi di euro, restituisce appena 300 milioni di euro. Il tutto in uno scenario di menzogne, complice un’informazione carente, se non di parte, che nasconde la verità. Così anche i leghisti veneti – disinformati dai giornali di Berlusconi e dai silenzi del PD renziano – attaccano la Sicilia per questi 300 milioni di euro. Non sapendo che Roma ha strappato alla Regione siciliana circa 10 miliardi di euro! Una vergogna!

Ma queste verità nascoste, anzi le menzogne avallate da berlusconiani e PD renziano (che strana coppia, no?), ci consentono di guardare alle prospettive politiche della Sicilia con una diversa luce. Noi non siamo tra quelli che, guardando al PD, fanno di tutta l’erba un fascio. In questo partito ci sono sensibilità diverse da Renzi e dal renzismo.  Alcune hanno già lasciato questo partito per dare vita a un nuovo soggetto politico: penso a Civati, a Cofferati, a Fassina e a tanti altri. Ma tanti sono ancora dentro questo partito. Rimangono con grande sofferenza, perché non vogliono regalare tutto a Renzi e alle massonerie finanziarie tedesche che foraggiano (e quindi controllano) l’attuale capo del governo italiano.

Oggi – guardando anche alla ferocia con la quale la “presunta” Unione Europea sta imponendo alla Grecia un’umiliazione incredibile (nemmeno americani, russi e inglesi, subito dopo la seconda guerra mondiale, a Yalta, imposero simili condizioni ai tedeschi, che pure si erano macchiati di un genocidio: una responsabilità di gran lunga più grave dei 320 miliardi di debiti della Grecia!) – bisogna pensare, proprio a partire dalla Sicilia, a qualcosa di diverso. Mettendo al primo punto la libertà.

Il tempo stringe. E i vecchi partiti, ormai compromessi, in Sicilia come a Roma, non sono nelle condizioni di proporre soluzioni credibili. E’ bene che la parola passi ai movimenti. Sotto questo profilo – concetto che una volta abbiamo già espresso – l’esperienza dell’attuale sindaco di Agrigento, Calogero “Lillo” Firetto, ci sembra un buon esempio da cui partire. Firetto è partito dai movimenti civici. Ed ha costretto i partiti a seguirlo. Dalla Sicilia – da sempre “laboratorio politico” destinato a fare da apripista a soluzioni politiche nazionali – può partire un messaggio di libertà, rivolto anche al popolo greco, al quale la nostra Isola è legata da cultura e tradizioni. Serve una svolta che deve partire dal “basso”.

*Angelo Forgia, nella vita, si occupa di agricoltura. Ma è anche un appassionato di politica. Ma di una politica fatta in mezzo alla gente: nei movimenti e non nei partiti tradizionali. Oggi commenta la crisi della Regione siciliana. Ipotizzando il voto anticipato per la prossima primavera. Sognando una svolta a partire dal basso.

da La Voce di New York

Due esponenti storici del Megafono, Tommaso Lima e Angelo Forgia, prendono le distanze dal governo Crocetta e dal PD: “Fallimentare anche la lotta alla mafia. Ci riprendiamo la nostra libertà di pensiero e di azione”

di Giulio Ambrosetti

Sono sempre stati alleati di Rosario Crocetta. Con lui sin dalla prima ora, quando tra la primavera e l’estate del 2012 vedeva la luce la candidatura dell’attuale presidente della Regione. Tommaso Lima e Angelo Forgia sono tra i fondatori del Megafono. Il primo è stato il coordinatore di Palermo del movimento che fa capo al governatore dell’Isola e al senatore Giuseppe Lumia. Mentre Angelo Forgia è stato l’animatore e il responsabile dei Circoli del Megafono di Palermo e provincia. Ma adesso Tommaso Lima e Angelo Forgia – che non sono mai entrati a far parte del ‘Cerchio magico’ del presidente della Regione – annunciano il ‘divorzio’ da Crocetta.

“Davanti all’immobilismo del governo regionale di Rosario F91CE539-2257-11Crocetta e alla lenta, ma inesorabile decomposizione del PD siciliano – scrivono in un comunicato – non possiamo che riprenderci la nostra libertà di pensiero e di azione”. Una presa di distanza da Crocetta, che si era presentato come “autonomo” durante la campagna elettorale alle elezioni regionali del 2012. Un autonomia che, piano piano, ha finito con lo stemperarsi nelle vicissitudini del Partito Democratico.

La nostra presenza, accanto all’esperienza di Crocetta – sottolineano Tommaso Lima e Angelo Forgia nel comunicato – è sempre stata politica. Siamo sempre stati interessati a un progetto politico di cambiamento della Sicilia a partire dal basso. Ma ormai da troppo tempo, nell’esperienza di questo governo regionale, non si colgono segnali di effettivo cambiamento. Lo stesso Crocetta grida nel deserto”.

Il riferimento alla politica “a partire dal basso” non è casuale. Tommaso Lima e Angelo Forgia hanno sempre creduto nei movimenti civici: a una politica che punta a interpretare le istanze che arrivano dalla società civile. Due esempi su tutti: l’acqua e i rifiuti. Con molta probabilità, su questi due fronti erano in tanto ad aspettarsi scelte politiche e amministrative diverse. Dopo il referendum del 2011, che ha sancito la vittoria netta dei fautori del ritorno alla gestione pubblica dell’acqua, ci si aspettava una scelta di campo ferma, da parte del governo Crocetta. Una scelta in favore della gestione pubblica dell’acqua. Tra l’altro, nel Parlamento siciliano, da oltre tre anni, giace un disegno di legge d’iniziativa popolare per il ritorno alla gestione pubblica del servizio idrico. Invece tutto è rimasto impantanato nelle sabbie mobili della politica politicante. Con il risultato che, dopo tre anni, la gestione dell’acqua, in Sicilia, è ancora nelle mani dei privati.

“Anche sulla gestione dei rifiuti la Sicilia non ha fatto grandi passi avanti. Nell’autunno del 2012 si ipotizzava il potenziamento della raccolta differenziata dei rifiuti. Invece, dopo tre anni di governo, si va avanti ancora con le vecchie discariche che inquinano l’ambiente e danneggiano la salute pubblica. E si parla addirittura di inceneritori. Di fatto un ritorno alle idee di Totò Cuffaro e del suo governo. Cosa, questa, che non deve essere piaciuta molto ai due esponenti del Megafono.

Tommaso Lima e Angelo Forgia non sembrano nemmeno molto convinti che l’esperienza di Crocetta abbia funzionato bene sul fronte della lotta alla mafia: “L’attività di contrasto sostanziale alla presenza della mafia in Sicilia, con riferimento, soprattutto, alla borghesia mafiosa – osservano ancora i due esponenti storici del Megafono – avrebbe dovuto essere più incisiva. I nomi altisonanti di questa esperienza di governo, che pure avrebbero dovuto segnare una discontinuità culturale e amministrativa rispetto al passato, hanno solo profuso interessi particolari e tanta ipocrisia. Salvo a chiamarsi fuori, scaricando su altri i propri errori, quando la nave ha cominciato a imbarcare acqua”.

Una stoccata anche per il PD, partito che dal 2008, di fatto, governa la Sicilia. Un PD siciliano che, secondo i due esponenti del Megafono, è oggi “in massima parte proteso all’occupazione del potere e delle poltrone. Un PD che, peraltro – aggiungono Tommaso Lima e Angelo Forgia – non ha saputo difendere la Regione siciliana e lo Statuto autonomistico da uno Stato rapace che, per pareggiare i propri conti, ha penalizzato oltremodo la nostra Isola e, in generale, tutto il Sud d’Italia, come regolarmente certificato dalla Svimez”.

Alla fine, le considerazioni dei due esponenti del Megafono rispetto alla questione finanziaria della Sicilia sono simili a quanto scritto dai giudici della Corte dei Conti nella relazione alla ‘parifica’ del Bilancio 2014. Giudizio espresso ieri dai giudici contabili, là dove denunciano il depauperamento delle risorse finanziarie della regione ad opera dello Stato.

“In questo scenario, con una parte della sinistra che, finalmente, è tornata a mettere in discussione i troppi dogmi di un’Italia in affanno e di un’Europa incentrata sugli interessi delle banche e della finanza – concludono Tommaso Lima e Angelo Forgia – noi ci riprendiamo la nostra libertà di pensare e di agire, guardando con grande attenzione a tutto ciò che si muove nella società siciliana”.

Insomma i protagonisti del Megafono, nato come ‘Movimento’ perché radicato nei territori, ormai guardano oltre. A cosa? Con molta probabilità, a un cambiamento nel modo di fare politica. Ma anche a un cambiamento di politica, che non potrà certo essere quella del PD renziano. Del resto, ripartire “dal basso” significa collegarsi con una società civile che non ne può più di un europeismo che persegue gli interessi delle banche e della finanza a scapito dei cittadini. E’ di queste ore l’approvazione di una legge, da parte del Parlamento italiano, che consentirà alle banche fallite di pagare i ‘buchi’ con i soldi dei correntisti. Insomma, in una sinistra del genere è difficile restare.

da La Voce di New York

Angelo Forgia

Angelo Forgia

Appuntamento promosso dall’Istituto nazionale per l’assistenza ai cittadini (Inac). In Sicilia in piazza contro l’insensibilità sociale dei governi nazionale e siciliano. Angelo Forgia: “Renzi vorrebbe sbaraccare sindacati e patronati per parlare direttamente con i cittadini, magari via Twitter. Ma non conosce la realtà sociale”

di Giulio Ambrosetti

Oggi, sabato 16 maggio, i protagonisti dell’Inac, l’Istituto nazionale per l’assistenza ai cittadini scendono nelle piazze di tutta l’Italia. Una manifestazione per ricordare a chi governa il nostro Paese che nella vita politica e sociale non ci sono solo tasse da appioppare ai cittadini, leggi elettorali forzate, riprese economiche di là da venire, riforme della scuola contestate da docenti e via continuando. C’è anche un’Italia della solidarietà che si occupa dei pensionati che non arrivano alla fine del mese, di chi subisce infortuni, degli invalidi civili (quelli veri, ovviamente) e, in generale, degli ultimi: insomma di chi rimane indietro a causa di un aumento della povertà.

Quest’anno la nona edizione di “Inac in piazza per te” ha scelto di caratterizzare la giornata sul tema: “Alimentare i diritti, dare certezze ai cittadini”. L’Inac è il patronato della Confederazione italiana agricoltori (Cia). Ciò significa che non mancheranno i temi legati all’agricoltura. Anche se la manifestazione affronterà temi sociali ampi, a cominciare dalle pensioni: non a caso l’associazione nazionale pensionati presenterà la propria petizione dal titolo piuttosto indicativo: “Cambiare verso alle pensioni basse è tema ineludibile”. L’occasione per iniziare una raccolta delle firme per spronare il governo Renzi ad innalzare le pensioni da fame.

In Sicilia la battaglia per le pensioni acquista grande importanza, perché il governo e il Parlamento dell’Isola, di comune accordo, hanno approvato una legge di stabilità regionale 2015 che prevede il taglio delle indennità ai pensionati regionali. Nell’Isola questa manifestazione è importante, perché va in controtendenza rispetto all’operato del governo Renzi e del governo regionale di Rosario Crocetta. Questi due governi, infatti, non si stanno limitando a penalizzare i pensionati della Regione, ma stanno colpendo tutta la spesa sociale, creando i presupposti per fare esplodere contraddizioni e (perché no?) anche sentimenti di insofferenza in un’Isola tradizionalmente tollerante.

L’esempio macroscopico è rappresentato dal taglio dei fondi della legge nazionale 328 (che è la legge che prevede interventi nel sociale). A questo taglio si somma il taglio di 5 miliardi di fondi Pac alle Regioni del Sud Italia: fondi che sarebbero dovuti servire anche per gli anziani, i minori e l’infanzia. Proprio in questi giorni il governo Renzi si è accorto dell’ingiustizia commessa ai danni di tante città del Sud e sta parzialmente tornando indietro. Ma ormai il danno è fatto. Ed è un danno ingente. A Palermo, per esempio, è sceso in piazza un nutrito drappello di disabili abbandonati dal Comune. Un Comune che prende, ogni anno, oltre 120 milioni di euro per pagare 4 mila addetti alla pulizia della città e alla manutenzione delle strade che lavorano malissimo e poi non trova i soldi per assistere chi ha veramente bisogno.

Non fanno meglio il governo regionale e il Parlamento siciliano, che nella legge di stabilità 2015 hanno trovato 24 milioni di euro da spendere in buona parte non – come cercano di far credere – per i minori arrivati con i barconi, ma per fare ingrassare i titolari delle cooperative che operano in questo nuovo business. Uno stanziamento strano perché, in base all’accordo siglato con il governo nazionale, a pagare per questo servizio deve essere Roma e non la Regione siciliana autonoma. Ma è evidente che governo regionale e Parlamento siciliano hanno precisi interessi in questo settore.

In Sicilia – tornando alla manifestazione dell’Inac – l’Istituto che si occupa di assistenza ai cittadini è presente in tutt’e nove le province. Spiega Angelo Forgia (nella foto in alto), dirigente della Cia siciliana e direttore regionale dell’Inac: “La nostra è una presenza capillare. Operiamo con nostre sedi in oltre trecento Comuni e forniamo ai cittadini, soprattutto ai più bisognosi, ogni genere di consulenza su pensioni, infortuni, invalidità e anche consulenze mediche e legali. Lavorare non è facile. Anche perché il governo nazionale di Matteo Renzi ha provato a smantellare il sistema dei Caf. L’attuale governo avrebbe voluto dimezzare i rimborsi dello Stato ai patronati. Poi il Parlamento ha operato una riduzione del dieci per cento”.

Chiediamo a Forgia perché tanto accanimento del governo nazionale contro i Caf. Il direttore generale dell’Inac siciliana sorride: “Intanto – ci dice – il governo ha un problema di ‘cassa’. Deve trovare i soldi per pagare, ogni anno, la ‘rata’ del Fiscal Compact, che magari non sarà 50 miliardi di euro all’anno, ma è comunque una cifra esosa. E poi c’è una questione politica insita nell’idea un po’ peronista che Renzi ha del potere. Lui vorrebbe bypassare sindacati e patronati – come cerca di fare con la presunta riforma della scuola – parlando direttamente con i cittadini. Magari via Twitter. Ma dimostra di conoscere poco la realtà sociale italiana. Forse pensa che gli anziani siano tutti ‘navigatori’ della rete. E, invece, non è così. Lo stesso discorso vale per il mondo rurale, soprattutto nel Sud”.

In Sicilia la manifestazione di domani si articolerà in dodici Comuni. “Saremo in piazza per difendere i diritti della Sicilia che soffre”, conclude Forgia.

La Voce di New York

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L’intervista. Ci sono spazi pure per operatori da impiegare nei mercatini di prodotti agricoli o esperti contabili

di Aurora Fiorenza

«La terra siciliana ha molte opportunità lavorative da offrire ai giovani». Parola del segretario regionale dei giovani imprenditori della Confederazione italiana agricoltori (Cia), Angelo Forgia, che ieri mattina è stato ospite alla trasmissione Ditelo a Rgs e ha sottolineato le possibilità di impiego in un settore come quello agricolo.

Quali sono le figure professionali che le aziende agricole richiedono oggi in Sicilia?

«C’è molto lavoro nell’ambito della campagna. Le aziende cercano 10325372_10204140788946398_5829905810390208713_ncollaboratori per agriturismi, per i mercatini degli agricoltori che facciamo nelle varie città siciliane, operatori per i servizi fiscali e di patronato, soprattutto come assistenza agli anziani. Ma in particolare cerchiamo chi ha voglia di scommettere sulla terra: siamo a caccia di nuovi imprenditori agricoli. Ed è proprio su questo che si basa il Piano di sviluppo rurale, che partirà nei prossimi sei anni. L’obiettivo è far insediare nel mondo del lavoro il maggior numero di aziende che operano in questo settore. Settore che per fortuna ha tanto da offrire».

Quali sono le città siciliane che offrono maggiore spazio a chi ha voglia di fare nuova impresa agricola?

«In realtà un po’ tutte. Il motivo? Nelle città c’è un risveglio poiché la crisi ha impoverito le famiglie e, quindi, oggi il ritorno alla terra è forte. Il territorio siciliano è ottimo per essere coltivato. Noi abbiamo molte occasioni all’interno delle nostre aziende, nei nostri patronati, nei nostri centri fiscali. Su questo vogliamo puntare: sui giovani che credono nella terra e nel benessere. Le superfici terrene ci sono, spesso vengono abbandonate o trasformate in insediamenti. Invece, noi vogliamo che la campagna rimanga tale e torni a essere protetta e produttiva. Dalle nostre terre  siciliane devono venire alla luce prodotti salutari, biologici, non inquinanti. Tutta merce che già adesso viene venduta, durante la settimana  e in particolare nel week-end, all’interno dei mercati del contadino. Ed è proprio in questi mercati che mettiamo in contatto diretto il produttore con il consumatore. Oggi chi consuma è molto più attento rispetto al passato e cerca la qualità in un mondo fatto di globalizzazione che spesso mira, invece, alla qualità».

Voi siete tra i partner del progetto europeo Garanzia Giovani. Che tipo di opportunità state mettendo a disposizione per i ragazzi siciliani?

«Abbiamo aperto tutte le nostre aziende ai giovani. In primis gli agriturismi che sono dei luoghi dove spesso le nuove generazioni non vanno e, quindi, non conoscono. Allora cerchiamo di avvicinarli alla campagna, facendogli  fare dei giri  e toccando con mano la terra. Ma non solo. Li facciamo incontrare anche con gli animali che vivono in agriturismo. Un rapporto, quello tra i ragazzi  e gli animali, che spesso nei centri  urbani non si crea. Vivere nelle metropoli significa anche stare lontani dalla realtà verde, fatta principalmente di sola natura e bellezza. Ecco, con questi tirocini, con queste esperienze lavorative rivolte ai ragazzi  vogliamo portare la città in campagna. Il lavoro nel campo dell’agricoltura esiste, mancano purtroppo le specializzazioni. Servirebbe una politica che indirizzi i giovani a queste opportunità reali. Quindi, bisogna guidare i ragazzi verso i mondi in cui ancora c’è spazio per costruire un futuro. Le nuove generazioni non vanno demoralizzate. Noi abbiamo occasioni lavorative da offrire, con il nuovo piano di sviluppo rurale abbiamo la possibilità di far nascere nuovi imprenditori agricoli. Però, spesso ci troviamo davanti a un burocrazia che ci ostacola, che non facilita le occasioni che rivolgiamo ai giovani. Basta pensare che in Sicilia ci sono delle proprietà terriere della Regione e dell’ente di Sviluppo Agricolo, potenzialmente coltivabili che potrebbero essere utilizzate, messe a disposizione di chi ha intenzione di fare azienda con la terra. Ma che purtroppo sono inutilizzate. Così, quando chiediamo di poter avviare, proprio in questi appezzamenti, un’impresa agricola giovane e fresca, scopriamo sempre che per ottenere quei terreni bisogna passare da mille permessi e superare altrettanti vincoli».

Questa difficoltà e questa pesantezza burocratica che affrontate quotidianamente, l’avete sottoposta all’attenzione dell’amministrazione regionale?

«Si. Tanto che proprio all’assessore regionale all’Agricoltura, Nino Caleca, qualche settimana fa durante un incontro, abbiamo chiesto di dare il capitale terra ai giovani, affinché questi possano connettersi, insediarsi e fare impresa sana. Solo questo chiediamo: tempi certi. Con tutta sincerità devo dire che sono davvero moltissimi i giovani che vogliono tornare alle radici. I ragazzi siciliani vogliono creare delle imprese agricole legate al biologico, alla salute, al pulito. Lo scopo di queste aziende che vogliono nascere e svilupparsi è di puntare sulla qualità. L’entusiasmo e le idee dei giovani non mancano. Anzi, spesso partono euforici, ma poi si demoralizzano quando vogliono trasformare in concretezza ciò che avevano pianificato sulla carta. Purtroppo davanti a loro non trovano delle modalità semplici per poter mettere in piedi un’azienda. Quindi, noi abbiamo un obbligo morale, che è quello di accompagnarli nel loro sogno e non ci stancheremo mai di farlo».

Giornale di Sicilia 

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Angelo Forgia

Angelo Forgia

Sul precariato bisogna dare un segnale di discontinuità. Anche perché le condizioni finanziarie della Regione non consentono di continuare a ipotizzare proroghe o, peggio, stabilizzazioni. Questo personale va tutelato, ma con modalità diverse rispetto al passato”.

A parlare è Angelo Forgia, del ‘Megafono’, il Movimento politico del presidente della Regione, Rosario Crocetta. (nella foto a sinistra, Angelo Forgia, il presidente della regione, Rosario Crocetta, e il coordinatore del ‘Megafono’ di Palermo, Tommaso Lima)

“Non possiamo pensare di continuare a tenere in piedi il precariato della Regione, degli enti regionali e, soprattutto, degli Enti locali. Le risorse finanziarie sono finite. Né si può pensare di amministrare una comunità di oltre cinque milioni di persone senza poter programmare e far approvare dal Parlamento dell’Isola una legge  perché tutte le risorse finanziarie destinate alla nuove leggi debbono essere impiegate per pagare i precari. La politica siciliana del passato ha commesso degli errori. Noi abbiamo il dovere di segnalarlo e di indicare un’alternativa”.

“Va detto – osserva ancora Forgia – che tutte le leggi regionali sul precariato sono passate con il consenso dei vari Governi nazionali. Come abbiamo avuto modo di notare, l’anno passato il commissario dello Stato ha impugnato le leggi sul precariato. Ma questo non è avvenuto negli anni precedenti. Dunque lo Stato, nel passato, ha avallato la creazione del precariato da parte della classe politica siciliana”.

“Ora il Governo nazionale – dice sempre l’esponente del ‘Megafono’ – non può chiamarsi fuori rispetto a un problema che ha contribuito a creare”.

“La Regione siciliana non è più nelle condizioni di pagare i precari – dice sempre Forgia -. Bisogna avviare una trattativa con Roma per istituire un salario minimo garantito per tutti i precari della Regione, degli enti regionali e degli Enti locali. Liberando la Regione di un onere finanziario che non può più sostenere”.

“Si stabiliscano regole precise e severe per chi percepirà il salario minimo garantito – osserva sempre l’esponente del Movimento del presidente della Regione -. Prevedendo pesanti penalizzazioni per chi, percependo tale salario, verrà trovato a lavorare in nero”.

“Una volta liberata la Regione del peso dei precari – conclude l’esponente del ‘Megafono’- sarà possibile riattivare i concorsi pubblici negli uffici della Regione, negli enti regionali e negli Enti locali. Daremo, così, un segnale positivo alle nuove generazioni, dicendo loro che anche in Sicilia, nella pubblica amministrazione, si accede con un concorso pubblico, secondo quanto previsto dalla nostra Costituzione”.

da Meridionews