Archivio per agosto, 2015

di Riccardo Nencini

Premetto. La politica è fatta di idee, di passioni e di relazioni umane. L’uscita di Di Lello non mi lascia indifferente. Soprattutto per il modo. L’invito che ci lascia, a piè di pagina della sua, è “Ciascuno rifletta”. Rifletto in sintesi.

Se desidero che il mio priccardo-nencini-maurizio-lupi-ettore-incalzaartito discuta una prospettiva politica, aspetto il congresso, già indetto, la sede più opportuna e più vasta per sciogliere il nodo. E invece ci viene spiegato che a settembre, ben prima che il congresso si tenga, Di Lello se ne andrà comunque. Significa che ha deciso da tempo, senza bisogno di confrontarsi con nessuno.

Leggo che andrà nel PD per portare la “vision” che manca a Renzi. Dunque, prima ancora che a un partito, aderirà a una componente di quel partito. Auguri.

Non leggo invece un dito di autocritica. Domando. Com’è possibile proporsi solo pochi mesi fa alle primarie campane sotto le insegne del tuo partito, attaccare a testa bassa il PD, infilzare quotidianamente De Luca e subito dopo giudicare superata la funzione del PSI e aderire in solitudine al partito con cui ci siamo scontrati?

Ha ragione Marco. Conviene riflettere. Magari senza scomodare Nenni e Turati. Almeno un gesto di correttezza, ora. Chi se ne va eviti l’inganno di mantenere la rappresentanza della componente socialista alla Camera. Non si sta con i piedi in due scarpe. Non c’è dubbio che Pia ci rappresenterebbe con dignità.

La partita da riaprire

Pubblicato: 6 agosto 2015 in Politica
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di Stefano Fassina

Il deca­logo di Norma Ra­geri pro­pone sce­nari fer­tili per la discus­sione e l’iniziativa poli­tica. Sì, c’è vita a sini­stra.

07/05/2013 Roma, trasmissione Ballarò, nella foto Stefano Fassina vice ministro all'Economia

Stefano Fassina

Sono vive le donne e gli uomini spiag­giati dalla «cul­tura e dall’economia dello scarto» denun­ciata da Papa Fran­ce­sco, col­piti, da ultimo, dalle “riforme” del mer­cato del lavoro, della scuola, delle regole della demo­cra­zia o affo­gati dall’egoismo ottuso dei bene­stanti e dalla paura dispe­rata dei penul­timi. Così come sono vive le donne e gli uomini, soprat­tutto i più gio­vani e più qua­li­fi­cati, costretti a sven­dere i loro talenti o a emigrare.

Come dare voce all’universo degli invi­si­bili abban­do­nati e dei pio­nieri senza oppor­tu­nità? Per rispon­dere, vogliamo costruire, ambi­zio­sa­mente, un par­tito per la sfida del governo. L’ambizione deve pog­giare, innan­zi­tutto, su un’analisi con­di­visa del tor­nante sto­rico nel quale siamo. Su que­ste pagine Revelli e Pana­go­pou­los, Fer­rero, Mar­tone e Piz­zuti con­fer­mano una larga sin­to­nia tra di noi. Vediamo il trionfo inso­ste­ni­bile del capi­tale sul lavoro e l’euro-zona sulla rotta del Tita­nic. Inol­tre, dopo la dram­ma­tica caduta delle spe­ranze corag­gio­sa­mente ali­men­tate da Syriza e dal Governo Tsi­pras, è anche diven­tato evi­dente a tutti che, nel qua­dro del mer­can­tilismo libe­ri­sta, la sini­stra è senza spa­zio di mano­vra.

Nell’area della moneta unica, la demo­cra­zia e la poli­tica sono pri­gio­nieri di Tina: «There is no alter­na­tive». Pen­siero unico e agenda unica. Oppure, l’apocalisse. È, invece, oggetto di discus­sione la strada da per­cor­rere per libe­rare il futuro. Da una parte, chi indica la strada della radi­cale cor­re­zione dei Trat­tati affin­ché l’euro, da fat­tore regres­sivo, diventi fat­tore pro­gres­sivo. Dall’altra, chi, come il sot­to­scritto, ritiene che non vi siano le con­di­zioni poli­ti­che per ribal­tare i Trat­tati e indi­vi­dua il supe­ra­mento con­cor­dato dell’euro come pas­sag­gio obbli­gato per sal­vare l’Unione euro­pea e ria­prire la par­tita della demo­cra­zia fon­data sul lavoro.

Per avviare la costru­zione di una forza poli­tica ambi­ziosa, una comune carta di valori è insuf­fi­ciente. Vanno fatti i conti con “l’europeismo reale”, come li abbiamo fatti, chi prima chi dopo, con il “socia­li­smo reale”. Sta­volta, non pos­siamo aspet­tare le schegge del Muro di Ber­lino. L’euro è stato un errore di pro­spet­tiva poli­tica: nato per argi­nare lo svuo­ta­mento della sovra­nità nazio­nale e la sva­lu­ta­zione del lavoro deter­mi­nati dai mer­cati glo­bali de-regolati, è diven­tato potente fat­tore di aggra­va­mento dello squi­li­brio nei rap­porti di forza tra capi­tale e lavoro.

Il dilemma «euro si/euro no» è la punta dell’iceberg. È da riscri­vere l’intero impianto di mar­gi­na­liz­za­zione della poli­tica con­te­nuto nei Trat­tati, fun­zio­nali all’interesse nazio­nale tede­sco. Ma invo­care il corag­gio delle élite per arri­vare agli Stati Uniti d’Europa è reto­rica auto­con­so­la­to­ria. Le con­di­zioni poli­ti­che per le cor­re­zioni neces­sa­rie alla “costi­tu­zione” dell’euro-zona sono assenti per ragioni pro­fonde: i carat­teri morali e cul­tu­rali dei popoli, gli inte­ressi degli Stati nazio­nali e i rap­porti di forza. La Ger­ma­nia lo inco­min­cia a rico­no­scere: pur nel qua­dro di un approc­cio puni­tivo verso la Gre­cia, ha rotto il tabù dell’irreversibilità dell’euro. Il Mini­stro Schäu­ble, con il con­senso della Can­cel­liera Mer­kel, all’Euro-summit del 12 Luglio scorso, pro­pone una «Gre­xit assi­stita». Il Ger­man Coun­cil of the Eco­no­mic Experts, qual­che giorno fa, pre­senta l’euro-exit come solu­zione siste­mica in un rap­porto uffi­ciale al governo di Berlino.

Per arri­vare al supe­ra­mento con­cor­dato dell’euro e nego­ziare con­di­zioni di atter­rag­gio soste­ni­bili e, così, porre le basi per sal­vare l’Unione euro­pea e, con essa, le demo­cra­zie delle classi medie va costruita un’alleanza tra fronti nazio­nali gui­dati da forze pro­gres­si­ste, aperti alla destra costi­tu­zio­nale e “sovra­ni­sta”, come rea­liz­zato da Syriza in Gre­cia con Anel.

Su quali sog­getti sociali e inte­ressi eco­no­mici far leva? Su quanti sono sva­lu­tati per com­pe­tere nell’economia dell’export e su quanti subi­scono il defi­cit cro­nico di domanda interna: il lavoro subor­di­nato, dipen­dente pri­vato e pub­blico, o a Par­tita Iva, la micro impresa arti­giana e com­mer­ciale, l’arcipelago delle pro­fes­sioni pro­le­ta­riz­zate. Uniti, in un’alleanza sociale pro­gres­siva, con chi com­pete sull’innovazione e sulla qua­lità del lavoro.

La coa­li­zione della domanda interna per il lavoro di cit­ta­di­nanza è il com­pito dif­fi­cile del par­tito nazio­nale e popo­lare da costruire insieme.

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“E’ inutile che ci giriamo attorno: il sistema politico siciliano è bloccato. La legge che, nel 2001, ha introdotto l’elezione diretta del presidente della Regione, continua a mostrare tutti i suoi limiti. Per sbloccare il sistema bisogna separare i destini del Parlamento dell’Isola da quello del presidente della Regione”.

Lo afferma il parlamentare nazionale del PD, Giuseppe Lauricella, che ieri ha preso parte all’assemblea regionale del Partito Democratico della Sicilia.
“Con la legge attuale – dice sempre Lauricella – se la maggioranza dei parlamentari di Sala d’Ercole sfiducia il capo della Giunta regionale, Governo e Parlamento dell’Isola decadono simultaneamente. Questo, di fatto, “impedisce” ai parlamentari di sfiduciare il presidente della Regione, anche se, come nel caso di Rosario Crocetta, tutti denunciano la sua inadeguatezza”.
“Serve una norma che consenta al Parlamento dell’Isola di cambiare il presidente della Regione quando le condizioni politiche lo richiedono, lasciando in carica i parlamentari di Sala d’Ercole fino alla scadenza naturale del mandato. Questo sbloccherebbe il sistema politico siciliano, perché consentirebbe ai deputati dell’Assemblea regionale siciliana di esercitare con libertà il proprio mandato popolare, restituendo centralità al ruolo del Parlamento siciliano”. La responsabilità di governo va attribuita alla maggioranza che vince le elezioni e non ad solo soggetto.

“Dobbiamo prendere atto – conclude Lauricella – che è stato un errore, sia nelle elezioni regionali sia nei Comuni creare i presupposti per una sorta di “cesarismo”, sia tra i presidenti di Regione, sia tra i sindaci. Se con una legge ridaremo centralità al ruolo del Parlamento siciliano, è probabile che la Sicilia – com’è capitato nel passato con altre leggi – faccia da apripista a tutto il Paese”.

Traversata in canoa polinesiana tra le Aree Marine Protette di Ustica e Capo Gallo. Tutti in acqua tra divertimento e rispetto del mare

di Rossella Tramontano

Presentata ufficialmente una nuova avventura della Lega Navale di Palermo: “Ustica Paddlers 2015”. La conferenza stampa si è svolta venerdì 31 luglio, al fresco della Grotta del Ninfeo, presso la sede della Lega Navale Italiana Sezione Arenella (Scalo Vecchio Arenella) ed ha illustrato la traversata che un equipaggio di 10 atleti compirà, il 4 Settembre prossimo, dall’Area Marina Protetta di Capo Gallo a quella di Ustica a bordo di una canoa polinesiana a due vogatori, mono pala.ustica paddlersdirigenza

L’evento ha lo scopo di richiamare l’attenzione di tutti al rispetto dell’ambiente marino e fa seguito ad un protocollo di intesa tra la Sezione Arenella e la Sezione Palermo Centro della LNI di Palermo, nell’ottica di un incremento delle attività istituzionali congiunte. Nato da un’idea del socio canoista Sergio Cardile, l’evento è stato accolto con entusiasmo dalla dirigenza che supporterà i dieci appassionati soci costituenti l’equipaggio “Ustica Paddlers” nel solcare il Tirreno Meridionale dalla Riserva di Ustica a quella di Capo Gallo a Palermo per un percorso complessivo di circa 35 miglia marine.

Ignazio Cancilla, Nico Cassano, Sergio Cardile, Leonardo Fidicaro, Vincenzo Zaami, Toni Cannistraro, Vincenzo Stuppia, Enrico Cigno ed il campione paraolimpico Fabio Nucatola saranno gli atleti che si alterneranno alle pagaie in coppie, con turni di circa un’ora e mezza ciascuna con una velocità media non inferiore a 3 nodi. L’assistenza in mare sarà garantita dall’imbarcazione “Azimuth Lega Navale”, che avrà a bordo due esperti velisti della LNI con il compito di indicare la rotta e permettere i trasbordi per il cambio dei vogatori. Tutte le operazioni saranno seguite anche da una imbarcazione dell’ARPA Sicilia.

Questa traversata vuole essere un richiamo per tutti al rispetto dell’ambiente marino – fonte di vita per ogni essere umano – e delle regole per mantenerlo quanto più incontaminato da sostanze antropiche inquinanti. Rispettare e salvaguardare il futuro della Terra e di quanti vi dimorano è compito di tutti. Alla conferenza stampa erano presenti il Presidente della Sezione Arenella Giuseppe Rocca, il Presidente della Sezione Palermo Centro Beppe Tisci, il rappresentante dell’Arpa Salvatore Campanella, il Segretario Regionale della Federazione Italiana Canoa e Kayak (FICK), il presidente della Canottieri Trinacria Giovanni Fiore, il rappresentante del CIP Ninni Gambino, e il rappresentante della Guardia Costiera Ausiliaria C. Matto.

di Salvatore Petrotto

La Sicilia ha dato, come è risaputo, i natali a personaggi quali Francesco Crispi, agrigentino di Ribera, uno dei principali sostenitori di Garibaldi e dell’Impresa dei Mille, assieme a Rosolino Pilo.foto_sicilia_satellite Eppure, quando è diventato ministro e presidente del Consiglio, alla fine dell’Ottocento, si è scagliato contro gli zolfatai ed i contadini siciliani. Crispi ha represso duramente i moti di ribellione dei più diseredati, sol perché si erano organizzati in dei movimenti, denominati Fasci Siciliani, di chiara ispirazione socialista. Finirono nel sangue, il sangue dei vinti, anche quelle lotte sociali contro l’insopportabile sfruttamento a cui erano costretti operai e contadini, da chi (inglesi e non solo) rubava, già allora, le risorse della Sicilia, quali il prezioso zolfo che, nell’Ottocento, per le sue svariate utilizzazioni a livello industriale ed in agricoltura, potrebbe essere paragonato al petrolio di oggi.

La Sicilia ha dato anche i natali a Don Luigi Sturzo, di Caltagirone, fondatore di quel Partito Popolare che nel Secondo Dopoguerra è stato denominato Democrazia Cristiana. E potremmo continuare con il finanziere di Patti, Michele Sindona, vissuto alla corte del più grande finanziere italiano, anch’egli Siciliano, Salvo Cuccia; ci riferiamo al quel Sindona prima acclamato come una sorta di mago della finanza italiana e poi ucciso in carcere con un caffè avvelenato, allo stesso modo di Gaspare Pisciotta, il cognato-assassino del bandito Salvatore Giuliano.

Tra ribellioni, ascarismi vari, compresi quelli attuali dei vari “Angelini Alfani”, ed ondate di separatismo represse nel sangue, sapientemente miscelate e confuse con la mafia, anche a partire dall’immediato Secondo Dopoguerra, la Sicilia continua ad avere un solo torto. Sapete qual è? Ogni tanto osa ribellarsi contro uno Stato patrigno, che non attua i dettami della nostra (loro!) Costituzione della Repubblica Italiana.

I Siciliani, per lo meno la maggioranza dei Siciliani, avrebbero forse voluto che, per lo meno dopo la Seconda Guerra Mondiale, dopo quel primo gennaio del 1948, giorno in cui fu pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana la nostra Carta Costituzionale, ci si adoperasse per rimuovere tutte le cause che ostacolano la realizzazione di quelle condizioni di uguaglianza e di pari opportunità di tutti i cittadini italiani. Tutto ciò, fuor di metafora, per scendere sul terreno della concretezza, significa, proprio perche è compito della Repubblica Italiana, così come sancito dalla Costituzione, realizzare quelle strutture statali che, lo ribadisco, sono: strade, autostrade, ferrovie, porti ed aeroporti degni di questo nome. Significa anche garantire acqua, pulizia, disinquinamento dei mari e delle falde acquifere, scuole ed ospedali che possano realmente assicurare degli standard di qualità e sicurezza, alla stregua dei cosiddetti paesi civili. E se il nostro è uno Stato realmente unitario e solidale, come mai, visto che i Siciliani sono degli incalliti delinquenti e mafiosi e non sono in grado di badare a sé stessi, non è ancora riuscito, dopo settant’anni di vita repubblicana e più di ottanta di Monarchia Sabauda, a fare tutto ciò?

Fate voi, nordici, visto che noi siamo sudici! Attuate la nostra Costituzione Repubblicana, gestite voi, con la vostra proverbiale puzza sotto il naso, le nostre risorse economiche e realizzate tutte quelle cose che noi Siciliani non siamo riusciti ancora a fare, per creare così le precondizioni dello sviluppo sociale, economico ed occupazionale. Ah dimenticavo! Voi uomini del Nord è dall’indomani dell’Unità d’Italia che qua in Sicilia state saccheggiando le nostre risorse. I fondi della vecchia Cassa per il Mezzogiorno sono stati gestiti dalla FIAT non solo a Termini Imerese ma anche con le sue aziende collegate che si occupavano di edilizia pubblica, ovviamente! raffineriagelaanteprima600x345578452Il nostro petrolio è stato estratto e raffinato a Gela, Augusta, Priolo, Melilli e Milazzo, dall’ENI che se non sbaglio era, e lo è ancora parzialmente, un’azienda di Stato. Le grandi opere pubbliche, quelle che costano per dieci volte rispetto alla media europea, sono, come più volte ho avuto modo di dire, lottizzate ed equamente divise tra la CMC di Ravenna che fa capo al PD e la Impregilo del milanese Berlusconi e di Lunardi.

Ed allora? Sapete cosa si sono pappate le imprese del Nord e le industrie di Stato in Sicilia? Centinaia di miliardi di euro, col petrolio e con i vari interventi straordinari per il Mezzogiorno. Sapete che cosa ci hanno lasciato oltre all’inquinamento ed ai tumori? Le briciole: qualche migliaio di posti di lavoro, presso le aziende più inquinanti d’Europa! Fatevi un giro a Gela, Priolo od Augusta e ve ne renderete conto. E la FIAT di Termini Imerese che fine ha fatto? Ma per cortesia, finiamola con la solita storia di accusarci di vittimismo meridionalista! Il Sud, in generale, e la Sicilia, in modo particolare, sono state sempre delle vacche da mungere. Per ogni centesimo dei finanziamenti stanziati per il Sud si è registrata un’equa ripartizione tra le grandi imprese del Nord, le classi dirigenti parassitarie dello Stato Italiano, dedite al clientelismo più becero, comprese quelle siciliane, la mafia, la camorra, la ndrangheta e la sacra corona unita. A tali organizzazioni criminali sono stati assicurati i proventi della loro intermediazione parassitaria e violenta, per reprimere ogni conato di ribellione dei meridionali, ogni qual volta hanno tentato di ribellarsi a questo regime politico-affaristico-mafioso! Ecco perché tali organizzazioni mafiose hanno goduto delle necessarie impunità: per favorire certi politici, sostenuti dai servizi e dagli apparati deviati dello Stato Italiano, al servizio delle grandi imprese del Nord e di quelle di Stato.

Le recenti inchieste sulla Trattativa Stato-Mafia sono illuminanti in tal senso: proprio questo dimostrano, lo stretto connubio tra le massime istituzioni dello Stato Italiano e le varie mafie. Per decine di milioni di meridionali è rimasto ben poco, se non macerie economiche e sociali, oltre che civili ed istituzionali: disoccupazione, povertà, città e paesi sommersi dai rifiuti, merda e veleni scaricati a mare e nei torrenti, servizi che si pagano il triplo rispetto al resto d’Italia, proprio perché sono pessimi, quali la gestione dei rifiuti, la depurazione dei liquami fognari e la distribuzione dell’acqua potabile. Ah, dimenticavo! Dobbiamo anche sorbirci le prediche degli imbonitori televisivi a pagamento e di una stampa venduta che ci ricordano, quotidianamente, che non abbiamo speranza, che la colpa è nostra e che soprattutto non dobbiamo lamentarci, altrimenti ci accusano di piangerci addosso e di essere sempre i soliti “addratta e chianci”. Non ne possiamo più, andate pure a quel paese, separiamoci, ma fatela finita per cortesia!