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La corda e la Sicilia

Pubblicato: 28 ottobre 2015 da Sicilia più in Politica
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di Antonio Malafarina

Oggi riflettevo sul post di Crocetta, che ricorda la citazione di un personaggio de “Il berretto a sonagli”, dove il signor Ciampa in un dialogo con la signora Beatrice parla delle corde che regolano la mente umana: quella civile, quella seria e quella pazza, come a dire che le convenzioni regolano la vita della società nel contrasto tra la finzione e la realtà.

La commedia di Pirandello sfocia poi nel dramma: Beatrice fa arrestare il marito per una tresca con la moglie di Ciampa, ma quest’ultimo non può sopportare l’onta delle corna e pensa al delitto della bellissima moglie per riscattare il proprio onore.IMG_20151028_055828

Amaro lo sfogo di Ciampa: in questa società, governata da convenzioni soltanto i pazzi possono osare di dire la verità. E così tutto finisce in farsa: Beatrice si finge pazza ed afferma di essersi inventata tutto. L’onore è salvo ed il marito pure.

Però in tutto questo non vorrei che Pirandello – e Crocetta – abbiano dimenticato di citare tra le corde anche quella dell’impiccato: quella che le forze politiche, a furia di tirarla, stanno spezzando e, non sapendo come riannodarla, hanno pensato di utilizzare per un suicidio.
In fondo non sarebbe un gran male: spero solo che non decidano di impiccare a quella corda solo la Sicilia.

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di Giulio Ambrosetti

Dicono che sia una “manovrina” per l’assestamento del Bilancio. In realtà, come proveremo a illustrare, quello che il Parlamento siciliano si accinge ad approvare è una “manovrona” che culminerà nel “furto con destrezza” di circa 10 miliardi di Euro dal Bilancio della Regione siciliana. Questo nuovo scippo messo a punto non soltanto dall’assessore all’Economia, Alessandro Baccei,
ma anche da alcuni dirigenti regionali che gli reggono il gioco, si somma ai circa 5,4 miliardi di Euro ai quali il presidente della Regione, Rosario Crocetta, ha rinunciato nell’estate dello scorso anno, firmando il celebre accordo-capestro con il governo nazionale di Matteo Renzi (vero è che Crocetta, a nome di 5 milioni di Siciliani, ha rinunciato per quattro anni agli effetti di una sentenza della Corte Costituzionale favorevole alla Sicilia in materia di Crocetta e Bacceiterritorializzazione delle imposte, ma i 5,4 miliardi di Euro persi in questi quattro anni nessuno li restituirà più alla Sicilia: se ne deduce che, in circa un anno, governo Crocetta e Parlamento siciliano stanno regalando al governo Renzi circa 15 miliardi di Euro!).

Nella vita politica, nonostante i tentativi di rendere difficile la lettura dei conti economici per nascondere la verità ai cittadini, non è impossibile leggere i dati di Bilancio. Basta un po’ di pazienza. Per interpretare alcuni dati non c’è nemmeno bisogno di scomodare la matematica finanziaria: basta conoscere le addizioni e, nel caso di quello che sta succedendo nel Bilancio della Regione siciliana, le sottrazioni. Seguiteci in questo piccolo “viaggio”.

Cominciamo con una delibera della Giunta regionale siciliana del 10 agosto scorso. Tema: il riaccertamento dei residui attivi e passivi previsto dal decreto legislativo n. 118 del 2011. Questa delibera avrebbe dovuto essere spedita al Parlamento dell’Isola. Cosa che non è stata fatta. Solo un cretino può pensare che la presidenza del Parlamento siciliano non sia a conoscenza di questa delibera. Anche perché è pubblicata sul sito ufficiale della Regione. La “notizia” è che il Parlamento siciliano non ha preso atto di questa delibera. E questa è solo la prima scorrettezza istituzionale ai danni dei cittadini siciliani.

Proseguiamo. I residui attivi sono le somme di difficile esigibilità (che, come vedremo, almeno in parte, non sarebbe affatto difficile riscuotere). I residui passivi sono invece le somme impegnate, ma non spese. Contrariamente a quello che è stato detto in modo confuso, ieri, nella seduta del Parlamento siciliano, il decreto legislativo 118 non dice che i residui attivi debbono essere cancellati: al contrario, dice che va accertata la loro natura per verificare se sono esigibili o meno. Possono essere cancellati dal Bilancio – nel nostro caso, dal Bilancio della Regione siciliana – solo se viene accertata l’impossibilità di riscuoterli. Per essere ancora più chiari: la Regione, o meglio, i dirigenti regionali (questo è un compito tecnico che spetta a loro e non all’assessore Baccei) debbono accertare se chi deve soldi alla Regione può pagare o non può pagare. Se l’accertamento viene fatto male, i dirigenti che hanno detto che quei soldi non erano più esigibili potrebbero anche commettere un reato che, in quanto tale, è penalmente perseguibile.

Questa precisazione è necessaria e importante perché, come vedremo, ci sono dirigenti regionali che hanno messo per iscritto di aver chiesto più volte ai creditori – e tra questi creditori ci sono anche alcuni uffici dello Stato italiano – “notizie” sui soldi che lo stesso Stato deve alla Regione siciliana. Ma tali uffici non hanno mai risposto. Questi uffici dello Stato non hanno mai detto, per iscritto, che non possono pagare perché non hanno soldi: cosa che non potrebbero mai dire, perché lo Stato che ha un debito con una Regione non può decidere di non onorare il debito: al massimo, serve una legge con la quale si stabilisce che il debito non c’è più. Ma questa legge non può approvarla il creditore, sennò sarebbe troppo comodo e bello. Questa legge la deve approvare il debitore. Ed è quello che sta facendo il Parlamento siciliano, stabilendo, con una legge di assestamento di Bilancio truffaldina e “ascara” (una legge che può essere approvata solo da deputati “venduti” agli interessi delle burocrazia), che alcuni debiti dello Stato verso la Regione sono inesigibili.

Ma il guaio, a nostro modesto avviso, è che l’amministrazione regionale – e ci riferiamo a qualche alto dirigente regionale – lo sta facendo sulla base di dichiarazioni incomplete, perché lo Stato, come già ricordato, non ha mai messo, per iscritto, che non onorerà il debito perché non ha soldi: lo Stato si è limitato a non rispondere, come hanno giustamente fatto rilevare alcuni dirigenti corretti in un documento che è stato inviato all’assessore, Alessandro Baccei, e al dirigente generale dell’assessorato all’Economia (che in Sicilia si chiama anche Ragioniere generale della Regione), Salvatore Sammartano.

Cosa vogliamo dire con questa premessa? Che a nostro avviso, in questa brutta storia dei residui attivi dichiarati precipitosamente inesigibili qualcuno rischia di finire in galera (se vi interessa scoprire quali sono i debiti che gli uffici dell’assessorato regionale all’Economia hanno dichiarato “inesigibili” leggete qui: scoprirete che, tra i beneficiari di questi 5 miliardi di Euro che la Regione siciliana sta regalando c’è anche lo Stato: soldi che lo Stato deve alla Regione e che, con l’approvazione della Legge di assestamento di Bilancio 2015, la Regione non vedrà mai più; il tutto, è il caso di dirlo, a norma di legge).

Ma questa volta, come già ricordato, qualcuno rischia. Sempre che in Italia – e in particolare a Palermo – ci sia ancora uno Stato di diritto: cosa di cui cominciamo a dubitare, sia alla luce di questa incredibile legge regionale di assestamento di Bilancio contrassegnata da dichiarazioni incomplete, sia alla luce dei fatti e dei misfatti in materia di gestione dei beni sequestrati alla mafia, se è vero che le altrettanto incredibili denunce di Pino Maniaci, nei fatti, non hanno sortito gli effetti che tutti si attendevano. Ma questa è un’altra storia.

Torniamo alla legge di assestamento di Bilancio “ascara”. Lo scippo di oltre 10 miliardi di Euro ai danni della Regione si evidenza in una pagina di questa futura legge. Dove, a chiare lettere, si legge che, al 31 dicembre 2014, la Regione siciliana presenta un avanzo di amministrazione pari a circa 6 miliardi e 400 milioni di Euro. L’avanzo di amministrazione non è altro che il dato di sintesi dell’intera gestione finanziaria dell’Ente pubblico in questione, nel nostro caso della Regione siciliana. Se, considerando tutte le partite di dare e avere, scaturisce un risultato positivo si parla, per l’appunto, di avanzo di amministrazione; se il risultato è negativo, si parla invece di disavanzo di amministrazione. Questa breve digressione ci serve per illustrare ai nostri lettori che la Regione siciliana, al 31 dicembre dello scorso anno, considerati i crediti che vanta, aveva un attivo di 6 miliardi e 400 milioni di Euro.

Cosa stanno facendo Baccei, i dirigenti regionali che reggono il gioco all’assessore – a cominciare dal Ragioniere generale – e il Parlamento che approverà questa legge? Stanno cancellando dal Bilancio regionale 2015, in un solo colpo, 10 miliardi e 795 milioni di Euro di residui attivi. Con questa mossa si passa da un avanzo di amministrazione di 6 miliardi e 400 milioni di Euro circa a un disavanzo di amministrazione di 4 miliardi e mezzo. A questo disavanzo vanno sommati i soldi recuperati dai residui passivi (le somme che erano impegnate, ma non spese): circa 2 miliardi e mezzo di Euro recuperati. Che portano il disavanzo a un miliardo e 900 mila Euro.

Come potete notare, siamo passati da un avanzo a un disavanzo di amministrazione di quasi 2 miliardi di Euro. Se a tale disavanzo sommiamo la parte di fondi da accantonare (circa 540 solo per pagare i mutui), 4,4 miliardi di Euro per la parte di spesa vincolata (le spese che la Regione, almeno sulla carta, dovrebbe pagare obbligatoriamente: scriviamo “sulla carta” perché, da qualche anno, la Regione, ad esempio, non paga per intero le Aziende sanitarie provinciali e le Aziende ospedaliere) e 53 milioni di Euro circa per gli investimenti, il disavanzo 2015 vola a 6 miliardi e 900 milioni di Euro.

Come i nostri lettori possono notare – l’abbiamo scritto all’inizio e ora lo ribadiamo – non siamo davanti a una “manovrina”, ma a una “manovrona”. Se avete seguito il dibattito di questi giorni al Parlamento siciliano dedicato a tale tema (le sedute del Parlamento siciliano sono in diretta on line), vi sarete accorti che nessuno vi ha illustrato questi dati: né l’assessore Baccei, né i deputati. In pratica, stanno rubando dal Bilancio regionale 2015 circa 10 miliardi e 800 milioni di Euro circa e nessuno dice nulla.

A questo punto dobbiamo dire perché, i nostri colleghi scrivono che l’eliminazione dei residui attivi ammonta a circa 5 miliardi di Euro e non a 10 miliardi di Euro. Hanno ragione i nostri colleghi, ma abbiamo anche ragione noi. Noi, infatti, abbiamo scritto che Baccei e la sua allegra combriccola stanno eliminando 10 miliardi e 800 milioni di Euro dal Bilancio regionale 2015. Con grande astuzia, Baccei e Sammartano, dei 10 miliardi e 800 milioni di Euro che stanno facendo sparire hanno inseriti solo circa 5 miliardi di residui attivi da eliminare. Gli altri 5 miliardi e 800 milioni di Euro circa li hanno inseriti fra le entrate del 2016 e del 2017. Bisogna capirli: fare sparire 10 miliardi e 800 milioni di Euro sarebbe stato troppo pesante. Così ci dicono – con accertamenti incompleti da parte di alcuni dirigenti, come abbiamo già sottolineato – che di questi 10 miliardi e 800 milioni di Euro, solo 5 miliardi circa sono “inesigibili” e vanno eliminati. Gli altri la Regione li “recupererà” tra le entrate nel 2016 e nel 2017. Scommettiamo che, il prossimo anno, diranno che anche i 5 miliardi e 800 milioni di Euro circa sono “inesigibili” e li inseriranno tra i residui attivi da eliminare?

Quali saranno gli effetti di questa “manovrina”? Li abbiamo già sotto gli occhi in queste ore. Migliaia di studenti disabili non possono recarsi a scuola perché non ci sono i soldi per il trasporto. Se dovessero trovare il modo di arrivarci potrebbero non trovare l’insegnate di sostegno. Perché il governo Renzi – quello che “l’Italia ha svoltato” – ha scoperto che la competenza sulla scuola è della Regione (in realtà non è così per le scuole superiori) e quindi il servizio lo deve pagare la Regione: quella Regione alla quale ha tolto i soldi calpestando l’Autonomia siciliana. Matteo_Renzi_crop_newRenzi è così: quando gli conviene la Sicilia è “autonoma”; quando non gli conviene gli ruba i soldi.

Poi ci pensano la Regione di Crocetta e i Comuni a trovare i soldi. Come sta facendo a Palermo il sindaco Leoluca Orlando: non ha i soldi per far partire il Tram? Ecco il prelievo di 120 Euro a testa per i palermitani con le Ztl. 120 Euro che vanno a sommarsi alla TARI e alla TASI più care d’Italia, alle aliquote IRPEF e IRAP ai massimi livelli.

Fa tutto il centrosinistra: il governo nazionale di centrosinistra toglie 10 miliardi e 800 milioni di Euro dal Bilancio regionale 2015; il Parlamento siciliano – a maggioranza di centrosinistra – si appresta a votare una legge che regolarizza questo scippo; il governo di centrosinistra di Crocetta ha già regalato a Renzi, come già ricordato, 5 miliardi e 400 milioni di Euro. E il Comune di Palermo si appresta a scippare ai cittadini altri 120 Euro.

In più il PD – che è al centro di questi scippi – celebra, sempre a Palermo, la Festa dell’Unità renziana. Avendo cura, ovviamente, di far partecipare solo quelli che nascondono ai cittadini tutte le schifezze contro 5 milioni di Siciliani delle quali sono responsabili deputati e dirigenti del PD siciliano in combutta con Renzi.

da La Voce di New York

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di Antonella Leto

Il Forum Siciliano dei Movimenti per l’Acqua ed i Beni Comuni  ha scritto al presidente Crocetta per sollecitare una sua forte presa di posizione in conferenza stato-regioni contro i decreti attuativi dello Sblocca-Italia del governo Renzi, ed in particolare contro l’art.35 sulla gestione dei rifiuti, e chiede che la Regione Siciliana deliberi per il referendum abrogativo dell’art. 35 del decreto sviluppo del governo Monti, allo scopo di bloccare i processi autorizzativi sulle trivellazioni a mare per la ricerca di idrocarburi e gas.

Le due iniziative promosse rispettivamente da Zero-Waste Sicilia e dal Coordinamento Nazionale No-Triv, già componenti del nostro Forum regionale,  sono supportate da un’ampia documentazione che abbiamo nuovamente trasmesso al Presidente, nella quale si evidenziano le ragioni etiche, tecniche e scientifiche che dovrebbero indurre Crocetta a farsi interprete dell’interesse collettivo del nostro territorio, concorrendo a determinare una opposizione convinta ai decreti attuativi ed a promuovere, insieme ad almeno altre quattro regioni, entro il 30 settembre il referendum abrogativo.

Riteniamo indispensabile che la nostra regione si doti di una politica energetica rivolta all’uscita dal fossile ed orientata alle energie rinnovabili ed al recupero di materia anziché all’incenerimento, NOINC2anche in considerazione dei mutamenti climatici in atto ai quali la conferenza sul clima di Parigi del dicembre 2015 dovrà dare risposta.

Crediamo che gli obiettivi di salvaguardia della salute dei cittadini e la tutela dei nostri mari debbano indurre a promuovere politiche di salvaguardia e sostenibilità ambientale; che con la conversione ecologica, che promuoviamo, si possa contribuire ad aumentare i livelli occupazionali nei settori del turismo e dell’impiantistica necessaria alla conversione energetica, dando ossigeno all’economia siciliana anziché favorire gli interessi di gruppi finanziari che poco o nulla lasciano sul territorio.

Auspichiamo pertanto, insieme a moltissime altre associazioni e personalità della cultura a livello nazionale, che il nostro appello possa essere accolto e che la Sicilia imbocchi un percorso virtuoso che faccia gli interessi della collettività.

Aderiamo a tutte le manifestazioni di ordine regionale e nazionale che sostengono questi obiettivi comuni.

Forum Siciliano dei Movimenti per l’Acqua ed i Beni Comuni.

Ormai la politica siciliana ha preso una deriva trasformista. Chi ha creduto nella “Rivoluzione” di Crocetta si ritrova un governo di centro con l’apporto della destra. E chi ha votato per il Nuovo Centrodestra “scopre” di avere eletto al Parlamento siciliano soggetti che governano con il centrosinistra. Una pagliacciata politica fatta solo di poltrone

di Angelo Forgia*  

Nel 1970 l’idea che ci potesse essere un estremismo di sinistra non venne accettata dalle sinistre, i cui esponenti chiesero, addirittura, la rimozione del Prefetto Mazza. La storia, però, avrebbe dato ragione al Prefetto e torto ai partiti di sinistra. Perché il terrorismo rosso – le Brigate Rosse, per l’appunto – diventerà realtà. Ma non è di questo che oggi vogliamo parlare. Oggi, partendo dalla storia degli “opposti estremismi”, vogliamo segnalare la presenza, tutta siciliana, degli “opposti trasformismi”.

Cosa intendiamo con la formula “opposti trasformismi”? Semplice: la presenza di due forme di

trasformismo politico che oggi governano la Sicilia con risultati modesti, se non negativi: il trasformismo del PD e il trasformismo del Nuovo Centrodestra Democratico del Ministro Angelino Alfano. Il primo è un trasformismo di sinistra, o meglio, di centrosinistra (più centro che sinistra, in verità). Il secondo è un trasformismo più marcato, se si vuole peggiore del primo.

E’ importante intendersi sulla nozione di trasformismo. In politica per trasformismo s’intende la sostituzione del confronto aperto tra maggioranza (che governa) e opposizione (che controlla l’attività di governo) con la cooptazione, nella maggioranza, di parlamentari dell’opposizione per esigenze di potere. Il teorico del trasformismo politico è stato Agostino Depretis, ex garibaldino, che nel 1882 era addirittura il leader della Sinistra liberale nel Parlamento italiano, nonché capo del governo di quegli anni. Depretis sollecitava esponenti della Destra storica ad entrare nella maggioranza di governo. Di fatto, il trasformismo è una degenerazione della democrazia e dell’attività parlamentare, perché i primi ad essere raggirati sono gli elettori, che eleggono un deputato o un senatore moderato che, invece, va a far parte di un governo di colore politico opposto (e viceversa).

Il trasformismo, ai tempi di Depretis, bloccava le istanze progressiste del Parlamento. L’allora capo del governo italiano utilizzava i parlamentari moderati per neutralizzare le istanze progressiste.

Anche quella di Renzi è una forma di trasformismo. Prendiamo il caso della “riforma” del Senato. Di fatto, Renzi vorrebbe un Senato non elettivo con competenze di gran lunga meno importanti rispetto a quelle che gli assegna la Costituzione italiana del 1948. La sinistra del PD si oppone. E Renzi punta a far approvare il depotenziamento del Senato con i voti del Nuovo Centrodestra di Alfano (partito nato da una costola di Forza Italia). E siccome i voti di Alfano e dei suoi non bastano, ha “imbarcato” anche Verdini e altri senatori eletti nel centrodestra di Berlusconi.

In questo caso abbiamo un esempio spureo di “opposti trasformismi”: c’è il trasformismo di Renzi, che ha trasformato il PD – un partito che dovrebbe essere di sinistra – in una formazione politica centrista. Quello di Renzi, paradossalmente, è un trasformismo tutto sommato onesto: l’attuale capo del governo non ha mai detto di essere di sinistra, anzi è orgoglioso delle sue origini democristiane, e non ha mai nascosto l’obiettivo di mettere all’angolo (la formula che ha utilizzato è “rottamare”) tutti gli esponenti del vecchio Pci. Renzi, insomma, è trasformista fino a un certo punto: i veri trasformisti, se proprio dobbiamo essere corretti, sono gli elettori della sinistra – cioè gli elettori che provengono dal vecchio Pci o dalla tradizione socialista – che votano per lui. Perché un elettore di sinistra non dovrebbe votare per il PD di Renzi, in quanto quest’ultimo, correttamente, non nasconde le proprie origini moderate e la propria azione politica moderata, molto vicina alla Germania governata dalla Merkel.

Diverso, ma fino a un certo punto, è il discorso per gli alfaniani a livello nazionale. Alfano e i parlamentari che lo seguono sono stati eletti nel centrodestra e governano in un governo di centrosinistra. Anche in questo caso Alfano e i suoi, a Roma, sono trasformisti a metà, perché il governo Renzi, come già accennato, più che di centrosinistra è di centro. Alla fine, anche per l’azione di governo – cioè per i provvedimenti adottati dal governo Renzi, che non sono certo di sinistra -, i problemi sono più per gli elettori di centrosinistra che per i (pochi, in verità) elettori di Alfano.

In Sicilia, invece, lo scenario cambia completamente. Nella nostra Regione assistiamo in modo palese a due “opposti trasformismi”: il trasformismo del governo di Rosario Crocetta e il trasformismo degli alfaniani siciliani. Crocetta, nella campagna elettorale del 2012, si era presentato come un candidato di sinistra. Lui stesso, dopo la sua elezione, peraltro molto risicata e frutto delle divisioni del centrodestra, parlava di “Rivoluzione”. I risultati, in verità, sono modesti, se non fallimentari.

Potremmo parlare della vicenda del Muos di Niscemi, che Crocetta è riuscito a trasformare (parola corretta, perché si tratta sempre di trasformismo…) in una mezza operetta. O della vicenda dei rifiuti, con le discariche – in buona parte private – al posto della raccolta differenziata. Due clamorose smentite del programma di Crocetta. Per non parlare delle politiche del lavoro, se è vero che l’attuale governo regionale ha penalizzato costantemente i lavoratori: formazione, operai della Forestale, dipendenti regionali, medici pubblici (questi ultimi con le retribuzioni bloccate da sei anni e con una continua riduzione delle strutture sanitarie).

Certo, molti dei fallimenti di Crocetta sono imputabili alla sua oggettiva inadeguatezza (basti pensare all’accordo-capestro che ha firmato lo scorso anno con il governo Renzi, rinunciando per quattro anni agli effetti positivi di alcuni pronunciamenti della Corte Costituzionale in materia di rapporti finanziari tra Stato e Regione: in pratica, postergando l’arrivo nelle casse della Regione, oggi a secco, di oltre 5 miliardi di Euro: una vera e propria follia della quale lo stesso presidente della Regione si è pentito, anche se in ritardo). Però, nel suo caso, il trasformismo c’è: e coinvolge tutti i partiti che lo sostengono nel Parlamento siciliano. In pratica, pur di mantenere il potere, Crocetta e il PD stanno tradendo gli impegni assunti con i propri elettori.

Uguale e contrario – e per certi versi di gran lunga peggiore – è il trasformismo del Nuovo Centrodestra siciliano. Alla fine, il partito di Alfano, a livello nazionale, non supera l’1 per cento. Il 4% delle elezioni europee raggranellato da questa formazione politica è stato “drogato” dalla gestione del Ministero degli Interni: cosa che non sarà più possibile, sia perché la presenza nel governo Renzi e gli scandali – Mafia Capitale in testa – hanno logorato Alfano e i suoi, sia perché alle prossime elezioni politiche il Movimento 5 Stelle dovrebbe monitorare i voti in ogni angolo d’Italia, sezione per sezione, per evitare che si ripeta lo “scherzetto” delle europee. Ma se a livello nazionale il Nuovo Centrodestra è in caduta libera, in Sicilia conserva ancora un 5-6 per cento e forse anche qualcosa in più. Si tratta di deputati del Parlamento siciliano eletti, nel 2012, da un elettorato di centrodestra. E si tratta di deputati che, in questa legislatura, hanno più volte criticato Crocetta. Ma adesso i parlamentari regionali del Nuovo Centrodestra siciliano, per una mera questione di poltrone, vorrebbero entrare a far parte del governo Crocetta. Una contraddizione rispetto alla loro elezione e un tradimento nei confronti dei loro elettori.

Siamo davanti, insomma, a una degenerazione della democrazia e della vita parlamentare. Con “capitomboli” politici di bassissimo livello. Con Crocetta che, fino a qualche mese fa, ripeteva a destra e a manca che mai e poi mai avrebbe “imbarcato” nel suo governo il Nuovo Centrodestra. E con i deputati regionali del Nuovo Centrodestra che hanno detto peste e corna del governo Crocetta e che, adesso, si stanno “imbarcando” nello stesso governo che hanno aspramente criticato.

Siamo allo squallore della vita politica e parlamentare. Una manifestazione di “opposti trasformismi” che ha il sapore di una pagliacciata politica.

* Nella vita Angelo Forgia si occupa di agricoltura. Ma ha sempre avuto la passione per la politica. Cresciuto nella sinistra, ha creduto, nell’estate del 2012, all’avventura di Rosario Crocetta, allora candidato alla presidenza della Regione siciliana nel centrosinistra, che si presentava come il presidente che avrebbe attuato una “rivoluzione”. Angelo Forgia è stato tra i fondatori del Megafono – il movimento politico legato al presidente della Regione – ed è stato protagonista dei “Circoli per Crocetta”. Erano, questi “Circoli”, siciliani che, nelle città e nei paesi dell’Isola, nel 2013, davano vita a piccoli nuclei di sostegno all’azione del governo Crocetta. 

Oggi Forgia non è più accanto a Crocetta. Non coordina i “Circoli” – che in verità sembrano spariti – e non è nel Megafono, che forse è sparito con i “Circoli”. La “Rivoluzione” annunciata da Crocetta si è trasformata in una mera gestione del potere. E lo stesso Crocetta, come racconta in questo articolo Forgia, non ha nulla a che vedere con la Sinistra, con i valori ai quali si ispiravano il Megafono ed i “Circoli”. 

In quest’analisi non c’è soltanto l’amarezza per un’esperienza politica e amministrativa fallita, ma anche lo sforzo di interpretare il trasformismo. O meglio, gli “opposti trasformismi”: il trasformismo di Crocetta, che si è rimangiato quasi tutto il programma politico del 2012 ed il trasformismo del Nuovo Centrodestra, che sta utilizzando i voti dei moderati siciliani per puntellare un governo che gli stessi elettori moderati siciliani detestano. 

Da La Voce di New York.

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“E’ inutile che ci giriamo attorno: il sistema politico siciliano è bloccato. La legge che, nel 2001, ha introdotto l’elezione diretta del presidente della Regione, continua a mostrare tutti i suoi limiti. Per sbloccare il sistema bisogna separare i destini del Parlamento dell’Isola da quello del presidente della Regione”.

Lo afferma il parlamentare nazionale del PD, Giuseppe Lauricella, che ieri ha preso parte all’assemblea regionale del Partito Democratico della Sicilia.
“Con la legge attuale – dice sempre Lauricella – se la maggioranza dei parlamentari di Sala d’Ercole sfiducia il capo della Giunta regionale, Governo e Parlamento dell’Isola decadono simultaneamente. Questo, di fatto, “impedisce” ai parlamentari di sfiduciare il presidente della Regione, anche se, come nel caso di Rosario Crocetta, tutti denunciano la sua inadeguatezza”.
“Serve una norma che consenta al Parlamento dell’Isola di cambiare il presidente della Regione quando le condizioni politiche lo richiedono, lasciando in carica i parlamentari di Sala d’Ercole fino alla scadenza naturale del mandato. Questo sbloccherebbe il sistema politico siciliano, perché consentirebbe ai deputati dell’Assemblea regionale siciliana di esercitare con libertà il proprio mandato popolare, restituendo centralità al ruolo del Parlamento siciliano”. La responsabilità di governo va attribuita alla maggioranza che vince le elezioni e non ad solo soggetto.

“Dobbiamo prendere atto – conclude Lauricella – che è stato un errore, sia nelle elezioni regionali sia nei Comuni creare i presupposti per una sorta di “cesarismo”, sia tra i presidenti di Regione, sia tra i sindaci. Se con una legge ridaremo centralità al ruolo del Parlamento siciliano, è probabile che la Sicilia – com’è capitato nel passato con altre leggi – faccia da apripista a tutto il Paese”.

Le polemiche di queste ore, a prescindere dalla veridicità di certe contestate intercettazioni, ci dicono che una stagione politica si è conclusa. Occorre una svolta profonda. Alla Sicilia servono un nuovo Parlamento e un nuovo governo. Sostituendo tutti gli assessori e i burocrati che hanno operato nei governi Lombardo e Crocetta

di Angelo Forgia*

Le polemiche di questi giorni che hanno investito la Sicilia, al di là della veridicità di certe intercettazioni, ci consegnano con chiarezza un dato politico inoppugnabile: è iniziato il periodo del post Rosario Crocetta. Piaccia o no, ma nel bene e nel male una stagione si è chiusa. Non resta che tirare i bilanci, in verità un po’ magri, e capire come avviare la transizione.

La fretta, recita un vecchio adagio, è sempre una cattiva consigliera. Per questo è necessario mantenere i nervi saldi. La fine anticipata della legislatura sembra ormai dietro l’angolo.

Angelo Forgia

Angelo Forgia

Anche se ancora non sappiamo se sarà il governatore Crocetta a prendere atto dell’impossibilità di proseguire la sua esperienza di governo o se saranno i deputati del Parlamento siciliano, con le proprie dimissioni (servono le dimissioni di 46 parlamentari su 90), a mettere la parola fine a questa legislatura.

In questo senso, sono molto importanti le dimissioni già rassegnate da Nino Malafarina, parlamentare della Lista Crocetta-Megafono, e le dimissioni del parlamentare del PD, Fabrizio Ferrandelli. Due atti di grande dignità politica. Non sappiamo se a queste ne seguiranno altre. Ma sappiamo con certezza che, prima di sciogliere la legislatura il Parlamento siciliano dovrà approvare tre leggi: la nuova legge elettorale, la legge Sblocca Sicilia e la legge per il ritorno alla gestione pubblica dell’acqua. Dovrebbe esserci anche la legge sui Liberi Consorzi di Comuni e sulle tre Città Metropolitane di Palermo, Catania e Messina. Ma su questo fronte abbiamo la sensazione che potrebbe trattarsi di fatica inutile, alla luce dell’applicazione del Decreto legislativo n. 118 del 2011 che, com’è noto, potrebbe provocare problemi a tantissimi Comuni siciliani. E in ogni caso, considerate le divisioni che attraversano trasversalmente la politica siciliana sulla gestione del Liberi Consorzi di Comuni (che, com’è noto, dovrebbero sostituire le Province), sembra più logico evitare d’impantanare il Parlamento dell’Isola in discussioni che andrebbero per le lunghe.

A nostro modesto avviso, l’emergenza è rappresentata dalla nuova legge elettorale. Non ci sembra logico andare al voto per rinnovare l’Assemblea regionale siciliana con la legge elettorale del 2001. Sarebbe una follia. Com’è noto, i deputati passeranno da 90 a 70. Votare con la vecchia legge elettorale significherebbe portarsi dietro un listino di 7 deputati che toglierebbero sette seggi a chi avrebbe alle spalle il consenso popolare. Per eleggere sette soggetti privi di consenso popolare. Il tutto per non avere nemmeno la matematica certezza di garantire la maggioranza d’Aula al futuro presidente della Regione.

Con tre candidati, infatti (e non meno di tanti dovrebbero essere a contendersi la presidenza della Regione siciliana: uno di centrodestra, uno di centrosinistra e un grillino), c’è – in questo caso sì – la matematica certezza, che il futuro presidente, con i sette deputati del listino, non avrebbe la maggioranza a Sala d’Ercole, la sede del Parlamento siciliano.

Ricordiamo che esiste già un disegno di legge di riforma della legge elettorale approvato dalla prima Commissione del Parlamento dell’Isola (Affari istituzionali). In base a questo disegno di legge, il listino viene abolito e i sette seggi vengono così ripartiti: uno al presidente della Regione eletto; un secondo seggio al secondo classificato nella “corsa” alla presidenza della Regione; mentre i restanti cinque seggi vanno assegnati ai candidati delle liste che, in proporzione ai collegi, hanno ottenuto i migliori risultati. Questa, insomma, potrebbe essere la base di partenza per approvare una nuova legge elettorale.

La seconda legge che il Parlamento siciliano deve discutere e approvare prima dello scioglimento è la riforma del servizio idrico. La Commissione Ambiente ha già varato un testo. Non resta che mandarlo in Aula per la discussione e l’approvazione. Dicono che Renzi e i renziani lo vorrebbero affossare per arrivare al commissariamento della Regione su questa materia. Noi non ci crediamo. Perché il commissariamento lascerebbe ai privati la gestione dell’acqua in Sicilia. Facendo un grande favore a soggetti che, spesso, in Sicilia potrebbero coincidere con i mafiosi. Ai quali si lascerebbe la possibilità di intercettare i fondi della Programmazione europea 2014-2020 in materia di opere idriche. Ovvero centinaia e centinaia di milioni di euro. Conoscendo la sensibilità del Presidente del Consiglio, Renzi, e del leader dei renziani siciliani, Davide Faraone, in materia di lotta alla mafia, siamo certi che mai e poi mai lascerebbero tale opportunità ai poteri oscuri. Per non parlare del fatto che, nel 2011, il popolo italiano, con un referendum, si è pronunciato in favore della gestione pubblica dell’acqua. Ripetiamo: il popolo italiano vuole la gestione pubblica dell’acqua e non la semplice acqua pubblica, perché l’acqua è già pubblica!

Detto questo, sarebbe bene che la politica siciliana si apprestasse ad imprimere una vera svolta. A cominciare dall’antimafia, che non può più essere quella di facciata. Evitando, anche, di riproporre schemi e personaggi che ormai fanno parte del passato. Siamo tutti addolorati delle polemiche che in queste ore investono la famiglia di Paolo Borsellino, personaggio che è un patrimonio di tutti i Siciliani. Detto questo, serve una svolta anche rispetto alle figure che hanno caratterizzato gli ultimi due governi della Regione. Ci riferiamo alle figure politiche e alla burocrazia. Noi riteniamo che tutti i personaggi che hanno fatto parte dell’esperienza Crocetta – tutti, nessuno o nessuna esclusa – non debbano essere riproposti e riproposte. Servono volti nuovi, sia per la guida degli assessorati, sia per la guida dei dipartimenti. Anche per dare ai Siciliani il segnale – vero – che si volta finalmente pagina.

Angelo Forgia, nella vita, si occupa di agricoltura. Ma è anche un appassionato di politica. Ma di una politica fatta in mezzo alla gente: nei movimenti e non nei partiti tradizionali. Oggi commenta la crisi della Regione siciliana. Ipotizzando il voto anticipato per la prossima primavera. Sognando una svolta a partire dal basso.

da La Voce di New York

L’opinione. Il governo Crocetta è ormai al capolinea. Anche la nomina di un esponente del PD – Baldo Gucciardi – alla gestione della sanità siciliana non cambia lo scenario. Con molta probabilità, nella prossima primavera si andrà al voto. Per questo è necessaria una svolta civica che vada al di là dei partiti tradizionali ormai poco credibili

di Angelo Forgia*

E’ inutile girare attorno al problema: il governo regionale di Rosario Crocetta è ormai al capolinea. A questa conclusione si arriva non perché Matteo Renzi ha fatto sapere che la Sicilia potrebbe essere chiamata al voto presto – a quanto sembra di capire, nella primavera del prossimo anno – ma perché le condizioni politiche, sociali e finanziarie della Regione non consentono il proseguimento di questa legislatura. Anche la nomina di un esponente del PD, Baldo Gucciardi, ad assessore alla Salute, non cambia molto lo scenario. Detto questo, ci sembrano opportune alcune considerazioni sul bilancio fallimentare del governo e sulle prospettive politiche.

In questi giorni il PD siciliano – e segnatamente l’area renziana di questo partito – sta provando a scaricare sul Presidente Crocetta tutte le responsabilità di un’esperienza di governo che non ha brillato per lungimiranza. Ora, il governatore dell’Isola ha di certo grandi responsabilità, ma questo non assolve gli altri protagonisti del governo, con riferimento ai partiti. E non ci riferiamo solo alle forze politiche che hanno appoggiato Crocetta, ma anche alle opposizioni: basti pensare che, la scorsa settimana, a Sala d’Ercole – la sede del Parlamento dell’Isola – il governo è stato salvato da Forza Italia e dal Movimento 5 Stelle.

Si badi, non si è trattato di un caso isolato. Non dobbiamo dimenticare che, ad inizio legislatura, i grillini hanno appoggiato il governo Crocetta in più occasioni; per non parlare dei deputati di Forza Italia che hanno approvato il mutuo da un miliardo di euro.

Anche il PD non ha molte attenuanti. Una parte di questo partito ha sempre appoggiato il governo. Lo stesso Crocetta, proprio per salvaguardare i propri equilibri interni al Partito Democratico, non ha esitato a sacrificare il Megafono. Per un anno abbiamo assistito a baruffe tra Crocetta e il PD. Con il secondo governo il Presidente della Regione ha “imbarcato” la cosiddetta area Dem di Giuseppe Lupo. Con il terzo governo – l’attuale – Crocetta ha tirato dentro i renziani, l’area che fa capo ad Antonello Cracolici e persino una parte della cosiddetta area Cuperlo. Insomma, per dirla tutta, solo una parte dell’area Cuperlo della Sicilia è rimasta fuori dal governo. Questi, per carità, hanno titolo per criticare Crocetta. Ma i vari Davide Faraone, Antonello Cracolici e lo stesso segretario regionale di questo partito, Fausto Raciti, a che titolo attaccano Crocetta?

In politica bisogna dire la verità. Chi è responsabile del fallimento della Formazione professionale? Dov’erano i partiti di governo quando sono stati mandati al “macero” quasi 10 mila dipendenti di questo settore per consegnare le future risorse del Fondo sociale europeo ai privati che passano per imprenditori, ma che sono solo degli imprenditori falliti che, da decenni, vivono abbarbicati alla spesa pubblica, tra Camere di Commercio ed enti regionali vari? E chi sta gestendo in modo fallimentare i servizi per il lavoro? E le risibili politiche turistiche, imperniate sul clientelismo ad personam, chi le sta manovrando?

Certo, oggi che tutto sta crollando, è facile scaricare i fallimenti politici e amministrativi sul Presidente della Regione. Un personaggio che – lo ribadiamo – ha pesanti responsabilità: a cominciare dall’accordo che lo stesso Crocetta ha siglato a Roma, proprio con Renzi, lo scorso anno, rinviando di ben quattro anni l’applicazione di una sentenza della Corte Costituzionale che avrebbe consentito alla Regione di incassare quasi 5 miliardi di euro. Magari la Regione non li avrebbe incassati tutti subito: ma con questo titolo di credito avrebbe potuto, con semplici operazioni finanziarie, fronteggiare la pesante situazione di “cassa”.

Invece, oggi, assistiamo a una grande mistificazione. Con Crocetta che, su facebook, attacca Faraone, ma dice solo mezze verità: dice che le finanze della Regione sono state saccheggiate, ma non attacca Renzi – che è il vero saccheggiatore – nella speranza (vana?) di un’improbabile candidatura “blindata” all’ombra dell’Italicum.

Però la verità, come ci ricorda Gramsci, “è sempre rivoluzionaria”. E la verità è che i renziani del PD siciliano – con in testa Faraone – stanno tradendo e pugnalando la Sicilia. Una Regione massacrata dai prelievi operati dal governo Renzi. Un governo che, dopo aver saccheggiato quasi 10 miliardi di euro, restituisce appena 300 milioni di euro. Il tutto in uno scenario di menzogne, complice un’informazione carente, se non di parte, che nasconde la verità. Così anche i leghisti veneti – disinformati dai giornali di Berlusconi e dai silenzi del PD renziano – attaccano la Sicilia per questi 300 milioni di euro. Non sapendo che Roma ha strappato alla Regione siciliana circa 10 miliardi di euro! Una vergogna!

Ma queste verità nascoste, anzi le menzogne avallate da berlusconiani e PD renziano (che strana coppia, no?), ci consentono di guardare alle prospettive politiche della Sicilia con una diversa luce. Noi non siamo tra quelli che, guardando al PD, fanno di tutta l’erba un fascio. In questo partito ci sono sensibilità diverse da Renzi e dal renzismo.  Alcune hanno già lasciato questo partito per dare vita a un nuovo soggetto politico: penso a Civati, a Cofferati, a Fassina e a tanti altri. Ma tanti sono ancora dentro questo partito. Rimangono con grande sofferenza, perché non vogliono regalare tutto a Renzi e alle massonerie finanziarie tedesche che foraggiano (e quindi controllano) l’attuale capo del governo italiano.

Oggi – guardando anche alla ferocia con la quale la “presunta” Unione Europea sta imponendo alla Grecia un’umiliazione incredibile (nemmeno americani, russi e inglesi, subito dopo la seconda guerra mondiale, a Yalta, imposero simili condizioni ai tedeschi, che pure si erano macchiati di un genocidio: una responsabilità di gran lunga più grave dei 320 miliardi di debiti della Grecia!) – bisogna pensare, proprio a partire dalla Sicilia, a qualcosa di diverso. Mettendo al primo punto la libertà.

Il tempo stringe. E i vecchi partiti, ormai compromessi, in Sicilia come a Roma, non sono nelle condizioni di proporre soluzioni credibili. E’ bene che la parola passi ai movimenti. Sotto questo profilo – concetto che una volta abbiamo già espresso – l’esperienza dell’attuale sindaco di Agrigento, Calogero “Lillo” Firetto, ci sembra un buon esempio da cui partire. Firetto è partito dai movimenti civici. Ed ha costretto i partiti a seguirlo. Dalla Sicilia – da sempre “laboratorio politico” destinato a fare da apripista a soluzioni politiche nazionali – può partire un messaggio di libertà, rivolto anche al popolo greco, al quale la nostra Isola è legata da cultura e tradizioni. Serve una svolta che deve partire dal “basso”.

*Angelo Forgia, nella vita, si occupa di agricoltura. Ma è anche un appassionato di politica. Ma di una politica fatta in mezzo alla gente: nei movimenti e non nei partiti tradizionali. Oggi commenta la crisi della Regione siciliana. Ipotizzando il voto anticipato per la prossima primavera. Sognando una svolta a partire dal basso.

da La Voce di New York

Due esponenti storici del Megafono, Tommaso Lima e Angelo Forgia, prendono le distanze dal governo Crocetta e dal PD: “Fallimentare anche la lotta alla mafia. Ci riprendiamo la nostra libertà di pensiero e di azione”

di Giulio Ambrosetti

Sono sempre stati alleati di Rosario Crocetta. Con lui sin dalla prima ora, quando tra la primavera e l’estate del 2012 vedeva la luce la candidatura dell’attuale presidente della Regione. Tommaso Lima e Angelo Forgia sono tra i fondatori del Megafono. Il primo è stato il coordinatore di Palermo del movimento che fa capo al governatore dell’Isola e al senatore Giuseppe Lumia. Mentre Angelo Forgia è stato l’animatore e il responsabile dei Circoli del Megafono di Palermo e provincia. Ma adesso Tommaso Lima e Angelo Forgia – che non sono mai entrati a far parte del ‘Cerchio magico’ del presidente della Regione – annunciano il ‘divorzio’ da Crocetta.

“Davanti all’immobilismo del governo regionale di Rosario F91CE539-2257-11Crocetta e alla lenta, ma inesorabile decomposizione del PD siciliano – scrivono in un comunicato – non possiamo che riprenderci la nostra libertà di pensiero e di azione”. Una presa di distanza da Crocetta, che si era presentato come “autonomo” durante la campagna elettorale alle elezioni regionali del 2012. Un autonomia che, piano piano, ha finito con lo stemperarsi nelle vicissitudini del Partito Democratico.

La nostra presenza, accanto all’esperienza di Crocetta – sottolineano Tommaso Lima e Angelo Forgia nel comunicato – è sempre stata politica. Siamo sempre stati interessati a un progetto politico di cambiamento della Sicilia a partire dal basso. Ma ormai da troppo tempo, nell’esperienza di questo governo regionale, non si colgono segnali di effettivo cambiamento. Lo stesso Crocetta grida nel deserto”.

Il riferimento alla politica “a partire dal basso” non è casuale. Tommaso Lima e Angelo Forgia hanno sempre creduto nei movimenti civici: a una politica che punta a interpretare le istanze che arrivano dalla società civile. Due esempi su tutti: l’acqua e i rifiuti. Con molta probabilità, su questi due fronti erano in tanto ad aspettarsi scelte politiche e amministrative diverse. Dopo il referendum del 2011, che ha sancito la vittoria netta dei fautori del ritorno alla gestione pubblica dell’acqua, ci si aspettava una scelta di campo ferma, da parte del governo Crocetta. Una scelta in favore della gestione pubblica dell’acqua. Tra l’altro, nel Parlamento siciliano, da oltre tre anni, giace un disegno di legge d’iniziativa popolare per il ritorno alla gestione pubblica del servizio idrico. Invece tutto è rimasto impantanato nelle sabbie mobili della politica politicante. Con il risultato che, dopo tre anni, la gestione dell’acqua, in Sicilia, è ancora nelle mani dei privati.

“Anche sulla gestione dei rifiuti la Sicilia non ha fatto grandi passi avanti. Nell’autunno del 2012 si ipotizzava il potenziamento della raccolta differenziata dei rifiuti. Invece, dopo tre anni di governo, si va avanti ancora con le vecchie discariche che inquinano l’ambiente e danneggiano la salute pubblica. E si parla addirittura di inceneritori. Di fatto un ritorno alle idee di Totò Cuffaro e del suo governo. Cosa, questa, che non deve essere piaciuta molto ai due esponenti del Megafono.

Tommaso Lima e Angelo Forgia non sembrano nemmeno molto convinti che l’esperienza di Crocetta abbia funzionato bene sul fronte della lotta alla mafia: “L’attività di contrasto sostanziale alla presenza della mafia in Sicilia, con riferimento, soprattutto, alla borghesia mafiosa – osservano ancora i due esponenti storici del Megafono – avrebbe dovuto essere più incisiva. I nomi altisonanti di questa esperienza di governo, che pure avrebbero dovuto segnare una discontinuità culturale e amministrativa rispetto al passato, hanno solo profuso interessi particolari e tanta ipocrisia. Salvo a chiamarsi fuori, scaricando su altri i propri errori, quando la nave ha cominciato a imbarcare acqua”.

Una stoccata anche per il PD, partito che dal 2008, di fatto, governa la Sicilia. Un PD siciliano che, secondo i due esponenti del Megafono, è oggi “in massima parte proteso all’occupazione del potere e delle poltrone. Un PD che, peraltro – aggiungono Tommaso Lima e Angelo Forgia – non ha saputo difendere la Regione siciliana e lo Statuto autonomistico da uno Stato rapace che, per pareggiare i propri conti, ha penalizzato oltremodo la nostra Isola e, in generale, tutto il Sud d’Italia, come regolarmente certificato dalla Svimez”.

Alla fine, le considerazioni dei due esponenti del Megafono rispetto alla questione finanziaria della Sicilia sono simili a quanto scritto dai giudici della Corte dei Conti nella relazione alla ‘parifica’ del Bilancio 2014. Giudizio espresso ieri dai giudici contabili, là dove denunciano il depauperamento delle risorse finanziarie della regione ad opera dello Stato.

“In questo scenario, con una parte della sinistra che, finalmente, è tornata a mettere in discussione i troppi dogmi di un’Italia in affanno e di un’Europa incentrata sugli interessi delle banche e della finanza – concludono Tommaso Lima e Angelo Forgia – noi ci riprendiamo la nostra libertà di pensare e di agire, guardando con grande attenzione a tutto ciò che si muove nella società siciliana”.

Insomma i protagonisti del Megafono, nato come ‘Movimento’ perché radicato nei territori, ormai guardano oltre. A cosa? Con molta probabilità, a un cambiamento nel modo di fare politica. Ma anche a un cambiamento di politica, che non potrà certo essere quella del PD renziano. Del resto, ripartire “dal basso” significa collegarsi con una società civile che non ne può più di un europeismo che persegue gli interessi delle banche e della finanza a scapito dei cittadini. E’ di queste ore l’approvazione di una legge, da parte del Parlamento italiano, che consentirà alle banche fallite di pagare i ‘buchi’ con i soldi dei correntisti. Insomma, in una sinistra del genere è difficile restare.

da La Voce di New York

 

L’opinione. Il Presidente della Regione, Crocetta, ha tante responsabilità. Ma il PD, che l’ha voluto ed eletto alla guida della Sicilia, non può nascondere le proprie responsabilità. Muos, acque, rifiuti: dov’è stato il Partito Democratico? Per non parlare dell’apertura ad Alfano in piena Mafia Capitale…

di Angelo Forgia

Si moltiplicano, in queste ore, gli attacchi di esponenti del PD al presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta. Improvvisamente, dopo i risultati elettorali delle elezioni comunali, il governatore dell’Isola è diventato il responsabile di tutti i mali che affliggono la Sicilia. E chi è che lancia queste accuse? Il Partito che ha voluto e votato Crocetta alla guida della Sicilia.

Sia chiaro: Crocetta ha tante responsabilità. Si è presentato con il volto del cambiamento. Ma per essere eletto ha avuto bisogno di una spaccatura del centrodestra siciliano. Non dobbiamo mai dimenticare che nell’autunno del 2012, senza la candidatura di Gianfranco Miccichè appoggiata da Raffaele Lombardo, il centrosinistra non avrebbe mai vinto contro il candidato del centrodestra, Nello Musumeci. Tra l’altro, Crocetta ha vinto grazie ai voti dei partiti e dei movimenti che l’hanno sostenuto, e non perché ha “sfondato”.

Detto questo, si è presentato, come già ricordato, come l’uomo del cambiamento. Ma questa “Rivoluzione”, per usare il termine utilizzato dallo stesso governatore, si è subito infranto sul muro della Realpolitik. Sul Muos di Niscemi Crocetta, in campagna elettorale, aveva promesso le barricate. Ma le barricate non ci sono state. Sulla gestione dei rifiuti ci si attendeva una svolta. E, in effetti, in una prima fase, la presenza in Giunta dell’assessore Nicolò Marino ha lasciato ben sperare. Ma poi hanno finito con il prevalere gli interessi di Confindustria Sicilia e del senatore Giuseppe Lumia.

Non parliamo dell’acqua. Crocetta, in campagna elettorale, aveva promesso l’acqua pubblica. Ma oggi la gestione dell’acqua, in Sicilia, è ancora nelle salde mani dei privati. E questo nonostante le gestioni fallimentari di Palermo e Siracusa e i dubbi che suscita ancora oggi Sicilacque. Sarebbe, però, scorretto ascrivere i fallimenti in queste tre questioni centrali per la vita politica e sociale della Sicilia al solo Crocetta.

Sul Muos di Niscemi il PD non ha detto nulla. I dirigenti di questo partito, per dirla tutta, sono stati capaci di portare avanti una battaglia per dare il nome di Pio La Torre all’aeroporto di Comiso e a tacere, anzi a rimanere acquiescenti rispetto alla questione Muos. Sull’acqua – a parte la battaglia solitaria del parlamentare regionale del PD Giovanni Panepinto – il Partito Democratico non ha mai sollecitato una svolta politica e parlamentare per tornare alla gestione pubblica di questo settore. Anzi, per essere precisi, l’obiettivo sembra essere quello di arrivare al commissariamento, per dare modo al governo nazionale di Renzi di accentuare le gestione privatistica di questo settore. Anche sui rifiuti – a parte qualche dichiarazione estemporanea – non ci sembra che il PD siciliano abbia introdotto grandi novità. Anzi.

Paradossalmente, sul piano delle alleanze, il PD ha anche proposto un arretramento del quadro politico, sollecitando di “imbarcare” nel governo della Regione il Nuovo centrodestra del Ministro Angelino Alfano. E questo è avvenuto proprio mentre la magistratura accende i riflettori su uno dei più grandi scandali di questa legislatura: la gestione dei centri di accoglienza dei migranti, con le ruberie emerse nell’inchiesta Mafia Capitale. Vicenda che coinvolge proprio il braccio destro di Alfano in Sicilia: il sottosegretario Giuseppe Castiglione.

Sia chiaro: l’idea, di alcuni dirigenti del PD, di intruppare nel governo gli alfaniani non è nuova. Ma è molto singolare che il senatore Lumia l’abbia riproposta dopo le elezioni comunali. Forse al PD interessano i voti – che poi non sono nemmeno tanti – presi dagli uomini del Ministro Alfano alle elezioni per il Consiglio comunale di Agrigento?  In questo caso, dobbiamo riconoscere a Crocetta il merito di aver detto “No” all’apertura a una formazione politica che rappresenta il vecchio clientelismo dell’immutabile trasformismo del Sud.

Crocetta, lo ribadiamo, ha le sue responsabilità: che sono tante. Ma i soldi, alla Regione siciliana, li ha tolti il Governo nazionale: 915 milioni di euro se li è presi il governo Letta nel 2013; un miliardo e 350 milioni di euro se li è presi il governo Renzi nel 2014; e un altro miliardo e 150 milioni di euro se li è presi, quest’anno, il solito governo Renzi. Sono stati questi “accantonamenti”, per usare il termine tecnico, che hanno causato i gravi problemi finanziari della Regione. Fare finta che questi salassi non ci siano stati è solo leninismo d’accatto.

Vogliamo parlare dell’accordo firmato da Crocetta con Roma l’estate dello scorso anno, quando ha rinunciato, per quattro anni, agli effetti positivi del contenzioso con lo Stato in buona parte favorevole alla Regione? Certo, Crocetta, firmando questo “patto scellerato”, per usare la definizione di un autorevole esponente politico, ha fatto perdere alla Sicilia la possibilità di incamerare, subito, oltre 5 miliardi di euro. Ma il “patto scellerato” è stato sollecitato da Renzi, che fino a prova contraria, oltre che capo del governo italiano, è anche segretario nazionale del PD.

Che dire, allora? Che è troppo facile, oggi, scaricare tutte le responsabilità su Crocetta. Il PD, a Roma come a Palermo, si assuma le proprie responsabilità. Anche perché è stato proprio il governo Renzi a imporre, di fatto, il commissariamento del Bilancio regionale con l’arrivo di Alessandro Baccei al vertice dell’assessorato regionale all’Economia. Ricordiamo che, più volte Crocetta ha provato ad opporsi a certe scelte adottate da Baccei: scelte che, con molta probabilità, sono anche alla base del cattivo risultato elettorale del centrosinistra siciliano. Cambiare le carte in tavola, oggi, servirebbe a poco. Anche perché i Siciliani sono tutt’altro che stupidi.

 

da LaVoce di New York

di Matteo Scirè

Non ci poteva essere partenza peggiore per il Cluster Bio Mediterraneo, il padiglione dedicato ad 11 Paesi del Mediterraneo e guidato dalla Regione Siciliana.

Dall’apertura dell’Expo ad oggi il Cluster ha fatto parlare di sé non per l’esposizione delle sue bellezze e dei suoi prodotti agroalimentari, ma per le pessime condizioni in cui versava.

Il giorno dell’inaugurazione, infatti, i locali del padiglione erano sporchi e bagnati dalla pioggia che riusciva a penetrare dalla copertura. Come se non bastasse il Cluster non è indicato da nessuna segnaletica.

Quella che doveva essere una prestigiosa vetrina per la Sicilia si è trasformata, almeno per il momento, non solo in un vero e proprio flop ma in un boomerang che ha colpito l’immagine dell’Isola. Mentre le foto del commissario unico del Cluster, Dario Cartabellotta, con scopa e paletta alla mano sono sembrate un maldestro tentativo di fronteggiare una situazione disastrosa, sia dal punto di vista organizzativo che comunicativo.cibo-madeintaly

Se i problemi relativi alla copertura, alla pulizia dei locali e alla segnaletica non dipendono certo dal commissario, è pur vero che non si possono consentire a chi gestisce l’Expo simili errori e disservizi, che al di là di tutto hanno avuto conseguenze nefaste per la reputazione della Sicilia.

Bisognava arrivare preparati ad un appuntamento così importante su cui erano puntati gli occhi di tutto il mondo. Cominciare bene era, quindi, fondamentale.

Adesso il presidente Crocetta e l’assessore all’agricoltura Nino Caleca, dopo aver espresso “totale insoddisfazione relativamente al fatto di non essere stati coinvolti dalla struttura burocratica regionale, sui ritardi e le criticità poi riscontrate”, sono corsi ai ripari nominando un Comitato di controllo.

Rimediare al danno sarà difficile, ma non impossibile. Oltre a risolvere le questioni organizzative, serve una strategia di comunicazione capace di rilanciare il Cluster, richiamando l’attenzione dei media e dei visitatori. L’Expo è solo all’inizio e rappresenta ancora una preziosa occasione da sfruttare fino in fondo.