Intercettazioni, legalità, giustizia e iposcrisia: la lezione del “caso” D’Alema

Pubblicato: 2 aprile 2015 in Politica
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di Bepy Lima (Sicilianews24)

Saranno i mucchi di rifiuti accatastati ai bordi delle strade; sarà il letame figurato che esce dalle conversazioni “private” di politici e amministratori; saranno gli alti lai del viticoltore D’Alema contro la pubblicazione delle intercettazioni che riguardano i non indagati; sarà l’ipocrisia di chi punta il dito su quelli che vengono gettati in pasto all’opinione pubblica, sperando di non essere il prossimo nella lista, ma qualcosa di chiaro e di vero, ogni tanto, bisogna dirla.

Il nostro sistema politico, burocratico, amministrativo e giudiziario, per dirla eufemisticamente, fa acqua da tutte le parti. In principio furono i dollari di Washington e i rubli di Mosca, che foraggiavano le rispettive parti politiche per tenere l’Italia al di qua o al di là della cortina di ferro: la pioggia di soldi veniva utilizzata per costruire solidi apparati di partito (DC e PCI); i leader (De Gasperi, Togliatti, Nenni, Ingrao, Amendola, La Malfa, etc.) erano persone integerrime che conoscevano l’esistenza dei fondi neri ma “non si sporcavano le mani”.
WCENTER 0WJFCJNGIF  -  ( Aenzia EMBLEMA - Massimo D'Alema_327-.jpg )Lo stesso Andreotti, il cui soprannome “Belzebù” era indicativo delle nefandezze vere o presunte che gli venivano attribuite, si svegliava ogni mattina alle 5, andava a messa, lavorava 18 ore al giorno e conduceva una vita monacale.
Quelli che rubavano in proprio (i marioli li avrebbe definiti Craxi nel ’92) erano pochi e non rivestivano posizioni di vertice.

Certo la Chiesa raccoglieva soldi e voti per la DC, le Coop rosse facevano lo stesso per il PCI, ma un’idea di “bene comune” esisteva ancora. Poi il Partito Socialista scivolò da Nenni e Pertini ai nani e alle ballerine che circondavano il sunnominato Craxi: la prima crepa visibile della morale pubblica. Perché come vizi privati anche la Prima Repubblica non si faceva mancare niente: nelle segrete stanze si narrava di illustri politici che praticavano la pedofilia, non con 17enni sviluppate alla Ruby, ma con bambini. Eppure tutto questo restava ermeticamente riservato e nemmeno gli avversari politici si azzardavano a sollevare il velo. Meglio? Peggio? Non sappiamo dirlo. Si preservavano le Istituzioni dalle miserie umane.

E siamo a Tangentopoli, la finta operazione di pulizia, che eliminò i Professionisti della politica (con la P maiuscola), quelli che prima di arrivare al vertice avevano fatto decenni di gavetta, sostituendoli con le terze e quarte file di arrivisti: caduto il muro di Berlino e svanita ogni ideologia, era aperta la caccia a prebende, privilegi e mazzette, per migliorare il tenore di vita personale e delle future generazioni. Partiti politici come taxi, dove si paga la corsa e si scende, alla ricerca di un altro mezzo di locomozione che porti più velocemente alla meta.

Così stando le cose, la nostra convinzione è che, se si intercettassero l’80% degli amministratori pubblici e del loro entourage, il quadro che ne verrebbe fuori sarebbe ben più grave di quello che ha costretto il ministro Lupi a dimettersi con la “tremenda” accusa di avere favorito il proprio figlio, laureato con 110 e lode in Ingegneria, nella ricerca di un posto a duemila euro al mese, oltre ad aver ricevuto (udite, udite) anche un abito sartoriale e un orologio di marca. A tutto ciò si accompagna la ragionevole certezza che almeno la metà di quelli che lo hanno fatto fuori hanno scheletri di ben altre dimensioni nei loro armadi.

Chiudiamo con il tema delle intercettazioni: noi Italiani siamo un popolo veramente strano. Godiamo un mondo nel leggere sui giornali le porcherie che riguardano gli altri, ma gridiamo al colpo di Stato se qualcuno propone di intercettare le mail private per combattere il terrorismo. Mentre le intercettazioni sono diventate un formidabile strumento di potere: per eliminare qualche concorrente politico basta mettere sotto osservazione la sua cerchia di collaboratori, per far uscire paginoni di fango.

A giustificazione di questo sistema barbaro, si tira in ballo l’obbligatorietà dell’azione penale: una sorta di favola per bambini poco svegli perché, se io magistrato sono alle prese con migliaia di sviluppi investigativi, è chiaro che dovrò scegliere quali portare avanti e così scatterà la discrezionalità. Per esempio, se Fassino chiede a Consorte: “Abbiamo una banca?”, viene considerato una sorta di tifoso dell’Unipol, come quando un fan juventino domanda: “Vinceremo lo scudetto?”. E gli danno pure un risarcimento di 80 mila euro perché la sua frase è stata pubblicata dai giornali, ledendo la sua immagine.
Cosa sarebbe successo se, invece, si fosse deciso di intercettare tutto il management Unipol (amanti e segretarie comprese) per capire se e in che modo i soldi della compagnia assicurativa aspirante banca passavano in parte al PDS, dando un’altra chiave di lettura all’entusiasmo di Fassino?
Non lo sapremo mai, così come non conosceremo mai le abitudini sessuali e gli stili di vita di tutti i protagonisti, che sarebbero stati il naturale corollario della pubblicazione delle intercettazioni.
Quindi, il sistema va rifondato: come, ne parleremo quando si sarà attenuato il senso di nausea.

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