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di Giulio Ambrosetti

Parla il vice Presidente dell’Anci Sicilia, delegato per le questioni finanziarie. “La politica siciliana non è più in grado di dare risposte concrete ai cittadini. Ha fallito sull’acqua, sui rifiuti, sulla riforma delle Province e su tutto il resto. La Leopolda sicula? Priva di contenuti”.

“Parlano, parlano, parlano. Ma di fatti concreti ne vediamo pochi. La verità è che la politica siciliana si è ormai incartata. Non va né avanti, né indietro. E’ bloccata. Ma i cittadini siciliani non possono più aspettare. Hanno bisogno di risposte concrete. E le chiedono a noi sindaci. E’ a noi che i cittadini siciliani chiedono conto e ragione della gestione idrica, dei rifiuti e, perché no? anche del fatto che non trovano lavoro. E noi sindaci abbiamo il dovere di rispondere a chi ci ha eletto. Anche perché noi sindaci non veniamo designati a Roma, dalle segreterie. Noi non siamo figli del Porcellum. Noi veniamo eletti direttamente dai cittadini. E ai cittadini dobbiamo rispondere. Il prossimo 21 aprile ci riuniremo a Caltanissetta. Se da oggi al 21 aprile non avremo risposte dalla politica andremo per la nostra strada”.

Così parla Paolo Amenta, vice presidente dell’Anci Sicilia con delega per le questioni finanziarie. Amenta è sindaco di Canicattini Bagni, paese della provincia di Siracusa. Ma da qualche anno – e precisamente da quando la Regione siciliana non trasferisce più ai Comuni le somme previste dalla legge nei termini temporali previsti e da quando lo Stato centrale ha ridotto i trasferimenti finanziari agli stessi Comuni – Amenta è costretto a dividersi tra il Comune che amministra e l’Anci Sicilia (Associazione, nazionale comuni italiani). Amministra il suo paese e prova a discutere con i politici nazionali e regionali.

“Ma discutere con i politici, oggi, è difficile – ci dice sempre Amenta -. Guardiamo al rapporto con il governo nazionale di Matteo Renzi. Ebbene, la Sicilia non può trattare più con Roma da una posizione di debolezza. E queste cose non dovremmo dirle noi sindaci, ma i rappresentanti del governo regionale. Ma siccome questi ultimi tacciono, siamo costretti a parlare e a difendere le nostre regioni. Prendiamo il caso della legge nazionale numero 42 del 2009. Per intendersi, è la legge sul federalismo fiscale. Ebbene, qui in Sicilia aspettiamo ancora che venga applicato l’articolo 23 di questa legge, che prevede la perequazione infrastrutturale. Idem per l’articolo 27, quello sulla perequazione fiscale che rimane pure inapplicato. Sono risorse finanziarie che Roma nega ai Comuni siciliani. Lo ribadisco: è incredibile che dobbiamo essere noi a chiedere ciò che ci spetta. Ma se dobbiamo essere noi sindaci siciliani a reclamare i nostri diritti a Roma, se il governo regionale non ci difende, se la politica regionale è assente, se non addirittura connivente con il governo nazionale, perché dovremmo continuare a credere nel governo regionale e nel Parlamento siciliano? A questo punto è molto più serio andare da soli. Ed è quello che faremo, come ho già accennato, dal 21 aprile in poi, se non interverranno sostanziali e concrete novità che, ad oggi, in verità non si intravedono”.

Facciamo presente che alcuni esponenti politici della Sicilia hanno detto che il partito dei sindaci non è una novità, perché c’è già stata la stagione dei sindaci negli anni ’90: una stagione che, in Sicilia, vedeva proprio Leoluca Orlando, anche allora sindaco di Palermo, a capo di questo movimento. Altri dicono che la vostra protesta non sia altro che il tentativo di preparare la candidatura dello stesso Orlando alla presidenza della Regione.

“Dicono questo? Beh, allora questi non hanno capite niente. L’attuale politica siciliana, chiusa nei fortilizi degli assessorati, intenta a bilanciare uffici di gabinetto e a promettere ciò che non potrà più mantenere, non si è ancora accorta che gli indicatori economici della Sicilia sono peggiori di quelli della Grecia. C’è una disoccupazione giovanile spaventosa. Le imprese chiudono. E c’è una disperazione sociale diffusa che cresce di giorno in giorno. A questi problemi gravissimi, la politica, lo ripeto, non dà risposte. E quando dà qualche risposta, la dà in modo sbagliato. Vogliamo parlare dell’agricoltura? La politica siciliana ha idea di quello che sta succedendo nelle campagne della nostra Isola? A parole dicono agli agricoltori che bisogna puntare sull’agricoltura biologica. E non so quanti soldi si stanno spendendo per far partecipare la Sicilia all’Expo di Milano. Poi però, nei fatti, prima tagliano il fondo di rotazione agli agricoltori e poi gli appioppano l’Imu agricola. Andatelo a chiedere agli agricoltori siciliani, quelli veri e non quelli inventati, che cosa pensano dei governi nazionale e regionale e dell’Imu agricola”.

Lei all’Anci Sicilia si occupa di questioni finanziarie. Possiamo fare il punto della situazione? Se non ricordiamo male, nelle scorse settimane i governanti siciliani hanno detto che avrebbero erogato ai Comuni i fondi arretrati.

“Per averlo detto, l’hanno detto. Di fatto, hanno solo iniziato a trasferire le risorse del Fondo regionale per le Autonomie locali del 2014”.

Del 2014?

“Certo, del 2014. Siamo nel marzo del 2015 e i Comuni siciliani aspettano ancora i trasferimenti dello scorso anno. Questi sono i fatti”.

A quanto ammonta il credito dei Comuni siciliani nei confronti della Regione siciliana?

“La Regione deve ancora versare ai Comuni circa 200 milioni di euro del 2014. Questo per quanto riguarda il Fondo per le Autonomia locali”.

Perché c’è dell’altro?

“Certo. La Regione deve ancora erogare i Fondi per il pagamento dei lavoratori precari del 2014. E sono altri 180 milioni di euro”.

Questo ed altri articoli su La Voce di New York

fotoIl deputato nazionale del Partito Democratico, Giuseppe Lauricella, annuncia di non avere votato la legge sull’Imu agricola, “perché – spiega – provoca una sostanziale discriminazione a sfavore delle aziende agricole e dei coltivatori diretti del Meridione e della Sicilia”.

Lo stesso Lauricella aggiunge : “Aziende che fatturano il minimo per la sopravvivenza non possono essere tassate allo stesso modo di aziende che fatturano milioni di euro. Per gli agricoltori siciliani pagare 700 euro ad ettaro non è sostenibile, considerato, per esempio, che un agrumeto deve sopportare le ragioni del macero per accogliere la produzione spagnola. La Regione Siciliana ha 60 giorni per sollevare la questione di costituzionalità davanti alla Corte Costituzionale e far annullare la norma, almeno nella parte in cui crea le discriminazioni e riparare, così, una situazione non facile per la nostra economia agricola”.

Imu: resta tassa iniqua, serve un intervento di revisione strutturale del decreto. E’ quanto ha chiesto la Cia nel corso dell’audizione informale sul tema presso l’Ufficio di Presidenza della commissione Finanze del Senato.

di an_fo

Cancellazione o modifica sostanziale della norma che riduce sensibilmente i territori esenti da Imu, anche dopo l’approvazione del decreto legge n.4 del 24 gennaio: lo ha chiesto la Cia-Confederazione italiana agricoltori nel corso dell’audizione informale sul tema che si è tenuta oLogo Cia con Scrittaggi presso l’Ufficio di Presidenza della commissione Finanze del Senato. La Cia ha sottolineato come, a differenza di quanto chiesto da tempo, anche con il nuovo provvedimento non sono state affrontate le problematiche strutturali della tassazione immobiliare dei terreni agricoli e in generale dei terreni utilizzati quali beni strumentali dalle imprese agricole, ma ci si è limitati a una valutazione di carattere esclusivamente finanziario. Ma gli agricoltori -ha spiegato la Cia-, pur con il senso di responsabilità che li ha sempre caratterizzati, considerano assolutamente ingiusta questa nuova imposta e trovano insostenibile l’aggravio tributario che devono sopportare. In molti casi si tratta di pensionati che percepiscono meno di 500 euro al mese e sono costretti a pagare migliaia di euro di Imu, con l’aggravante che spesso il valore aggiunto ottenuto dall’attività agricola non copre l’ammontare dell’Imu dovuta. Con questi criteri di esenzione, e alla luce della posizione assunta dal Dipartimento delle Finanze, vengono oltretutto penalizzate le imprese familiari e tutte le iniziative finalizzate al ricambio generazionale -ha aggiunto la Cia- dove frequentemente il genitore concede in affitto o in comodato il proprio terreno agricolo ai figli affinché proseguano l’attività agricola. L’esclusione di questi terreni, ubicati in comuni parzialmente montani, dalla possibilità di beneficiare dall’esenzione Imu, rappresenta una incomprensibile limitazione all’utilizzo di queste forme di utilizzo del fattore terra. La Cia ha poi ribadito la sua netta contrarietà in merito all’abrogazione delle norme previste dal Dl competitività e dalla legge di Stabilità a favore delle imprese agricole finalizzate alla riduzione del cuneo fiscale per i lavoratori agricoli dipendenti assunti a tempo determinato per coprire il minor gettito atteso dall’Imu sui terreni agricoli. Per tutti questi motivi, c’è bisogno di un intervento di revisione strutturale del testo contenuto nel decreto legge -ha evidenziato la Confederazione- che tenga conto, tra l’altro, della condizione in cui versa il settore agricolo stretto tra crisi di mercato, taglio dei consumi e crolli della produzione, e soprattutto consideri la funzione essenziale e prioritaria degli agricoltori nella tutela e presidio del territorio, in particolare nelle aree marginali di montagna, di cui beneficia l’intera collettività.