Ecco come (7). Turismo di qualità

Pubblicato: 8 aprile 2015 in Attualità
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di Donato Didonna

“Potremmo vivere di turismo” è il luogo comune dei Siciliani che non hanno la più lontana idea di come venga vista la Sicilia dall’esterno. Mi capita abbastanza frequentemente di fare da guida ad amici di altre regioni o stranieri che vengono a visitare la Sicilia o anche, più semplicemente, di predisporre per loro degli itinerari redatti in base al tempo che intendono trascorrere nell’isola, alla stagione e ai diversi gusti e interessi. Mi ha sempre colpito registrare, alla loro partenza, reazioni opposte. Quelli che assisto personalmente (prelevandoli all’aeroporto, conducendoli in auto per strade meno trafficate, portandoli in giro per monumenti seguendo percorsi particolari e scegliendo oculatamente tempi, luoghi, tragitti, ristoranti degni della licenza, ecc.) al momento della partenza, con un tantino di sincera invidia, mi dicono: “vivi in un paradiso!”. Quelli, invece, che si avventurano per proprio conto, prima di ripartire, mi chiedono sconcertati una sola cosa: “ma come fai a vivere in quest’inferno?”860735_10200283454123230_517806592_o

Il problema/opportunità del turismo in Sicilia è tutto qui. La Sicilia, salvo che per qualche yacht in transito o per alcune dimore per vip nelle isole minori, non rientra tra le prime dieci destinazioni in Italia del turismo di fascia alta, nonostante le sue innegabili potenzialità. Come in un circolo vizioso, sappiamo attrarre – salvo poi lamentarcene – solo turismo “mordi e fuggi” oppure tentiamo una competizione, persa in partenza per via dei prezzi, con mete turistiche “low cost” (Tunisia, Croazia, Grecia, Egitto,ecc.).

Il nostro mercato potenziale va riorientato verso la fascia medio-alta, con un’adeguamento delle idee strategiche, delle strutture ricettive, dei contenuti dell’offerta e della professionalità degli operatori. Il c.d. “turismo relazionale” potrebbe da subito trasformare in un’opportunità imprenditoriale ed occupazionale la situazione in cui attualmente versa l’offerta turistica di qualità, colmando, in termini di servizio, molte delle lacune socio-ambientali.

Rivolgere l’offerta di ricettività dell’Isola “al viaggiatore e non al turista” da slogan dovrebbe allora diventare una strategia coerentemente perseguita. Da qualche anno va raccogliendo consensi, tra chi si occupa di economia della cultura (una branca che ha molte intersezioni con l’economia del turismo), la politica turistica rivolta al “viaggiatore”. Il viaggiatore è colui che vuole scoprire, vuole immergersi in una cultura, in un determinato modo di vivere, perché animato non tanto dal desiderio di novità, quanto dal desiderio di armonia.

Per questo motivo le regioni che attraggono il viaggiatore (e non il turista) sono quelle in cui non si vive in funzione del forestiero che ivi giunge, bensì quelle in cui si accoglie il forestiero come un ospite, continuando tuttavia a vivere la propria quotidianità. Il viaggiatore non cerca la località che vive di turismo, bensì la località dove semplicemente “si vive bene”. Il viaggiatore non visita Venezia in estate, ma in inverno; non si reca a Capri in agosto, bensì in maggio.

Casi come l’Alto Adige, la Toscana, la valle della Loira, la Provenza, sono sintomatici di regioni ad elevata capacità di attrazione, la cui economia tuttavia è florida anche senza il turismo. Il turista (viaggiatore) è una ricchezza in più, ma per lui non si costruiscono grandi autostrade, villaggi immensi, non si sconvolgono le abitudini, i ritmi di vita, non si trasformano le radici culturali in folklore patetico.

Se il viaggiatore in quelle regioni trova strade ben tenute, aeroporti efficienti, servizi funzionanti, ordine, pulizia, rispetto autentici, è semplicemente perché le persone che abitano quei luoghi vogliono vivere bene, hanno bisogno esse stesse di strade ben tenute, aeroporti, linee di trasporto, servizi efficienti: ma per loro stesse, non solo per il forestiero. Ecco la differenza!

Un luogo in cui si vive bene è anche un luogo che attira i c.d. “cervelli”. Chi, potendo liberamente scegliere, non vivrebbe in regioni come la Toscana o la Provenza o l’Alto Adige? Oppure in metropoli come New York, Parigi, Londra? Città assolutamente non piegate alla logica del turista, eppure mete di innumerevoli turisti così come di viaggiatori che in esse trovano una vivacità culturale e un livello di vita stimolante. Regioni e città, quindi, che attraggono non solo viaggiatori, ma anche cervelli. Pisa è un distretto industriale dell’high tech di rilevanza mondiale, la Provenza accoglie le migliori imprese del settore aeronautico francese, l’Alto Adige conta alcuni fra i marchi più famosi dell’industria italiana.

Paradossalmente, mentre la classe politica isolana si affanna in visioni di sviluppo turistico degne di Cetto La Qualunque, il rimedio per inserire una città come PalermoQuattro-Canti-Palermo-5 nel circuito che le toccherebbe consisterebbe innanzitutto nel puntare seriamente sulla vivibilità della città, sulla sua qualità di vita (aria, traffico, servizi e trasporti pubblici), mentre, per località turistiche come, ad esempio, San Vito lo Capo, l’economia del turismo ha da tempo elaborato un modello che ne descrive l’evoluzione nel tempo. Sulla falsariga del modello del “ciclo di vita del prodotto”, si identifica una fase di “lancio” della località, una di “crescita”, una di “consolidamento” e una di “declino”.

A parte le località il cui sviluppo è artificialmente pianificato come la Costa Smeralda, la maggior parte dei luoghi turistici in Italia vede il “lancio” come una scoperta che alcuni turisti-viaggiatori compiono riguardo ad un luogo fuori dai soliti itinerari. Una volta divenuta di dominio pubblico (le riviste di viaggio dedicano attenzione), la località si sviluppa: aprono esercizi ricettivi (alberghi, locande, ristoranti) e si migliorano le comunicazioni. È questa la fase in cui si interviene sul territorio, in misura più o meno pesante a seconda della lungimiranza degli amministratori pubblici (più sono lungimiranti, meno invasivi sono gli interventi sul territorio). Si crea occupazione e la località diventa rinomata. Segue una fase di consolidamento, in cui di fatto si assiste ad una razionalizzazione dell’offerta turistica, segmentando la clientela con un’offerta specifica per ciascun segmento (natura, sport, cultura, benessere, congressi, etc.). Questa fase sarebbe auspicabile rappresentasse il termine dello sviluppo, cristallizzando una situazione di prosperità. A volte accade: St. Moritz è un esempio, così come lo sono l’Alta Badia, Capalbio, Sperlonga. Purtroppo, troppo spesso, a questa fase segue invece il declino segnato sempre dalla speculazione edilizia per la vendita di case di villeggiatura (le “seconde case”, vero dramma del settore turistico e del paesaggio!). La fama della località porta i valori fondiari a crescere smisuratamente originando spinte speculative che, da una parte, consumano irrimediabilmente il territorio mentre, dall’altra, premono per accrescere l’afflusso di turisti così da potere aumentare le possibilità di investimento speculativo: più vacanzieri giungono, maggiore è la domanda di costruzioni. È un circolo vizioso di cui fa le spese la località stessa: il turismo ricco (quello che può spendere, quello che arriva per primo) la abbandona perché divenuta caotica e commerciale. Rimane il turismo che non lascia ricchezza sul territorio, che non spende nei locali e nei ristoranti, che non dorme negli alberghi, che neppure fa la spesa sul luogo, ma la porta direttamente dalla città. È la morte della località, della sua capacità di generare valore economico per la comunità che vi abita. Il valore economico è stato espropriato da chi ha speculato sui valori immobiliari e a chi vi abita non rimangono che le briciole. Con in più la difficoltà di riconvertire un territorio irrimediabilmente sfregiato da costruzioni: come si possono abbattere se sono state regolarmente autorizzate o, peggio, condonate? Non è un caso che in Svizzera agli stranieri sia interdetto l’acquisto di abitazioni. E neppure è un caso che la precedente Giunta regionale sarda abbia votato il divieto di nuova edificazione entro i due chilometri dalla costa: due modi per evitare il sopraggiungere della fase di declino delle località turistiche. Talvolta occorrerebbe davvero usare la dinamite per restituire ai luoghi non solo la loro bellezza originale, ma anche il loro futuro.

Diciamola tutta! Penso che negli ultimi quindici anni sia stata di concreto aiuto alla promozione di un turismo di qualità, oltre a pregevoli nuovi alberghi, resort, ecc., più un’organizzazione “straniera” come Think Sicily (peraltro, senza finanziamenti pubblici) che non tante iniziative “nostrane”, sia pubbliche che private, caratterizzate da un comune ed esclusivo modello incentrato sulla cementificazione e sulla continua erosione del territorio e del paesaggio. Con speciale menzione di quelle che fanno capo a nostri politici, improvvisatisi albergatori, detenute direttamente o attraverso prestanome e realizzate grazie a finanziamenti pubblici da loro stessi intermediati. Cosa hanno fatto di bello e di intelligente quelli di Think Sicily? Sono partiti pensando che la Sicilia, oltre ad essere potenzialmente un bel posto dove trascorrere le vacanze, disponeva anche di un “privato” di grande pregio a fronte di un “pubblico”, normalmente, molto trascurato. Mi riferisco pur sempre a seconde case di  Siciliani, ma costruite e posizionate con criterio e respiro, che, assieme al tradizionale senso dell’ospitalità isolano, rappresentavano un punto di forza da valorizzare in termini imprenditoriali. Cosa hanno fatto, quindi? Hanno selezionato ville di particolare pregio, normalmente dotate di piscina privata, e hanno introdotto degli standard di offerta e dei servizi accessori tali da consentire a quei viaggiatori che preferiscono, giustamente, immergersi e conoscere dall’interno un territorio e un popolo con la sua cultura di vivere in case siciliane vere piuttosto che in strutture “astratte” come i villaggi turistici. I grandi viaggiatori dei secoli passati erano ospitati così.

Lo scorso anno, ancora una volta, una guida turistica indipendente come Condé Nast Traveller ha annoverato Think Sicily tra i dieci migliori “Villas operator” al mondo (mentre i nostri politici, amatissimi tra i pubblicitari e i venditori di spazi 6×3, riescono, al massimo, a far parlare di sé attraverso inserzioni o campagne pubblicitarie a pagamento).

Think Sicily ha innestato una virtuosa competizione di qualità nella cura, arredamento e manutenzione di queste seconde case,sicily fornendo un adeguato reddito ai proprietari che sono diventati partecipi di un’impresa turistica diffusa a rete.

Cosa può insegnare a tutti questa positiva esperienza nel settore dei servizi al turismo di qualità, ricordando la campagna della Regione di qualche anno fa: «Cerchiamo viaggiatori, non turisti»? Che il territorio non è di nessuno, bensì di tutti. Che le riserve e le aree protette sono una benedizione e una difesa da appetiti troppo individualistici. Che bisogna contemperare il legittimo desiderio ad avere una casa di villeggiatura con la consapevolezza che, se si vuole davvero che il turismo rappresenti una voce sempre più importante del PIL siciliano, il territorio ed il paesaggio vanno preservati come ricchezza da accrescere, non da consumare. Che il brutto non attira nessuno, anche se il brutto dovesse essere realizzato in posti naturalmente molto belli e suggestivi. Che oggigiorno è sempre più difficile potersi godere più di sei settimane di vacanze l’anno e la proprietà privata di beni sottoutilizzati economicamente dovrebbe essere ancor più disincentivata fiscalmente. Che il territorio siciliano è troppo giocato in funzione dei “locali”, con il loro gusto estetico e stile di vita spesso discutibile, mentre dovrebbe esserlo di più in funzione dei “forestieri”, con giovamento economico dei locali!

Tutto ciò che di meglio apprezziamo della Sicilia è venuto da fuori, attraverso gli invasori (greci, romani, arabi, normanni, ecc.) che si sono succeduti e che vi hanno lasciato il meglio di sé. Favoriamo, allora, una nuova pacifica invasione di viaggiatori colti e disposti a spendere!

(continua)

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