L’antimafia sociale tra sistema politico-mafioso e globalmafie

Pubblicato: 27 giugno 2015 in Attualità
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di Yuri Testaverde

Il 23 giugno scorso, presso l’Aula Consiliare del III Municipio di Roma Capitale, la presentazione del libro del noto docente palermitano Giuseppe Carlo Marino e del giornalista Pietro ScaglioneL’altra resistenza. Storie di eroi antimafia e lotte sociali in Sicilia“, é stata interessante occasione per spunti di riflessione su argomenti sempre attuali.

L’incontro, coordinato dalla giornalista del giornale Radio Rai1 Milvia Spadi, ha visto la partecipazione del Prof.Giuseppe Carlo Marino, 155_2già autore di diversi libri sulla storia e sull’analisi del fenomeno mafioso, del giudice siciliano Maria Grazia Giammaritaro, già Rappresentante speciale e Coordinatore per la lotta alla tratta degli esseri umani presso l’OSCE, dei sociologi Prof. Francesco Carchedi, esperto di immigrazione e responsabile Area ricerca del Consorzio Parsec, del Prof. Maurizio Fiasco, consulente della Consulta Nazionale Antiusura e già consulente della Commissione Parlamentare Antimafia, con interventi finali dell’Ass. Politiche Sociali III Municipio di Roma Capitale Eleonora di Maggio, e della Responsabile Terzo Settore di Libera Antimafia Francesca Zangari.

É emersa subito, dirompente, la visione condivisa di una lotta per la legalità da unire imprescindibilmente alla lotta per la giustizia sociale, senza la quale anche una parte dell’antimafia istituzionale finisce per divenire parolaia, senza quelle solide fondamenta su cui strutturare ed orientare l’azione stessa.

Il libro vuole approfondire la storia dell’antimafia sociale, dando spazio anche alla descrizione dei percorsi di formazione e gestione del potere mafioso all’interno della macchina istituzionale, ed evidenziandone elementi di infiltrazione dall’esterno, se non di vera connivenza con il mondo politico stesso. Durante la discussione, infatti, emerge come la mafia, in realtà, venga considerata non in chiave antisistema, ma anzi pronta ad abbracciarlo fino a “fare affari” con quegli attori sociali che vogliono e possono collaborare, mentre é ancora pronta a levare di mezzo persone che possono risultare scomode con gli interessi e obiettivi mafiosi stessi. Il capo mafioso, quindi, viene dipinto come un appartenente alla “borghesia mafiosa”, alla classe dirigente dominante, pronto a tenere contatti e scambi con l’élite politico-finanziaria a cui mira, e dunque non sembra esser visto appartenere ai ceti popolari, distaccandosi da quegli stessi delinquenti e manovalanza criminale a cui, comunemente, invece li si associa.

I sistemi mafioso e politico sembrano non avere solo punti in comune, ma i confini sembrano non ben delineati ed essere interconnessi, creando un cosiddetto “terzo livello” tra la direzione strategica generale, la criminalità organizzata e la politica, nel momento in cui può essere feconda una comunanza di interessi comuni.

Ecco che l’autore fa emergere, nel suo intervento, tutta la sua sapienza storica e profondità di conoscenza, nel momento in cui afferma che se la mafia fosse stato solo un fenomeno di criminalità organizzata, sarebbe stata ampiamente già debellata, e invece é una questione tutt’altro che risolta, e legata anche alla debolezza strutturale di questi Stati in cui la democrazia non si é ben consolidata nel suo processo storico, andando a coprire dei vuoti politico-sociali. Ecco spiegata la blanda lotta istituzionale alla mafia, almeno fino all’inizio degli anni ’70, in un continuum storico-politico che può esser fatto partire dal periodo di Crispi, del trasformismo giolittiano, per poi continuare coi rigurgiti fascisti e del consolidamento del potere democristiano in piena epoca repubblicana. Alle prime inchieste di Sydney Sonnino e Leopoldo Franchetti, seguì di ufficiale ben poco altro, almeno fino a quando, in seguito alla Strage di Ciaculli del 1963, molto dolorosa per lo Stato, si trovano nel 1965 le prime Disposizioni di legge in cui viene esplicitamente fuori la parola mafia.

Seguendo questo filo logico, la naturale conseguenza é quella di affermare, per l’autore, che la formazione dell’antimafia sociale risalga a molto tempo prima di quella istituzionale, con esempi positivi e concreti, in quanto la mafia danneggiava i ceti popolari stessi, ma che questa stessa antimafia, invece di essere sostenuta e valorizzata, sia stata nel tempo repressa e sfiduciata, perché la mafia stessa sia riuscita ad annidarsi dentro il sistema, creando un rapporto organico tra sistema mafioso, politico ed istituzionale.

L’uso privatistico della legge che ne consegue, dunque, é la logica azione dei “baroni siciliani” e non, é un uso distorto della legge che é privatizzata e usata dal potere e da quelle classi dominanti colluse, che contribuiscono a fare percepire, nell’insieme, un sistema che sembra mafioso nel complesso.

La magistratura, in questo teatrino sconfortante e poco democratico, sembra restare sospesa, e i magistrati impegnati, ieri come oggi, in una lotta semi-solitaria come quella di Nino Di Matteo, non sembrano coadiuvati e potuti sostenere nemmeno da una sinistra polverizzata, debole e divisa, e che deve trovare ancora le sue forze e la sua strada. La situazione é ulteriormente complicata dalla presenza ormai massiccia di mafie straniere, che collaborano con quelle locali in un assetto di illegalità diffuso, rimettendo in gioco la formazione e la gestione del potere, in un assetto di Globalmafie, una visione cara a Marino, che la sostiene da diversi anni, e che prospetta una valutazione e una soluzione della questione su un piano non solo locale, ma globale.

Dalla appassionata discussione del pomeriggio, ne esce fuori la visione di un libro che mira all’arduo compito di unire due culture nell’elemento della lotta sociale antimafia, due culture politiche che si sono guardate l’un l’altra durante il corso del Novecento, quella cattolica e quella laica, e non sempre in comunione tra loro. Non é dunque un caso che il libro di un autore di scuola marxista, sia stato edito dalla cattolicissima casa editrice Paoline, e che il Prof.Marino stesso si lasci sfuggire che il libro sia dedicato anche a Papa Francesco, nella tacita speranza che questa storia dell’antimafia civile possa non ridursi ad essere antimafia autocelebrativa ed elitaria, ma divenire “antimafia di massa”, come la chiama Marino, in modo che la memoria possa essere usata come metodo di combattimento sempre inclusivo e collettivo.

Ecco che, così analizzati in questa chiave di lettura, i fatti di Sicilia possono risultare anche apparire, riflessi d’Italia.

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