Ecco come (11). Efficienza della Pubblica Amministrazione

Pubblicato: 28 aprile 2015 in Attualità
Tag:, , ,

di Donato Didonna

I dipendenti della Regione Siciliana sono più di 16.000 con un rapporto dirigenti/dipendenti pari a 1/6-7: un esercito di ufficiali! Le retribuzioni, conseguentemente, ammontano a varie centinaia di milioni. Mi chiedo: rappresentano un costo o un investimento? Il personale regionale vale, in termini di qualità dei servizi resi, il suo costo o siamo solo in presenza di un gigantesco “stipendificio”, di una mera ridistribuzione di redditi nella società? Sono domande oneste, senza pregiudizi o intenti polemici o demagogici, cui è importante dare una risposta. Costo o investimento? Il personale della Regione è da ascrivere allo “stato patrimoniale” o al “conto economico”?860735_10200283454123230_517806592_o

La mia idea è che anche se, innegabilmente, rappresenti un costo pubblico, il personale regionale potrebbe sempre più diventare un investimento. Come? Conoscendo e valorizzando in termini più moderni tale “capitale umano”.

Una delega tipica degli enti locali è quella al Patrimonio e l’utilità della funzione di gestione delle risorse materiali è a tutti evidente: perché non creare allora anche un apposito Assessorato alle Risorse Umane? Penso ad un assessore “tecnico” (vi è una scienza in proposito) con poteri sull’intero personale e con il compito innanzitutto di fare un puntuale “inventario” delle attitudini, competenze, ecc. del personale della Regione, per assegnarlo poi, in modo ottimale, nei ruoli, funzioni e compiti che realmente servono ai cittadini e all’organizzazione stessa della pubblica amministrazione (e non in quelli in cui ci si è, per abitudine o comodità, radicati), mediante un costante lavoro di formazione, motivazione, incentivazione e con una salutare rotazione di tali ruoli e funzioni. Se tanti dipendenti non danno l’idea di offrire un servizio pubblico a “5 stelle lusso” vuol dire solo che sono male allocati e motivati.

Un altro modo per rendere più efficiente la pubblica amministrazione è costituito dal favorire la massima trasparenza amministrativa. Una città, ma anche una regione, può ben essere paragonata ad un “condominio” solo un po’ più complesso. Non ha senso infatti scegliere a suffragio popolare il Sindaco o il Presidente della Regione, se poi i cittadini non hanno modo di controllarne l’operato nell’aspetto più critico: la spesa (chi è stato pagato, quanto e per che cosa). L’informazione diffusa e trasparente, assieme al controllo incrociato dei cittadini, è un cardine essenziale di una moderna democrazia. Tutti gli atti e i procedimenti della pubblica amministrazione, non solo quelli che comportino l’uso di denaro pubblico, dovrebbero essere messi in rete a disposizione dei cittadini con i nomi sia dei beneficiari privati che dei funzionari pubblici coinvolti nel procedimento. E se qualcuno avesse più a cuore la privacy che la trasparenza, rinunci ad operare con fondi pubblici o a partecipare ad appalti o concorsi pubblici o ad accettare incarichi pubblici!

Impariamo, allora, a guardare il sindaco di una città o il presidente di una regione non già come il titolare di un potere personale, bensì come l’amministratore di un condominio da controllare, nella qualità di condomini, perché faccia i nostri interessi e non faccia la “cresta”.

Anche la qualità della burocrazia è un fattore non secondario di sviluppo economico. Per questo è desolante assistere ad un uso solo clientelare del pubblico impiego o assimilato. Si pensi al caso degli LSU: non è l’acronimo di una nuova droga sintetica bensì quello dei Lavoratori Socialmente Utili. Agli ingressi di monumenti cittadini ne ho contati talora quattro e altre volte addirittura otto impegnati a staccare i biglietti. Che dignità c’è ad incassare uno stipendio per un lavoro palesemente inutile? Non sono per togliere lo stipendio, ma per farlo guadagnare onestamente prestando, magari, un prezioso servizio alla società. Una delle lamentele più frequenti dei turisti è rappresentata dagli orari di apertura dei monumenti, studiati più in funzione della comodità di chi ci lavora che non di quella di chi li vorrebbe visitare. Il personale potrebbe essere, per esempio, organizzato in turni che consentano di tenere questi monumenti aperti più a lungo. Allora sì che i suddetti lavoratori diventerebbero veramente “socialmente utili”!

Altrove, non solo in Europa, ma anche nelle altre regioni italiane, gli edifici pubblici sono molto più sobri, funzionali al solo servizio pubblico, tecnologicamente attrezzati e molto meno autocelebrativi del potere fine a se stesso di quanto non lo siano qui da noi. Sedi ufficiali e di rappresentanza di enti locali, così come di cariche pubbliche, potrebbero essere adibiti, più utilmente per la collettività, a musei (es. Villa Niscemi o Palazzo Steri) o alberghi (es. Palazzo Comitini o Villa Belmonte), magari in regime di concessione a privati, ricavandone un’adeguata remunerazione a favore delle casse pubbliche.

A più di 60 anni dalla proclamazione dello Statuto autonomistico, è più che legittimo chiedersi se l’autonomia regionale sia ancora attuale o non costituisca, piuttosto, un handicap per lo sviluppo della Regione stessa. Sinora si è solo, sostanzialmente, concretizzata una duplicazione delle funzioni statali, che alimenta una macchina burocratica forte di oltre 16.000 addetti diretti, cui si aggiungono decine di migliaia di addetti indiretti e di professionisti e consulenti a contratto, comunque a carico del bilancio regionale. La riprova di quanto si afferma sta nel fatto che l’80% del PIL della Regione deriva dal terziario, mentre solo il 20% da attività produttive in genere. Tutto ciò, al di là della retorica autonomistica, è stato sinora funzionale solo alla macchina politica del consenso, molto meno alla qualità della vita civile dei Siciliani che rimangono, comunque, i soli responsabili del loro destino attraverso le classi dirigenti che selezionano ai vari appuntamenti elettorali.

Passiamo alla sanità regionale. Se prevenire, oltre ad essere meglio, costa anche meno del curare, una strada per ridurre il costo della spesa sanitaria potrebbe essere semplicemente quello di virare con decisione la relativa politica verso l’obiettivo della prevenzione. Ne guadagnerebbe, conseguentemente, il benessere generale della popolazione i cui cattivi stili di vita non verrebbero più finanziati acriticamente, a piè di lista, dal sistema sanitario. Le garanzie costituzionali sulla salute dei cittadini potrebbero essere così salvaguardate in termini di benessere individuale, più che in termini di diritto alle cure mediche. Basterebbe far passare il concetto di diligente manutenzione che usiamo con le autovetture: ci sono i tagliandi consigliati dalle case produttrici e i bollini e le revisioni imposte dalle leggi e dai regolamenti. palazzo-orleansOgni fascia d’età dovrebbe avere l’obbligo di effettuare dei controlli obbligatori da riportare sul chip della propria tessera sanitaria regionale: chi si sottraesse a tale obbligo, si vedrebbe accollato, in seguito, una maggior quota del costo delle cure, dall’eventuale perdita di esenzioni a salire. E non si tratterebbe di effettuare semplicemente dei controlli, ma anche di attenersi diligentemente alle prescrizioni sugli stili di vita che concorrono al manifestarsi di determinate patologie: obesità, fumo, abuso di alcolici, ecc. Verrebbe così incentivata una condotta più virtuosa e responsabile, rimuovendo l’erronea idea di una libertà individuale svincolata dalla responsabilità circa il suo uso (e dalla certezza che paga poi sempre Pantalone).

E concludo con un accenno alle società partecipate da Enti pubblici. Mi riferisco alle società di diritto privato (persone giuridiche) costituite da persone giuridiche pubbliche (es. Regione o Comune). Sino a qualche anno fa era, ad esempio, pacifico che un Comune per offrire un servizio, quale lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani oppure il trasporto pubblico, si dotasse di un braccio operativo di natura pubblicistica (impresa organo) comunemente detto “municipalizzata”. In seguito, in concomitanza con l’affermazione sociale, negli anni ’80, della cultura del mercato e della Borsa, si affermò l’idea che l’uso di forme societarie privatistiche, ancorché controllate dalla mano pubblica, avrebbe garantito all’utenza maggiore efficienza. Alla luce dei fatti, temo che dietro la retorica dell’efficienza si sia celata soprattutto la grammatica del calcolo politico di corto raggio: faccio degli esempi.

Se una municipalizzata del trasporto pubblico, vincolata all’evidenza pubblica di gare e concorsi per selezionare rispettivamente fornitori e personale, doveva, ad esempio, assumere degli autisti di autobus, ne avrebbe mai potuto assumere senza idonea patente di guida?

L’autonomia patrimoniale di una società di capitali – è un caposaldo del diritto commerciale – viene meno in caso di azionista unico, a tutela dei creditori e a determinate condizioni di pubblicità. Eppure, oggi assistiamo allo sconfortante spettacolo di aziende comunali di servizi travestite con abiti privatistici quando si tratta di assumere senza concorso o altri criteri meritocratici tipici del diritto pubblico, ma che scoprono invece l’anima pubblicistica quanto intendono sottrarsi al fallimento, sanzione capitale tipica del diritto commerciale, con l’acrobatico conforto del parere pro-veritate di qualche insigne giurista.

Quando si decide che una società di capitali debba essere liquidata, a meno che non si tratti di grandi aziende con centinaia di dipendenti e quindi con potenziali problemi di ordine sociale, lo si comunica a dipendenti e fornitori e tutti se ne fanno una ragione, normalmente, con sacrificio personale. Quando la Regione decide una cura dimagrante delle sue partecipazioni, stranamente, ci si pone anche il problema di come ricollocare, tra l’altro, parenti e affini di politici assunti senza bando pubblico: ma erano dipendenti pubblici o privati?

La selezione dei manager di società private di rilevanti dimensioni oppure di quelle quotate è appannaggio delle società di cacciatori di teste. Non mi sembra però che i cacciatori di teste sgomitino per contendersi i manager di aziende comunali o regionali, pur pagati fino a € 1.500 al giorno! Magari mi sbaglio: anche i manager di società quotate del settore delle utilities (rete gas, acquedotti, ecc.) proverranno dall’ordine dei dentisti!

Che dire poi delle società miste, a capitale pubblico-privato, dove al socio privato di minoranza compete però la gestione? Non sono, molto spesso, la soluzione che meglio sostanzia il desiderio più inconfessabile di un certo capitalismo italiano: socializzare le perdite e privatizzare i profitti?

(continua)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...