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Italicum, traballa il ballottaggio

Pubblicato: 3 novembre 2015 da Sicilia più in Politica
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di Rodolfo Ruocco

È maturata sottotraccia. È la proposta di legge numero 3385: vuole modificare l’Italicum abolendo il ballottaggio, nel caso in cui nessuna lista ottenga il 40% dei voti per incassare il premio di maggioranza. Il progetto l’ha presentato alla Camera Giuseppe Lauricellafoto, deputato del Pd, che da mesi indica la necessità di rivedere la legge elettorale per le politiche.

È il cosiddetto “ritocchino” all’Italicum approvato dal Parlamento nei primi giorni dello scorso maggio. Ma il ballottaggio non è stato sempre un cavallo di battaglia del Pd? Lauricella invita a distinguere: «In Francia il secondo turno è di collegio e non nazionale». Indica la necessità di evitare il rischio di “forzature” con ricadute come “l’effetto Parma”. È il richiamo alla città emiliana che fu una bruttissima sorpresa per il Pd: è divenuta un caso perché lì al primo turno era nettamente in testa il candidato sindaco del centrosinistra mentre al secondo vinse il M5S, raccogliendo tutti i voti di protesta a sinistra, nel centrodestra e tra quelli prima rifugiatisi nell’astensione.

Dunque sì al premio di maggioranza alla lista che ottenga almeno il 40% dei voti (dà diritto al 55% dei seggi della Camera), sì alla soglia di sbarramento del 3%, no al ballottaggio e no al premio alle coalizioni. Lauricella argomenta: «Va garantita la stabilità politica e anche la rappresentanza delle forze minori, ma se il premio di maggioranza si desse alla coalizione elettorale e non alla lista, si rischierebbero le dinamiche ‘ricattatorie’ dei piccoli partiti». Ma se nessun partito raggiungesse il 40% dei voti e non scattasse il premio di maggioranza, non arriverebbe l’ingovernabilità? La risposta è no: «Si formerebbe un governo di coalizione. Lo ha fatto la Merkel in Germania e ha seguito questa strada Cameron in Gran Bretagna nella precedente legislatura».

Le pressioni per cambiare l’Italicum sono sempre più ampie, stanno diventando fortissime. Il Coordinamento democrazia costituzionale ha avanzato ricorso contro la legge elettorale presso 15 Corti d’appello: nel mirino c’è il ballottaggio e il premio di maggioranza. Silvio Berlusconi, la sinistra del Pd, i partiti minori della maggioranza e delle opposizioni da tempo sono sul piede di guerra per assegnare il premio di maggioranza alla coalizione e non al partito più forte.

Ad insistere è soprattutto Angelino Alfano,Alfano2 presidente del Nuovo Centrodestra, il maggiore alleato di governo di Matteo Renzi. Il motivo è semplice: il Ncd, nato alla fine del 2013 da una scissione di Forza Italia, oscilla intorno al 4% dei voti. Ora gli addii, come quelli di Gaetano Quagliariello e Nunzia De Girolamo, si stanno moltiplicando e rischia l’estinzione se nelle elezioni politiche non potrà contare su un accordo di coalizione. Riccardo Nencini, segretario del Psi, rilancia: «Chi sostiene la coalizione vincente non può che godere del premio di maggioranza».

Anche Berlusconi, ferito dalle scissioni di Alfano, Giorgia Meloni, Denis Verdini, Raffaele Fitto, punta ad ottenere il premio di maggioranza per le coalizioni: «Sono abbastanza fiducioso che si possa cambiare la legge elettorale nel senso di dare il premio di maggioranza non alla lista, ma alla coalizione». Il presidente di Forza Italia ha spiegato il motivo: «Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia insieme superano di un punto percentuale il Pd. Possiamo tornare a vincere».

La sinistra Pd una volta considerava un rischio autoritario “il combinato disposto” tra Italicum e riforma costituzionale, perché concentrava troppo potere nelle mani del presidente del Consiglio. Adesso i dissidenti democratici, dopo aver spuntato da Renzi nella riforma costituzionale l’elezione dei futuri senatori “in conformità” con le scelte dei cittadini, hanno aggiustato il tiro anche se dei “ribelli” restano. Per Vannino Chiti «ora diventa prioritaria la legge elettorale per il nuovo Senato» che deve essere approvata «il prima possibile» senza attendere il referendum sulla riforma costituzionale previsto per l’autunno del 2016. L’esponente della minoranza democratica, invece, per quanto riguarda l’Italicum ha previsto tempi più lunghi: «Realisticamente una riconsiderazione potrà aver luogo dopo il referendum, al termine dell’iter della riforma costituzionale».

Beppe Grillo, 2015101970842-BEPPE-GRILLO-MOVIMENTO-5-STELLE-NO-ALLEANZA-PD-2invece, non spinge per cambiare l’Italicum che diventerà operativo dal prossimo luglio. Chiede sempre le elezioni politiche anticipare e vede «il tacchino del Pd nel forno». Il leader del Movimento 5 Stelle ha detto ai giornalisti: «L’Italicum? Probabilmente penalizza più chi l’ha scritta che noi». Sembra piacergli il premio alla lista e non alla coalizione perché, se nessuno conseguisse il 40% dei voti, ci sarebbe il ballottaggio e «se andremo al ballottaggio vedremo». Grillo rifiuta le alleanze: in un ballottaggio tra Pd e M5S conta di vincere.

Renzi, però, per ora conferma il no a cambiare l’Italicum. Vuole realizzare le riforme strutturali per far risvegliare “la bella addormentata”, come ha definito l’Italia. Punta a far svolgere le elezioni politiche regolarmente nel 2018, alla fine della legislatura. E niente modifiche all’Italicum perché garantirà la stabilità politica: “Qualcuno ha avanzato questa idea. Mi sembra assurdo… A me, peraltro, la legge piace così com’è”.

di Giulio Ambrosetti

Domani Raffaele Fitto sarà a Palermo per presentare, di fatto, la sua idea di centrodestra alternativa a quella di Silvio Berlusconi. Ufficialmente, Fitto è ancora dentro Forza Italia. Ma è ormai chiaro che la rottura con l’ex Cavaliere è nelle cose. E non è certo per caso che il grande dissidente azzurro abbia scelto la Sicilia: è nell’Isola che il centrodestra è sempre stato ed è ancora forte; è in Sicilia che un’alternativa a Berlusconi può trovare salde radici per una serie di motivi che ora proveremo a illustrare.

2015012281258-FittoPrima, però, va fatta una premessa sulla crisi del berlusconismo che ha radici a Milano, a Roma e, per certi versi, in Germania. Ricordiamo che, nel 2012, Berlusconi rischiava tantissimo sul piano giudiziario. Poi tutto è finito nella più classica delle bolle di sapone. Certo, ha dovuto lasciare il Parlamento in seguito a una condanna tutto sommato lieve, rispetto a tutto quello che ha combinato. E gli hanno dato anche la possibilità di continuare a fare politica. Perché? Qui potrebbe essere entrata in scena la Germania. Proviamo a raccontare il perché.

È fuor di dubbio che il governo di Matteo Renzi prenda ordini dalla Merkel. Non tanto e non soltanto perché la rete è piena di scritti e vignette che ritraggono l’attuale Presidente del Consiglio del nostro Paese accanto alla Cancelliera tedesca, quanto perché alcuni provvedimenti voluti dal governo, e che dovrebbero essere approvati da Camera e Senato, sembrano dettati dagli interessi della Germania (il Jobs Act, per esempio, che consentirà di licenziare i lavoratori senza tante storie). È chiaro che servirà a chi rileverà le imprese italiane o a chi verrà a fare impresa in Italia. E tra questi c’è la Germania (ma non soltanto).

Nel 2012 a Berlusconi è stato consentito di partecipare e gestire le elezioni politiche, nonché di raccogliere il 30 per cento circa di voti del centrodestra. Perché gli è stato concessa questa possibilità? Per organizzare un’opposizione al governo di centrosinistra? Non esattamente. Perché, se ci fate caso, fino ad oggi il centrodestra di Berlusconi, dentro e fuori dal Parlamento, ha puntellato il governo Renzi. Di fatto, l’ex Cavaliere utilizza i voti dell’elettorato del centrodestra per aiutare un governo di centrosinistra.

Il “gioco” sembra essersi interrotto con l’elezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica. Berlusconi si è adirato, ha detto che si è sentito tradito e bla bla. Ma questa potrebbe essere una sceneggiata. Se, come si presume, in Parlamento Berlusconi sosterrà il Jobs Act e altri provvedimenti del governo Renzi, si avrà la dimostrazione che Berlusconi non ha mai rotto con Renzi, del quale, anzi, condivide quasi tutte le scelte politiche, che, in buona parte, non sono affatto di sinistra, ma di centrodestra.

Perché Berlusconi sta appoggiando il governo Renzi? La risposta è facile: perché, da due anni a questa parte, l’ex Cavaliere sta utilizzando l’elettorato di centrodestra per tutelare le proprie aziende e non certo per costruire un’alternativa al governo Renzi. In pratica, Berlusconi sta tradendo il proprio elettorato. E lo sta facendo perché la Germania, se vuole, gli “mangia” le aziende nel giro di qualche settimana.

o.273892Oggi più di ieri tutti i mercati sono truccati. Lo spread è sceso sotto i 100 punti, non perché l’economia italiana è in ripresa (tutt’altro!), ma perché così vuole la Germania. In Borsa i titoli di Mediaset tengono, non perché gli investitori ci credono, ma perché le banche controllate dai potentati economici e finanziari che fanno sempre capo alla Germania per ora hanno deciso così. Ma se Berlusconi sgarra, gli mangiano le aziende in un solo colpo.

Berlusconi non è un uomo politico libero. Ammesso che qualche volta possa esserlo stato, oggi libero non lo è proprio. Deve tutelale le proprie aziende. E per farlo deve prendere per i fondelli l’elettorato italiano di centrodestra, sostenendo in Parlamento (possibilmente sottobanco per non fare scoprire il “gioco”) il governo Renzi.

Chi ha ‘sgamato’ Berlusconi è Fitto, il quale, infatti, sta dando vita a una battaglia politica dentro Forza Italia. In tanti si chiedono perché Fitto non abbia ancora lasciato gli azzurri. Chi se lo chiede non “mastica” molto la politica, perché è chiaro che Fitto, prima di venire fuori con un nuovo soggetto politico moderato, deve provare a conquistare Forza Italia mettendo in minoranza Berlusconi nel suo stesso partito. L’operazione è quasi impossibile, perché l’ex Cavaliere, grazie alla sue Tv, condiziona l’opinione pubblica.

Ma nonostante le sue Tv, Berlusconi è in crisi. Perché ormai il gioco politico sporco che conduce è sempre più chiaro. E più disinforma la gente, più si ‘sputtana’. D’altra parte, Fitto rimane dentro Forza Italia, perché più resta dentro il partito, più si rafforza, togliendo dirigenti e, soprattutto, elettori a Berlusconi e alle sue Tv. Come finirà? Non lo sappiamo. Ma sappiamo che Fitto è in crescita, mentre Berlusconi ha ormai iniziato la sua parabola discendente.

Che parte giocherà, in questa partita, la Sicilia? Un ruolo importante, perché l’elettorato siciliano è stanco di un centrosinistra che governa la Sicilia dal 2008 con risultati devastanti. Proprio in queste ore intere categorie sociali preparano scioperi contro i tagli che il governo Renzi sta imponendo al governo regionale di Rosario Crocetta. Tagli ai dipendenti regionali, tagli ai pensionati regionali, tagli ai precari della Regione, tagli ai precari dei Comuni. E ancora: tagli agli operai della Forestale, tagli agli addetti del Corpo forestale, tagli agli enti regionali, tagli alle Province regionali commissariate, tagli ai beni culturali, tagli all’agricoltura (incredibile l’introduzione dell’Imu sui terreni agricoli!), tagli alla gestione delle scuole (non era mai capitato di assistere a centinaia di Licei e scuole superiori di tutta la Sicilia senza i riscaldamenti: eppure quest’anno è successo anche questo!). Insomma, un disastro sociale.

In una Sicilia dove la Regione è governata dal centrosinistra, dove i Comuni sono in massima parte governati dal centrosinistra, dove le Province commissariate sono gestite dal centrosinistra, dove quasi tutti gli enti pubblici regionali, provinciali e comunali fanno capo al centrosinistra, un soggetto politico di centrodestra ha davanti a sé “autostrade” di elettorato. Lo ha capito anche la Lega di Salvini, che infatti sta mettendo incredibili radici nella nostra Isola.

È per questo che Fitto si sta catapultando in Sicilia. Per proporre quello che Forza Italia siciliana – cioè il partito di Vincenzo Gibiino, il poco credibile luogotenente di Berlusconi in Sicilia – non è riuscita a fare (e che forse non può fare): costruire un’alternativa all’attuale governo regionale di centrosinistra, che sarà la forte base di partenza per un vero centrodestra alternativo a Renzi a Roma. Un progetto, quello di Fitto in Sicilia, che passa inevitabilmente per lo svuotamento di Forza Italia nell’Isola. Idea intercettata subito dal PD siciliano, che non a caso ha intruppato i quattro deputati moderati di Articolo 4, nel timore che venissero calamitati dal progetto di una nuova area politica moderata.

Ma il tempo, in Sicilia, lavora in favore di Fitto. Lo svuotamento di Forza Italia siciliana, infatti, è già iniziato. Gli accordi che Forza Italia sta provando a stringere in tanti Comuni della Sicilia con il PD, in vista delle elezioni amministrative (vedi Agrigento) sono un segnale preciso di debolezza. Perché più Fitto si organizza nel territorio, più la Germania chiede conto e ragione a Berlusconi. Perché l’ex Cavaliere deve sì tenere in piedi un centrodestra, ma deve essere un finto centrodestra che deve appoggiare, sottobanco, Renzi, a Roma e in periferia. Ma gli elettori – soprattutto quelli siciliani – stanno capendo il gioco dell’ex Cavaliere, che alla fine di tutte queste contorsioni politiche trasformiste non salverà di certo Forza Italia. E, forse, non salverà nemmeno le sue care aziende…