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Il mancato pagamento delle Misure a superficie del PSR 2015-2020 sta penalizzando il comparto agricolo. Sono troppe le imprese agricole che non hanno percepito i contributi previsti nell’ambito delle Misure 11, 12 e 13 (Biologico, Indennità Compensativa e Natura 2000) del PSR relative agli anni 2015 e 2016”. Lo scrive Rosa Giovanna Castagna presidente regionale di Cia (Confederazione Italiana Agricoltori) Sicilia, in una lettera inviata all’assessore regionale all’Agricoltura Antonello Cracolici.

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Rosa Giovanna Castagna

Ritengo sia preoccupante – continua Castagna – che dopo tre anni dalla pubblicazione dei bandi e presentazione delle domande, la maggior parte delle imprese che sono state inserite negli elenchi utili non abbia ancora percepito alcun contributo a causa di problematiche burocratiche e cavilli di natura informatica, con un continuo rimpallo di responsabilità tra l’amministrazione regionale e l’organismo pagatore AGEA (e oltre il danno la beffa di aver dovuto constatare la grande soddisfazione del Ministro sull’operato Agea)”.

“Inoltre, – aggiunge – le imprese agricole stanno attraversando un periodo di estrema difficoltà a causa della persistente siccità e delle altissime temperature; anche i ripetuti incendi stanno condizionando la vita di molte imprese agricole”. “Bisogna aggiungere che a queste calamità si assomma anche la cattiva amministrazione pubblica (in riferimento al mancato pagamento delle Misure a superficie del PSR 2015-2020) che dà il colpo di grazia al reddito delle imprese agricole”.

Gli imprenditori agricoli non solo sono ormai allo stremo – evidenzia Castagna – ma anche si vedono negato un diritto che gli spetta per legge”. “Alla luce di quanto esposto – conclude Castagna nella lettera inviata a Cracolici – chiedo di intervenire con urgenza presso gli uffici competenti dell’assessorato e presso AGEA affinché si proceda, entro il mese corrente, all’erogazione dei pagamenti delle suddette misure per tutte le imprese agricole ancora sospese”.

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I dati Istat non ingannino: parlare di crescita dell’economia agricola meridionale rischia di essere esagerato se non inesatto. Lo sostiene il presidente nazionale della Cia-Agricoltori Italiani, Dino Scanavino, secondo cui “la ventata di ottimismo che ha fatto seguito alla diffusione delle rilevazioni sull’andamento dell’economia agricola meridionale nel 2015 richiede una lettura approfondita che non può prescindere da alcune riflessioni sui singoli comparti produttivi”. 

Stando all’Istituto nazionale di Statistica, il Mezzogiorno registra il primo recupero del Pil (+1%) dopo sette anni di cali ininterrotti, con un eclatante +7,3% del valore aggiunto del comparto agricolo. “Un segnale positivo che testimonia la dinamicità del settore agricolo e certifica gli sforzi quotidiani delle imprese, ma non si può ignorare che a tale crescita non sia seguito un adeguato trasferimento reddituale agli imprenditori”, commenta Scanavino.

“Sono ancora molte le produzioni simbolo dell’agricoltura del Mezzogiorno che vivono uno stato di grande difficoltà: se si guarda ad esempio ai prezzi pagati agli agricoltori, le ultime quotazioni indicano un calo generale del 4,6%. Una contrazione che supera i 15 punti percentuali per la frutta e il 30% per l’olio d’oliva, settore particolarmente penalizzato dalla mancata gestione dell’emergenza Xylella. Senza dimenticare le difficoltà che hanno caratterizzato l’ultima campagna agrumicola e i problemi di alcuni ortaggi come ipomodori”.
 
Non va trascurata poi, prosegue il leader Cia, il fatto che, come testimoniano i dati delle Camere di Commercio, nel primo trimestre 2016 hanno chiuso oltre 6.200 aziende agricole del Sud: un dato che equivale al 40% delle cessioni avvenute su tutto il territorio nazionale.
 
Anche sul fronte internazionale restano in campo la questione embargo con la Russia e si apre la questioneRegno UnitoPer queste ragioni, secondo la Cia, è opportuno siano messe in campo politiche necessarie a rilanciare la redditività degli agricoltori sia sul fronte nazionale sia su quello comunitario. E a proposito delle affermazioni di ieri del responsabile del Mipaaf sulla proroga dell’embargo  Scanavino annota che “finalmente il ministro Martina, nonché alcuni esponenti del mondo istituzionale, politico e associativo sembrano aver preso coscienza della gravità della situazione: gli agricoltori italiani ora si augurano che segua un impegno in sede diplomatica per una risoluzione celere e definitiva della crisi”.
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La Cia – AGRICOLTORI ITALIANI e Codacons hanno deciso di mettere in campo un’iniziativa di denuncia molto forte, per tenere sempre accesi i riflettori sul problema dello sfruttamento nelle campagne. Infatti le due organizzazioni, hanno chiesto ad una delle più affermate fotografe del panorama internazionale, Tiziana Luxardo, di rappresentare questa piaga che ancora viva nel nostro Paese. Lei lo ha fatto, realizzando un calendario per l’anno 2016 dal titolo “Siamo uomini o caporali…” che farà sicuramente discutere, scuotendo l’opinione pubblica.

L’odioso fenomeno del caporalato in Italia è ancora un problema non pienamente risolto. Sul campo si contano ancora le vittime, perlopiù stranieri sfruttati ma anche nostri connazionali: uomini e donne. Degli schiavi, alle volte dei veri “fantasmi”, i cui corpi non vengono neanche rinvenuti.

Fortunatamente, c’è oggi una presa di coscienza del problema più diffusa, tanto che il Governo ha varato nuove e più stringenti leggi tese a debellare questa odiosa pratica, questo reato. Dal canto loro gli agricoltori italiani, che per la stragrande maggioranza operano nella più cristallina legalità ed etica, utilizzeranno il calendario per invitare i colleghi ad aderire alla “Rete del lavoro agricolo di qualità”.

Tra le vittime di questi criminali, spesso alimentati dal sistema delle mafie, ci sono proprio gli agricoltori perbene e i consumatori. I primi danneggiati due volte: in termini d’immagine del settore e nella competitività delle loro produzioni. I secondi, acquirenti inconsapevoli di prodotti frutto di violenze e malaffare.

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Rischia di implodere tutto il sistema dei Consorzi di Bonifica della Sicilia, oberati dai debiti sempre più crescenti, senza risorse necessarie a garantire la normale attività e soggetti da tempo a subire innumerevoli procedimenti risarcitori. Oltre 2.100 i dipendenti che gravitano attorno ai Consorzi di Bonifica tra tempo indeterminato e stagionali con un costo che si aggira sui 50 Milioni di euro. Oltre 130 milioni di debiti e di contenziosi in atto. Invasi semivuoti e limiti strutturali mettono a rischio la Stagione irrigua”. Questo è il grido d’allarme della presidente regionale di CIA Sicilia Rosa Giovanna Castagna.
“L’Assessore regionale all’agricoltura – evidenzia Castagna – deve intervenire per fermare l’aumento delle tariffe irrigue operate dai Consorzi di Bonifica e l’esecutività dei ruoli consortili in atto, assolutamente insopportabili dal mondo agricolo e fuori da ogni logica di gestione moderna e innovativa”.
“La Confederazione Italiana Agricoltori – aggiunge Castagna – ha più volte sottolineato come nelle condizioni attuali rimane incomprensibile ed assurdo decidere il taglio dei trasferimenti delle risorse ai Consorzi di Bonifica più di quanto previsto dalle normative”.
“Per tutta risposta – sottolinea Castagna – nonostante le direttive dei due precedenti Assessori all’Agricoltura (le tariffe irrigue verranno mantenute in linea con gli anni passati e abbiamo definito le procedure per predisporre e approvare i bilanci di previsione senza incidere sulle tariffe… ), per far quadrare i conti i Direttori dei Consorzi di Bonifica aumentano a dismisura i ruoli irrigui scaricando sugli agricoltori una gestione dissennata che rischia di affossare la migliore agricoltura di qualità di cui la Sicilia ne vanta la primogenitura”.
“Gli agricoltori – continua Castagna – chiedono al Governo della Regione e all’assessore Antonello Cracolici di intervenire con urgenza per mettere ordine al sistema della Bonifica restituendo agli agricoltori la gestione democratica di Enti che siano efficienti, risanati e puliti da ogni incrostazione debitoria. E’ necessario revocare l’art.47 della legge Regionale n. 9/2015 nella parte in cui si prevede il disimpegno finanziario della Regione Siciliana fino al pareggio bilancio dei Consorzi a decorrere dal 2021. Si decida in merito alle priorità sui grandi interventi relativi allo stato strutturale delle dighe, i collegamenti tra invasi, lo stato di salute delle reti scolanti e delle condotte idriche nonché lo stato dell’arte delle centrali di sollevamento e la loro funzionalità”.
“E’ forte la nostra preoccupazione – conclude Castagna – rispetto alla situazione che vive il mondo Agricolo e alla necessità di dotare la Sicilia di strumenti snelli ed efficienti che oltre alla distribuzione dell’acqua ad un costo equo, possano operare per la salvaguardia del territorio e la sua manutenzione così come recitano i nuovi indirizzi di economia agricola nell’ambito del contesto Europeo e dello sviluppo sostenibile che le attuali normative impongono”.

Si è svolta oggi a Catania l’assemblea regionale di Anabio, l’associazione degli agricoltori biologici della Cia. Durante i lavori, ai quali ha partecipato il direttore nazionale Antonio Sposicchi, è stato eletto presidente di Anabio Sicilia Antonino Scuderi, agrumicoltore della provincia di Catania. “Mi farò portavoce delle istanze di questa importante fetta di agricoltura siciliana – dichiara il neo eletto presidente di Anabio – auspicando un incremento dei redditi dei produttori biologici proporzionale all’incremento della produttività”.

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“A fronte di un aumento pari quasi al 25% di superficie agricola biologica – dichiara Rosa Giovanna Castagna, presidente regionale della CIA – non corrisponde in Sicilia una distribuzione e un consumo uniforme su tutto il territorio”. “Occorre da parte della politica regionale una maggiore valorizzazione di questa produzione – aggiunge Castagna – capace di compensare la minore redditività della pratica biologica. Contiamo in tal senso di poter dare un valido contributo al tavolo tecnico regionale sull’agricoltura biologica.”

L’iniziativa della Cia, oggi a Palazzo dei Normanni, muove dalla commemorazione di quei tragici eventi del 1947 per affermare l’attualità del richiamo ai principi fondamentali della giustizia sociale e della legalità. Il presidente Scanavino: “le eccellenze del Made in Italy, bandiera dell’Expo, devono essere legate non solo alla qualità indiscussa delle produzioni agricole italiane, ma anche alla qualità e alla dignità del lavoro e della vita degli agricoltori”.

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“Non c’è futuro senza memoria. E l’eccidio di lavoratori che avvenne il primo maggio del 1947 in località Portella della Ginestra, la prima strage di Stato dell’Italia repubblicana, non può essere dimenticata. Anzi, oggi come ieri, quei tragici eventi affermano l’attualità del richiamo ai principi fondamentali della giustizia e della legalità, beni preziosi ma non ovunque e non a tutti accessibili”. Lo ha detto il presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori, Dino Scanavino, nel corso dell’iniziativa “Gli agricoltori italiani in ricordo di Portella della Ginestra. Legalità, dignità, lavoro, sviluppo”, organizzata dalla Confederazione a Palermo, presso il Palazzo dei Normanni, proprio per commemorare il sacrificio di quegli uomini e quelle donne che chiedevano terra e giustizia sociale e trovarono invece le pallottole della banda criminale di Salvatore Giuliano.

“Con questo convegno − ha spiegato Scanavino − la Cia vuole dare il suo contributo affinché le eccellenze del Made in Italy, bandiera dell’Expo di Milano, siano legate non solo alla qualità indiscussa delle produzioni agricole italiane, ma anche alla qualità e alla dignità del lavoro e della vita degli agricoltori”.

Un discorso ancora più vero in Sicilia, dove la guerra alla criminalità organizzata si combatte, sul serio, anche con il lavoro della terra. Un lavoro, quello sui beni confiscati alle mafie, che Libera porta avanti da anni e che la Cia continua a sostenere coi fatti. È dal 2001, infatti, anno di fondazione della prima cooperativa “Placido Rizzotto” nel palermitano, che va avanti la partnership tra Cia e Libera, sancita poi nel 2008 da un protocollo d’intesa con cui la Confederazione si impegna “attraverso le sue strutture e i suoi tecnici” a fornire “consulenza e assistenza alle cooperative e ai soci del progetto Libera Terra nella gestione dei terreni confiscati alla criminalità organizzata”.

IMG_0092L’obiettivo comune è quello di ripartire dall’agricoltura per proporre un modello di sviluppo alternativo alla logica del sopruso e del ricatto. Dimostrare che ciò che la mafia ha sottratto alla collettività, con la violenza e l’intimidazione, può essere restituito alla società civile e può creare − attraverso il lavoro sui terreni agricoli “liberati” − nuove opportunità di sviluppo e di occupazione e un sistema produttivo basato sulla qualità.

Insomma, “dalle mani della criminalità a quelle della legalità − ha detto il presidente della Cia −. Un percorso non facile, tanto più in questa congiuntura economica, in cui la nostra agricoltura è sempre più spesso nel mirino delle mafie”. Dall’agropirateria alle truffe sulla Pac, dal caporalato al saccheggio del patrimonio boschivo, dall’usura al controllo delle filiere agroalimentari, la piovra della criminalità organizzata allunga i tentacoli sul comparto, “coltivando” un business da 50 miliardi di euro l’anno, pari a quasi un terzo dell’economia illegale nel Belpaese.

L’infiltrazione nel settore primario di “Mafie Spa” produce più di 240 reati al giorno, praticamente otto ogni ora, e mette sotto scacco oltre 350 mila agricoltori − si è detto durante l’iniziativa riprendendo i numeri del “Rapporto sulla legalità e sicurezza 2014” della Cia −. Il fenomeno, fino a pochi anni fa concentrato soprattutto nelle regioni del Sud, ora si sta espandendo a macchia d’olio in tutt’Italia, Nord incluso, con un raggio d’azione che è sempre più ampio e dilatato. La lista dei reati perpetrati nelle campagne è lunga e ha un conto pesante: non ci sono solo i 14 miliardi l’anno delle agromafie in senso stretto, vanno aggiunti i 4,5 miliardi calcolati tra furti e rapine; e poi i 3,5 miliardi del racket e i 3 miliardi dell’usura; e ancora 1,5 miliardi per le truffe all’Unione europea e 1 miliardo solo per la contraffazione alimentare in Italia; infine, 1 miliardo per le macellazioni clandestine e quasi 20 miliardi di euro legati alle ecomafie tra abusivismo edilizio, discariche illegali e incendi boschivi dolosi.

“Attraverso il controllo nelle campagne − ha spiegato Scanavino − le mafie cercano di incrementare i propri affari illeciti, esercitando il controllo in tutta la filiera agroalimentare, dai campi all’intermediazione dei prodotti, fino agli scaffali del supermercato. Non c’è più in gioco solo il potere su un determinato territorio, la criminalità organizzata vuole far fruttare i patrimoni, entrando in quei comparti “anticrisi” che si stanno dimostrando sempre più determinanti per la ripresa dell’economia nazionale, come appunto l’agroalimentare”. Per questo, ora più che mai, serve un forte impegno comune, azioni e strategie il più possibile condivise, per sconfiggere questa “piaga” che distrugge il tessuto sano e produttivo dell’imprenditoria italiana, tenendo conto anche del fatto che l’agricoltura spesso mostra maggiori elementi di vulnerabilità, legati a quelle caratteristiche ed inevitabili forme di “isolamento geografico” dei luoghi di lavoro e al livello di fragilità degli addetti. “La situazione è davvero grave − ha osservato ancora il presidente della Cia −. Tantissimi sono gli imprenditori che, purtroppo, fanno i conti con il racket e l’usura, con i furti e le rapine, con le estorsioni e le minacce. Senza contare i danni economici e d’immagine inaccettabili che i produttori e tutta la filiera di qualità pagano per colpa di falsi e sofisticazioni alimentari”.

Ma l’agricoltura di qualità è anche quella che combatte il sommerso. Questo significa affrontare un altro tema tragico e irrisolto: il lavoro nero in agricoltura. E in questo la Confederazione si sente in obbligo di guardare la realtà per capire cosa fare. In uno studio recente, l’Eurispes ha stimato al 32% l’incidenza del sommerso in agricoltura nel 2014. Una cifra in aumento rispetto agli ultimi anni: 27,5% nel 2011, 29,5% nel 2012, 31,7% nel 2013.

Dati allarmanti che richiedono una complessità adeguata di approccio. Se da un lato, infatti, il sommerso agricolo sembra fortemente legato ad elementi strutturali e alla natura stessa del comparto, dall’altro si delinea come un fenomeno capace di rinnovarsi nel tempo secondo modalità di volta in volta nuove, traendo nuova linfa ora dalla crisi generalizzata e profonda che colpisce il comparto agricolo, ora dall’attività della criminalità organizzata, ora dalla complessità normativa e dagli alti costi del lavoro. Occorre, quindi, ben distinguere gli strumenti da utilizzare nell’uno e nell’altro caso. Nei casi che si possono ricondurre a irregolarità, e non ad illegalità, occorre, secondo Cia, un approccio positivo che parta da questa domanda: come si sostiene, come si aiuta l’impresa regolare? Come si toglie terreno fertile a chi cerca nella complessità e onerosità delle regole un alibi al proprio comportamento scorretto? Per Scanavino “la risposta è in queste due fondamentali formule: semplificazione e premialità”.

Nei casi invece di illegalità, di lavoro nero, la formula necessariamente cambia e le “armi” a disposizione devono essere “affilate”. Per esempio, servono servizi ispettivi più efficienti, tema caro alla Cia, che vede in una razionalizzazione degli interventi ispettivi e in una loro crescita dal punto di vista della qualità, il modo per indirizzare la risorse verso le situazioni di reale gravità, abbandonando ogni residuo approccio formalistico e burocratico, che spesso si traduce in un’improduttiva insistenza verso aziende note, sostanzialmente regolari e con nessun beneficio per i lavoratori. Poi c’è la questione odiosa del caporalato, che deve vedere una forte azione di sensibilizzazione, ma anche di corretta consulenza, da parte delle organizzazioni di categoria, per cautelare e mettere in allerta le aziende di fronte all’attività di soggetti intermediari che si presentano come regolari ma che regolari non sono.

Infine, occorre maturare la consapevolezza che il mercato del lavoro agricolo è zona talmente magmatica e dinamica da non poter essere governata con i servizi pubblici all’impiego, ma richiede l’intervento mirato delle parti sociali agricole a livello territoriale attraverso lo straordinario strumento della bilateralità agricola.

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L’intervista. Ci sono spazi pure per operatori da impiegare nei mercatini di prodotti agricoli o esperti contabili

di Aurora Fiorenza

«La terra siciliana ha molte opportunità lavorative da offrire ai giovani». Parola del segretario regionale dei giovani imprenditori della Confederazione italiana agricoltori (Cia), Angelo Forgia, che ieri mattina è stato ospite alla trasmissione Ditelo a Rgs e ha sottolineato le possibilità di impiego in un settore come quello agricolo.

Quali sono le figure professionali che le aziende agricole richiedono oggi in Sicilia?

«C’è molto lavoro nell’ambito della campagna. Le aziende cercano 10325372_10204140788946398_5829905810390208713_ncollaboratori per agriturismi, per i mercatini degli agricoltori che facciamo nelle varie città siciliane, operatori per i servizi fiscali e di patronato, soprattutto come assistenza agli anziani. Ma in particolare cerchiamo chi ha voglia di scommettere sulla terra: siamo a caccia di nuovi imprenditori agricoli. Ed è proprio su questo che si basa il Piano di sviluppo rurale, che partirà nei prossimi sei anni. L’obiettivo è far insediare nel mondo del lavoro il maggior numero di aziende che operano in questo settore. Settore che per fortuna ha tanto da offrire».

Quali sono le città siciliane che offrono maggiore spazio a chi ha voglia di fare nuova impresa agricola?

«In realtà un po’ tutte. Il motivo? Nelle città c’è un risveglio poiché la crisi ha impoverito le famiglie e, quindi, oggi il ritorno alla terra è forte. Il territorio siciliano è ottimo per essere coltivato. Noi abbiamo molte occasioni all’interno delle nostre aziende, nei nostri patronati, nei nostri centri fiscali. Su questo vogliamo puntare: sui giovani che credono nella terra e nel benessere. Le superfici terrene ci sono, spesso vengono abbandonate o trasformate in insediamenti. Invece, noi vogliamo che la campagna rimanga tale e torni a essere protetta e produttiva. Dalle nostre terre  siciliane devono venire alla luce prodotti salutari, biologici, non inquinanti. Tutta merce che già adesso viene venduta, durante la settimana  e in particolare nel week-end, all’interno dei mercati del contadino. Ed è proprio in questi mercati che mettiamo in contatto diretto il produttore con il consumatore. Oggi chi consuma è molto più attento rispetto al passato e cerca la qualità in un mondo fatto di globalizzazione che spesso mira, invece, alla qualità».

Voi siete tra i partner del progetto europeo Garanzia Giovani. Che tipo di opportunità state mettendo a disposizione per i ragazzi siciliani?

«Abbiamo aperto tutte le nostre aziende ai giovani. In primis gli agriturismi che sono dei luoghi dove spesso le nuove generazioni non vanno e, quindi, non conoscono. Allora cerchiamo di avvicinarli alla campagna, facendogli  fare dei giri  e toccando con mano la terra. Ma non solo. Li facciamo incontrare anche con gli animali che vivono in agriturismo. Un rapporto, quello tra i ragazzi  e gli animali, che spesso nei centri  urbani non si crea. Vivere nelle metropoli significa anche stare lontani dalla realtà verde, fatta principalmente di sola natura e bellezza. Ecco, con questi tirocini, con queste esperienze lavorative rivolte ai ragazzi  vogliamo portare la città in campagna. Il lavoro nel campo dell’agricoltura esiste, mancano purtroppo le specializzazioni. Servirebbe una politica che indirizzi i giovani a queste opportunità reali. Quindi, bisogna guidare i ragazzi verso i mondi in cui ancora c’è spazio per costruire un futuro. Le nuove generazioni non vanno demoralizzate. Noi abbiamo occasioni lavorative da offrire, con il nuovo piano di sviluppo rurale abbiamo la possibilità di far nascere nuovi imprenditori agricoli. Però, spesso ci troviamo davanti a un burocrazia che ci ostacola, che non facilita le occasioni che rivolgiamo ai giovani. Basta pensare che in Sicilia ci sono delle proprietà terriere della Regione e dell’ente di Sviluppo Agricolo, potenzialmente coltivabili che potrebbero essere utilizzate, messe a disposizione di chi ha intenzione di fare azienda con la terra. Ma che purtroppo sono inutilizzate. Così, quando chiediamo di poter avviare, proprio in questi appezzamenti, un’impresa agricola giovane e fresca, scopriamo sempre che per ottenere quei terreni bisogna passare da mille permessi e superare altrettanti vincoli».

Questa difficoltà e questa pesantezza burocratica che affrontate quotidianamente, l’avete sottoposta all’attenzione dell’amministrazione regionale?

«Si. Tanto che proprio all’assessore regionale all’Agricoltura, Nino Caleca, qualche settimana fa durante un incontro, abbiamo chiesto di dare il capitale terra ai giovani, affinché questi possano connettersi, insediarsi e fare impresa sana. Solo questo chiediamo: tempi certi. Con tutta sincerità devo dire che sono davvero moltissimi i giovani che vogliono tornare alle radici. I ragazzi siciliani vogliono creare delle imprese agricole legate al biologico, alla salute, al pulito. Lo scopo di queste aziende che vogliono nascere e svilupparsi è di puntare sulla qualità. L’entusiasmo e le idee dei giovani non mancano. Anzi, spesso partono euforici, ma poi si demoralizzano quando vogliono trasformare in concretezza ciò che avevano pianificato sulla carta. Purtroppo davanti a loro non trovano delle modalità semplici per poter mettere in piedi un’azienda. Quindi, noi abbiamo un obbligo morale, che è quello di accompagnarli nel loro sogno e non ci stancheremo mai di farlo».

Giornale di Sicilia 

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di Gea Turco

Donne in Campo Sicilia, l’associazione femminile della Confederazione italiana agricoltori lancia la campagna dal nome “Piantiamola”.

Una giornata che vuole ricordare le conquiste delle donne e le lotte contro le discriminazioni ha spesso assunto negli anni connotati di frivolezza. Svuotare di significato una ricorrenza che definiremmo della “memoria” è comodo per tanti.

Piantiamola! E guardiamo oltre per ricucire un futuro prossimo che le nuove generazioni vedono avaro di prospettive. Sogni e progetti hanno bisogno di essere “rinverditi”. É per questo che piantare e dedicare alberi a donne che hanno lasciato un segno nella vita di chi le ha incontrate significa condividerne e rivitalizzarne le idee.

La messa a dimora di un albero, il suo radicamento e accrescimento sono un simbolo concreto di vita e speranza.

Le Donne insegnano alle bambine ed ai bambini, fin dalla culla, il rispetto dei valori dell’amore, della famiglia, dell’agricoltura, dell’ambiente, pongono le basi per future donne e futuri uomini capaci di relazionarsi e collaborare per costruire un mondo che rispetti gli equilibri della natura, delle relazioni e degli affetti.

Scegliamo alberi autoctoni del territorio e facciamoci una foto pubblicandola con ľhashtag #piantiamola.

Piantiamola! E guardiamo al futuro con ottimismo, ma avendo sempre presenti le nostre donne e le loro storie.

di Evelina Gianoli

Si è svolto ieri mattina, presso la sede della Camera di Commercio di Palermo, il seminario sull’imprenditoria femminile “Donne al lavoro: misure a sostegno”, coordinato da Rosanna Montalto, vicepresidente vicario Terziario donna di Confcommercio Palermo.Logo Confcommercio - standard colore-2

Un incontro per stimolare le donne, in particolare quelle giovani, a investire per realizzare i propri sogni chiedendo finanziamenti per le start up. Si sono susseguiti numerosi e autorevoli interventi, da Fabrizio Escheri, Presidente dell’Ordine dei Dottori Commercialisti, a Patrizia Di Dio, Presidente nazionale terziario Confcommercio Palermo. Dalla responsabile degli incentivi alle imprese del Ministero dello Sviluppo Economico, Maria Lustrì, alla referente nazionale dell’ABI in merito al protocollo, Francesca Macioci, e a Steni Di Piazza, referente di Banca Etica.

Quella di ieri è stata una giornata di approfondimento sugli strumenti attualmente a disposizione nel campo del credito, dei finanziamenti agevolati e a fondo perduto, degli incentivi all’occupazione, a sostegno del lavoro femminile, per le donne che desiderano inserirsi nel mondo dell’imprenditoria e delle professioni. Perché in questo momento di crisi economica, il valore aggiunto del lavoro femminile è una risorsa fondamentale, che in molti casi ha dato slancio ed energia sia all’imprenditorialità stessa che ai livelli occupazionali.

“Sono tanti gli strumenti a sostegno per il lavoro femminile – dice Patrizia Di Dio, Presidente nazionale di Terziario Donna Confcommercio – ed è fondamentale conoscerle e farne il giusto uso. Come il protocollo che abbiamo siglato con l’ABI grazie al quale le banche  hanno messo a disposizione delle donne imprenditrici 1 miliardo e 400 milioni di Euro“.

Nel corso del seminario è stato evidenziato come l’Italia stia attraversando un momento difficile e delicato. Tuttavia, diversi studi individuano alcune dinamiche interessanti, che potrebbero con gli anni permettere al Bel Paese di andare oltre la sopravvivenza. Una di queste dinamiche va individuata nel consolidamento del lavoro femminile, quale fattore di rilancio dell’impresa e delle professioni. Le donne costituiscono, infatti, il prezioso capitale sommerso che va valorizzato per restituire all’Italia e al nostro territorio una nuova chance. 2015-03-03 09.42.06La componente femminile sta mostrando capacità di affrontare e gestire l’attuale e difficile fase economica con intelligenza, lungimiranza e determinazione. Molte donne coraggiose che, a dispetto della crisi, hanno scelto la strada dell’impegno imprenditoriale e professionale perché convinte di poterla percorrere dando il meglio di sé. Tant’è vero che dal 2011 si è assistito ad una prima inversione di marcia positiva: le imprese femminili reagiscono meglio alla crisi. In Sicilia il tasso di femminilizzazione è sorprendentemente più alto (23,90%) rispetto a quello nazionale (21,55%). Donne portatrici di una fiduciosa volontà di cambiamento sia personale che economico-sociale, esattamente ciò di cui il nostro Paese ha oggi soprattutto bisogno.

Ad evidenziare, tuttavia, la difficoltà delle donne nel fare impresa è intervenuto il Dott. Steni di Piazza, referente della Banca Etica, Progetto Jeremy – Microcredito, il quale ha affermato: «Banca Etica è l’unica banca in Sicilia che fa microcredito». Inoltre, lo stesso Di Piazza ha dichiarato: «le donne sono troppo spesso “ospiti e straniere” nel mondo di un’ imprenditoria a vocazione prevalentemente maschile». Ancora: «oggi si può uscire dalla crisi, se il mondo dell’economia viene restituito al genio femminile».

Del resto, risalendo all’etimologia della parola “economia”, scopriamo che la stessa deriva dal greco oikos, che in italiano significa “casa”, la cui cura e gestione nell’antica Grecia erano totalmente affidate alle donne. Possiamo, pertanto, affermare che le donne sin dalle origini sono state le “madri” dell’economia.

IMG_0564Intervistata, nel corso del seminario da Sicilia più, Gea Turco, Presidente regionale di “Donne in Campo Sicilia”, l’associazione femminile della Cia-Confederazione italiana agricoltori, ha dichiarato: «nell’attuale contesto economico-produttivo, in molte donne continua a permanere la paura dell’incipit imprenditoriale». A testimonianza di ciò: «ci sono aziende, tra cui anche le banche che, nonostante riconoscano l’inventiva e la creatività delle donne,  danno più spazio agli uomini, solo perché più liberi e sgravati dal peso della famiglia, la cui gestione è prevalentemente a carico del sesso femminile». In ultimo: «molte donne, oggi, anche in età non più giovanissima, si trovano innanzi alla difficile scelta tra la realizzazione professionale e quella familiare: o si rinuncia alla prima o si sacrifica la propria sfera privata».

L’evento, dunque, ha avuto come obiettivo quello di valorizzare adeguatamente sia il capitale umano e professionale rappresentato dalle donne, che l’enorme potenziale di idee, talento, creatività, energia femminili. Potenziale che rappresenta una fonte straordinaria di crescita e di sviluppo occupazionale, di benessere familiare e di coesione sociale, senza sottovalutare il rafforzamento del gettito fiscale e previdenziale.

In occasione dell’iniziativa di ieri, Confcommercio ha promosso uno sportello di orientamento a favore dell’imprenditoria femminile e per le libere professioniste, dal nome “Confcommercio è donna”, avente lo scopo di fornire chiarimenti ed assistenza alle donne che fanno impresa o che intendono cimentarsi in tal senso.

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E’ questa la richiesta che la Cia Sicilia rivolge a tutti i comuni siciliani. La sospensione del pagamento dell’Imu, peraltro, permetterebbe di valutare meglio la situazione, in attesa anche di fare chiarezza sui criteri adottati per il pagamento, considerato che l’Istat non si assume la paternità dei dati utilizzati per originare l’Imu agricola.
Il Governo è intervenuto nei giorni scorsi sulla revisione dei criteri di determinazione delle aree di esenzione Imu dei terreni agricoli e ha sottolineato la congruità dei nuovi parametri, definiti sull’effettiva natura e posizione dei terreni agricoli. Peccato che oggi l’Istat ci dice che quella classificazione non è stata più aggiornata e non tiene conto delle mutate condizioni di molti comuni, come, ad esempio, quelli appartenenti a comprensori montani.

10806244_10204481300328713_1248470114730524718_n“Un ulteriore inasprimento fiscale è inaccettabile”, dice Rosa Giovanna Castagna, presidente della Cia Sicilia, “l’imposta arreca un ulteriore, ingiusto, aggravio agli imprenditori e operatori agricoli, che danneggerà pesantemente il settore agricolo e zootecnico siciliano. L’esenzione totale dell’Imu – continua Castagna – sui terreni agricoli montani non risolve il problema, poiché trasferisce il peso del gettito fiscale sugli altri comuni, molti dei quali sono in aree svantaggiate e fortemente esposte a fenomeni di dissesto idrogeologico e di spopolamento. Non è nostra volontà sottrarci al pagamento. Ribadiamo, però, la richiesta di definizione di parametri equi su basi reali di redditività dei terreni, considerando anche le condizioni infrastrutturali che caratterizzano alcuni territori, al di là dell’altitudine. Chiediamo inoltre che si lavori alla ridefinizione delle rendite. E’ impensabile chiedere agli agricoltori di versare allo Stato una tassa che, nella migliore delle ipotesi, equivale al reddito prodotto.”