Le donne al tempo della crisi in Sicilia

Pubblicato: 29 luglio 2015 in Attualità
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di Giovanna Seminara

La questione femminile in Sicilia non è stata mai neanche posta. Come se in fondo vivessimo nel migliore dei mondi possibile o se i problemi delle donne riguardassero sempre le “altre” e non certo noi. Come se i problemi o le difficoltà non riguardassero in generale tutto l’universo femminile, ma solo una piccola parte di esso.

La questione femminile, in generale, riguarda diversi aspetti: i livelli di istruzione, i tassi occupazionali, e la conciliazione llavoro-job-da-locandina-cgilavoro-famiglia. A questi in Sicilia va aggiunta la questione culturale, che li assorbe tutti e riesce a trasformarli in qualcosa di completamente diverso da come sono analizzati ed interpretati nel resto dell’Italia.

L’Italia intera rimane tuttora ancorata a consolidati stereotipi culturali, che si evincono anche dalla scelte dei percorsi universitari da intraprendere: il 76% delle matricole delle facoltà umanistiche sono donne, mentre in quelle scientifiche le ragazze sono solo il 37%. Le donne, che “non devono avere la preoccupazione di cercarsi una occupazione”, se proprio devono studiare è bene che lo facciano per accrescere la propria cultura. A questo si aggiunga che vi sono lavori ritenuti più adatti alla figura femminile, come quello di insegnate e, più in generale, di pubblico impiegato.

Ma cosa significa essere una donna, magari madre, ai tempi della crisi? Se la questione si pone con riferimento al sud, ed alla Sicilia in particolare, l’analisi dei dati ISTAT del 2014 diventa molto interessante.

Il tasso di occupazione femminile e quello dei lavoratori anziani presentano generalmente valori più bassi di quello maschile. Anche nel 2013 il tasso di occupazione degli uomini è stato superiore a quello femminile in tutti gli stati membri della U.E, anche se con notevoli differenze da paese a paese.

I tassi di occupazione, in generale, variano notevolmente anche in relazione al livello di istruzione raggiunto dagli individui: coloro che possiedono un diploma di istruzione terziario (istruzione universitaria di ciclo breve, master o dottorato), hanno tassi di occupazione decisamente superiori alle persone con un livello di istruzione primaria o secondaria inferiore.

Il mercato del lavoro dell’ U.E. è stato fortemente colpito dalla crisi economica. Dal 2008 al 2013 l’occupazione è diminuita di 5,9 milioni di unità e le perdite maggiori si sono riscontrate nelle nazioni del sud Europa. In Italia le regioni meridionali sono state le più colpite dalla perdita di lavoro.

L’occupazione femminile in Europa ha avuto dinamiche contrapposte: in Germania, Belgio, Austria, Svezia e  Regno Unito si è registrato un aumento significativo dei dati occupazionali, mentre in Spagna, Grecia e Portogallo si sono avute considerevoli perdite nelle percentuali di occupazione femminile.

Al sud le madri occupate sono il 35%, contro il 66,4% del Nord ed il 61,5 % del centro, e le donne che lamentano sempre maggiori difficoltà nella conciliazione lavoro-famiglia sono in crescita. Le difficoltà denunciate dalle madri lavoratrici sono: la quantità di ore di lavoro, la presenza di turni o di orari disagiati (pomeridiani o serali o nel fine settimana), l’eccessiva distanza da casa, le frequenti riunioni o trasferte.

Uno degli aspetti che al sud certamente limita la possibilità di conciliazione tra lavoro e famiglia è la mancanza di disponibilità di persone o servizi a cui affidare i bambini. Vi è una incapacità delle istituzioni a recepire la necessità di servizi pubblici per l’infanzia come requisito fondamentale per l’ingresso della figura femminile nel mondo lavorativo e per la sua permanenza.

Incentivare la presenza femminile nei settori in cui è maggiormente carente, come quello agricolo o imprenditoriale e commerciale, è il primo passo per incrementare l’occupazione femminile. A tal fine occorre: detassare il lavoro delle donne e prevedere una serie di incentivi per l’imprenditorialità femminile; agevolare con contratti part-time il rientro dalla maternità, ponendo congedi uguali e obbligatori per entrambi i genitori al fine di ridurre in tal modo le discriminazioni al momento dell’assunzione.

Le istituzioni e la società non possono, inoltre, ignorare che vi è un sempre crescente numero di madri single e di donne vittime di violenze, che necessitano di un lavoro per poter essere messe nelle condizioni di provvedere al sostentamento del proprio nucleo famigliare.  Queste categorie femminili più deboli devono essere messe nelle condizioni di poter accedere al mercato del lavoro.51450_1030tashmanwomensvotingcolumno

La concezione di famiglia si è radicalmente trasformata ed anche le istituzioni devono prenderne atto, se non vogliono vedere un tasso di natalità sempre più prossimo allo zero. Per questo bisogna rivedere sia le strutture a sostegno delle nuove categorie di famiglia sia le tipologie degli interventi di aiuto per le nuove figure lavorative, che certamente hanno esigenze diverse, ma che non possono essere ulteriormente ignorate.

In Sicilia il divario fra donne di serie A e di serie B non può continuare ad essere sottovalutato, visto che così continuando le condizioni economiche ed occupazionali renderanno il divario talmente profondo da arrivare a punti di vera ingiustizia sociale: basti pensare alle donne rumene nel ragusano abusate e sfruttate, colpevoli di avere figli a cui pensare. Molte donne siciliane sono o prossime a tale drammatica situazione o, addirittura, nelle medesime condizioni, perché abbandonate e dimenticate da una politica e da istituzioni impregnate di sprechi e cattiva gestione.

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