Ecco come (14). Conclusioni

Pubblicato: 9 maggio 2015 in Attualità
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di Donato Didonna

“Per avere una società migliore, non basta avere imprese profittevoli, è necessario avere imprese socialmente responsabili. E per essere buoni manager, non è sufficiente massimizzare i profitti (o il valore delle azioni) nel lungo periodo, è invece necessario tenere in considerazione esplicita gli interessi di tutte le parti sociali coinvolte con l’attività aziendale: i lavoratori, la comunità locale, l’ambiente e così via”.860735_10200283454123230_517806592_o

È capitato, in questi anni, di leggere sempre più spesso dichiarazioni simili: si riferiscono alla cosiddetta dottrina della “responsabilità sociale d’impresa” vista in contrapposizione alla dottrina d’impresa legata al “valore per gli azionisti”. Il mondo dell’economia e della finanza ha colto in anticipo questi principi, ma gli stessi potrebbero applicarsi anche al mondo delle professioni e dei mestieri.

Una società di attori professionali ed economici, ispirata ai principi dell’etica e della responsabilità sociale, alla ricaduta sociale del proprio operato professionale, sarebbe sicuramente una società dove si vivrebbe meglio.

Pensiamo all’urbanistica e all’edilizia della grande stagione della speculazione che porta pur sempre la firma di professionisti o agli sprechi di denaro pubblico che si sono dati nel mondo della sanità, regno dei medici, o ai tanti “stipendifici” e “diplomifici che ci si sono nel campo dei servizi pubblici e dell’istruzione, specie superiore, o anche a fenomeni inquietanti come il riciclaggio di denaro di illecita provenienza che ha richiesto necessariamente l’intervento di “colletti bianchi” e via dicendo.

La crisi morale e materiale che viviamo è sicuramente causata dalla perdita del primato della politica sull’economia e dell’etica sulla politica: il linguaggio della politica coincide ormai con quello del mercato e qualunque modalità di fare profitti o di raccogliere consenso elettorale è oggi ammessa e intesa come legittima e legittimante.

Di fronte alla prospettiva di un Paese che, dopo decenni di crescita, sembra ormai da un po’ aver imboccato un declino economico, l’attenzione a tematiche come queste accennate diviene di grande attualità per il ripensamento di regole e costumi del nostro vivere sociale. Compete a chi ha studiato, viaggiato e goduto di una certa libertà economica assumersi la responsabilità di pensare e di agire costruttivamente per il miglioramento della società in cui viviamo. Bisogna superare quella cultura del “familismo amorale”, che porta ad anteporre o a restringere al solo ambito familiare il massimo orizzonte del nostro impegno sociale e questo perché nel Meridione sono purtroppo mancati secoli di tradizione civica quale quella comunale del centro-nord Italia[1].

Responsabilità sociale. Mi ricollego ora in termini operativi alla premessa: cerco professionisti ed imprenditori che vogliano (1) prestare alcune ore di consulenza gratuita a favore di nuove iniziative imprenditoriali giovanili coerenti con questa visione di sviluppo, (2) regalare idee di impresa che non sono interessati a realizzare in proprio, magari esternalizzando funzioni aziendali, e (3) versare una quota minima di capitale per garantire bancariamente la nascita di queste nuove imprese che opereranno nel settore delle energie alternative, dell’agricoltura, del turismo, della innovazione tecnologica, dei nuovi media, dei beni culturali, ecc., valorizzando la specificità del territorio e della cultura siciliana.

Possiamo creare una società di partecipazione che operi come un fondo di private equità oppure, più semplicemente, aprire un conto a proprio nome presso una banca specializzata nel microcredito (es. Banca Etica) che finanzi le stesse imprese con un moltiplicatore sulla garanzia da noi prestata. Una sorta di micro consorzio fidi con un organo terzo che valuti il merito di credito dei vari progetti.

Se si vuole, qualcosa si può fare. All’inizio, piccole cose come è fisiologico che sia (solo i politici possono permettersi il lusso di pensare in grande con i soldi altrui!). Le braccia di un esercito di circa trentenni “non lagnusi” non mancano!

Insomma, io l’ho chiamata “economia leggera” mentre Antonio Cianciullo ed Ermete Realacci hanno intitolato “Soft economy” il loro libro del 2005, ma la sostanza è la stessa: condividiamo assolutamente le stesse idee. Cito dal libro: “contro il declino economico, contro il degrado ambientale, contro l’impoverimento sociale, contro il pessimismo, reagire si può. C’è un’Italia che ce la fa, che punta sull’eccellenza mettendo insieme l’elettronica avanzata e la qualità del paesaggio, l’innovazione e il patrimonio storico, i centri di ricerca e i prodotti tipici”. Seguono 25 storie di successo, tra cui quella della siciliana Donnafugata, tutte da leggere. Il libro cita persino un articolo di Giuliano Amato e Carlo De Benedetti che avevo già riportato nella sezione “articoli” del mio blog nel 2004!

È una visione di sviluppo possibile per la Sicilia, incompatibile con quella dei vari Cuffaro & C., di quasi tutti i nostri politici regionali. Uno sviluppo incentrato sulla qualità e l’eccellenza: lo stesso PIL dovrebbe, in quest’ottica, tradursi in PIQ – Prodotto Interno Qualità, uno strumento di lettura a scala nazionale del “peso” della qualità nell’economia del Paese.

Già Robert Kennedy rilevava lucidamente come il PIL possa misurare moltissime cose tranne ciò che dà davvero valore alla vita. Oggi sono tante le voci autorevoli che ne sostengono l’obsolescenza: non esiste tuttavia un sostituto adeguato nel calcolo della ricchezza nazionale. L’ambizione del PIQ è di elaborare una “contabilità della qualità” che abbia l’immediatezza comunicativa del PIL, e analoga capacità di impatto sulla politica e sui media[2].

La Storia non si fa con i “se”. La Storia, appunto, non il Futuro. Il futuro dipende invece dalle scelte personali e collettive, da scelte concrete e quotidiane: il futuro dipende da tanti “se”. Perché, tanto per fare un esempio, se si concorre, consapevolmente o anche inconsapevolmente, alla riconferma elettorale di uomini politici di cui si sono già sperimentate capacità e stile, una visione come questa non la si vivrà mai, la si potrà al massimo solo leggere o, peggio, continuare a sognare. foto_sicilia_satelliteLa Sicilia ha un problema di modernità incompleta la cui soluzione non è più differibile: non ha senso modernizzare strutture e infrastrutture, se non si modernizza prima e definitivamente una mentalità ancora troppo arcaica in tante persone. Chi ha la capacità di comprendere questo dato di fatto semplice – anche se inconfessabile – ed è libero da compromessi di ogni genere, ha oggi la responsabilità di agire per il cambiamento di questo stato di cose.

Non è un messaggio indirizzato a tutti, non ha senso cercare il consenso di tutti, e sono anche consapevole che voler accontentare tutti ha un prezzo che non è il caso di pagare, un prezzo che peraltro, alla fine, pagano poi sempre tutti con l’immutabilità di uno stato di fatto o con inestricabili compromessi e ricatti reciproci.

Mi sembra più importante, invece, entrare in contatto e mettere in contatto chi dall’attuale situazione non ha nulla da guadagnare o non ha guadagnato nulla. Anche se, non necessariamente, l’occasione fa l’uomo ladro, le rivoluzioni, anche culturali, le possono fare solo individui “magri e famelici” che non hanno nulla da perdere oppure coloro che godono di libertà intellettuale ed economica e non agiscono motivati unicamente dal proprio tornaconto a breve termine: non certo coloro che da questa situazione traggono vantaggi e ci campano. Mi rivolgo quindi, in particolare, ai giovani siciliani, le vere vittime di una situazione che ereditano per nascita senza personale responsabilità; alle donne, naturalmente portate a considerare la ricaduta sociale del proprio agire (quando non si limitano a scimmiottare i peggiori aspetti della personalità maschile); ai lavoratori autonomi, a quanti cioè per vivere non devono dire grazie a nessuno, se non al buon Dio che li ha dotati di capacità, ma che senz’altro vivrebbero molto meglio in una Sicilia liberata da quel blocco parassitario di cui, come già detto, la criminalità organizzata è solo il volto più violento e dichiarato, ma neanche il più dannoso.

Quando, nel giugno 2004, un gruppo di ragazzi palermitani, improvvisatisi attacchini, tappezzò la città con un volantino anonimo, listato a lutto, recante la provocazione “un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”, i soliti tromboni sentenziarono che si trattava di un messaggio negativo che non avrebbe avuto impatto sociale. I ragazzi del Comitato Addio Pizzo innescarono, invece, con il concetto di “consumo critico”, una rivoluzione culturale che portò molti commercianti a denunciare il pizzo, spesso pagato più per calcolo che per paura, i consumatori a preferire esercizi commerciali pizzo-free e Confinustria, locale e poi nazionale, a dotarsi di un codice etico che prevede l’espulsione di chi non denuncia il pizzo. A dimostrazione che una strategia giusta ed efficace può portare a risultati importanti anche partendo da quattro gatti.

I ragazzi di Addio Pizzo sono particolarmente legati alla figura di Libero Grassi che ho conosciuto di persona, purtroppo, da morto, proprio la mattina in cui fu ucciso. Scuserete la testimonianza personale, ma quella mattina del 29.8.1991 udii distintamente, intorno alle 7:30, alcuni colpi di arma da fuoco: casa mia faceva angolo con via Alfieri. Scesi istintivamente per strada e, riverso sui gradini del supermarket, vidi il corpo di un uomo dal viso deformato da alcuni colpi sparati vigliaccamente alla nuca.

Mi era sembrato di riconoscere il corpo di un polacco che lì aiutava le signore a portare la spesa. Seppi invece, di lì a poco, che si trattava di Libero Grassi, l’imprenditore che rivendicava pubblicamente e fieramente il suo diritto a vivere e lavorare senza subire soprusi. Poco più di un anno prima avevo visto, più avanti, sullo stesso lato della strada, il corpo senza vita di Giovanni Bonsignore, il dirigente regionale dalla schiena diritta che aveva denunciato il malaffare della Regione e che, per questo motivo, era stato fatto assassinare da un collega. Probabilmente, è anche per questo motivo che da allora mi consento una semplificazione sociologica sui miei concittadini: Palermo è una città dove o si sta da una parte o, magari inconsapevolmente, da perfetti “utili idioti”, si concorre a fare gli interessi dell’altra. Per la sua storia, così come appena ricordata, non esistono purtroppo altre, più neutrali, posizioni da tenere.

Nello sconfortante spettacolo della convivenza civile e democratica di questo Paese, sia a livello nazionale che locale, c’è una forza che cresce e che assume, giorno dopo giorno, maggiore consapevolezza di sé in una sorta di rivoluzione silenziosa che accende qualche speranza. Mi riferisco all’interconnessione di cittadini attivi in rete attraverso i cosiddetti “social network”. Siamo tutti convinti che la democrazia sia la migliore forma di governo che conosciamo, ma una democrazia senza controlli effettivi diventa ben presto un’odiosa presa in giro. La nostra architettura democratica prevede una ripartizione dei classici tre poteri che si controllano a vicenda in concorrenza con un quarto, “atipico” eppure tipico delle democrazie, rappresentato tradizionalmente dalla stampa e dagli altri organi di informazione attraverso cui si forma (ma anche si controlla) la pubblica opinione. Ma se il risultato di questo concerto di poteri democratici è insoddisfacente perché i controllati controllano, nominano, sostengono o finanziano i controllori e viceversa, non c’è altra alternativa a che una parte della popolazione, quella più consapevole dei suoi diritti e libera economicamente, si attivi per altre vie che in passato sono sfociate nella piazza – quella reale –, mentre oggi, grazie alle tecnologie digitali, portano ad affollare in primo luogo quella piazza “virtuale” che, sempre più spesso, precede l’altra.

Penso di non essere l’unico a ritenere che ci sia qualcosa che proprio non va nei meccanismi di selezione della nostra classe dirigente democratica. E il problema, a mio avviso, risiede nel modo in cui il consenso si raccoglie, anzi, si costruisce. Un’osservazione può essere illuminante. Il marketing, la promozione di professioni quale quella del medico o dell’avvocato, è molto limitata se non addirittura vietata dalla legge. Il motivo è ovvio: non dobbiamo selezionare un medico o un avvocato sulla base della persuasione occulta di una campagna pubblicitaria. Ne andrebbe della nostra salute o del nostro patrimonio. Un politico, però, può provocare danni anche maggiori di un medico o di un avvocato. Non sarebbe allora il caso di proibire in assoluto, durante le campagne elettorali, l’uso di spot TV, di manifesti e di altre forme di pubblicità, consentendo solo nelle piazze reali o in quelle virtuali (internet) quel confronto tra uomini liberi che, da Atene in poi, rappresenta l’anima della democrazia e della raccolta del consenso? La pubblicità (con i suoi alti costi) è l’anima del commercio: forse non è il caso che lo sia anche della democrazia!

Il mio consiglio finale è quindi quello di informarsi sempre più attraverso la rete internet, nel caso, di imparare a navigare prendendo lezioni private da un internet angel. La rete internet è la vera università della terza età: io stesso mi sono improvvisato un Alberto Manzi (“Non è mai troppo tardi”) con amici più grandi di me e una di queste persone mi ha ringraziato sino alla morte di averle fatto scoprire questo accesso alla comunicazione e al sapere.

Partecipate quindi alla politica attiva solo di partiti o movimenti che la consentano effettivamente attraverso la rete. Provate a prendere a pugni un materasso e vediamo chi vince! I politici questo lo sanno e ci contano: sanno incassare bene gli sfoghi solitari. Pensate, invece, alla famosa scena di “Quinto potere” (rivedetevela su You Tube!). Internet (sesto potere) è la finestra a nostra disposizione per gridare tutti assieme con forza: “sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!”

Se ci affacciamo a questa finestra la politica non potrà non prenderne atto e non ascoltarci: condizioneremo la partitocrazia dal basso, come è giusto che sia, perché faremo sentire il fiato sul collo alla classe dirigente. Perché potremo dire in libertà che un amministratore pubblico che negozia con un fornitore pubblico un tariffario, prima ancora di essere colluso o contiguo (e la nostra sembra una classe politica selezionata per “concorso esterno”) è un amministratore infedele e come tale va cacciato indipendentemente dai voti che ha preso. E il fornitore, anche se non vi è pericolo di fuga, può sicuramente tornare in galera dove è giusto che stia per responsabilità penale accertata anche in appello.

Si dice che la politica sia l’arte del compromesso, ma c’è un limite a tutto: soprattutto ai compromessi. E nella politica siciliana il limite della decenza è stato oltrepassato ormai da tempo! Smettiamola di salutare per istinto servile e opportunismo politici collusi o compromessi o incapaci e, se li incontriamo al ristorante o in aereo, chiediamo di spostarci di posto: esiste una sanzione sociale che ciascuno di noi può legittimamente infliggere!

Sulle pagine di Rosalio, il blog di Palermo già citato, sono state scritte, assieme ad argomenti più ameni, delle belle pagine di vera democrazia, costringendo consiglieri ed assessori comunali a confrontarsi su argomenti concreti, senza sottrarsi alle critiche, anche feroci. E sono stati pubblicati dei dossier, come quello sulla vicenda ZTL che ha costretto l’Amministrazione ad una rovinosa retromarcia.

A quanti si attivano con passione civica nelle chat, nei forum, nei blog, su Facebook e poi davanti ai palazzi del potere oppure in nuove aggregazioni, nate in rete, che fanno informazione, volontariato o impresa, giro questa citazione di Buckminster Fuller, un visionario architetto e inventore statunitense: «Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta».

(continua con un appendice)

[1] È la tesi de “La tradizione civica delle regioni italiane” di Robert Putnam.

[2] La Fondazione Symbola, cui partecipano i Siciliani Pasquale Pistorio (ex CEO di STM) e Josè Rallo di Donnafugata, promuove questa visione.

commenti
  1. Elisa soresi ha detto:

    Mio marito é un imprenditore che nello svolgimento della sua attività mette in pratica tutto quello ché rappresenta imprenditoria sociale

    Mi piace

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