Ecco come (8). Giacimenti culturali

Pubblicato: 10 aprile 2015 in Attualità
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di Donato Didonna

Il concetto di “giacimenti culturali” è stato coniato qualche anno fa e rende bene l’idea di quanto l’Italia sia un Paese povero di materie prime, ma ricco di monumenti, opere d’arte e bellezze paesaggistiche e naturali che, come ha sottolineato tempo fa un presidente di Confindustria, i “temibili” cinesi, a differenza di molti prodotti industriali, non potranno mai imitare. Rappresentano quindi un vantaggio competitivo da sfruttare con intelligenza.

La Sicilia, se non ricordo male, di questo patrimonio nazionale detiene il 20% circa (che fortuna: il 9% scarso della popolazione si ritrova quindi tra le mani il 20% di una risorsa strategica di questo millennio!). Come si potrebbe gestire questo patrimonio in modo più adeguato ai tempi? Penso ad una soluzione a costo zero per le casse della Regione.

Partendo dal presupposto che al settore pubblico competa soprattutto la860735_10200283454123230_517806592_o difesa e la conservazione dei beni culturali a favore delle generazioni attuali e future, mentre la loro fruizione non deve necessariamente essere gestita, pur con le dovute condizioni di garanzia, dallo stesso settore pubblico, si potrebbe indire una gara internazionale per individuare uno o più gestori del suo patrimonio culturale, riservandosene l’indirizzo e il controllo e ricevendo in cambio una congrua royalty. Il gestore, in regime di concessione, dovrà investire nella professionalità e nell’orientamento all’utente di tutto il suo personale (gli orari saranno previsti in funzione delle necessità dei visitatori e non della comodità di chi ci lavora, come si è preteso fare sinora) e soprattutto nelle tecnologie multimediali, funzionali alla migliore comprensione e valorizzazione di tali beni culturali.

Immaginiamo la scena: arriviamo nella Valle dei Templi (ma il discorso varrebbe anche per Piazza Armerina, Morgantina, Selinunte, Segesta, Siracusa, ecc.) e, dopo aver pagato un adeguato biglietto, veniamo introdotti in un ambiente fresco e pulito (penso ad una struttura leggera) in cui viene proiettato un filmato (sottotitolato in altre lingue o tradotto in cuffia per gli stranieri) e dove, con rigore scientifico, ma con un taglio divulgativo tipo “Super Quark”, viene illustrata la vita quotidiana, le tecniche di costruzione, gli eventi storici che hanno segnato quel sito e la gente che vi ha vissuto (con gli opportuni raffronti: mentre qui si costruivano teatri e templi, nella mitica “Padania” come si campava?).

Il percorso prosegue poi, magari con l’aiuto di un’audioguida registrata in più lingue se non di un visore di realtà virtuale, a spasso per il sito archeologico, per giungere poi all’eventuale museo e finire, con un’adeguata azione di merchandising, in un’apposita struttura di vendita (anche qui basterebbe una struttura prefabbricata) dotata di servizi igienici, puliti e funzionanti, e di un servizio di ristorazione con inservienti sorridenti ed educati (dettaglio di professionalità). Sono previste anche visite personalizzate con guida competente e almeno bilingue, con un supplemento di prezzo, ovviamente! Di notte, una sapiente tecnica di illuminazione rende ancor più magici questi luoghi. Che ve ne pare?

Oltre al patrimonio archeologico tradizionale, ve ne è anche uno industriale da valorizzare. Prendiamo esempio da un Paese che ha saputo valorizzare non solo il paesaggio e i beni monumentali: l’Austria. Una città come Salisburgo deve la sua fortuna alle miniere di sale che, nei secoli passati, quando ancora non esistevano i frigoriferi, fornivano un elemento essenziale alla conservazione dei cibi. I Principi-Arcivescovi dell’età barocca trasformarono il sale in oro e marmi per quella splendida città che ancora oggi ammiriamo. La più importante miniera di sale del salisburghese è divenuta antieconomica nel 1989 ed è stata rapidamente trasformata in un’industria turistica. I numerosi visitatori si addentrano nelle gallerie della miniera, vestiti di una tuta bianca, a bordo di un trenino, percorrono poi a piedi dei cunicoli dove, di tanto in tanto, vengono proiettati sulle pareti dei filmati in cui un attore che interpreta il Principe-Arcivescovo racconta la storia e spiega le tecniche di estrazione usate nei vari secoli. Si scende poi per dei divertenti scivoli in legno per dislivelli di decine di metri e si attraversa persino un lago sotterraneo a bordo di un battello con il sottofondo di musica classica e un gioco di luci che illumina blocchi di sale cristallizzato. Si attraversa persino il confine di Stato tra Austria e Germania per poi riaffiorare in superficie, con delle comode scale mobili, nel bookshop-caffetteria per visitare infine un villaggio celtico fedelmente ricostruito (pare siano stati i primi a sfruttare la miniera). Provate a guardare il sito in rete, date un’occhiata ai prezzi dei biglietti d’ingresso e pensate alle polemiche sorte quando si pensò – timidamente – di introdurre un biglietto per la Cappella Palatina. Pensate al defunto Ente Minerario Siciliano, alle miniere di salgemma di Petralia, Realmonte, Racalbuto o a quelle marine di Mozia e di Trapani, col polveroso museo del sale e i mulini a vento. Mentre scrivo, ho ripreso tra le mani un opuscolo edito anni fa da “Il Sole 24 Ore”, dal titolo “Il sale della terra” con foto di Ferdinando Scianna e presentazione di Leonardo Sciascia. Le foto sono impressionanti: ambienti enormi, cattedrali di sale, miniere oggi forse dismesse, ma sicuramente anche loro suscettibili di una intelligente riconversione nell’industria del turismo. Sciascia parlava di arricchimenti di pochi e di vita grama per molti. Nella miniera di Hallein i ragazzi che facevano da guida sembravano invece molto contenti del loro lavoro.

E ancora: come si può rendere turisticamente fruibile ed economicamente profittevole (oltre che fonte di nuova occupazione) un monumento dalla costosa manutenzione come un castello? Sempre in Austria un’idea me l’ha data il castello di Hohenwerfen, nel salisburghese, dove è stato allestito un interessante museo sulla falconeria e, nei pomeriggi della bella stagione, viene offerto ad un pubblico sempre numeroso (e pagante) l’indimenticabile spettacolo di una dimostrazione di addestramento di falconi, poiane, aquile ed altri rapaci. Ho immaginato lo stesso spettacolo di un pubblico sdraiato sul prato mentre rimane conquistato dal volo radente di questi meravigliosi rapaci all’interno del castello di Venere ad Erice (normalmente chiuso al pubblico). E pensare che il più famoso manuale di caccia con il falcone (“De arte venandi cum avibus”) lo ha scritto il più prestigioso inquilino di Palazzo dei Normanni, il re di Sicilia, Castello-di-venerel’imperatore Federico II di Svevia.

E aggiungo. La statua del satiro rinvenuta nel mare di Mazara del Vallo o l’Annunciata di Antonello da Messina hanno fatto da ambasciatori del patrimonio culturale siciliano nei mercati turistici più promettenti e solo da poco presenti in Sicilia come quello giapponese. Visto però che i depositi dei nostri musei archeologici abbondano di materiale, che o perché meno emblematici o per esigenze di spazio non vengono esposti, perché non selezionare musei o centri di cultura (e perché no, anche grandi alberghi e aeroporti internazionali) di quei Paesi da cui saremmo interessati a ricevere un maggiore flusso turistico per inviare loro una selezione di reperti da esporre in apposite vetrine? Sarebbero dei formidabili veicoli promozionali del turismo culturale in Sicilia.Probabilmente, si potrebbe negoziare con i musei ospitanti l’accollo totale o parziale delle spese di trasporto e di assicurazione. Impariamo a produrre e vendere conoscenza e stimoli culturali!

(continua)

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