Archivio per dicembre, 2015

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di Angelo Forgia

L’ultimo balzello introdotto dal governo Renzi è la tassa sui vulcani. Ne parla Liberoquotidiano.it. Stando a quello che leggiamo, si tratta di un contributo di sbarco nelle isole minori. A molti ricorderà la tassa sui viaggiatori: il balzello da 2 euro a carico dei passeggeri di aerei e navi che è stato sostituito dall’imposta di soggiorno. Insomma, una sorta di “ZTL marina” dove gli uomini in carne ed ossa vengono assimilati alle automobili. Un’idea tassaiuola a cui finora nessuno aveva pensato.

Il governo Renzi – sempre a caccia di soldi degl’italiani per pagare gli interessi sull’ ‘intelligente’ debito pubblico italiano, o per pagare le missioni di guerra in mezzo mondo ribattezzate “missioni di pace” – ha pensato bene di riformulare il testo della tassa sui viaggiatori e di circoscriverla agli “sbarchi nelle isole minori”, mediante “collegamenti di linea o vettori aeronavali abilitati al trasporto di persone. Il contributo sarà di 2,50 euro e potrà lievitare fino a 5 euro per le isole dove sono presenti vulcani attivi”.

“Il balzello – leggiamo sempre su Liberoquotidiamo.it – è contenuto nella legge che introduce misure per promuovere la green economy e il contenimento dell’uso eccessivo del suolo, e sarà dovuto da ogni singolo passeggero. La tassa verrà inserita nel prezzo del biglietto, e sarà riscosso dalle compagnie di navigazione o dalle compagnie aeree che operano nelle isole. Il contributo potrà essere alzato fino a 5 euro quando sull’isola in cui si sbarca saranno presenti fenomeni vulcanici attivi”.

La tassa colpirà tutte le isole minori italiane. E raddoppierà nelle isole dove sono presenti “fenomeni vulcanici attivi”.

“Il gettito – recita la legge – servirà a finanziare interventi di raccolta e smaltimento rifiuti, di recupero e salvaguardia ambientale nonché interventi in materia di turismo, cultura, polizia locale e mobilità nelle isole minori”.

Per un sito come il nostro – che punta a raccontare l’Italia vista dal Sud – risulta interessante scoprire gli ambiti di applicazione di questo nuovo balzello, soprattutto dal punto di vista ‘tasso-vulcanologico’. Intanto la ‘filosofia’ e la ‘prassi’ di questa tassa, che si riassume nel seguente quanto stringente ragionamento: l’Unione Europea dell’Euro non molla la presa sul rigore economico antikeynesiano, l’Italia è uno dei Paesi chiamato a pagare (a differenza della Germania, che è chiamata a incassare) e quindi a inventare nuove tasse per ‘svuotare le tasche dei cittadini.

Il governo Renzi, con grande abilità mediatica (grazie anche a chi gli va dietro disinformando) sta provando a far passare la notizia di una riduzione delle tasse. “Abbiamo abbassato le tasse”, gridano Renzi e i renziani. In realtà, non hanno abbassato le tasse, perché hanno lasciato Regioni e Comuni senza soldi. Le Regioni saranno costretta a tagliare servizi. mentre i Comuni aumenteranno le tasse e le imposte locali. Renzi, come avviene da quando governo l’Italia, sta solo prendendo per i fondelli gl’italiani.

In più ha inventato la già citata “ZTL marina”. Una tassa non esosa, ma di sistema, che colpirà tante persone. Quante? Intanto, come già accennato, tutti coloro i quali si recheranno nelle isole minori: 2,5 Euro. Che raddoppierà nelle isole minori dove sono presenti “fenomeni vulcanici attivi”.

Ma cosa s’intende per “isole minori’? Due parole infelici, da sempre contestate – e a ragione – da chi vive negli arcipelaghi italiani. Perché chiamarle “isole minori”? E poi minori rispetto a chi?

Di certo il nuovo balzello da 5 Euro – cioè raddoppiato – si applicherà in tutte le isole Eolie. Perché le isole Eolie sono la testimonianza scientifica di “fenomeni vulcanici attivi”. Insomma, Stromboli a Vulcano, ma non solo Stromboli e Vulcano, perché i fenomeni vulcanici attivi riguardano tutto l’arcipelago eoliano (il mare che si snoda attorno a Panarea è pieno di fenomeni vulcanici secondari visibili).

Anche Pantelleria è piena di fenomeni vulcanici attivi: quindi la tassa raddoppiata a 5 Euro la pagheranno sia coloro i quali si recheranno in quest’isola con l’aereo, sia coloro i quali opteranno per le navi (che in realtà sono in pessime condizioni).

Lampedusa dovrebbe essere esclusa dal balzello, perché è un’isola di origine calcarea, emersa dopo l’ultima deglaciazione (era un pezzo di continente africano). Ma Linosa è un’isola di origine vulcanica: è se ci sono fenomeni vulcanici attivi il Comune di Linosa (che è tutt’uno con il Comune di Lampedusa) avrà diritto ad incassare la tassa. Lo stesso discorso vale per Ustica, isola di origine vulcanica: se si ritroveranno fenomeni vulcanici secondari, la tassa sarà raddoppiata: 5 Euro a ‘cranio’.

E la Sicilia? Qui il tema è delicato. Gli arcipelaghi che circondano l’Isola – le Eolie, Ustica, le Egadi, Pantelleria, le Pelagie – danno vita alle “isole minori” della Sicilia. Ma la Sicilia, volendo, potrebbe essere considerata una grande “isola minore” d’Italia con dentro l’Etna, il più grande vulcano attivo d’Europa. Poiché l’Italia di Renzi è più che “europeista”, l’Etna, perché no?, potrebbe essere considerato un vulcano attivo di una grande “Isola minore” d’Europa…

Considerato che il Comune di Catania ha un bilancio con i ‘buchi’ – grazie anche ai tagli operati dal governo Renzi (e dai mancati trasferimenti della Regione siciliana massacrata sempre dal governo Renzi, che solo quest’anno ha scippato alla Sicilia circa 10 miliardi di Euro) – si potrebbe pensare di ‘girare’ una quota di questa tassa al Comune di Catania, che potrebbe iniziare a risollevare le sorti economiche e finanziarie della Città Etnea.

Non solo. Tra la Sicilia e la Calabria, in mezzo al mare, esiste il più esteso vulcano sottomarino d’Europa: il Marsili.E’un vulcano attivo che potrebbe dare vita a maremoti di grande intensità. Il Marsili presenta una lunghezza di circa 70 chilometri e una lunghezza pari a circa 30 chilometri. Il tutto per una superficie pari a 2 mila e 100 chilometri quadrati. Questo enorme vulcano si eleva per circa 3 mila metri dai fondali marini di Sicilia e Calabria, raggiungendo con la sommità la quota di circa 450 metri al di sotto della superficie del mare.

Sopra il Marsili – che, lo ricordiamo, è un vulcano attivo – passano tante navi: anche ai passeggeri di queste navi potrebbe essere chiesto il pagamento della tassa, magari a metà, visto si passa sopra il Marsili (alla fine il Marsili potrebbe essere assimilato a un’isoa di origine vulcanica non emersa…). In questo caso, estendendo la ZTL sperimentata in queste ore dal Comune di Palermo – dove il Consiglio comunale ha introdotto una ZTL non più per non inquinare, ma per fare ‘cassa’, consentendo agli automobilisti di passare da una grande area della città pagando oltre 100 Euro all’anno – si potrebbe pensare a una cosa simile pure in mezzo al mare.

Dimenticavamo: il Comune di Sciacca potrebbe far pagare la ZTL marina ai pescatori che passano sopra l’Isola Ferdinandea: in questo caso si tratta di un’isola di origine vulcanica già comparsa nel 1831: era alta quasi 70 metri con una superficie di circa 4 chilometri. L’isola diede vita a una disputa internazionale: e proprio mentre stava per scoppiare una mezza guerra s’inabissò..

Coralli Fecarotta
C’è ancora tempo per vivere la magia del pranzo di Natale immersi nella storia e nell’arte. Sarà, infatti, la meravigliosa sala affrescata neopompeiana del Caffè del Teatro Massimo a fare da sfondo a un momento unico da passare con i propri cari, tra delicate note musicali che faranno da contrappunto a un altrettanto delicato menu pronto a evocare i sapori dell’Oriente.

Veramente speciale il Natale che attende quanti vorranno trascorrere il 25 dicembre nella speciale atmosfera di questo Caffè, proprio quello che ospitava lo storico circolo della stampa, ma anche quello che durante la Belle Epoque diventò emblema indiscusso della Palermo Liberty e centro di incontri e di svago della buona società del tempo.

Un luogo unico, pieno di storia e di anima che, proprio in occasione del pranzo di Natale, offrirà la possibilità di immergersi tra i colori del Mediterraneo e gli odori delle pinete. Ricco e irrinunciabile il menù in programma: gambero in kataifi con riduzione di aceto balsamico, risotto ai funghi porcini e ricci, trancio di pesce spada in crosta di pistacchio o filetto ai porcini e marsala. Sono, queste, solo alcune delle prelibatezze che si potranno assaporare, godendo anche del piacere di osservare i magnifici presepi barocchi e del primo Novecento in corallo mediterraneo, esposti per l’occasione da Fecarotta Antichità

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Preso atto della radicale mutazione genetica che connota oramai in modo visibile e marcato la parabola del PD di Renzi, l’esigenza di dar vita a un ampio, plurale e ricco processo costituente in grado di ridare forza, consistenza organizzativa ed una chiara identità politico-culturale alla Sinistra Italiana, radicandola fortemente nel tessuto sociale e civile del Paese, è un compito urgente e ineludibile. Ripopolare e rivitalizzare lo spazio politico della Sinistra per riaffermarne le sue ragioni è il tema e l’obiettivo improcrastinabile che è richiesto per rivitalizzare la democrazia italiana. La peculiarità della situazione italiana è data dal fatto che, di fronte al tracollo della destra berlusconiana, il PD sta progressivamente occupando il centro del sistema, interpretando in autonomia il ruolo di garante delle politiche di austerità e del progetto di ristrutturazione neoliberista in atto. Puntando ad attrarre l’elettorato deluso della destra, esso rinuncia a rappresentare l’interesse del lavoro e della parte più debole della popolazione, che cerca altrove, spesso in proposte politiche populiste, una propria rappresentanza, o si ritira nell’astensione. Il Pd si fa inoltre promotore del restringimento degli spazi di partecipazione democratica e di un pericoloso indebolimento delle istituzioni di garanzia con il “pacchetto” Italicum-riforma costituzionale”. Inoltre, l’idea di dar vita ad un “partito della nazione” –  approdato ad una fisionomia volutamente indefinita da partito “pigliatutto”, che sotto il mantra della modernizzazione cela la riproposizione di politiche moderate già ipotizzate dalla destra (dai provvedimenti sul jobs act a quelli sulla “Buona scuola” alle riforme costituzionali, dal filo rosso del verticismo “decisionista” e dell’impoverimento dei luoghi della discussione collettiva, dal parlamento allo stesso partito) – costituisce prova della radicale trasformazione della cultura politica della nuova classe dirigente, espressa da Renzi e dal “renzismo”.

Risiedono anche in queste intenzioni di posizionarsi al “centro”, da parte del PD le ragioni dell’indebolimento di una “SINISTRA” in grado di corrispondere agli attuali e inevitabili processi di globalizzazione. Eppure di una sinistra si sente, oggi più che mai, il bisogno. Una Sinistra Italiana plurale e popolare che sappia intercettare e rappresentare gli interessi di quella maggioranza della popolazione che negli ultimi anni, per effetto dei processi in atto, ha visto aumentare la propria insicurezza e ridurre le condizioni di benessere e prosciugato il ventaglio di opportunità in grado di dare senso al futuro per le nuove generazioni. Una Sinistra Italiana che sappia attrarre e coordinare verso un progetto politico comune quelle risorse intellettuali e di riflessione che pure sono presenti nella società italiana. Nel Pd non c’è spazio per sviluppare un’iniziativa politica e una visione all’altezza della sfida”. Non è un caso che un simile partito raccolga sempre più spesso adesioni di ceto politico e classe dirigente proveniente dal centrodestra: non si tratta solo del ritorno dell’opportunismo e del trasformismo che è parte della storia profonda d’Italia, ma di una ancor più inquietante effettiva sintonia politica, ormai del tutto metabolizzata da un partito permeabile, senza identità, leaderista a Roma e notabilare in periferia.

Da qui dunque le ragioni dell’avvio di un processo politico costituente in grado di riaffermare le ragioni di una politica di sinistra. Tale esigenza trova la sua urgenza anche, e in special modo, in Sicilia, stretta nella morsa di una crisi sociale, occupazionale, di progressivo impoverimento, di mancanza di chiare prospettive di sviluppo e opportunità civili, mentre il quadro politico-istituzionale dell’isola continua a offrire la propria drammatica incapacità e inadeguatezza, con un Governo Crocetta giunto alla sua quarta composizione, avvitato nel suo pressappochismo legislativo e in processi di preoccupante trasformismo politico, causa principale della decennale permanenza di un gelatinoso e vischioso reticolo di connessioni e intrecci burocratico-istituzionali, da cui emergono ed esplodono i molti casi di illegalità, corruzione, scandali e malaffare che mortificano e impediscono la possibilità di un rinnovamento della politica e l’affermazione di una classe dirigente, finalmente libera da condizionamenti e dalle paludi di consorterie presenti nei partiti e nelle Istituzioni.

Con LA CARTA DI ENNA s’intende dar vita e inaugurare, anche in Sicilia, un “processo politico costituente” – aperto, fortemente inclusivo, plurale ed ospitale, fatto di donne, uomini, giovani, lavoratori, studenti, professionisti, intellettuali, ecc.. – verso la ricomposizione organizzativa e radicata, presente in tutti i Comuni dell’Isola, della Sinistra Siciliana, che, guardando positivamente i percorsi avviati in sede nazionale con la costituzione di Futuro a Sinistra all’assemblea di Roma del quattro luglio, con le sue diramazioni locali in tutto il Paese e anche in Sicilia quasi un tutte le province attiva da tempo sotto forma di comitati provinciali ed oggi organizzata come “Comitato Regionale di Futuro a Sinistra Sicilia”, e la più recente costituzione del gruppo parlamentare di Sinistra Italiana attraverso i percorsi politici in atto aperti dall’Assise del 7 novembre, al Teatro Quirino a Roma, dagli esponenti e parlamentari di SEL e Futuro a Sinistra, il nostro comitato regionale auspica e intende contribuire, anche dalla Sicilia, alla costituzione di un partito che, rifuggendo dalla connotazione “liquida” che Renzi ha inteso conferire al suo PD, sappia dar vita a una forza organizzata e strutturata, ripensata nelle sue forme rispetto alla tradizione irrecuperabile del partito di massa novecentesco, pertanto lontana da nostalgie e passatismi, con meccanismi moderni di partecipazione e comunicazione, consapevole della necessità di “rappresentare” il proprio messaggio politico attraverso personalità autorevoli e “forti” ma non subalterna al leaderismo dilagante, ispirata da cultura di governo, dalla capacità di individuare una propria agenda di priorità che non si limiti a denunciare problemi ma sappia indicare soluzioni politiche praticabili ed efficaci, e perciò lontana tanto dalla pura amministrazione dell’esistente quanto dalla protesta vociante e sterile; consapevole della necessità del consenso ma non prigioniera di populismi e semplificazioni di questioni complesse; che immetta principi e valori antichi (lavoro, diritti, garanzie, partecipazione, europeismo) in un alveo politico e programmatico che ne valorizzi l’attualità e la necessità con un linguaggio nuovo e una cornice di riferimento ispirata ad un moderno umanesimo sociale.

La Sinistra Siciliana è pronta a dare il proprio contributo al consolidamento di tale processo politico, ideale e organizzativo nel quadro nazionale.

 LA CARTA DI ENNA                                               Enna, 19 dicembre 2015.

‪#‎lasinistraditutti‬

Pubblicato: 21 dicembre 2015 in Attualità, Politica

Nelle ore in cui Podemos lancia la sua sfida per l’alternativa, un gruppo di persone appartenenti a realtà politiche e sociali, ha scritto questo testo e lo mette a disposizione di chiunque ci si riconosca.
Usiamolo liberamente, copiamolo, condividiamolo, diffondiamolo, è un testo proprietà di nessuno per una sinistra di tutte e tutti.
Per la sinistra di tutte e tutti

Incontriamoci

Incontriamoci il 19, 20 e 21 febbraio a Roma per ridare senso alla parola “politica” come strumento utile a cambiare concretamente le nostre vite. Incontriamoci per organizzarci e costruire un nuovo soggetto politico, uno spazio aperto, democratico, autonomo.

Non è un annuncio. È una proposta. Non sarà un evento cui assistere da spettatori. Non ti chiediamo di venire a riempire la sala, battere le mani e chiacchierare in un corridoio come accade di solito in queste assemblee.

Mettiamoci in cammino per condividere un processo e costruire insieme un nuovo progetto politico innovativo e all’altezza della sfida. Un progetto alternativo alla politica d’oggi, svuotata e autoreferenziale, che ritrovi tanto il legame con la propria storia, quanto la capacità di scrivere il futuro.

L’obiettivo

È ora di cambiare questo paese e le condizioni di vita di milioni di persone, colpite dalla crisi e dalle politiche neoliberiste e di austerità, svuotate della capacità di immaginare il proprio futuro. Vogliamo costruire un’alternativa di società, pensata da donne e uomini, fatta di pace e giustizia sociale e ambientale, unici veri antidoti per fermare le destre e l’antipolitica, il terrore di Daesh, i cambiamenti climatici. Serve una netta discontinuità con il recente passato di sconfitte e testimonianza, per metterci in sintonia con le sinistre europee che indicano un’alternativa di lotta e speranza. Dobbiamo metterci in connessione con il nostro popolo, con i suoi desideri e le sue paure, con le centinaia di esperienze territoriali e innovative che stanno già cambiando l’Italia, spesso lontani dalla politica.
Bisognerà cambiare molto: redistribuire le ricchezze e abbattere le diseguaglianze sociali e di genere, costruire un nuovo welfare e eliminare la precarietà, restituendo dignità al mondo del lavoro. È ora di cambiare il modo in cui si produce e quello in cui si consuma, il modo in cui si fa scuola e formazione, le politiche per accogliere. Intendiamo difendere la Costituzione e i suoi valori, per difendere la democrazia.

Il governo Renzi e il PD vanno in una direzione diametralmente opposta e ci raccontano che non c’è un’alternativa. Per noi invece non solo un’alternativa è possibile ma è necessaria ed è basata sui diritti, sull’uguaglianza, sui beni comuni.

Dobbiamo organizzarci. Organizzare innanzitutto la parte che più ha subito gli effetti della crisi, chi ha voglia e bisogno di riscatto, di cambiamento, chi non crede più alla politica; lottando tanto nelle istituzioni quanto nella società. Una forza politica, non un cartello elettorale, che si candidi a governare il paese per cambiarlo e che lo faccia con un profilo credibile, in competizione con tutti gli altri poli esistenti.

Partecipa

Probabilmente ti starai facendo alcune domande: “come funzionerà il nuovo soggetto?”, “come si chiamerà?”, “quale sarà il suo programma?”, “è possibile innovare la forma partito?”, “chi sarà il suo o la sua leader?”, “c’è davvero bisogno di un leader? E, se sì, come verrà scelto?” A queste e tante altre domande la risposta è semplice e per questo rivoluzionaria: lo decideremo insieme.

Partecipiamo a questo percorso come persone, “una testa un voto”, riconoscendogli piena sovranità. Abbiamo bisogno di una sinistra di tutti e di tutte: non un percorso pattizio, ma una nuova forza politica che nasca dalla partecipazione diretta di migliaia di persone.

Cambiamo la politica, innoviamo le forme della democrazia, diamo la parola ai cittadini, attraverso una piattaforma digitale per il confronto, la codecisione, la cooperazione e l’azione. Ma non basta: serve restituire protagonismo alla vita dei territori attraverso una campagna di ascolto con assemblee per connettere percorsi e conflitti, scrivere collettivamente il nostro programma, la nostra idea di società, la strada per il cambiamento.

Invitiamo tutti e tutte a partecipare, a rimescolare ogni appartenenza, a mettersi a disposizione, fino allo scioglimento delle forze organizzate, sapendo che solo un cammino realmente inclusivo può essere la strada per coinvolgere i tanti che purtroppo sono scettici e disillusi. Sarà importante l’impegno dei rappresentanti istituzionali a tutti i livelli a mettersi al servizio del processo, agendo da terminale sociale.

Non vogliamo raccogliere solo le istanze dei singoli, ma anche quelle di tutte le esperienze collettive, le reti sociali, le forze sindacali, l’associazionismo diffuso, i movimenti, che in questi anni hanno elaborato e realizzato proposte concrete ed efficaci.

Per questo ci mettiamo in cammino. Non siamo i proprietari di questo percorso, e questo documento non ne vuole determinare gli esiti: proponiamo un obiettivo (costruire un nuovo soggetto di alternativa), un metodo (un cammino fatto di assemblee territoriali e di una piattaforma digitale, adesione individuale, piena sovranità), una data di partenza. Da quella data in poi, sarà chi deciderà di partecipare a indicare la rotta. Cominciamo un viaggio che sappia cambiare noi stessi e il mondo che ci circonda. Mettiamoci in cammino.

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di Augusto Cavadi *

La storia della Sicilia la si può rivisitare da diverse angolazioni: per esempio rievocando celebri personaggi storici (che vi sono nati o vi sono morti) oppure delitti famigerati oppure ancora opere d’arte lasciate in eredità da epoca in epoca. Nel suo D’amore in Sicilia (Flaccovio, Palermo 2015, pp. 227, euro 13,00 – disponibile anche in e-book) Antonino Cangemi ha privilegiato, come recita il sottotitolo, un altro filo rosso: Storie d’amore nell’Isola delle isole. Intrecciando gradevolmente la sensibilità del letterato con la puntuale precisione dello storico, Cangemi racconta diciassette  storie amorose che vanno dal XVI secolo (La baronessa di Carini e Ludovico Vernagallo) ai nostri giorni (Topazia Alliata e Fosco Maraini).

Ogni lettore scoprirà quali vicende lo intrigheranno maggiormente e, di conseguenza, gli si imprimeranno più fortemente nella memoria. Personalmente sono rimasto colpito in modo particolare da Luigi Pirandello e Marta Abba (il sui senso sfuggirebbe del tutto se non si leggesse dopo Luigi Pirandello e Antonietta Portulano) e da Gli amori infelici di Rosa Balistreri. Una chiave di lettura istruttiva la fornisce nella Prefazione Matteo Collura: “Parlare d’amore, in Sicilia, può significare invadere territori che appartengono all’onore, alla sacralità della famiglia, al bene più prezioso che una donna custodisce in sé, spesso l’unico patrimonio su cui contare” (almeno sino alla eroica ribellione, negli anni Sessanta del secolo appena trascorso, raccontata in Franca Viola e Filippo Melodia: ribellione nella quale un ruolo decisivo ebbe il papà di Franca, ugualmente resistente ai pregiudizi del passato e alle minacce dei mafiosi).

Nel complesso il libro conferma due adagi. Il primo riguarda in particolare “l’Isola delle isole” e, come ricorda all’inizio della sua prima storia Cangemi, è stato formulato con acutezza di sguardo da Sebastiano Aglianò (nel suo Che cos’è questa Sicilia?) : “La vita del siciliano si svolge attorno a due poli fissi : il denaro e la donna, la roba di Mastro don Gesualdo e l’onore di compare Alfio”. Il secondo adagio, valevole su tutto il pianeta, ben oltre i confini della Sicilia, è racchiuso in un aforisma del simbolista francese Henri de Régnier: “L’amore è eterno finché dura”.

* http://www.augustocavadi.com

 

Di Nicola Cipolla

C’è un proverbio siciliano che dice: “A carzara nun mancia li cristiani” nel senso  di persone di rispetto a cui  persino la  “Madonna” in processione si inchina. La stampa sta utilizzando il materiale elaborato da Cuffaro e dai suoi collaboratori e avvocati, non certo a titolo gratuito, per presentare in una veste buonista l’ex detenuto nel momento della sua liberazione.

Due frasi di Cuffaro: “Non posso negare di avere sbagliato ma ho pagato solo io …” e poi: “Dove sono finiti i cuffariani? Io credo che l’area moderata si possa riunire e sono pronto, se me lo chiedono, a dare dei consigli”, ipotizzano Cuffaro bis, invito raccolto dal redivivo Miccichè (quello del 61 a 0) fino a Renato Schifani e Saverio Romano e così via.

Queste dichiarazioni annunciano  il  pericoloso   reingresso nella scena politica del Cuffaro, con  un ricatto di stile mafioso nei confronti dei suoi complici e sostenitori a Palermo, in Sicilia e a Roma.  Il suo percorso politico lo ha portato, prima a rompere con il centro destra  vittorioso, che lo aveva sistemato all’Ass. all’Agricoltura, per favorire l’ascesa dell’esponente “migliorista” Capodicasa alla Presidenza regionale (sempre restando padrone dell’Assessorato), e poi, dopo pochi mesi, a utilizzare il ritiro del sostegno al Capodicasa in cambio della promessa, poi realizzata, della Presidenza della Regione da parte di Berlusconi e compagni.

Negli Stati Uniti Al Capone,  responsabile di centinaia di omicidi e di reati di mafia, fu condannato, finalmente, soltanto per “evasione fiscale”, l’unico reato per il quale i tribunali americani poterono, sulla base di indagini particolari, incastrarlo. Analogamente  Totò Cuffaro, con un  processo svoltosi attraverso lunghi anni nelle varie istanze di giurisdizione, è stato condannato “soltanto” per avere avvertito alcuni capi mafiosi di indagini a loro carico,  notizie che aveva ricevuto per la sua carica e documentate attraverso intercettazioni telefoniche. Di tutto il resto delle attività del Cuffaro il Tribunale non lo ha potuto giudicare e assumere i provvedimenti del caso perché, pur essendo conclamata dalla stampa e dall’opinione pubblica la sua responsabilità in atti che pesano ancora oggi, e potrebbero pesare per lunghi anni ancora sulla vita e sull’economia del popolo siciliano, non c’erano al momento dell’inizio del processo riscontri  altrettanto validi.

Voglio portare un esempio che riguarda le energie rinnovabili e l’acqua pubblica, proprio nel momento in cui, dopo la conferenza di Parigi, questi temi sono all’ordine del giorno dell’umanità intera per evitare il rischio del disastro ecologico irreversibile.

E’ stato condannato con sentenza passata in giudicato e sottoposto a confisca di oltre un miliardo di euro un capomastro alcamese Vito Nicastri, che ha ottenuto, prima da Cuffaro e poi da Lombardo, concessioni eoliche e solari fotovoltaiche che poi ha ceduto a sua volta a grossi complessi oligopolistici italiani e stranieri.

Nicastri è stato condannato in quanto prestanome di Matteo Messina Denaro latitante da decenni e successore, come capo riconosciuto dalla mafia, di Riina e di Provenzano.

Per quanto riguarda l’acqua pubblica   Cuffaro e  Lombardo,  luogotenenti dell’ex ministro Calogero Mannino, hanno concesso, in modo truffaldino per pochi spiccioli, alla società Veolia, multinazionale francese dell’acqua, la maggioranza della società pubblica regionale, “Siciliacque”. Veolia attraverso questa società impone un prezzo di monopolio agli acquedotti comunali.

Ultimamente  ha destato  clamore il caso della crisi idrica che ha subito il Comune di Messina. Il sindaco Accorinti,  del Movimento NoPonte ed ambientalista,  si è visto costretto a rinunziare all’uso dell’acqua del maggiore acquedotto che poteva garantire la piena e totale sufficienza idrica del Comune, per non sottostare al prezzo imposto da Veolia superiore di oltre il 50% a quello richiesto in bolletta dall’amministrazione comunale. La frana dell’acquedotto pubblico di Fiumefreddo, all’altezza di Calatabiano, frana indotta dal mutamento climatico che ha travolto anche abitazioni che erano state costruite e abitate da decenni sul costone sovrastante, ha provocato una lunga interruzione idrica  con grandi disagi per la popolazione.

E si potrebbe continuare con la gestione dell’azienda forestale, delle altre aziende pubbliche come l’ERAS, dell’assunzione di personale e così via.

Se Cuffaro, invece di lanciare avvertimenti ricattatori, confessasse questi suoi crimini ottenendo i benefici riservati  ai pentiti,  si potrebbe facilitare la revisione e l’annullamento delle concessioni eoliche e fotovoltaiche e l’eliminazione di Veolia dalla gestione di “Siciliacque”. Ciò naturalmente non avverrà e allora per la magistratura, per tutte le forze ambientaliste, per il Parlamento siciliano  (in questi ultimi due anni di legislatura) e per lo stesso Crocetta, (che ha, ad esempio, tuonato contro Veolia in occasione dell’approvazione parziale del Progetto di legge di iniziativa popolare promosso dal “Forum per l’acqua pubblica e dei beni comuni”) si delinea una fase che può sconfiggere il disegno di Cuffaro e dei suoi complici e creare la prospettiva per  un rilancio dell’Autonomia siciliana che nei suoi inizi, bisogna ricordarlo, fu capace di realizzare l’unica Riforma Agraria della Repubblica e soprattutto, attraverso l’Ente Siciliano dell’Elettricità, il primo Ente pubblico della storia d’Italia del settore dell’utilizzazione idroelettrica, d’irrigazione e ora del consumo civile con oltre un miliardi di mc invasati nelle dighe.

Un ruolo decisivo, in questo processo,  potrà avere il “Comitato per la conversione ecologica della Sicilia” se saprà mobilitare, sotto la  guida dell’ANCI, la stragrande maggioranza dei Comuni siciliani che hanno adottato Piani Energetici Comunali, capaci di superare il 100% dei consumi di elettricità, gas e carburanti e, d’accordo con i sindacati, realizzare la trasformazione, come è avvenuto a Gela, delle raffinerie e delle centrali elettriche di energie fossili in aziende che producono biofuel e un domani anche biocherosene con l’aumento dell’occupazione. La Sicilia diventerebbe così  un esempio per tutta l’area del Mediterraneo per utilizzare le poche aperture contenute nei deludenti, per altro verso,  accordi di Parigi per salvare il pianeta dal disastro ambientale irreversibile.

 

 

L’Ires scende dal 27,5 al 24 per cento. Una buona notizia? Non per tutti. Perché comporta la svalutazione di una voce dell’attivo a bilancio che interessa la generalità delle imprese. Ma per le banche la situazione è ancora più complessa. E la soluzione prospettata non è delle migliori.

Di Tommaso Di Tanno 
Scende l’Ires, ma non tutti sono contenti

C’è una regola seguita indistintamente da tutti i governi quando le necessità di fare cassa si fanno più stringenti: prendere i soldi dove ci sono. E siccome le banche non possono fare a meno di avere certe liquidità disponibili, è a loro che ci si rivolge quando la casa brucia. Basti pensare, per dire, all’imposta sul patrimonio netto (1992) o all’aliquota Irap differenziata (1998) o all’allungamento quasi all’infinito della deducibilità delle svalutazioni di crediti (dal 1974 in avanti). Sennonché questa extrema ratio porta con sé obblighi di riconoscenza e prelude a ricambi di cortesia da velare al meglio (e talvolta da trasferire nell’ombra).
È quanto sta avvenendo anche in questi giorni e tutto gira intorno, incredibile ma vero, alla riduzione dell’Ires dal 27,5 al 24 per cento. Chiarito che se ne parla dal 2017 in poi, resta il tema di valutare qual è l’impatto dell’intervento sui bilanci delle imprese.
In prima battuta parrebbe positivo, visto che avvicina l’Italia al club dei meno esosi. Ma basta guardare un po’ più da vicino per avvertire qualche mugugno. La stragrande maggioranza delle imprese italiane, infatti, ha iscritto in bilancio un “credito per imposte differite attive” (cosiddetteDeferred Tax Assets o Dta). Il fenomeno è il portato di un computo del reddito imponibile che tende generalmente a spalmare la deduzione di alcuni costi (prevalentemente accantonamenti di esborsi futuri o svalutazioni di attività) in più esercizi, ancorché imputati al bilancio di un anno solo. Ma può derivare anche dall’esistenza di perdite fiscali di precedenti esercizi non compensate ancora con gli imponibili di quelli successivi.
Le Dta non sono, quindi, un vero e proprio credito nei confronti dell’erario: rappresentano, più esattamente, una posizione soggettiva favorevole che consente di non pagare imposte sugli imponibili futuri fino a compensazione di quelli che non è stato possibile dedurre in passato. Il loro valore è dato, pertanto, dal beneficio che tali posizioni trasferiscono sugli esercizi successivi ed è condizionato alla ragionevole aspettativa che nel corso di questi si realizzino effettivamente redditi imponibili idonei a utilizzarle. Consegue che il valore della Dta è pari all’aliquota Ires vigente al momento dell’utilizzo applicata al monte deduzioni ancora disponibile. Se l’aliquota scende, si riduce conseguentemente il valore della Dta. La riduzione dell’Ires dal 27,5 al 24 per cento comporta, quindi, la svalutazione di una voce dell’attivo – crediti per Dta – che interessa la generalità delle imprese italiane. Di qui i mugugni.

Perché le banche sono speciali

Ma le banche sono speciali. Nel 2010, infatti, la competente Authority europea ha disposto un filtro – ai fini della determinazione degli indici di capitalizzazione – per la voce Dta. Ne è derivata una potenziale riduzione del livello di capitalizzazione (e quindi possibilità di impiego) delle banche con elevata componente dell’attivo attribuibile a Dta. La penalizzazione colpiva violentemente le banche italiane alle quali era stato imposto (per fare cassa) di dedurre le svalutazioni di crediti in diciotto anni anziché in quello di imputazione in bilancio. Per evitare che si affannassero (specie quelle più traballanti) in una ricerca disperata di capitali, si è stabilito – con l’articolo 2, commi da 55 a 58 del decreto legge 225/2010 convertito dalla legge 10/2011 – che le banche che presentavano conti in perdita (civilistica o fiscale) trasformassero le Dta (ma solo quelle relative a svalutazioni di crediti o ad ammortamenti di avviamenti) in veri e propri crediti verso l’erario: in crediti cioè immediatamente spendibili per compensare debiti di qualsiasi genere verso il fisco, quali l’Iva, le ritenute e i contributi sociali. Consegue che chi ha trasformato o è oggi nella condizione di trasformare le Dta in crediti veri verso l’erario non subisce solo una penalizzazione di ordine contabile, ma vede svanire cassa ormai spendibile. La situazione riguarda non solo banche in crisi, ma anche istituti ben solidi che hanno semplicemente deciso di pulire i propri bilanci da posizioni deteriorate e che ne hanno sopportato una forte incidenza sui relativi risultati.
Il problema, insomma, è serio perché è interesse del sistema trovare una soluzione che da un lato incentivi le pulizie di bilancio; dall’altro non penalizzi ulteriormente chi si è già messo su questa strada.
La soluzione che si va delineando, però, ha tutta l’aria della nuova toppa. In soldoni, si propone di lasciare solo per le banche l’aliquota Ires al 27,5 per cento, così da mantenere intatti i valori delle Dta, sia quelle da trasformare in veri crediti d’imposta che quelle da mantenere iscritte in bilancio. Considerato però il danno che ne deriverebbe per i loro redditi futuri – che diventerebbero più tassati rispetto a quelli di altri settori produttivi -, si ipotizza di eliminare la parziale indeducibilità degli interessi passivi (oggi del 4 per cento) prevista per le banche. La misura resta però per tutti i settori diversi da quello bancario – sia pure con diversi criteri di computo – e ciò darebbe luogo a uno squilibrio di segno contrario.
Ma davvero non c’è una soluzione migliore?

* Ha insegnato diritto tributario nelle Università di Roma (Tor Vergata), Siena e Cassino ed è docente al Master Tributario dell’Università Bocconi. Ha fatto parte di Commissioni Governative di Studio in materia tributaria e societaria, del Tax and Legal Committee della European Venture Capital Association (EVCA), della Federation Europenne des Experts Comptables (FEE); è stato presidente del Consiglio di Amministrazione di IPI, Sisal e Assicurazioni di Roma. Ha presieduto il Collegio Sindacale di Banca Monte dei Paschi di Siena, della Banca Nazionale del Lavoro, di Caltagirone, di Anima SGR e presiede oggi il Collegio di Vodafone Italia.