A proposito dell’Italicum

Pubblicato: 7 maggio 2015 in Politica
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di Giuseppe Lumia

PD: VELTRONI, LUMIA CAPOLISTA SENATO IN SICILIALa Camera ha approvato la riforma della legge elettorale, conosciuta come Italicum.  Non sono mancate le polemiche e i contrasti accesi. Addirittura, si sono usate espressioni forti come “colpo alla democrazia”, “dittatura”, “autoritarismo”.

Vediamo un po’ di capire meglio, in modo che le valutazioni possano essere più equilibrate e si possano cogliere i caratteri innovativi e positivi di una riforma tanto attesa, dopo che il nostro Paese è stato costretto a subire l’onta del cosiddetto “porcellum”. Questa sì legge indecente e dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale.

Più volte ho messo in evidenza la necessità di uscire dalla crisi della nostra democrazia sul versante sia della legge elettorale, sia delle riforme costituzionali che riguardano le istituzioni, mettendo in equilibrio due criteri/valori: “la decisione democratica” e la “partecipazione democratica”. Senza decisione democratica la democrazia si paralizza, va in tilt e lascia spazio ad altri poteri legali ed illegali, economico-finanziari e mafioso-criminali che nel tempo della globalizzazione sono in grado di determinare in tempo reale scelte che aggirano la sovranità popolare e le istituzioni democratiche.

Senza “decisione democratica” non c’è una democrazia moderna, veloce, capace di comprendere l’evoluzione della società e di assumersi la responsabilità di fare scelte chiare e coraggiose. Senza “decisone democratica” non solo si lascia un vuoto che altri poteri riempiono, ma si alimenta una crisi della politica che rischia di sfociare nella domanda di decisione tout court anche di tipo autoritario. Una decisione quest’ultima realmente pericolosa e dagli esiti nefasti, tenuto conto che il nostro Paese rimane ancora fragile ed esposto a sbocchi imprevedibili. Proprio per questo la Seconda Repubblica, ad esempio, non ha saputo essere all’altezza delle riforme di cui il nostro Paese aveva bisogno e ci ha lasciati impreparati di fronte alla crisi economico-finanziaria, che ha attraversato e devastato la società e le stesse Istituzioni.

Stesso ragionamento vale per la “partecipazione democratica”. Non è un criterio/valore del passato, da lasciare ai nostalgici della Prima Repubblica, anzi è una risorsa fondamentale per il futuro della democrazia che vogliamo costruire. La “partecipazione democratica” va sempre alimentata nella società, ma va anche incentivata sia nei sistemi elettorali che nella vita delle istituzioni. Senza partecipazione democratica la sovranità popolare si spegne e la democrazia della rappresentanza diventa un involucro formale e burocratico. Senza “partecipazione democratica” non c’è coesione sociale, non c’è una spinta motivazionale a sentirsi parte di un Paese che vuole crescere insieme e darsi delle mete di rilievo storico per uscire dalla crisi, non più secondo lo stile dell’”Italietta”, ma da Paese moderno ed europeo.

In sostanza, “decisione democratica” e “partecipazione democratica” sono due facce della stessa medaglia. Anzi l’una nutre l’altra ed entrambe hanno bisogno di completarsi a vicenda.

Vediamo adesso quali sono i punti della riforma elettorale che vanno in tale direzione. Intanto con l’Italicum si mette fine a quell’odiosa incertezza sull’esito del voto che regna ormai ad ogni elezione e che, di conseguenza, mina la solidità e la credibilità del nuovo esecutivo. Con l’Italicum chi vince vince, e si assume la responsabilità di governare, e chi perde perde, e si attrezza per svolgere l’altrettanto nobile ruolo di opposizione, senza inciuci e consociativismi tipici del “giorno dopo”.

La decisione democratica fa un passo avanti senza scadere nell’autoritarismo. Infatti, la lista che non supera la soglia del 40% non vince le elezioni al primo turno, ma si affida l’esito della consultazione ad un secondo turno a cui accedono le prime due liste classificate, per lasciare alla partecipazione democratica dei cittadini la sovranità di decidere chi deve guidare il Paese e chi deve fare l’opposizione.

Nella Prima Repubblica l’instabilità dei governi era la regola e il consociativismo la formula subdola di governo. Anche nella Seconda Repubblica questo nodo non è stato sciolto ed i governi sostenuti da alleanze pasticciate e consociative hanno continuato a prevalere. Non penso, quindi, che all’Italicum si possano rimproverare profili autoritari. Anzi, è opportuno apprezzarne la sua chiarezza e la capacità di coniugare partecipazione e decisione democratiche.

Un altro nodo delicato affrontato e sciolto positivamente dall’Italicum riguarda il cosiddetto “governo coalizionale”, ovvero un esecutivo formato e sostenuto da una coalizione di partiti. Si tratta di un tipo di governo che, in teoria, non ha nulla di scandaloso, ma che nella pratica si è rivelato un disastro. Infatti, è avvenuto che con governi così formati i programmi presentati agli elettori durante la campagna elettorale hanno ceduto il passo ad un’estenuante mediazione al ribasso, finendo sempre per paralizzare la “decisione democratica” e irridere la stessa “partecipazione democratica”.

Nell’Italia dell’attuale crisi, i “governi coalizionali” sono stati ancora più rovinosi ed incapaci di produrre riforme e scelte di grande portata in grado di lasciarci alle spalle l’”Italietta” e tutti i suoi difetti. Nello stesso tempo non si è stati in grado di valorizzare i pregi e le potenzialità presenti nella società e nelle stesse istituzioni. In sostanza, un piccolo partito ancora oggi conta più di un grande partito e la ricerca di visibilità porta sempre a rotture interne alla coalizione e alla paralisi riformatrice. Con l’Italicum si volta pagina, perché si è scelto di premiare ed incentivare la lista vincente e non le liste coalizzate per convenienze politiche, magari in contraddizione sui programmi e sulle scelte di fondo. A tal proposito, sottolineo che la scelta di premiare la lista vincente al primo o al secondo turno, e non la coalizione, è stato un punto richiesto anche dal Movimento 5 Stelle per l’ovvia ragione che loro non pensano mai ad allearsi con altri, ma a vincere da soli le elezioni.

Un altro nodo sciolto è quello sulla soglia di entrata delle liste in Parlamento, a garanzia di un Parlamento plurale e in grado di dare spazio anche ai piccoli partiti. All’inizio l’Italicum poneva l’asticella della soglia del 5%. Alla fine si è deciso di abbassarla al 3%.

Avendo stabilito per la governabilità che vince la lista e non la coalizione, è stato giusto abbassare la soglia al 3% in modo tale che le piccole forze politiche possano avere una presenza in Parlamento senza che la loro attività si trasformi in ricatto continuo nei confronti di chi ha vinto legittimamente le elezioni. Mi sembra che sia stato raggiunto, anche su questo punto, un buon equilibrio, capace di non frenare la “decisione democratica” e allo stesso tempo di non svilire la “partecipazione democratica” anche della minoranza che può far sentire la propria voce in Parlamento. Faccio notare che questa richiesta era stata lanciata dai piccoli partiti dell’opposizione, con in testa Sel, ma anche dall’Ncd che sta in maggioranza.

Infine, la rovente questione delle preferenze o dei candidati bloccati che abbiamo conosciuto con l’esperienza triste del Porcellum. La decisione definitiva è stata una mediazione. Nei cento collegi previsti, dove vengono eletti dai sei ai sette deputati, il capolista è bloccato, mente gli altri verranno scelti dai cittadini con l’uso della preferenza, cosa importantissima, attraverso anche la doppia preferenza di genere. Anche su questo aspetto la soluzione poteva essere più completa prevedendo la scelta della preferenza per tutti,  anche per i capilista. Qualche pro si può avanzare a favore del capolista bloccato, come ad esempio la possibilità di candidare personalità di grande prestigio e competenza. Non sfuggono però i risvolti strumentali, come l’esercizio arrogante del potere dei capipartito che con i capilista bloccati, piuttosto che valorizzare la qualità, possono invece più biecamente imporre i propri accoliti o premiare delle leadership senza consenso e radicamento territoriale. Faccio notare che l’opzione, spesso mascherata dei segretari di partito, è quella delle liste bloccate per tutti. Solo Forza Italia si è pronunciata esplicitamente per la lista bloccata. Alla fine con l’Italicum si è giunti ad una mediazione che comunque non ne inficia il valore complessivo.

Naturalmente non mi sfuggono due aspetti:

  1. la legge elettorale cammina a braccetto con la riforma costituzionale della forma di governo e del ruolo della Camera e del Senato. Forse, un bilanciamento ancora andrebbe previsto in modo tale che ci sia un migliore equilibrio dentro i meccanismi della “decisione democratica” e che si rafforzi di più l’aspetto della “partecipazione democratica”;
  2. la legge elettorale non può esaurire la necessità di intervenire su altri fronti: conflitto di interessi e antitrust. Così pure non vanno sottovalutati la lotta alla mafia e alla corruzione su cui si è iniziato un discreto lavoro, che va potenziato e completato per garantire un esercizio realmente democratico del voto e per spezzare le ossa al sistema delle collusioni mafiose e corruttive.

In conclusione l’Italicum è una riforma elettorale che finalmente fa delle scelte chiare e aiuta a metterci alle spalle non solo il porcellum, ma anche tutte le incertezze presenti negli altri sistemi elettorali sperimentati nel corso della storia del nostro Paese, nella consapevolezza che nessun sistema elettorale è perfetto e che anche l’Italicum è perfettibile.

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