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Bimba

di Salvatore Ferraro

Oggi parlare di diritti umani diventa fondamentale. Come ha sottolineato qualche mese fa Papa Francesco, di fatto è in atto una “terza guerra mondiale”, per quanto sparsa in diverse latitudini del pianeta. Chi ne fa le spese sono, soprattutto, i popoli del sud del mondo, senza distinzione di razza o religione, ed in particolare i bambini.

La foto di cui sopra, per quanto sul web sia diventata virale, non finisce di stupire per la forza del messaggio disperato di cui è portatrice. È stata scattata dal fotoreporter turco Osman Sigirli e mostra la piccola Hudea che, scambiando per un’arma l’enorme obiettivo della macchina fotografica, impaurita alza le mani in segno di resa. Hudea si trovava nel campo profughi siriano di Atmeh, vicino ai confini con la Turchia, dove la bambina si era rifugiata con la mamma ed i fratelli per sfuggire alla guerra imperversante nel suo paese.Tra scuole e orfanotrofi bombardati si stima che siano 5 milioni i bambini siriani coinvolti nella guerra tra le forze governative del regime di Bashar Al Assad e le forze dell’opposizione.

La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Convention on the Rigths of the Child), approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, ha disposto per la prima volta, in forma organica, i diritti fondamentali che devono essere riconosciuti e garantiti a tutti i bambini e a tutte le bambine del mondo. Tra i principi fondamentali di natura umanitaria che la Convenzione pone va ricordato, in particolare, quello posto all’art. 6, secondo cui: “Gli Stati parti riconoscono che ogni fanciullo ha un diritto inerente alla vita. Gli Stati parti assicurano in tutta la misura del possibile la sopravvivenza e lo sviluppo del fanciullo”.

Ebbene, innanzi a tale principio di civiltà prima ancora che giuridico, viene naturale chiedersi se la comunità internazionale abbia fatto e faccia realmente qualcosa di positivamente concreto sul fronte dei diritti dei bambini e, più in generale, dei diritti umani. A parlare impietosamente sono i numeri. Nel 2014 l’UNICEF ha lanciato un allarme: 230 milioni di minorenni vivono in zone di conflitto. Dall’Asia al Medio Oriente, all’Africa, nell’anno trascorso la violenza si è abbattuta sui più vulnerabili con una brutalità che non ha eguali nella storia recente, compromettendo il futuro di intere società. Nella sola Siria, rimanendo nel paese di Hudea, sono circa 3,8 milioni i rifugiati, la metà dei quali sono bambini.

Di fronte a questi numeri, quali soluzioni può adottare la comunità internazionale? A fornirci una sua risposta è stato Antonio Cassese, giurista, scrittore, giudice, nonché docente universitario di Diritto Internazionale presso la Facoltà di Scienze Politiche “C. Alfieri” di Firenze, morto nel  2011 all’età di 74 anni. Nel suo libro “I diritti umani oggi”, edito nel 2005 da Laterza, il Cassese osserva: “ Considerando l’attuale struttura e composizione della comunità internazionale, si può dire che ciò che fino a oggi le Nazioni Unite e gli altri organismi internazionali regionali hanno conseguito costituisce, per molti aspetti, il massimo che ci si potesse aspettare. Ciò nonostante, è indubbio che si dovrebbe fare di più. È tempo di porre un freno all’eccessiva retorica dei diritti umani e di dare invece spazio all’azione orientata a risultati concreti”.

Suggerisce il professore: “ Le istituzioni internazionali dovrebbero concentrarsi su alcuni obiettivi prioritari. Si dovrebbe identificare un numero ridotto di diritti fondamentali e prendere iniziative coerenti per dare loro attuazione. Le procedure e i meccanismi oggi esistenti che cercano di promuovere il rispetto degli standard sui diritti umani dovrebbero essere ridotti, semplificati e resi più efficaci. Inoltre, il rispetto dei diritti umani dovrebbe essere conseguito anche attraverso il perseguimento per via penale e la punizione degli autori di gravi violazioni dei diritti umani e di atrocità. I presunti autori di gravi violazioni dovrebbero essere portati davanti a un tribunale e giudicati. Per fermare le atrocità si dovrebbe autorizzare in casi eccezionali l’uso collettivo della forza, legittimato a seguito di decisioni collettive prese dalle istituzioni internazionali a ciò preposte.”

Conclude il Cassese: “Le istituzioni internazionali dovrebbero rafforzare e riorientare in modo coerente la loro azione. Si dovrebbero anche intraprendere sforzi congiunti a tutti i livelli, con il coinvolgimento non solo dei governi ma soprattutto, al di fuori della dimensione ufficiale, di individui, gruppi associati e altri organi non governativi”. Sicuramente le gravi violazioni dei diritti umani non cesseranno da un giorno all’altro. Ciò che conta, tuttavia, è che nessuno smetta di indignarsi”.

E noi – ne sono certo – non smetteremo mai di sconvolgerci davanti all’assurdità di una bambina come Hudea, che davanti ad un obiettivo fotografico alza le manine in segno di resa: “sono una bimba, da quando vivo ho visto solo guerra, mi arrendo, ma smettetela adulti”.

Sono bambina, non una sposa

Pubblicato: 15 marzo 2015 da Sicilia più in Attualità
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Manifesto Italiano

di Giorgia Butera

La campagna di sensibilizzazione “Sono Bambina, Non Una Sposa”, partita giorno 21 Settembre 2014 dalla Sicilia, prosegue il suo cammino con grande impegno ed interesse.

L’obiettivo prefissato dalle ideatrici, Giorgia Butera, Alessandra Lucca e Federica Simeoli comincia ad estendersi e concretizzarsi in azioni ed attività.

Giorgia Butera: «Siamo convinte che il sapere diffuso e condiviso, per quanto Giorgia Buterariguarda la condizione dei diritti umani negati, possa contribuire ad una presa di consapevolezza utile ad un fenomeno di cambiamento».

La Campagna di Sensibilizzazione “Sono Bambina, Non Una Sposa”, ha intrapreso l’azione di Partneriato con l’Associazione Hands Off Women.

Abbiamo deciso che la nostra prima missione sarà effettuata in Kenya entro il 2015, proprio in partneriato con la Hands Off Woman.

La nostra logista sul territorio è Simona Malvassori, italiana ma malindina di adozione.

Abbiamo avviato l’organizzazione su territorio italiano di incontri negli SPRAR, nelle scuole ed Istituti Penitenziari.

Il primo incontro è già avvenuto al Carcere Ucciardone di Palermo, dove la direzione ha deciso di farci incontrare i detenuti protetti, ovvero, pedofili, assassini e violentatori.

Abbiamo titolato questo ciclo di incontri “Squilibrio di genere e negazione diritti umani”, affrontando il tema della crescita naturale del bambino, dello squilibrio di genere, dell’abuso di una persona ed, indubbiamente, dei diritti umani negati. Ha partecipato all’incontro anche Valentina Vivona, Psicologa dello SPRAR ed anche lei del team Mete Onlus, l’associazione che promuove la campagna di sensibilizzazione “Sono Bambina, non Una Sposa”.

Stiamo lavorando all’organizzazione di un convegno internazionale in tema giuridico.

La campagna sarà presente all’Expo, il 4 Luglio 2015, all’interno dello Spazio Woman, in occasione di una conferenza tra donne del Mediterraneo.

All’estero abbiamo avviato una serie di rapporti, alcuni istituzionali. Siamo entrate, con ampia diffusione, in Kenya ed in Albania all’interno del Collegio Turco di Tirana. Altri paesi, come la Costa d’Avorio, stanno seguendo con interesse la nostra campagna.

Simonetta Lein, artista a livello internazionale, produrrà dei Murales nella città di Philadelphia con alcune storie da noi documentate. Una potenza visiva non indifferente.

La nostra campagna sarà presto oggetto di tesi di laurea: Enrica Alemanno, laureanda in cultura araba all’Università degli Studi di Bari, dopo aver letto della nostra campagna nel settimanale femminile Gioia, ha deciso di affrontare la questione dei matrimoni precoci e forzati.

Intendiamo, con il nostro impegno, donare conoscenza e consapevolezza.

Obiettivi:

– diffondere la cultura del rispetto, della dignità umana e del diritto alla crescita naturale;

– consolidare il rapporto educazione/istruzione nelle diverse culture;

– fornire informazioni e conoscenza su aspetti legislativi e procedurali relativi al tema delle spose bambine e dei matrimoni precoci e forzati;

– realizzare una mappatura delle varie zone del mondo interessate dal fenomeno;

– contribuire all’alfabetizzazione sociale.

Il matrimonio deve essere una scelta.

Quando viene imposto, soprattutto in età precoce, si tratta di violazione dei diritti umani, con conseguenze fisiche, intellettuali, psicologiche ed emotive. Infatti, è molto probabile che per le ragazze si prospetti una gravidanza, con molti rischi sia personali che per il nascituro, ed una vita sottoposta a sottomissione, anche sessuale.

In molte zone del mondo la tradizione vuole che sposarsi comporti un rafforzamento della famiglia della sposa e la garanzia per quest’ultima di un buon futuro economico. In alcuni casi, il matrimonio significa voler proteggere la giovane, garantendole un uomo “sicuro” al suo fianco.

Bisogna modificare la convinzione culturale che la donna deve essere relegata ad un ruolo subalterno, vittima di un sistema patriarcale.

Riportiamo alcuni dati dell’ONU: nel mondo vi sono 1,8 miliardi di giovani sotto i 24 anni, su una popolazione complessiva di 7 miliardi 300 milioni di persone; nei paesi più poveri il loro numero aumenta sempre più rapidamente e, secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, i giovani raggiungeranno i due miliardi entro la metà del secolo (l’India è il paese con la popolazione più giovane, pari al 30 per cento degli abitanti). La stragrande maggioranza degli under 24 − nove su dieci − vive nei cosiddetti paesi “in via di sviluppo” e affronta pesanti ostacoli per realizzare il proprio diritto all’educazione, alla salute e per vivere una vita libera da violenze. Si stima che 57 milioni di ragazze e ragazzi non vadano a scuola e che ogni giorno 39mila bambine vengano fatte sposare (entro il 2020 altri 142 milioni di piccole seguiranno la stessa sorte).