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La partita da riaprire

Pubblicato: 6 agosto 2015 da Sicilia più in Politica
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di Stefano Fassina

Il deca­logo di Norma Ra­geri pro­pone sce­nari fer­tili per la discus­sione e l’iniziativa poli­tica. Sì, c’è vita a sini­stra.

07/05/2013 Roma, trasmissione Ballarò, nella foto Stefano Fassina vice ministro all'Economia

Stefano Fassina

Sono vive le donne e gli uomini spiag­giati dalla «cul­tura e dall’economia dello scarto» denun­ciata da Papa Fran­ce­sco, col­piti, da ultimo, dalle “riforme” del mer­cato del lavoro, della scuola, delle regole della demo­cra­zia o affo­gati dall’egoismo ottuso dei bene­stanti e dalla paura dispe­rata dei penul­timi. Così come sono vive le donne e gli uomini, soprat­tutto i più gio­vani e più qua­li­fi­cati, costretti a sven­dere i loro talenti o a emigrare.

Come dare voce all’universo degli invi­si­bili abban­do­nati e dei pio­nieri senza oppor­tu­nità? Per rispon­dere, vogliamo costruire, ambi­zio­sa­mente, un par­tito per la sfida del governo. L’ambizione deve pog­giare, innan­zi­tutto, su un’analisi con­di­visa del tor­nante sto­rico nel quale siamo. Su que­ste pagine Revelli e Pana­go­pou­los, Fer­rero, Mar­tone e Piz­zuti con­fer­mano una larga sin­to­nia tra di noi. Vediamo il trionfo inso­ste­ni­bile del capi­tale sul lavoro e l’euro-zona sulla rotta del Tita­nic. Inol­tre, dopo la dram­ma­tica caduta delle spe­ranze corag­gio­sa­mente ali­men­tate da Syriza e dal Governo Tsi­pras, è anche diven­tato evi­dente a tutti che, nel qua­dro del mer­can­tilismo libe­ri­sta, la sini­stra è senza spa­zio di mano­vra.

Nell’area della moneta unica, la demo­cra­zia e la poli­tica sono pri­gio­nieri di Tina: «There is no alter­na­tive». Pen­siero unico e agenda unica. Oppure, l’apocalisse. È, invece, oggetto di discus­sione la strada da per­cor­rere per libe­rare il futuro. Da una parte, chi indica la strada della radi­cale cor­re­zione dei Trat­tati affin­ché l’euro, da fat­tore regres­sivo, diventi fat­tore pro­gres­sivo. Dall’altra, chi, come il sot­to­scritto, ritiene che non vi siano le con­di­zioni poli­ti­che per ribal­tare i Trat­tati e indi­vi­dua il supe­ra­mento con­cor­dato dell’euro come pas­sag­gio obbli­gato per sal­vare l’Unione euro­pea e ria­prire la par­tita della demo­cra­zia fon­data sul lavoro.

Per avviare la costru­zione di una forza poli­tica ambi­ziosa, una comune carta di valori è insuf­fi­ciente. Vanno fatti i conti con “l’europeismo reale”, come li abbiamo fatti, chi prima chi dopo, con il “socia­li­smo reale”. Sta­volta, non pos­siamo aspet­tare le schegge del Muro di Ber­lino. L’euro è stato un errore di pro­spet­tiva poli­tica: nato per argi­nare lo svuo­ta­mento della sovra­nità nazio­nale e la sva­lu­ta­zione del lavoro deter­mi­nati dai mer­cati glo­bali de-regolati, è diven­tato potente fat­tore di aggra­va­mento dello squi­li­brio nei rap­porti di forza tra capi­tale e lavoro.

Il dilemma «euro si/euro no» è la punta dell’iceberg. È da riscri­vere l’intero impianto di mar­gi­na­liz­za­zione della poli­tica con­te­nuto nei Trat­tati, fun­zio­nali all’interesse nazio­nale tede­sco. Ma invo­care il corag­gio delle élite per arri­vare agli Stati Uniti d’Europa è reto­rica auto­con­so­la­to­ria. Le con­di­zioni poli­ti­che per le cor­re­zioni neces­sa­rie alla “costi­tu­zione” dell’euro-zona sono assenti per ragioni pro­fonde: i carat­teri morali e cul­tu­rali dei popoli, gli inte­ressi degli Stati nazio­nali e i rap­porti di forza. La Ger­ma­nia lo inco­min­cia a rico­no­scere: pur nel qua­dro di un approc­cio puni­tivo verso la Gre­cia, ha rotto il tabù dell’irreversibilità dell’euro. Il Mini­stro Schäu­ble, con il con­senso della Can­cel­liera Mer­kel, all’Euro-summit del 12 Luglio scorso, pro­pone una «Gre­xit assi­stita». Il Ger­man Coun­cil of the Eco­no­mic Experts, qual­che giorno fa, pre­senta l’euro-exit come solu­zione siste­mica in un rap­porto uffi­ciale al governo di Berlino.

Per arri­vare al supe­ra­mento con­cor­dato dell’euro e nego­ziare con­di­zioni di atter­rag­gio soste­ni­bili e, così, porre le basi per sal­vare l’Unione euro­pea e, con essa, le demo­cra­zie delle classi medie va costruita un’alleanza tra fronti nazio­nali gui­dati da forze pro­gres­si­ste, aperti alla destra costi­tu­zio­nale e “sovra­ni­sta”, come rea­liz­zato da Syriza in Gre­cia con Anel.

Su quali sog­getti sociali e inte­ressi eco­no­mici far leva? Su quanti sono sva­lu­tati per com­pe­tere nell’economia dell’export e su quanti subi­scono il defi­cit cro­nico di domanda interna: il lavoro subor­di­nato, dipen­dente pri­vato e pub­blico, o a Par­tita Iva, la micro impresa arti­giana e com­mer­ciale, l’arcipelago delle pro­fes­sioni pro­le­ta­riz­zate. Uniti, in un’alleanza sociale pro­gres­siva, con chi com­pete sull’innovazione e sulla qua­lità del lavoro.

La coa­li­zione della domanda interna per il lavoro di cit­ta­di­nanza è il com­pito dif­fi­cile del par­tito nazio­nale e popo­lare da costruire insieme.

di Giulio Ambrosetti

I Greci non amano saltare sui carri dei vincitori. Hanno già provato, sulla propria pelle, che cosa significa essere governati dalla Troika. Le manifestazioni che inneggiano all’Euro sono solo buffonate mediatiche fomentate da un’Europa “presunto” unita e dagli Usa che, per motivi diversi, si battono per tenere la Grecia “incaprettata”.

Ma in Grecia, alla faccia di questi signori, a meno che i risultati del grecia-ultime-notiziereferendum non vengano alterati, vincerà Tsipras. I Greci voteranno per l’uscita dall’Euro. Non perché sono convinti dell’alternativa, che nessuno può conoscere: perché è impossibile conoscere cosa succederebbe in caso di addio alla moneta unica europea da parte della Grecia. Tsipras vincerà perché il fronte del no all’Euro rafforzerà il governo greco e la Grecia nella trattativa con i banditi della Troika.

L’Euro, per come si è configurato e per come fino ad oggi è stato gestito, ha favorito e continua a favorire la Germania. Questa grande e mafiosa truffa monetaria internazionale si regge su un equilibrio fragilissimo: basta che un solo Paese rifiuti di farsi “incaprettare” ed ecco che salta tutta l’impalcatura. Questo spiega il perché i massoni falliti della “presunta” Unione europea sono tutti mobilitati per far saltare il referendum. O per condizionarne l’esito. Ma falliranno. Vincerà Tsipras. E dopo la vittoria dei no il capo del governo greco detterà le condizioni alla Troika. E la Troika, con la coda in mezzo alle gambe, dovrà accettarle.

Questo non significa che l’Italia ci guadagnerà. In Italia il PD e Berlusconi non possono difendere gli Italiani dai ladri e massoni dell’Europa. Perché debbono difendere le fortune che hanno accumulato nella Prima e nella Seconda Repubblica. Questo spiega perché Renzi e Berlusconi sono alleati: perché stanno difendendo i propri interessi ai danni di 50 milioni di italiani.

Altro che europeismo. Euro-affarismo!

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di Riccardo Nencini*

Se la sinistra socialista europea fa della consuetudine la sua bussola è destinata a uno spazio marginale. Parlo dell’elettorato riformista, conteso da movimenti radicali e da forze populiste e attratto dall’astensione. L’ultimo caso in ordine di tempo è il voto inglese. Sostiene Tony Blair che i confini tradizionali tra destra e sinistra sono cambiati. Ha ragione. Si tratta della riflessione che abbiamo avviato al Congresso di Venezia e che lo scorso anno abbiamo affidato ai lavori del congresso del Pse a Roma. Confini cambiati non significa assenza di confini. Affatto. I cambiamenti profondi che tagliano le società obbligano la politica a mettersi in discussione. La rapidità dei cambiamenti dovuta alla scienza, alla tecnologia, al potere della finanza globale, alla complessità delle relazioni economiche inducono la sinistra a ripensarsi lasciando integri i tre pilastri che ancora oggi la rendono diversa dalla destra: redistribuzione della ricchezza, estensione dei diritti fondamentali e delle responsabilità civiche, allargamento degli spazi di libertà e di democrazia. In concreto.

L’Europa dei padri fondatori e di Maastricht non basta più. È zoppa. A disagio nello scenario internazionale in cui è immersa. Troppo burocratica, poco coesa nelle scelte di politica estera e di politica fiscale, troppo squilibrata a vantaggio del fronte settentrionale, carente di emozioni. O c’è un nuovo patto fondativo che rilanci le ragioni di una storia plurisecolare nel secolo nascente e ne faccia un soggetto competitivo nel mondo o in un paio di generazioni diventeremo come la Confederazione degli stati tedeschi prima di Bismarck. Senza futuro. Un peso piuma nella categoria massimi.

Emigrazione e migrazioni hanno significati diversi. Le migrazioni del nostro tempo non sono in nulla uguali all’emigrazione del novecento. Prima ci si spostava in cerca di lavoro e ci si integrava nelle comunità di approdo. Oggi chi arriva aggiunge il proprio disagio ad una diffusa disintegrazione sociale. Il Mediterraneo è frontiera europea. Ne discendono due effetti. Ogni nazione dell’Unione deve fare la sua parte verso i profughi. Chi vive tra di noi deve rispettare le leggi, godere dei diritti fondamentali, condividere i principi di libertà e di democrazia. La meta è il multiculturalismo attivo non la difesa di costumi lesivi di valori fondanti: nessun tribunale della sharia, nessuna infibulazione imposta alle bambine, nessun obbligo matrimoniale per la donna, piena parità tra i generi. Insomma, libertà, condivisione, responsabilità. Se entro in una moschea mi tolgo le scarpe. Se vivi nel nostro Stato adotti il nostro canone, figlio di conquiste civili lunghe almeno tre secoli.

La democrazia rappresentativa si è avvalsa in Italia soprattutto del ruolo decisivo dei partiti. La prima è fragile, i secondi sono scomparsi e la società di mezzo è in crisi. Servirebbe un’imponente spinta riformatrice, né più né meno di quanto avvenne all’indomani del secondo conflitto mondiale. Respinta l’ipotesi di un’Assemblea Costituente, alcune priorità’ in ordine sparso: “dibattito pubblico” quando si discute di grandi opere; regolamentazione dei gruppi di pressione; accorpamento dei piccoli comuni; sfoltimento degli enti intermedi, oggi almeno il doppio dei vizi capitali; un bilanciamento piu’ armonioso tra i poteri dello Stato; sostegno alle fondazioni che educano alla politica. Misure, tutte, indispensabili per riconciliare i cittadini con il Palazzo.

In ultimo, lo stato sociale. Ripensarlo. Rifondarlo. Sostenendo chi è nella condizione del bisogno e chi ha merito, ma non ha ne’ l’opportunità ne’ le condizioni sociali per emergere. Tutto a tutti non è giusto ne’ piu’ possibile.

La nostalgia è un pessimo sentimento. Ottunde i cinque sensi. Se la sinistra confida nella nostalgia, si preclude la capacità di specchiarsi nel futuro. Deve essere strabica. Un occhio qui, l’altro oltre i confini quotidiani. Meglio, dunque, l’ambizione dei pionieri. Eretici per non morire nel passato.

*Segretario Psi, Senatore e Vice Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti

D’Attorre (PD): Renzi cadrà con l’euro

Pubblicato: 16 marzo 2015 da Sicilia più in Politica
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di Pietro Vernizzi (ilsussidiario.net)

“Sono d’accordo con Landini quando afferma che il tema non è la realizzazione a tavolino di un nuovo soggetto politico. Mentre può essere interessante costruire su temi concreti battaglie comuni per correggere la rotta del governo. Si tratta di battaglie che possono unire aree politiche rappresentate in Parlamento, soggetti sindacali, settori della società civile. Il tema fondamentale per me è contrastare e correggere una linea del governo che in questo momento appare di subalternità all’ortodossia europea e a una politica economica imposta da Bruxelles”. 

Dopo avere fatto dichiarazioni molto forti contro la Troika, Tsipras è tornato nei ranghi. Per Renzi il rispetto dell’ortodossia europea è un percorso obbligato? 

“La pressione esercitata sulla Grecia da parte della Germania, con la sostanziale accondiscendenza dello stesso governo italiano, è un fatto molto grave che induce a riflettere in termini molto rigorosi sulla compatibilità tra l’attuale assetto dell’euro e la democrazia. Se un governo che riceve un mandato popolare su un programma ben preciso è costretto dalle istituzioni UE a rinunciare a una parte fondamentale di quello stesso programma, siamo di fronte non soltanto a un fatto economico, ma anche a un enorme problema di democrazia e di sovranità popolare. Su questo preoccupa il silenzio di Renzi e di buona parte dei socialisti europei”.

Perché lo ritiene preoccupante? 

“La difesa del tema della democrazia e della sovranità popolare è un fatto fondamentale. Gli spazi di autonomia decisionale devono, inoltre, essere riconosciuti ai singoli Stati. Se la sinistra abbandonerà questo tema, il rischio è che sia travolta non soltanto dal crollo dell’unione monetaria, ma anche da un’ondata di destra regressiva e xenofoba che gestirà una fase di rinazionalizzazione delle politiche a livello europeo”.

In che modo farete valere il vostro peso sui temi che ritenete più importanti? 

“Ci sono passaggi che dovranno ancora essere consumati in Parlamento. Ci sarà, inoltre, uno spazio di proposta e di mobilitazione che va fatto vivere nel Paese. Bisognerà praticare entrambi per provare a correggere la linea di politica economica del governo. Come sinistra PD, nel mese di marzo, terremo inoltre una convention aperta per indicare le nostre idee e priorità. Priorità che vogliamo innanzitutto portare in una discussione dentro al PD”.

Che cosa farete infine per quanto riguarda l’Italicum? 

“Ci sono tre punti su cui intervenire: la riduzione del numero di deputati nominati; la possibilità di apparentamenti tra liste al secondo turno di ballottaggio; il collegamento tra l’entrata in vigore della legge elettorale e quella della riforma costituzionale. Questo collegamento è necessario, in quanto il meccanismo del ballottaggio può funzionare soltanto in un sistema in cui a votare la fiducia al governo sia una sola camera”.