Posts contrassegnato dai tag ‘Costituzione’

di Massimo VilloneDomenico Gallo e Alfiero Grandi
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1. Perché raccogliere le firme, se il referendum è stato già chiesto dai parlamentari?

Non si può lasciare al Palazzo la scelta se votare su una vasta modifica della Costituzione, facendone un plebiscito Renzi sì-Renzi no. La richiesta dei cittadini corregge la torsione plebiscitaria, inaccettabile perché impedisce la discussione di merito su una modifica pessima e stravolgente, che va respinta a prescindere dalla sorte del governo.

2. Ma anche Renzi ha avviato la raccolta delle firme.

Lo ha fatto non per amore di democrazia, ma solo perché i sondaggi hanno dimostrato che la via del plebiscito personale era per lui pericolosa. È anche un tentativo di scippare la bandiera della raccolta firme ai sostenitori del no. Tutto deve essere nel nome del governo.

3. Finalmente si riesce dove tutti avevano fallito.

È decisivo il come. Un Parlamento illegittimo per l’incostituzionalità della legge elettorale, e una maggioranza raccogliticcia e occasionale, col sostegno decisivo dei voltagabbana, stravolgono la Costituzione nata dalla Resistenza. L’irrisione e gli insulti rivolti agli avversari vogliono nascondere l’incapacità di rispondere alle critiche.

4. La legge Renzi-Boschi riduce i costi della politica, cancellando le indennità per i senatori non elettivi.

Il risparmio è di spiccioli. La gran parte dei costi viene non dalle indennità, ma dalla gestione degli immobili, dai servizi, dal personale. Mentre anche il senatore non elettivo ha un costo per la trasferta e la permanenza a Roma, nonché per l’esercizio delle funzioni (segreteria, assistente parlamentare, etc). Risparmi con certezza maggiori si avrebbero – anche mantenendo il carattere elettivo – riducendo la Camera a 400 deputati, e il Senato a 200. Avremmo in totale 600 parlamentari, invece dei 730 che la legge Renzi-Boschi ci consegna.

5. I senatori eletti dai consigli regionali nel proprio ambito, insieme a un sindaco per ogni regione, rappresentano le istituzioni di autonomia. È la Camera delle Regioni, da tempo richiesta.

Falso. Un consigliere regionale è espressione di un territorio limitato e infraregionale, cui rimane legato per la sua carriera politica. Lo stesso vale per il sindaco-senatore. Avendo pochi senatori, ogni regione sarà rappresentata a macchia di leopardo. Pochi territori avranno voce nel Senato, e tutti gli altri non l’avranno. È la Camera dei localismi, non delle regioni.

6. Sarebbe stato meglio con l’elezione diretta?

Certo, perché i senatori eletti avrebbero dato rappresentanza a tutto il territorio regionale e a tutti i comuni. Una vera Camera delle regioni richiede l’elezione diretta, mentre l’elezione di secondo grado apre la via ai localismi e agli egoismi territoriali.

7. Il riconoscimento del seggio senatoriale può essere la via per creare un circuito di eccellenza nel ceto politico regionale e locale.

È vero piuttosto, al contrario, che si rischia un abbassamento della qualità nei massimi livelli di rappresentanza nazionale. Basta considerare le cronache di stampa e giudiziarie. Soprattutto perché ai consiglieri-senatori e ai sindaci-senatori si riconoscono le prerogative dei parlamentari quanto ad arresti, perquisizioni, intercettazioni. Un’inchiesta penale a loro carico può diventare molto difficile, o di fatto impossibile.

8. Ma le prerogative non riguardano le funzioni di consigliere regionale o di sindaco, che rimangono senza copertura costituzionale.

E come si possono distinguere? Se il sindaco-senatore o il consigliere-senatore usa il proprio telefono nell’esercizio delle funzioni connesse alla carica locale diventa per questo intercettabile? E se tiene riunioni nella sua segreteria di senatore? Le attività di indagine verrebbero scoraggiate, o quanto meno gravemente impedite.

9. L’elezione diretta dei senatori è stata sostanzialmente recuperata nell’ultima stesura per le pressioni della minoranza Pd.

Falso. Rimane scritto che i senatori sono eletti dai consigli regionali tra i propri componenti. È stato solo aggiunto il principio che debba essere assicurata la conformità agli indirizzi espressi dagli elettori nel voto per il consiglio. Ma è tecnicamente impossibile. A 10 regioni e province (Valle d’Aosta, Bolzano, Trento, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Umbria, Marche, Abruzzo, Molise, Basilicata) spettano 2 seggi, e a Calabria e Sardegna ne spettano 3. Uno dei seggi è riservato a un sindaco. Come si può rispettare la volontà degli elettori quando il consiglio elegge un solo consigliere-senatore, o due?

10. Il principio della conformità al volere degli elettori è comunque stabilito.

Ma cosa la “conformità” significhi, come possa realizzarsi, e cosa accadrebbe nel caso non si realizzasse rimane oscuro. In ogni caso si rinvia a una successiva legge, che – vista l’impossibilità di risolvere il problema – potrebbe anche non venire mai. Una norma transitoria rimette in pieno la scelta ai consigli regionali.

11. Ma il Senato non elettivo serve a superare il bicameralismo paritario, fonte di continui e gravi ritardi.

Falso. Si poteva giungere a un identico bicameralismo differenziato lasciando la natura elettiva del Senato. In ogni caso, le statistiche parlamentari – disponibili sul sito del Senato – ci dicono che nella legislatura 2008-2013 le leggi di iniziativa del governo, che assorbono in massima parte la produzione legislativa, sono arrivate all’approvazione definitiva mediamente in 116 giorni. Addirittura, per le leggi di conversione dei decreti legge sono bastati 38 giorni, che scendono a 26 per la conversione dei decreti collegati alla manovra finanziaria. Numeri, non chiacchiere.

12. Il bicameralismo differenziato semplifica comunque i processi decisionali e assicura maggiore rapidità.

Solo in apparenza. Negli art. 70 e 72 vigenti il procedimento legislativo è disciplinato con 198 parole. La legge Renzi-Boschi sostituisce i due articoli con 870 parole. Può mai essere una semplificazione? In realtà si moltiplicano i procedimenti legislativi diversificandoli in rapporto all’oggetto della legislazione. Ne vengono incertezze e potenziali conflitti tra le due camere, che potrebbero arrivare fino alla Corte costituzionale.

13. Ma su molte materie la Camera ha l’ultima parola, e questo evita le “navette”.

Le navette prolungate, con reiterati passaggi tra le due Camere, sono in genere sintomo di difficoltà politiche nella maggioranza, che – se ci fossero – si manifesterebbero anche con una sola Camera. Mentre il Senato comunque partecipa paritariamente su materie di grande rilievo, come le riforme costituzionali. Con quale legittimazione sostanziale, data la sua composizione non elettiva?

14. La fiducia viene data dalla sola Camera e questo contribuisce alla stabilità.

Poco o nulla. Nell’intera storia repubblicana il diniego della fiducia ha fatto cadere soltanto due governi (i due Prodi). Lo stesso governo Renzi è nato con una manovra di palazzo volta all’omicidio politico di Letta. Senza quella manovra, Letta potrebbe essere ancora in carica dall’inizio della legislatura.

15. Il rapporto di fiducia verso la sola Camera rafforza la governabilità.

La governabilità dipende non dal numero delle Camere, ma dalla coesione della maggioranza che sostiene il governo. Una maggioranza composita e frammentata non potrà mai produrre governabilità. È decisiva una buona legge elettorale, che componga in modo corretto i valori “governabilità” e “rappresentanza”.

16. Per questo l’Italicum è il giusto complemento alla riforma della Costituzione.

Niente affatto. L’Italicum riproduce i vizi del Porcellum già dichiarati costituzionalmente illegittimi: eccesso di disproporzionalità tra i voti e i seggi attribuiti con il premio di maggioranza, per di più dato a un singolo partito; lesione della libertà di voto dell’elettore per il voto bloccato sui capilista, che possono anche essere candidati in più collegi.

17. Ma l’Italicum prevede una soglia al 40%, superata la quale la lista ottiene 340 deputati, e il ballottaggio a due nel caso la soglia non venga raggiunta. Con il ballottaggio ci sarà comunque un vincitore che supera il 50%.

Al ballottaggio e al premio si accede senza alcuna soglia. Se nel ballottaggio un partito prendesse 2 voti e l’altro 1, il primo avrebbe comunque 340 seggi. Come col Porcellum è possibile che un singolo partito con pochi consensi nel Paese abbia in Parlamento una maggioranza blindata di 340 seggi, mentre tutti gli altri soggetti politici, che pure assommano nel totale maggiori consensi, si dividono i seggi rimanenti. Conseguenza: il voto dato alla lista vincente pesa sull’esito elettorale fino a 4 volte il voto per le altre liste. Un grave elemento di diseguaglianza tra gli elettori.

18. Un premio di maggioranza non è di per sé incostituzionale.

Ma è incostituzionale quello dell’Italicum. Già la soglia al 40% configura un premio di maggioranza enorme, con 340 deputati garantiti. Per di più, essendo sempre 340 i seggi assegnati alla lista vincente, il premio sarà maggiore per chi ha il 40% dei voti, minore per chi ha il 41%, e così via. Meno voti si prendono, più seggi aggiuntivi si ottengono con il premio. Un elemento di manifesta irrazionalità.

19. Ma l’Italicum garantisce che si sappia chi vince la sera del giorno in cui si vota. Un elemento di certezza.

Che nessun sistema elettorale potrà sempre e comunque assicurare. E in ogni caso la governabilità non si assicura dando un potere blindato con artifici aritmetici a chi ha una minoranza – anche ristretta – di consensi reali nel paese. Sarà pur sempre un governo al quale la parte prevalente del corpo elettorale ha negato adesione e sostegno.

20. Non è corretto censurare l’Italicum con l’argomento che apre la via all’uomo solo al comando.

Invece sì. L’Italicum prevede, come già il Porcellum, la figura del “capo” del partito. Il voto bloccato sui capilista e le candidature plurime per gli stessi capilista consentono al leader del partito di controllare in ampia misura la scelta dei parlamentari da eleggere, per la maggioranza blindata dal premio. La concentrazione del potere è indiscutibile.

21. Ma chi firma per il referendum abrogativo sull’Italicum vuole tornare al proporzionale puro di lista e preferenza, con tutti i rischi di ingovernabilità?

Niente affatto. Si vuole soltanto ristabilire una condizione politica non viziata da meccanismi elettorali costituzionalmente illegittimi. Si potrà allora scegliere – con corretta partecipazione demcratica e piena rappresentanza politica – di quali riforme il paese ha bisogno, inclusa la scelta di una legge elettorale conforme a Costituzione.

22. È comunque eccessiva l’accusa di deriva autoritaria. Resta intatto il sistema di checks and balances.

Ma l’effetto sinergico della riduzione del numero dei senatori e il dominio sulla Camera assicurato dal premio rendono decisiva l’influenza della maggioranza di governo nell’elezione in seduta comune del capo dello Stato e dei membri del Csm, come anche per la Camera dei membri della Corte costituzionale o delle Autorità indipendenti.

23. Sono effetti bilanciati dal rafforzamento degli istituti di democrazia diretta, ad esempio per l’iniziativa legislativa popolare.

Falso. Le firme richieste per la presentazione di una proposta di legge sono triplicate, da 50 a 150 mila. Le garanzie sono rinviate al Regolamento, e la maggioranza parlamentare rimane libera di rigettare o modificare la proposta. In altri ordinamenti, la proposta può andare all’approvazione per via referendaria, quanto meno nel caso di modifica o rigetto del Parlamento.

24. Ma il referendum abrogativo si rafforza per l’abbassamento del quorum di validità, fissato alla maggioranza dei votanti nelle ultime elezioni per la Camera.

Solo nel caso che sia stato richiesto con ben 800.000 firme, tetto quasi impossibile da raggiungere in un tempo in cui i corpi intermedi – partiti, sindacati – sono indeboliti o sostanzialmente dissolti. E non si capisce perché un referendum debba avere un quorum più alto se richiesto da 500.000 cittadini e più basso se richiesto da 800.000.

25. Si prevedono i referendum propositivi e di indirizzo.

È fumo negli occhi. I referendum propositivi e di indirizzo sono solo menzionati a futura memoria nella legge Renzi-Boschi, che ne rinvia la disciplina a una successiva legge costituzionale. Tutto rimane da fare. Cosa impediva di introdurre fin da ora una disciplina compiuta? Un chiaro intento di non provvedere.

26. Si correggono gli errori fatti nella revisione del Titolo V approvata nel 2001.

Non si correggono gli errori vecchi facendone di nuovi e sostituendo alla frammentazione un neo-centralismo statalista. Ad esempio, non è accettabile che il governo passi sulla testa delle popolazioni locali nella gestione del territorio sotto l’etichetta di opere di interesse nazionale o simili. La vicenda trivelle deve insegnarci qualcosa.

27. Si semplifica il rapporto tra Stato e Regioni, che ha dato luogo a un enorme contenzioso davanti alla Corte costituzionale.

Ma non mancano contraddizioni e ambiguità, che possono tradursi in nuovo contenzioso. La soppressione della potestà concorrente in chiave di semplificazione del rapporto Stato-Regioni è ad esempio pubblicità ingannevole, perché si crea una nuova categoria di “disposizioni generali e comuni” che è difficile distinguere dalle leggi cornice della attuale potestà concorrente. E c’è anche un richiamo a “disposizioni di principio”.

28. Si rafforza lo Stato riportando a esso potestà legislative importanti.

La legge Renzi-Boschi riduce sostanzialmente lo spazio costituzionalmente riconosciuto alle autonomie. Alcuni profili potrebbero essere – se isolatamente considerati – apprezzabili. Ma il neo-centralismo statale è negativo in un contesto di complessiva riduzione degli spazi di partecipazione democratica e di rappresentanza politica.

29. La de-costituzionalizzazione delle Province è un momento importante di semplificazione istituzionale.

Vale anche per le Province quanto detto per il neo-centralismo statale. Inoltre, sono un elemento marginale nell’impianto della legge Renzi-Boschi. Una parte persino non necessaria, come è provato dal fatto che la riforma delle Province è stata già da tempo avviata. Il punto dolente è il modo in cui si sta realizzando.

30. La soppressione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel) è positiva.

Vero, dal momento che il Cnel non esercita alcuna essenziale funzione politica o istituzionale. Ma la soppressione prende solo poche righe in una modifica della Costituzione per altro verso ampia e stravolgente. Bastava una leggina costituzionale mirata, che non avrebbe dato luogo a polemiche. La positività della soppressione non può certo bilanciare la valutazione negativa di tutto il resto.

Sinistra Italiana in Sicilia: eletti i vertici. “Siamo e restiamo alternativi al PD”
di Giulio Ambrosetti

La riammissione della lista di Stefano Fassina alle elezioni comunali di Roma ha rilanciato Sinistra Italiana, lo schieramento politico che, con fatica, si sta cercando di costruire a sinistra del PD.

imageOggi Fassina è più che mai lanciato nella campagna elettorale romana. E’ uno dei candidati a sindaco della Capitale. Un test elettorale importante, per Sinistra Italiana, perché un buon risultato a Roma potrebbe diventare il traino per le prossime elezioni politiche.

Insomma l’elettorato italiano di sinistra non è condannato a votare per il PD di Renzi, di Napolitano e della Ministra Boschi. C’è anche spazio per un partito di sinistra che non plaude al Jobs Act e alla pessima riforma costituzionale che la Ministra Boschi sta provando, con scarso successo, a propagandare.

E in Sicilia come va Sinistra Italiana? L’abbiamo chiesto a uno dei fondatori di questo partito in Sicilia: Angelo Forgia, una storia socialista alle spalle, tra i fondatori del Megafono e oggi deluso dall’esperienza del presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta.

Non è che, alla fine, intrupperete anche il presidente Crocetta, che oggi sembra in rotta di collisione con il PD?

“Non se ne parla nemmeno. Crocetta, di fatto, ha gestito un fallimento politico e amministrativo. La sua esperienza di presidente della Regione siciliana è da dimenticare. Ripeto: ha fallito su tutta la linea. E ha fallito insieme con il PD e con i partiti e i movimenti di un improbabile centrosinistra. Da noi non ci potrà essere spazio per personaggi come lui”.

Insomma, siete alternativi a Crocetta.

“Assolutamente sì. Il presidente Crocetta, lo ribadisco, è il simbolo di un grande fallimento. I risultati dei suoi tre anni e mezzo di governo sono sotto gli occhi di tutti. Il suo Governo non ha un programma, non ha argomenti. Quello che è visibile è una grande ‘macelleria’ sociale. Non c’è un solo settore della vita pubblica siciliana che registri qualche risultato positivo”.

Eppure Crocetta si ripropone alla guida della Sicilia. Dice che i Siciliani sono con lui…

“Non solo lui si ripropone, ma lo ripropone anche il leader dell’UDC siciliana, Giampiero D’Alia. Ma la loro è solo una minestra riscaldata”.

Nei giorni scorsi, ad Enna, c’è stata l’assemblea regionale di Sinistra Italiana. Com’è andata?

“Bene, anzi, benissimo. Erano presenti i rappresentanti di tutta la Sicilia. L’assemblea ha eletto chi rappresenterà la Sicilia a Roma”.

E chi sono gli eletti?

“Sono l’ex parlamentare regionale socialista Raffaele Gentile, Alessandra Joppolo e Ottavio Navarra. Poi ci sono i venti componenti della direzione regionale”.

Stefano Fassina e Alfredo D’Attorre ripetono sempre che Sinistra Italiana sarà un soggetto politico nuovo e non la somma di vecchie sigle. Un soggetto politico che, aggiungono, si candida a governare l’Italia con idee e valori della sinistra.

“Il programma politico è questo”.

Però le vecchie sigle ci sono sempre.

“Non mi pare proprio. Rifondazione comunista è fuori da questa esperienza. C’è un dialogo aperto con alcuni dirigenti e parlamentari di SEL, ma non con Nicki Vendola, anche lui lontano da questa nuova esperienza politica. Semmai una personalità politica a noi vicina è il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. E un motivo c’è”.

Ovvero?

“De Magistris rappresenta in pieno la sinistra che noi vogliamo costruire: una sinistra fatta di persone impegnate in politica che dialogano direttamente con la base. Sotto questo profilo, l’esperienza di De Magistris a Napoli, lo ripeto, è indicativa della nostra idea di politica. Non a caso il PD sta facendo di tutto per indebolire il sindaco di Napoli. Renzi e compagni hanno capito che De Magistris è forte perché parla direttamente al cuore dei napoletani. Sanno che se il messaggio e lo stipe politico del sindaco di Napoli dovesse prendere piede per il PD renziano, partito verticistico, potrebbe essere l’inizio della fine”.

A Palermo si parlava di un avvicinamento del sindaco Leoluca Orlando.

“Assolutamente no. Orlando ‘viaggia’ con il PD e, in particolare, con Matteo Renzi e con il Ministro Graziano Delrio. Con noi l’attuale sindaco di Palermo non ha nulla a che dividere”.

Ma chi sono i vostri rappresentanti siciliani nel Parlamento nazionale?

“C’è il senatore Francesco Campanella. C’è il parlamentare nazionale Erasmo Palazzotto. E poi Luca Casarini”.

Non è che ci riproponete la presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini?

“Non credo proprio. La spirito di Sinistra Italiana è rappresentato dal legame con i territori. E i candidati al Parlamento nazionale non potranno che essere espressione dei territori siciliani”.

Torniamo alle elezioni romane. E’ vero che siete in possesso di sondaggi molto incoraggianti?

“I nostri sondaggi li conoscono tutti. Fassina, a Roma, viene dato all’11 per cento. E non c’è da stupirsi. Roma è una città che può contare su un elettorato di sinistra che oggi il PD di Renzi non rappresenta”.

E a livello nazionale?

“Stiamo lavorando in tutta l’Italia. Il concetto è sempre lo stesso: il PD di Renzi è un partito che ha sposato il liberismo economico. Il Jobs Act ne è una delle tante testimonianze. Noi siamo molto fiduciosi. La nostra fiducia, lo ribadisco, nasce dal fatto che stiamo costruendo un partito dal basse e non dal vertice”.

Ma è vero che in Sicilia Sinistra Italiana può contare sulla presenza e sui voti di tanti socialisti?

“Io parlerei di una matrice socialista non strutturata che in Sicilia si riconosce nelle posizioni di Sinistra Italiana. Letta così, possiamo dire che la presenza di questa matrice socialista è molto diffusa”.

 

E’ vero che,a partire da Agrigento, siete in contatto con gli amministratori comunali che in Sicilia si battono per la gestione pubblica dell’acqua?

“Noi siamo favorevoli alla gestione pubblica dell’acqua. A differenza del PD di Renzi che, invece, vuole affidare ai privati questo settore. Va da sé che gli amministratori comunali siciliani che si battono per l’acqua pubblica sono i nostri interlocutori”.

Ovviamente, al referendum di Ottobre voterete No.

“Certo che voteremo No alla pessima riforma della Costituzione del Governo Renzi. Da qui ad Ottobre daremo vita a tante iniziative in tutta la Sicilia. per spiegare ai cittadini che questa follia darebbe a Renzi un potere immenso. Votare No, oggi, è un dovere civico”.

                                                              LE REAZIONI

Simone Di Trapani (Coordinatore provinciale Sinistra Ecologia e Libertà)

“Quanto scritto oggi sul quotidiano online contiene alcune gravi inesattezze. La prima si trova già nel titolo, dal momento che Sinistra Italiana in Sicilia non ha eletto vertici che possano arrogarsi il diritto di dichiarare a nome del nascente soggetto politico. Piuttosto è stato nominato, ahimè, un comitato promotore siciliano, del quale anch’io faccio parte, che, non essendo stato legittimato da un voto, non ha alcuna rappresentatività”.

“La seconda inesattezza, ma qui siamo sul terreno della politica, è il giudizio che Forgia (fan di Crocetta fino a qualche mese fa) dà del Sindaco Orlando, che non può che essere, alla luce di quanto detto prima, un mero giudizio personale. Sinistra Ecologia e Libertà, di cui mi onoro di essere coordinatore provinciale di Palermo eletto legittimamente da un congresso, ha cominciato da diversi mesi, insieme a Rifondazione Comunista e L’Altra Europa con Tsipras, un percorso che raccoglie singole persone, esperienze collettive, reti sociali, associazionismo diffuso e movimenti che lavorano nel territorio e che, in questi anni, hanno elaborato e realizzato proposte concrete ed efficaci, determinando importanti processi di rinnovamento”.

“Un percorso che ha trovato nell’attuale Amministrazione comunale terreno fertile per far crescere il progetto di una Sinistra concreta, ampia, democratica e alternativa al Partito Democratico, di cui il Sindaco Orlando ha rappresentato l’unica opposizione autorevole negli ultimi quattro anni, a differenza dello scrivente Forgia”.

 

Luca Casarini   

Leggo l’intervista rilasciata da Angelo Forgia, in merito alla nascita anche in Sicilia di sinistra Italiana, o meglio del percorso costituente di sinistra Italiana che ci porterà a fine anno a svolgere il vero e proprio congresso della sua fondazione. L’assemblea molto partecipata di Enna è stato il primo passo, e tanti altri dovremmo compierne per giungere alla meta, che è quella di costituire in Italia non un nuovo, ennesimo, partito, ma un “partito nuovo”, capace di ridare senso anche alla parola “sinistra”. Trovo alcune affermazioni di Forgia, così come le leggo, totalmente sbagliate per quel che mi riguarda, e sulle quali vale la pena di soffermarsi perché hanno a che fare con il merito e il metodo, con stile e cultura politica. Con il Dna insomma di qualcosa che è in gestazione, e quindi va preservato da “modificazioni genetiche”. Forgia detta la linea politica: primo grave errore, inaccettabile. Nessuno in questo “partito nuovo” ha e avrà nostalgie per quel “centralismo democratico” tanto caro alla sinistra del ‘900, e nemmeno per quel decisionismo rampante che caratterizza le formazioni politiche del nostro tempo. Sinistra Italiana, proprio perché è immersa in un processo costituente, forma la sua “linea politica” in maniera partecipata, approfondita, condivisa. Quindi quando uno parla dovrebbe sempre premettere che lo sta facendo per sé, come contributo alla discussione, i cui esiti sono legati alle decisioni prese dalle persone, non da “generali senza esercito”. In questo, il “comandare obbedendo” di matrice zapatista, ci sarà davvero utile come bussola per costruire il nuovo soggetto politico. Forgia poi si lancia in una bocciatura senza appello di Orlando, accomunandolo a Crocetta. Ritengo totalmente sbagliato anche questo, nel merito oltre che nel metodo, perché il sindaco Orlando, presente con noi all’atto di partenza del processo costituente che si è tenuto a Roma lo scorso febbraio, non è un nostro avversario, ma un interlocutore fondamentale, importante, utile. Lo riteniamo in molti dentro Sinistra Italiana, e non è un caso se è stato invitato ad intervenire insieme a Luigi De Magistris. Se in Sicilia, tra le due presenze “complementari” in campo che sono Crocetta e Faraone, che compongono le fattezze del nuovo gattopardismo e accomunate dagli stessi interessi che bloccano il cambiamento, irrompesse una “anomalia”, radicale nella difesa dei beni comuni e credibile nel progetto di rilancio di una terra martoriata come la nostra, sarebbe una cosa straordinaria e stimolante: non si può immaginarlo senza figure come Orlando e Accorinti e tanti e tante altri sindaci e amministratori di medi e piccoli comuni che stanno combattendo sul campo. Quindi, al contrario di quello che dice improvvidamente Forgia, io e tanti e tante altri che partecipiamo a Sinistra Italiana, ci stiamo muovendo in questo senso. Quello che forse Forgia non ha capito è che a noi interessa costruire una proposta radicale e allo stesso tempo credibile, cioè che abbia delle possibilità di riuscire ad incrinare sul piano istituzionale, ciò che sembra immutabile. Farlo vuol dire ragionare in grande, in maniera larga e non produrre un minoritarismo di testimonianza, che è l’aspetto quasi immorale nel quale certa sinistra nasconde il proprio essere inutile alla società. Essere nel Assemblea Regionale vuol dire per noi aiutare chi nella società sta già costruendo una nuova Sicilia, con lotte, movimenti, forme di vita e di lavoro alternativi. Vogliamo parlare della gigantesca battaglia che dovremmo sostenere contro i programmi di privatizzazione dei beni comuni che i gattopardi di tutte le famiglie stanno già agitando? Vogliamo finalmente battere un colpo al fianco di chi si è sempre opposto, con le lotte e non con le chiacchiere, al Ponte sullo stretto, al Muos, alla devastazione ambientale? Alla mancanza di lavoro resa strutturale dalle politiche europee, nazionali e regionali? Se vogliamo farlo davvero, non possiamo solo “partecipare” con qualche partitino inutile, ma essere protagonisti di una grande alleanza di alternativa. Sinistra Italiana farà il suo percorso, ma di sicuro io mi batterò sempre per una forma partito che valorizzi i territori e le esperienze politiche originali ed innovative, diverse tra loro, e non per riprodurre in sedicesimo e con i modellini fatti a tavolino, ciò che avviene da altre parti. Partito a rete, idee originali, laicità e non liturgie, niente arroccamenti minoritari, inutili alle persone e utili solo a qualche eletto in cerca di poltrone: questa battaglia culturale e politica sarà l’anima e il cuore, per quel che mi riguarda, del processo costituente di una sinistra nuova. E Niki Vendola, vorrei informare Forgia, è più vicino e presente di quanto lui pensi.

 

di Giulio Ambrosetti

Oggi, in Italia, è giorno di retorica: ed è in giornate come questa che il nostro Paese da il “meglio di sé”. Ci riempiranno la testa di libertà, di democrazia, di Repubblica italiana nata dalla Resistenza e bla bla bla. Chissà se qualcuno tra i tanti Soloni italici avrà il coraggio di dire come stanno, in realtà, le cose: e cioè che l’unica libertà rimasta ancora in piedi in Italia − e non sappiamo fino a quando − è quella della rete internet. E che quasi tutte le altre libertà − a cominciare dalla democrazia parlamentare − sono andate a farsi benedire.

crisi-economica-3Certe volte la storia, nel suo incedere, si prende gioco dei furbi (da distinguere nettamente dalle persone intelligenti). E i furbi – sempre per restare in tema di democrazia parlamentare – sono Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. I due, ignorando un pronunciamento della Corte Costituzionale che ha cassato la legge elettorale nota come Porcellum, stanno per convincere il Parlamento del nostro Paese ad approvare una nuova legge elettorale – già battezzata Italicum – che ricalca, in parte addirittura peggiorandolo, il Porcellum. Proprio nei giorni in cui “festeggiamo” la Liberazione, Renzi, nel nome di una democrazia nota solo a lui e ai suoi “giannizzeri”, ha sostituito nella commissione parlamentare i parlamentari riottosi, mettendoci i suoi sodali. Il messaggio è chiaro: l’Italicum deve passare in barba alla Corte Costituzionale e alla democrazia.

Oggi Renzi andrà in tutte le tv − con in testa quelle di Berlusconi − per celebrare un 25 aprile che, di fatto, sta calpestando, imponendo agli italiani una legge elettorale truffaldina e antidemocratica come il governo che presiede. In questa storia − al netto delle parole che pronuncerà oggi − ci piacerà osservare come si comporterà il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Che farà, Presidente Mattarella, quando le Camere “addomesticate” le presenteranno da come-distinguere-il-pignoramento-del-quinto-dello-stipendio-dalla-cessione-del-quinto_1d243934bf45b05fcf09a6a02632970dfirmare la legge sull’Italicum? Apporrà la sua firma o la rimanderà indietro alle Camere? Coraggio Presidente Mattarella, si ricordi che lei ha fatto parte della Corte Costituzionale che ha “bocciato” il Porcellum. Sia conseguente: sfoderi la pacifica, ma determinata, grinta di Fra Cristoforo e mandi a quel paese l’Italicum e i don Rodrighi di Palazzo Chigi e i tanti don Abbondi che le consigliano di attenersi alle “volontà” del Parlamento.  Coraggio, non la dia vinta ai Bravi dei Don Rodrighi!

Ma il 25 aprile, quest’anno, non coincide soltanto con il tentativo di calpestare il pronunciamento della Corte Costituzionale in materia di legge elettorale. Anche se pochi se ne occupano, questo è l’anno in cui assistiamo all’effetto combinato di Fiscal Compact e Two Pack. Il primo − il Fiscal Compact − è un trattato internazionale demenziale, in forza del quale il nostro Paese paga circa 50 miliardi all’anno all’Unione europea per tenere i “conti in ordine”: da qui la povertà del nostro Paese. Il secondo – il Two Pack – è un altro trattato internazionale, in base al quale il Parlamento del nostro Paese ha ceduto all’Unione europea dell’euro la sovranità sul Bilancio dello Stato. Di questi due trattati − che hanno vulnerato la Costituzione italiana del 1948 − dobbiamo dire grazie al governo Monti, al Parlamento della passata legislatura (eletto con il Porcellum), all’ex Presidente della Repubblica, l’europeista Giorgio Napolitano, e all’Unione europea dell’euro che ce li ha imposti.

Attenzione: se l’Italia avesse voluto, non avrebbe aderito all’euro e, di conseguenza, al Fiscal Compact e al Two Pack. Invece ha aderito, cedendo ad un’Unione europea di imbroglioni e massoni (nell’Unione europea queste due “categorie dello spirito” coincidono) sia la sovranità monetaria (euro), sia la sovranità sui conti dello Stato (Fiscal Compact e Two Pack).

Per capire il perché l’Italia ha ceduto una buona parte della propria sovranità ad un’Unione europea controllata, di fatto, dalla Germania, dobbiamo fare un ampio passo indietro e tornare agli anni della loggia P2 di Licio Gelli. Quando esplode lo scandalo della loggia P2 − una loggia segreta o “coperta”, che faceva capo alla Massoneria di Palazzo Giustiniani (Rito Scozzese antico ed accettato) −, in questa consorteria si ritrovano personaggi altolocati dello Stato: Ministri, leader di partiti politici, magistrati (c’era l’allora vice presidente del Csm!), medici, professionisti e persino alti prelati di Santa Madre Chiesa.

Licio Gelli, da allora ad oggi (è ancora vivo), non ha mai perso il suo sorriso. Perché sapeva chi aveva dietro di sé. Che non erano solo i potenti italiani (che alla fine contavano poco), ma i massoni europei. La storia ha dato ragione a Gelli. L’inchiesta penale sulla loggia P2 si è conclusa con un nulla di fatto. Agli atti restano i documenti prodotti dalla commissione parlamentare sulla loggia P2. A presiedere questa commissione venne chiamata Tina Anselmi. La sua nomina non fu casuale. Perché Tina Anselmi era stata una partigiana. E chi la volle, con molta probabilità, sapeva che dietro la consorteria massonica, che si era infiltrata in tutte le istituzioni italiane, c’erano gli stessi personaggi che lavoravano per la “Grande Unione europea”. Già allora era chiaro il disegno antidemocratico. Anche se la politica italiana dell’epoca s’illudeva di avere bloccato la P2.

Oggi la “Grande Unione europea” è una realtà. Parliamo dell’Unione europea dell’euro, della quale l’Italia fa parte. Convincere l’Italia ad entrare nella “trappola” dell’euro non è stato facile. I Tedeschi − che sono i veri gestori della moneta unica europea − hanno dovuto organizzare la stagione di Tangentopoli per fare fuori la classe dirigente che, alla fine degli anni ’70 e nei primi anni ’80, si era opposta alla P2 di Gelli. Fatta fuori la vecchia classe dirigente della cosiddetta Prima Repubblica − che aveva tante pecche, ma che non avrebbe mai infilato l’Italia nel tunnel dell’euro −, al governo dell’Italia sono rimasti, di fatto, anche tanti piduisti (non bisogna dimenticare che Berlusconi era affiliato alla loggia P2). Da qui, negli anni ’90, l’adesione dell’Italia all’euro. Sotto questo profilo, Tangentopoli è stata un’operazione perfettamente riuscita.

La storia è sempre maestra di vita. Ricordiamoci che Bettino Craxi, da Hammamet, in tempi non sospetti, affermava che la moneta unica avrebbe impoverito il sud Europa: il dramma della Grecia e l’Italia, con quasi 10 milioni di poveri e con le proprie grandi industrie vendute all’estero, ne sono una drammatica testimonianza. Craxi aveva ragione. Anche un’altra grande leader europea degli anni ’80 − Margaret Thatcher − era convinta che l’euro avrebbe portato povertà e disperazione. E non è un caso se l’Inghilterra (in verità assieme ad altri otto Paesi dell’Unione europea) non ha aderito all’euro. Anche la signora Thatcher aveva ragione.

Cosa vogliamo dire con questo? Che quel grande imbroglio massonico della moneta unica europea è la diretta conseguenza di quel filone massonico che in Italia, anticipando gli eventi, si chiamava, per l’appunto, loggia P2. Se avete la pazienza di andarvi a rileggere, tra i documenti della commissione parlamentare sulla loggia P2, i “programmi” di “rinascita” dell’Italia, ebbene, scoprirete parallelismi impressionanti tra alcuni scritti di allora e l’Unione europea dell’euro di oggi. Potenza della massoneria finanziaria!

Al di là di quello che ci diranno oggi con il diluvio di retorica, dobbiamo prendere atto che l’Italia della Resistenza ed i valori della Costituzione italiana del 1948 sono stati sconfitti. Altro che 25 aprile! Così come l’Italia, di fatto, è uscita sconfitta nella battaglia contro la P2. Il risultato è l’adesione del nostro Paese ad un’Unione europea non democratica. Ricordiamoci che la Commissione europea − che è l’esecutivo dell’Unione − non risponde al Parlamento europeo, ma alle consorterie massoniche e finanziarie. La stessa Chiesa cattolica oggi tace, ricattata con la storia dell’Imu.

Chiosa finale. Finora abbiamo sempre creduto che certi europeisti italiani erano persone serie. Il riferimento è − tanto per citare due nomi − ad Altiero Spinelli e Gaetano Martino. Ebbene, il ruolo di questi personaggi andrebbe approfondito, per capire se anche loro − come del resto Robert Schuman − sono riconducibili all’attuale Unione europea di massoni, o se esiste una cesura che separa i primi europeisti dai “briganti” e massoni che oggi controllano l’Europa dell’euro per conto di una Germania sempre più filiazione del “Secolo breve”…

P.S. 

Dimenticavo: oggi, 25 aprile, ricordiamo la lotta della Resistenza italiana contro i tedeschi. Solo che oggi lo facciamo con lo spread tedesco sul collo… Ci sarà qualcuno che farà notare anche tale anomalia?