Archivio per aprile, 2015

di Donato Didonna

I dipendenti della Regione Siciliana sono più di 16.000 con un rapporto dirigenti/dipendenti pari a 1/6-7: un esercito di ufficiali! Le retribuzioni, conseguentemente, ammontano a varie centinaia di milioni. Mi chiedo: rappresentano un costo o un investimento? Il personale regionale vale, in termini di qualità dei servizi resi, il suo costo o siamo solo in presenza di un gigantesco “stipendificio”, di una mera ridistribuzione di redditi nella società? Sono domande oneste, senza pregiudizi o intenti polemici o demagogici, cui è importante dare una risposta. Costo o investimento? Il personale della Regione è da ascrivere allo “stato patrimoniale” o al “conto economico”?860735_10200283454123230_517806592_o

La mia idea è che anche se, innegabilmente, rappresenti un costo pubblico, il personale regionale potrebbe sempre più diventare un investimento. Come? Conoscendo e valorizzando in termini più moderni tale “capitale umano”.

Una delega tipica degli enti locali è quella al Patrimonio e l’utilità della funzione di gestione delle risorse materiali è a tutti evidente: perché non creare allora anche un apposito Assessorato alle Risorse Umane? Penso ad un assessore “tecnico” (vi è una scienza in proposito) con poteri sull’intero personale e con il compito innanzitutto di fare un puntuale “inventario” delle attitudini, competenze, ecc. del personale della Regione, per assegnarlo poi, in modo ottimale, nei ruoli, funzioni e compiti che realmente servono ai cittadini e all’organizzazione stessa della pubblica amministrazione (e non in quelli in cui ci si è, per abitudine o comodità, radicati), mediante un costante lavoro di formazione, motivazione, incentivazione e con una salutare rotazione di tali ruoli e funzioni. Se tanti dipendenti non danno l’idea di offrire un servizio pubblico a “5 stelle lusso” vuol dire solo che sono male allocati e motivati.

Un altro modo per rendere più efficiente la pubblica amministrazione è costituito dal favorire la massima trasparenza amministrativa. Una città, ma anche una regione, può ben essere paragonata ad un “condominio” solo un po’ più complesso. Non ha senso infatti scegliere a suffragio popolare il Sindaco o il Presidente della Regione, se poi i cittadini non hanno modo di controllarne l’operato nell’aspetto più critico: la spesa (chi è stato pagato, quanto e per che cosa). L’informazione diffusa e trasparente, assieme al controllo incrociato dei cittadini, è un cardine essenziale di una moderna democrazia. Tutti gli atti e i procedimenti della pubblica amministrazione, non solo quelli che comportino l’uso di denaro pubblico, dovrebbero essere messi in rete a disposizione dei cittadini con i nomi sia dei beneficiari privati che dei funzionari pubblici coinvolti nel procedimento. E se qualcuno avesse più a cuore la privacy che la trasparenza, rinunci ad operare con fondi pubblici o a partecipare ad appalti o concorsi pubblici o ad accettare incarichi pubblici!

Impariamo, allora, a guardare il sindaco di una città o il presidente di una regione non già come il titolare di un potere personale, bensì come l’amministratore di un condominio da controllare, nella qualità di condomini, perché faccia i nostri interessi e non faccia la “cresta”.

Anche la qualità della burocrazia è un fattore non secondario di sviluppo economico. Per questo è desolante assistere ad un uso solo clientelare del pubblico impiego o assimilato. Si pensi al caso degli LSU: non è l’acronimo di una nuova droga sintetica bensì quello dei Lavoratori Socialmente Utili. Agli ingressi di monumenti cittadini ne ho contati talora quattro e altre volte addirittura otto impegnati a staccare i biglietti. Che dignità c’è ad incassare uno stipendio per un lavoro palesemente inutile? Non sono per togliere lo stipendio, ma per farlo guadagnare onestamente prestando, magari, un prezioso servizio alla società. Una delle lamentele più frequenti dei turisti è rappresentata dagli orari di apertura dei monumenti, studiati più in funzione della comodità di chi ci lavora che non di quella di chi li vorrebbe visitare. Il personale potrebbe essere, per esempio, organizzato in turni che consentano di tenere questi monumenti aperti più a lungo. Allora sì che i suddetti lavoratori diventerebbero veramente “socialmente utili”!

Altrove, non solo in Europa, ma anche nelle altre regioni italiane, gli edifici pubblici sono molto più sobri, funzionali al solo servizio pubblico, tecnologicamente attrezzati e molto meno autocelebrativi del potere fine a se stesso di quanto non lo siano qui da noi. Sedi ufficiali e di rappresentanza di enti locali, così come di cariche pubbliche, potrebbero essere adibiti, più utilmente per la collettività, a musei (es. Villa Niscemi o Palazzo Steri) o alberghi (es. Palazzo Comitini o Villa Belmonte), magari in regime di concessione a privati, ricavandone un’adeguata remunerazione a favore delle casse pubbliche.

A più di 60 anni dalla proclamazione dello Statuto autonomistico, è più che legittimo chiedersi se l’autonomia regionale sia ancora attuale o non costituisca, piuttosto, un handicap per lo sviluppo della Regione stessa. Sinora si è solo, sostanzialmente, concretizzata una duplicazione delle funzioni statali, che alimenta una macchina burocratica forte di oltre 16.000 addetti diretti, cui si aggiungono decine di migliaia di addetti indiretti e di professionisti e consulenti a contratto, comunque a carico del bilancio regionale. La riprova di quanto si afferma sta nel fatto che l’80% del PIL della Regione deriva dal terziario, mentre solo il 20% da attività produttive in genere. Tutto ciò, al di là della retorica autonomistica, è stato sinora funzionale solo alla macchina politica del consenso, molto meno alla qualità della vita civile dei Siciliani che rimangono, comunque, i soli responsabili del loro destino attraverso le classi dirigenti che selezionano ai vari appuntamenti elettorali.

Passiamo alla sanità regionale. Se prevenire, oltre ad essere meglio, costa anche meno del curare, una strada per ridurre il costo della spesa sanitaria potrebbe essere semplicemente quello di virare con decisione la relativa politica verso l’obiettivo della prevenzione. Ne guadagnerebbe, conseguentemente, il benessere generale della popolazione i cui cattivi stili di vita non verrebbero più finanziati acriticamente, a piè di lista, dal sistema sanitario. Le garanzie costituzionali sulla salute dei cittadini potrebbero essere così salvaguardate in termini di benessere individuale, più che in termini di diritto alle cure mediche. Basterebbe far passare il concetto di diligente manutenzione che usiamo con le autovetture: ci sono i tagliandi consigliati dalle case produttrici e i bollini e le revisioni imposte dalle leggi e dai regolamenti. palazzo-orleansOgni fascia d’età dovrebbe avere l’obbligo di effettuare dei controlli obbligatori da riportare sul chip della propria tessera sanitaria regionale: chi si sottraesse a tale obbligo, si vedrebbe accollato, in seguito, una maggior quota del costo delle cure, dall’eventuale perdita di esenzioni a salire. E non si tratterebbe di effettuare semplicemente dei controlli, ma anche di attenersi diligentemente alle prescrizioni sugli stili di vita che concorrono al manifestarsi di determinate patologie: obesità, fumo, abuso di alcolici, ecc. Verrebbe così incentivata una condotta più virtuosa e responsabile, rimuovendo l’erronea idea di una libertà individuale svincolata dalla responsabilità circa il suo uso (e dalla certezza che paga poi sempre Pantalone).

E concludo con un accenno alle società partecipate da Enti pubblici. Mi riferisco alle società di diritto privato (persone giuridiche) costituite da persone giuridiche pubbliche (es. Regione o Comune). Sino a qualche anno fa era, ad esempio, pacifico che un Comune per offrire un servizio, quale lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani oppure il trasporto pubblico, si dotasse di un braccio operativo di natura pubblicistica (impresa organo) comunemente detto “municipalizzata”. In seguito, in concomitanza con l’affermazione sociale, negli anni ’80, della cultura del mercato e della Borsa, si affermò l’idea che l’uso di forme societarie privatistiche, ancorché controllate dalla mano pubblica, avrebbe garantito all’utenza maggiore efficienza. Alla luce dei fatti, temo che dietro la retorica dell’efficienza si sia celata soprattutto la grammatica del calcolo politico di corto raggio: faccio degli esempi.

Se una municipalizzata del trasporto pubblico, vincolata all’evidenza pubblica di gare e concorsi per selezionare rispettivamente fornitori e personale, doveva, ad esempio, assumere degli autisti di autobus, ne avrebbe mai potuto assumere senza idonea patente di guida?

L’autonomia patrimoniale di una società di capitali – è un caposaldo del diritto commerciale – viene meno in caso di azionista unico, a tutela dei creditori e a determinate condizioni di pubblicità. Eppure, oggi assistiamo allo sconfortante spettacolo di aziende comunali di servizi travestite con abiti privatistici quando si tratta di assumere senza concorso o altri criteri meritocratici tipici del diritto pubblico, ma che scoprono invece l’anima pubblicistica quanto intendono sottrarsi al fallimento, sanzione capitale tipica del diritto commerciale, con l’acrobatico conforto del parere pro-veritate di qualche insigne giurista.

Quando si decide che una società di capitali debba essere liquidata, a meno che non si tratti di grandi aziende con centinaia di dipendenti e quindi con potenziali problemi di ordine sociale, lo si comunica a dipendenti e fornitori e tutti se ne fanno una ragione, normalmente, con sacrificio personale. Quando la Regione decide una cura dimagrante delle sue partecipazioni, stranamente, ci si pone anche il problema di come ricollocare, tra l’altro, parenti e affini di politici assunti senza bando pubblico: ma erano dipendenti pubblici o privati?

La selezione dei manager di società private di rilevanti dimensioni oppure di quelle quotate è appannaggio delle società di cacciatori di teste. Non mi sembra però che i cacciatori di teste sgomitino per contendersi i manager di aziende comunali o regionali, pur pagati fino a € 1.500 al giorno! Magari mi sbaglio: anche i manager di società quotate del settore delle utilities (rete gas, acquedotti, ecc.) proverranno dall’ordine dei dentisti!

Che dire poi delle società miste, a capitale pubblico-privato, dove al socio privato di minoranza compete però la gestione? Non sono, molto spesso, la soluzione che meglio sostanzia il desiderio più inconfessabile di un certo capitalismo italiano: socializzare le perdite e privatizzare i profitti?

(continua)

L’iniziativa della Cia, oggi a Palazzo dei Normanni, muove dalla commemorazione di quei tragici eventi del 1947 per affermare l’attualità del richiamo ai principi fondamentali della giustizia sociale e della legalità. Il presidente Scanavino: “le eccellenze del Made in Italy, bandiera dell’Expo, devono essere legate non solo alla qualità indiscussa delle produzioni agricole italiane, ma anche alla qualità e alla dignità del lavoro e della vita degli agricoltori”.

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“Non c’è futuro senza memoria. E l’eccidio di lavoratori che avvenne il primo maggio del 1947 in località Portella della Ginestra, la prima strage di Stato dell’Italia repubblicana, non può essere dimenticata. Anzi, oggi come ieri, quei tragici eventi affermano l’attualità del richiamo ai principi fondamentali della giustizia e della legalità, beni preziosi ma non ovunque e non a tutti accessibili”. Lo ha detto il presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori, Dino Scanavino, nel corso dell’iniziativa “Gli agricoltori italiani in ricordo di Portella della Ginestra. Legalità, dignità, lavoro, sviluppo”, organizzata dalla Confederazione a Palermo, presso il Palazzo dei Normanni, proprio per commemorare il sacrificio di quegli uomini e quelle donne che chiedevano terra e giustizia sociale e trovarono invece le pallottole della banda criminale di Salvatore Giuliano.

“Con questo convegno − ha spiegato Scanavino − la Cia vuole dare il suo contributo affinché le eccellenze del Made in Italy, bandiera dell’Expo di Milano, siano legate non solo alla qualità indiscussa delle produzioni agricole italiane, ma anche alla qualità e alla dignità del lavoro e della vita degli agricoltori”.

Un discorso ancora più vero in Sicilia, dove la guerra alla criminalità organizzata si combatte, sul serio, anche con il lavoro della terra. Un lavoro, quello sui beni confiscati alle mafie, che Libera porta avanti da anni e che la Cia continua a sostenere coi fatti. È dal 2001, infatti, anno di fondazione della prima cooperativa “Placido Rizzotto” nel palermitano, che va avanti la partnership tra Cia e Libera, sancita poi nel 2008 da un protocollo d’intesa con cui la Confederazione si impegna “attraverso le sue strutture e i suoi tecnici” a fornire “consulenza e assistenza alle cooperative e ai soci del progetto Libera Terra nella gestione dei terreni confiscati alla criminalità organizzata”.

IMG_0092L’obiettivo comune è quello di ripartire dall’agricoltura per proporre un modello di sviluppo alternativo alla logica del sopruso e del ricatto. Dimostrare che ciò che la mafia ha sottratto alla collettività, con la violenza e l’intimidazione, può essere restituito alla società civile e può creare − attraverso il lavoro sui terreni agricoli “liberati” − nuove opportunità di sviluppo e di occupazione e un sistema produttivo basato sulla qualità.

Insomma, “dalle mani della criminalità a quelle della legalità − ha detto il presidente della Cia −. Un percorso non facile, tanto più in questa congiuntura economica, in cui la nostra agricoltura è sempre più spesso nel mirino delle mafie”. Dall’agropirateria alle truffe sulla Pac, dal caporalato al saccheggio del patrimonio boschivo, dall’usura al controllo delle filiere agroalimentari, la piovra della criminalità organizzata allunga i tentacoli sul comparto, “coltivando” un business da 50 miliardi di euro l’anno, pari a quasi un terzo dell’economia illegale nel Belpaese.

L’infiltrazione nel settore primario di “Mafie Spa” produce più di 240 reati al giorno, praticamente otto ogni ora, e mette sotto scacco oltre 350 mila agricoltori − si è detto durante l’iniziativa riprendendo i numeri del “Rapporto sulla legalità e sicurezza 2014” della Cia −. Il fenomeno, fino a pochi anni fa concentrato soprattutto nelle regioni del Sud, ora si sta espandendo a macchia d’olio in tutt’Italia, Nord incluso, con un raggio d’azione che è sempre più ampio e dilatato. La lista dei reati perpetrati nelle campagne è lunga e ha un conto pesante: non ci sono solo i 14 miliardi l’anno delle agromafie in senso stretto, vanno aggiunti i 4,5 miliardi calcolati tra furti e rapine; e poi i 3,5 miliardi del racket e i 3 miliardi dell’usura; e ancora 1,5 miliardi per le truffe all’Unione europea e 1 miliardo solo per la contraffazione alimentare in Italia; infine, 1 miliardo per le macellazioni clandestine e quasi 20 miliardi di euro legati alle ecomafie tra abusivismo edilizio, discariche illegali e incendi boschivi dolosi.

“Attraverso il controllo nelle campagne − ha spiegato Scanavino − le mafie cercano di incrementare i propri affari illeciti, esercitando il controllo in tutta la filiera agroalimentare, dai campi all’intermediazione dei prodotti, fino agli scaffali del supermercato. Non c’è più in gioco solo il potere su un determinato territorio, la criminalità organizzata vuole far fruttare i patrimoni, entrando in quei comparti “anticrisi” che si stanno dimostrando sempre più determinanti per la ripresa dell’economia nazionale, come appunto l’agroalimentare”. Per questo, ora più che mai, serve un forte impegno comune, azioni e strategie il più possibile condivise, per sconfiggere questa “piaga” che distrugge il tessuto sano e produttivo dell’imprenditoria italiana, tenendo conto anche del fatto che l’agricoltura spesso mostra maggiori elementi di vulnerabilità, legati a quelle caratteristiche ed inevitabili forme di “isolamento geografico” dei luoghi di lavoro e al livello di fragilità degli addetti. “La situazione è davvero grave − ha osservato ancora il presidente della Cia −. Tantissimi sono gli imprenditori che, purtroppo, fanno i conti con il racket e l’usura, con i furti e le rapine, con le estorsioni e le minacce. Senza contare i danni economici e d’immagine inaccettabili che i produttori e tutta la filiera di qualità pagano per colpa di falsi e sofisticazioni alimentari”.

Ma l’agricoltura di qualità è anche quella che combatte il sommerso. Questo significa affrontare un altro tema tragico e irrisolto: il lavoro nero in agricoltura. E in questo la Confederazione si sente in obbligo di guardare la realtà per capire cosa fare. In uno studio recente, l’Eurispes ha stimato al 32% l’incidenza del sommerso in agricoltura nel 2014. Una cifra in aumento rispetto agli ultimi anni: 27,5% nel 2011, 29,5% nel 2012, 31,7% nel 2013.

Dati allarmanti che richiedono una complessità adeguata di approccio. Se da un lato, infatti, il sommerso agricolo sembra fortemente legato ad elementi strutturali e alla natura stessa del comparto, dall’altro si delinea come un fenomeno capace di rinnovarsi nel tempo secondo modalità di volta in volta nuove, traendo nuova linfa ora dalla crisi generalizzata e profonda che colpisce il comparto agricolo, ora dall’attività della criminalità organizzata, ora dalla complessità normativa e dagli alti costi del lavoro. Occorre, quindi, ben distinguere gli strumenti da utilizzare nell’uno e nell’altro caso. Nei casi che si possono ricondurre a irregolarità, e non ad illegalità, occorre, secondo Cia, un approccio positivo che parta da questa domanda: come si sostiene, come si aiuta l’impresa regolare? Come si toglie terreno fertile a chi cerca nella complessità e onerosità delle regole un alibi al proprio comportamento scorretto? Per Scanavino “la risposta è in queste due fondamentali formule: semplificazione e premialità”.

Nei casi invece di illegalità, di lavoro nero, la formula necessariamente cambia e le “armi” a disposizione devono essere “affilate”. Per esempio, servono servizi ispettivi più efficienti, tema caro alla Cia, che vede in una razionalizzazione degli interventi ispettivi e in una loro crescita dal punto di vista della qualità, il modo per indirizzare la risorse verso le situazioni di reale gravità, abbandonando ogni residuo approccio formalistico e burocratico, che spesso si traduce in un’improduttiva insistenza verso aziende note, sostanzialmente regolari e con nessun beneficio per i lavoratori. Poi c’è la questione odiosa del caporalato, che deve vedere una forte azione di sensibilizzazione, ma anche di corretta consulenza, da parte delle organizzazioni di categoria, per cautelare e mettere in allerta le aziende di fronte all’attività di soggetti intermediari che si presentano come regolari ma che regolari non sono.

Infine, occorre maturare la consapevolezza che il mercato del lavoro agricolo è zona talmente magmatica e dinamica da non poter essere governata con i servizi pubblici all’impiego, ma richiede l’intervento mirato delle parti sociali agricole a livello territoriale attraverso lo straordinario strumento della bilateralità agricola.

di Giulio Ambrosetti

Oggi, in Italia, è giorno di retorica: ed è in giornate come questa che il nostro Paese da il “meglio di sé”. Ci riempiranno la testa di libertà, di democrazia, di Repubblica italiana nata dalla Resistenza e bla bla bla. Chissà se qualcuno tra i tanti Soloni italici avrà il coraggio di dire come stanno, in realtà, le cose: e cioè che l’unica libertà rimasta ancora in piedi in Italia − e non sappiamo fino a quando − è quella della rete internet. E che quasi tutte le altre libertà − a cominciare dalla democrazia parlamentare − sono andate a farsi benedire.

crisi-economica-3Certe volte la storia, nel suo incedere, si prende gioco dei furbi (da distinguere nettamente dalle persone intelligenti). E i furbi – sempre per restare in tema di democrazia parlamentare – sono Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. I due, ignorando un pronunciamento della Corte Costituzionale che ha cassato la legge elettorale nota come Porcellum, stanno per convincere il Parlamento del nostro Paese ad approvare una nuova legge elettorale – già battezzata Italicum – che ricalca, in parte addirittura peggiorandolo, il Porcellum. Proprio nei giorni in cui “festeggiamo” la Liberazione, Renzi, nel nome di una democrazia nota solo a lui e ai suoi “giannizzeri”, ha sostituito nella commissione parlamentare i parlamentari riottosi, mettendoci i suoi sodali. Il messaggio è chiaro: l’Italicum deve passare in barba alla Corte Costituzionale e alla democrazia.

Oggi Renzi andrà in tutte le tv − con in testa quelle di Berlusconi − per celebrare un 25 aprile che, di fatto, sta calpestando, imponendo agli italiani una legge elettorale truffaldina e antidemocratica come il governo che presiede. In questa storia − al netto delle parole che pronuncerà oggi − ci piacerà osservare come si comporterà il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Che farà, Presidente Mattarella, quando le Camere “addomesticate” le presenteranno da come-distinguere-il-pignoramento-del-quinto-dello-stipendio-dalla-cessione-del-quinto_1d243934bf45b05fcf09a6a02632970dfirmare la legge sull’Italicum? Apporrà la sua firma o la rimanderà indietro alle Camere? Coraggio Presidente Mattarella, si ricordi che lei ha fatto parte della Corte Costituzionale che ha “bocciato” il Porcellum. Sia conseguente: sfoderi la pacifica, ma determinata, grinta di Fra Cristoforo e mandi a quel paese l’Italicum e i don Rodrighi di Palazzo Chigi e i tanti don Abbondi che le consigliano di attenersi alle “volontà” del Parlamento.  Coraggio, non la dia vinta ai Bravi dei Don Rodrighi!

Ma il 25 aprile, quest’anno, non coincide soltanto con il tentativo di calpestare il pronunciamento della Corte Costituzionale in materia di legge elettorale. Anche se pochi se ne occupano, questo è l’anno in cui assistiamo all’effetto combinato di Fiscal Compact e Two Pack. Il primo − il Fiscal Compact − è un trattato internazionale demenziale, in forza del quale il nostro Paese paga circa 50 miliardi all’anno all’Unione europea per tenere i “conti in ordine”: da qui la povertà del nostro Paese. Il secondo – il Two Pack – è un altro trattato internazionale, in base al quale il Parlamento del nostro Paese ha ceduto all’Unione europea dell’euro la sovranità sul Bilancio dello Stato. Di questi due trattati − che hanno vulnerato la Costituzione italiana del 1948 − dobbiamo dire grazie al governo Monti, al Parlamento della passata legislatura (eletto con il Porcellum), all’ex Presidente della Repubblica, l’europeista Giorgio Napolitano, e all’Unione europea dell’euro che ce li ha imposti.

Attenzione: se l’Italia avesse voluto, non avrebbe aderito all’euro e, di conseguenza, al Fiscal Compact e al Two Pack. Invece ha aderito, cedendo ad un’Unione europea di imbroglioni e massoni (nell’Unione europea queste due “categorie dello spirito” coincidono) sia la sovranità monetaria (euro), sia la sovranità sui conti dello Stato (Fiscal Compact e Two Pack).

Per capire il perché l’Italia ha ceduto una buona parte della propria sovranità ad un’Unione europea controllata, di fatto, dalla Germania, dobbiamo fare un ampio passo indietro e tornare agli anni della loggia P2 di Licio Gelli. Quando esplode lo scandalo della loggia P2 − una loggia segreta o “coperta”, che faceva capo alla Massoneria di Palazzo Giustiniani (Rito Scozzese antico ed accettato) −, in questa consorteria si ritrovano personaggi altolocati dello Stato: Ministri, leader di partiti politici, magistrati (c’era l’allora vice presidente del Csm!), medici, professionisti e persino alti prelati di Santa Madre Chiesa.

Licio Gelli, da allora ad oggi (è ancora vivo), non ha mai perso il suo sorriso. Perché sapeva chi aveva dietro di sé. Che non erano solo i potenti italiani (che alla fine contavano poco), ma i massoni europei. La storia ha dato ragione a Gelli. L’inchiesta penale sulla loggia P2 si è conclusa con un nulla di fatto. Agli atti restano i documenti prodotti dalla commissione parlamentare sulla loggia P2. A presiedere questa commissione venne chiamata Tina Anselmi. La sua nomina non fu casuale. Perché Tina Anselmi era stata una partigiana. E chi la volle, con molta probabilità, sapeva che dietro la consorteria massonica, che si era infiltrata in tutte le istituzioni italiane, c’erano gli stessi personaggi che lavoravano per la “Grande Unione europea”. Già allora era chiaro il disegno antidemocratico. Anche se la politica italiana dell’epoca s’illudeva di avere bloccato la P2.

Oggi la “Grande Unione europea” è una realtà. Parliamo dell’Unione europea dell’euro, della quale l’Italia fa parte. Convincere l’Italia ad entrare nella “trappola” dell’euro non è stato facile. I Tedeschi − che sono i veri gestori della moneta unica europea − hanno dovuto organizzare la stagione di Tangentopoli per fare fuori la classe dirigente che, alla fine degli anni ’70 e nei primi anni ’80, si era opposta alla P2 di Gelli. Fatta fuori la vecchia classe dirigente della cosiddetta Prima Repubblica − che aveva tante pecche, ma che non avrebbe mai infilato l’Italia nel tunnel dell’euro −, al governo dell’Italia sono rimasti, di fatto, anche tanti piduisti (non bisogna dimenticare che Berlusconi era affiliato alla loggia P2). Da qui, negli anni ’90, l’adesione dell’Italia all’euro. Sotto questo profilo, Tangentopoli è stata un’operazione perfettamente riuscita.

La storia è sempre maestra di vita. Ricordiamoci che Bettino Craxi, da Hammamet, in tempi non sospetti, affermava che la moneta unica avrebbe impoverito il sud Europa: il dramma della Grecia e l’Italia, con quasi 10 milioni di poveri e con le proprie grandi industrie vendute all’estero, ne sono una drammatica testimonianza. Craxi aveva ragione. Anche un’altra grande leader europea degli anni ’80 − Margaret Thatcher − era convinta che l’euro avrebbe portato povertà e disperazione. E non è un caso se l’Inghilterra (in verità assieme ad altri otto Paesi dell’Unione europea) non ha aderito all’euro. Anche la signora Thatcher aveva ragione.

Cosa vogliamo dire con questo? Che quel grande imbroglio massonico della moneta unica europea è la diretta conseguenza di quel filone massonico che in Italia, anticipando gli eventi, si chiamava, per l’appunto, loggia P2. Se avete la pazienza di andarvi a rileggere, tra i documenti della commissione parlamentare sulla loggia P2, i “programmi” di “rinascita” dell’Italia, ebbene, scoprirete parallelismi impressionanti tra alcuni scritti di allora e l’Unione europea dell’euro di oggi. Potenza della massoneria finanziaria!

Al di là di quello che ci diranno oggi con il diluvio di retorica, dobbiamo prendere atto che l’Italia della Resistenza ed i valori della Costituzione italiana del 1948 sono stati sconfitti. Altro che 25 aprile! Così come l’Italia, di fatto, è uscita sconfitta nella battaglia contro la P2. Il risultato è l’adesione del nostro Paese ad un’Unione europea non democratica. Ricordiamoci che la Commissione europea − che è l’esecutivo dell’Unione − non risponde al Parlamento europeo, ma alle consorterie massoniche e finanziarie. La stessa Chiesa cattolica oggi tace, ricattata con la storia dell’Imu.

Chiosa finale. Finora abbiamo sempre creduto che certi europeisti italiani erano persone serie. Il riferimento è − tanto per citare due nomi − ad Altiero Spinelli e Gaetano Martino. Ebbene, il ruolo di questi personaggi andrebbe approfondito, per capire se anche loro − come del resto Robert Schuman − sono riconducibili all’attuale Unione europea di massoni, o se esiste una cesura che separa i primi europeisti dai “briganti” e massoni che oggi controllano l’Europa dell’euro per conto di una Germania sempre più filiazione del “Secolo breve”…

P.S. 

Dimenticavo: oggi, 25 aprile, ricordiamo la lotta della Resistenza italiana contro i tedeschi. Solo che oggi lo facciamo con lo spread tedesco sul collo… Ci sarà qualcuno che farà notare anche tale anomalia?

di Aldo Penna

A cavallo tra l’800 e il 900, al ritmo di un milione l’anno, gli europei migrarono nelle Americhe. L’esodo raggiunse proporzioni gigantesche, finendo per interessare il 10% della popolazione italiana, l’8% dei Norvegesi, il 5% degli Spagnoli, il 7% degli Irlandesi, il 7% degli Inglesi. 422020_10200975217284229_433070222_nNegli anni 60 la Germania occidentale in piena rinascita industriale, assorbì fino a 10 milioni di migranti, in gran parte provenienti dal Sud dell’Europa. Oggi il suo Parlamento conta deputati di diverse nazionalità di seconda e terza generazione, oramai pienamente integrati nella cultura tedesca.

I popoli sono sempre fuggiti dalla guerra e dalla povertà. La seconda è sopportabile, la prima no e, infatti, la composizione della folla che da anni si imbarca sui trabiccoli del mare cambia come i colori della disperazione dell’Africa infiammata o del vicino oriente in guerra.

Nel marzo del 1991, caduto il regime comunista, una moltitudine di Albanesi fuggì dalla grande prigione a cielo aperto dell’Albania di Enver Hoxha e si riversò sulle coste brindisine. Quasi trentamila arrivi in pochi giorni, un esodo biblico. Ma è dalle coste marocchine, tunisine, libiche e siriane che partono le migrazioni per la libertà. Appena cessano i conflitti si fermano le ondate di migrazione. Dall’Albania, candidata a entrare nella UE, non arrivano più barconi di disperati ed anche i Tunisini, dopo la Primavera araba, salgono con meno frequenza su quelle barche.

Le migrazioni sono un fenomeno insuperabile.L’uomo si è sempre spostato alla ricerca di una vita migliore. Quello che è superabile è invece il racket criminale che lo gestisce e i milioni di euro che transitano dalle mani dei migranti a quelle insanguinate di organizzatori senza scrupoli.

Nonostante un muro degno della grande muraglia cinese, i Messicani continuano a entrare negli Stati Uniti. Incuranti delle migliaia di morti e del rischio concreto che sulla prossima zattera che si rovescerà possano esserci loro stessi, i migranti si affollano dentro i lager sulle coste africane gestiti dai negrieri del nuovo millennio. Qui consegnano i denari all’organizzazione, ricevono l’indottrinamento sul comportamento da tenere e aspettano la data fissata.

Come avviene per la droga che, a dispetto delle tonnellate sequestrate, continua ad arrivare sui mercati dell’occidente, così i migranti sono inarrestabili. Alzate un muro e lo scaleranno o vi passeranno sotto. E anche se il mare è una barriera letale, chi ha certezza di morire in patria affronta volentieri il rischio di morire in mare.

Come il traffico di droga corrompe guardiani e tutori, apre ogni porta e fa chiudere gli occhi a chi dovrebbe tenerli aperti, così i migranti si addensano sulle coste in punti a tutti noti per prendere il mare, senza che le corrotte autorità che dovrebbero fermarli muovano un passo. Solo se la tragedia è fuori consuetudine, suscita rabbia e indignazione. I 350 morti di Lampedusa del 2013 accesero i fari europei sulla vicenda, i 50 morti nel mare di Trapani dieci giorni dopo divennero statistica per la cronaca, i 700 morti di qualche giorno fa hanno riattizzato polemiche e fatto emergere responsabilità, codardie ed opportunismi. E quando la memoria di questa tragedia si affievolirà, la cronaca, come una diabolica macchinazione, ci regalerà altri morti a decine, a centinaia, a migliaia. È una guerra non dichiarata contro il mare, la sorte, la disperazione, per la speranza di un’altra vita e un altro futuro. Solo che le ali di questo volo verso la speranza sono insanguinate, hanno le sembianze, l’arroganza e la malvagità di un sistema che mira ad estrarre il massimo profitto da un’immane catastrofe umanitaria.

Per fermare il traffico di droga che arricchisce le organizzazioni criminali, la Direzione Nazionale Antimafia ha proposto la legalizzazione delle droghe leggere. Dopo decenni di repressione, ci si accorge che non si può svuotare il mare del traffico con il cucchiaino della repressione. Allo stesso modo, anche per i migranti occorre una nuova visione europea, che legalizzi il processo migratorio sottraendolo ai negrieri del nuovo millennio.

Lo ha annunciato il capogruppo Renato Brunetta. Ma per il componente della Commissione Costituzionale della Camera il PD non ha paura

“All’inizio della prossima settimana il gruppo FI della Camera, al pari degli altri gruppi parlamentari di opposizione, presenterà una pregiudiziale di costituzionalità“, su cui “a norma di regolamento, richiederà di procedere con voto segreto“, annuncia il capogruppo di FI Renato Brunetta parlando dell’Italicum.foto

Lauricella (PD): “Col voto segreto maggioranza più ampia” – “Se venisse richiesto il voto segreto, l’Italicum avrebbe qui alla Camera una maggioranza assai più ampia di quella di governo”, sostiene Giuseppe Lauricella (PD), membro della Commissione Costituzionale della Camera. “Con lo scrutinio segreto – spiega il parlamentare PD – almeno la metà dei parlamentari del M5s, di FI e dei partiti piccoli, voterebbe per l’Italicum, in quanto è un sistema che piace a quasi tutti, al di là di quanto affermano in pubblico”. “Al M5s – prosegue Lauricella – piace il premio alla lista piuttosto che alla coalizione, perché gli potrebbe garantire di andare al ballottaggio. Inoltre, con i capilista bloccati, gli attuali parlamentari più in vista sarebbero sicuri di essere rieletti. Infine, la soglia di sbarramento al 3% permetterebbe a tutti i partiti minori di entrare in Parlamento”.

Dalla stampa nazionale

di Donato Didonna

Perché il territorio siciliano possa essere un giorno internazionalmente riconosciuto per la qualità del suo mare e dell’ambiente rurale e urbano, con tutte le positive ricadute del caso, è necessario che si prenda collettivamente coscienza dell’insostenibile leggerezza di tanti nostri comportamenti quotidiani.

L’industria energetica, quella automobilistica, quella chimica legata ai prodotti domestici di largo consumo, ecc. ne hanno già da tempo preso consapevolezza e reindirizzato i loro business verso produzioni sostenibili per l’ambiente. La sostenibilità crea consenso e fa vendere (peraltro non ci sono altre alternative nel medio-lungo termine). Chi volesse “vendere” il prodotto Sicilia, come territorio caratterizzato da qualità ambientale, potrebbe contare perciò su buoni indici di ascolto.860735_10200283454123230_517806592_o

Poiché la mancata industrializzazione della Sicilia, nonostante il fiume di miliardi spesi dal dopoguerra, oggi rappresenta quasi un’opportunità, visto che gli insediamenti manifatturieri migrano verso i paesi emergenti mentre le ricadute ambientali negative dell’industrializzazione (inquinamento, piogge acide, ecc.) riguardano quasi esclusivamente i poli petrolchimici siciliani e quindi una parte comunque contenuta del territorio, il discorso si riduce, per modo di dire, all’ottimizzazione del ciclo delle acque, di quello dei rifiuti e al contrasto dell’inquinamento atmosferico e acustico urbano.

Avere per obiettivo mare e fiumi puliti significa innanzitutto pretendere il completamento della realizzazione e l’efficiente funzionamento dei depuratori. In Sicilia, dai tempi della mafia dei pozzi in poi, sembra che l’acqua serva per “mangiare”, non per bere e il malaffare ne ha sempre caratterizzato tutti i business connessi (acquedotti, depuratori, fogne, ATO, ecc.). Occorre una maggiore informazione e vigilanza dell’opinione pubblica sensibile e sensibilizzata alle tematiche ambientali. Le tecnologie, di certo, non mancano oggi che si parla sempre di più dell’acqua come dell’“oro blu”, né bisognerebbe più avere alcuna pietà delle costruzioni abusive sui litorali.

Sull’onda emotiva della drammatica situazione campana, sembrerebbe che i termovalorizzatori rappresentino oggi la soluzione più realistica, il “male minore”, al problema dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Guarda caso, proprio qui in Sicilia, sopra Palermo, era in progetto la costruzione del più grande termovalorizzatore d’Europa, con una capacità di 800.000 tonnellate, che assieme agli altri tre progettati (Aragona, Augusta e Adrano) avrebbe smaltito tutti i rifiuti della Sicilia e non solo. La Regione si era impegnata persino a indebitarsi per anticipare ai costruttori 250 milioni su un preventivo di due miliardi di opere.

Eppure, proprio qui in Sicilia, il CNR, in collaborazione con un’azienda privata italiana, ha realizzato il prototipo di un impianto di smaltimento più semplice, ecologico e meno costoso, denominato THOR. Forse costava troppo poco per i nostri amministratori che diffidano della tecnologia italiana? C’è poi il problema della raccolta differenziata, presupposta dai termovalorizzatori, ma che qui non si sa dove sia di casa, visto che siamo in fondo alle classifiche nazionali.

Oggi la tecnologia italiana offre prodotti di uso comune alternativi alla plastica e biodegradabili: di sicuro costano di più, ma è una scelta oggi culturale che diverrà poi economica. Certo che sugli aspetti di costume, riguardo lo strano rapporto dei siciliani con la loro immondizia, ci sarebbe da scrivere un libro a parte. Si pensi al classico sacchetto dell’immondizia appeso all’esterno dell’auto, in balia della forza centrifuga: un’immagine inquietante che ho visto solo qui da noi!

I termovalorizzatori lasciano comunque aperto il problema delle polveri sottili e degli altri scarti prodotti dagli inceneritori che, per il fatto di essere meno percettibili o “a norma di legge” (ad hoc), non è detto che siano meno dannosi, soprattutto nel ciclo alimentare, attraverso la contaminazione di terreni e pascoli. Se degli scienziati di chiara fama internazionale fossero disponibili a mettere in gioco la loro reputazione affermando che le paventate nano patologie sono frutto del sensazionalismo di qualche ricercatore e che non si ripeteranno tragiche storie come quella dell’Eternit, anch’io appoggerei la costruzione dei termovalorizzatori. Ho il timore, però, che un giorno potremmo chiederci, così come facciamo oggi senza ricordare più un solo responsabile: ma a chi è venuto in mente di autorizzare la costruzione di stabilimenti petrolchimici e raffinerie di fronte alle isole Eolie (Milazzo) o a Siracusa e Gela?

In tema di rifiuti solidi urbani, ho ascoltato con interesse, due volte a Palermo, il prof. Paul Connet (alla Facoltà di Chimica anni fa e, più recentemente, nella “Sala delle Lapidi”) su cosa comporterebbe la sua strategia “zero rifiuti” già adottata con successo in città come San Francisco. Di fronte alla disponibilità di operatori privati a realizzare in proprio la raccolta differenziata porta a porta e gratuitamente, risulta -apparentemente- incomprensibile l’impermeabilità dell’amministrazione comunale di Palermo ad ogni soluzione diversa dalla costruzione a Bellolampo di un termovalorizzatore e la stessa emergenza sanitaria e di immagine che vive da tempo Palermo sembra volutamente strumentale all’adozione di questa soluzione, magari perché qualcuno ha preso degli impegni …

Sui rimedi al problema dell’inquinamento atmosferico ed acustico dei centri urbani, legato principalmente al traffico veicolare, rimando a quanto più sotto, aggiungendo solo che, in attesa del potenziamento del trasporto pubblico urbano a Palermo (metropolitana e/o tram) ho sperimentato con grande soddisfazione una bicicletta elettrica a pedalata assistita (di tecnologia tutta italiana) mentre consiglierei ai patiti della moto di provare uno scooter elettrico e, agli irriducibili dell’auto, una delle varie versioni ibride di auto adottate da tanti tassisti milanesi: dalle utilitarie alle lussuose.

hotel-president-palermo-e-dintorni3_palermoCome migliorare la qualità della vita di un centro storico quale quello di Palermo?

I sindaci che si sono succeduti, dalla metà degli anni ottanta sino ad oggi, hanno contribuito, chi più chi meno, a favorire investimenti privati nel centro storico, una vasta area urbana abbandonata al suo degrado nel dopoguerra. Basta però, per il ben vivere dei cittadini, favorire la ristrutturazione di case, magari confortevoli al proprio interno, ma inserite in un contesto di inquinamento atmosferico ed acustico causato da un traffico veicolare caotico e paralizzante, quale quello del centro storico che conosciamo oggi? Evidentemente, no.

E’ buona regola che le scelte coraggiose -e talvolta impopolari- vadano fatte all’inizio del mandato, quando l’elettorato avrà poi tutto il tempo necessario per comprenderle e apprezzarle. Quale potrebbe essere allora, per il prossimo sindaco di Palermo, una politica fatta di scelte, magari coraggiose, ma sicuramente idonee a trasformare il centro storico, quello della città murata, in un’area caratterizzata da una elevata qualità della vita urbana?

Penso che la scelta fondamentale sia quella di arrivare a chiudere il centro storico al traffico veicolare privato, trasformando in un’occasione di lavoro la soluzione del conseguente problema della mobilità privata.

Due osservazioni preliminari:

  • Il centro storico, a differenza di altre aree urbane, per la sua specificità architettonica e urbanistica, è godibile soprattutto a piedi oppure in bicicletta, magari con bici elettriche: i motorini non sono infatti meno inquinanti delle auto, sia per i gas che per i rumori che producono.
  • Una politica modernamente intesa dovrebbe avere ben presente come il proprio compito sia quello di creare le condizioni perché l’iniziativa economica privata crei occasioni di lavoro piuttosto che stipendiare direttamente -o indirettamente- i senza lavoro, impegnando risorse pubbliche per mansioni improbabili, anche se utili in chiave clientelare (si pensi alla “conta dei tombini” della tragicomica cronaca LSU di questi anni).

Senza andare lontano in cerca di qualità della vita, in alcune delle nostre isole minori la mobilità privata, in assenza di auto, è efficacemente assicurata, tutto l’anno e 24 ore su 24, da servizi privati di auto elettriche (tipo golf car) che trasportano persone e merci a zero emissioni e con l’inquinamento acustico di un sibilo. Basterebbe allora favorire la costituzione di cooperative private in concorrenza tra loro (attingendo a tutte le declinazioni del lavoro precario) da impegnare nei servizi alla mobilità privata dei circa 250 ettari del nostro centro storico. Le auto private, di residenti e non, potrebbero essere custodite in auto silos posti ai limiti del perimetro chiuso al traffico (stranamente ce ne sono a Catania e a Messina, ma non a Palermo), costituendo così un’altra opportunità di business indotto. Mezzi pubblici, autoambulanze, forze dell’ordine e un numero controllato di operatori (es. rifornimento merci dei mercati storici e degli altri esercizi commerciali, mezzi dei cantieri, ecc.) avrebbero invece accesso alla stessa area attraverso colonnine retrattili telecomandate, così come avviene in molti centri storici del nord Italia e d’Europa.

Se la chiusura del traffico privato dovesse risultare, almeno inizialmente, una misura troppo drastica per i residenti, si potrebbe consentire loro l’accesso, per un periodo di tempo limitato (ad esempio, sino alla costruzione degli auto silos), in modo da arrivare in due tempi all’obiettivo finale della completa chiusura al traffico veicolare privato.

Per ottenere un sufficiente consenso sociale su di una misura di questa portata, bisognerebbe dimostrare ai commercianti e ai residenti del centro storico che, a fronte di innegabili limitazioni alla mobilità personale, essi godrebbero dei seguenti vantaggi:

  • il centro storico di Palermo si trasformerebbe in un’isola di qualità della vita (libera da inquinamento atmosferico ed acustico) in un contesto architettonico e urbanistico che avrebbe poco da invidiare ai più rinomati centri storici d’Italia e d’Europa;
  • come diretta conseguenza di questo salto della qualità della vita urbana, esso diverrebbe un’opportunità di investimento residenziale di ben altro livello rispetto all’attuale situazione, sia per i palermitani che per “immigrati ad alto reddito”, italiani e non, con creazione di valore immobiliare vero e riconoscibile (e non banalmente speculativo come avviene oggi);
  • conseguentemente, anche il valore delle location commerciali attualmente presenti nel centro storico subirebbe un innalzamento che consentirebbe, a chi volesse cimentarsi con la nuova tipologia di residenti o di frequentatori e viaggiatori, di affrontare nuove opportunità di business mentre, a chi non le sapesse o non le volesse sfruttare, di monetizzare il valore di immobili od avviamenti commerciali, da reinvestire eventualmente altrove;
  • si creerebbe lavoro vero per il business della mobilità privata all’interno del centro storico, mentre anche i servizi di taxi, sicuramente disinteressati ai brevi percorsi interni, ne avrebbero una positiva ricaduta per i collegamenti da e per il centro storico;
  • il centro storico si dovrebbe dotare di infrastrutture (auto silos) il cui business sarebbe una conseguenza della chiusura al traffico con un “mercato” stabile quale quello dei residenti per i quali costituirebbe una sorta di “garage di quartiere” (ne farei uno, con apposito servizio di navetta, nel desertico parcheggio di viale Basile).

Non è forse vero che il peggior modo per assicurarsi un futuro migliore sia quello di immaginarlo come la semplice continuazione dell’esperienza del presente o del recente passato?

Come dicevo nelle premesse, ci vuole coscienza ambientale e disponibilità personale per qualche piccola scomodità: il premio, in cambio, è una migliore qualità della vita per tutti e anche opportunità imprenditoriali per chi vorrà coglierle, visto che la sostenibilità ambientale è una nuova frontiera dell’economia mondiale.

Persino la riconversione di un grande impianto industriale quale quello FIAT di Termini Imerese potrebbe coniugarsi con questa visione se, per esempio, si creasse un potenziale mercato ad auto elettriche in virtù della chiusura dei centri storici delle città siciliane al traffico di vetture inquinanti.

Oppure, ricollegandomi ad altro capitolo, lo stesso stabilimento potrebbe produrre microcogeneratori di energia elettrica, alimentati a metano, quali quelli che sta producendo la Volkswagen. La tecnologia richiesta è infatti la stessa dell’automobile: motore a scoppio, coibentazione (carrozzeria) e impianto elettronico di controllo. I condomini delle città diverrebbero microcentrali elettriche che si scambierebbero in rete i saldi di produzione e consumo.

Sarebbe un’applicazione del modello di produzione di energia in rete, teorizzata da Jeremy Rifkin, sul modello tipico della rete internet, recentemente incontrato (con quali esiti, però?) dal presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo.

(continua)

di Bepy Lima (sicilianew24)

Mentre l’Europa si interroga con colpevole ritardo su come affrontare l’emergenza immigrazione, in Sicilia si cerca di aggiornare la tragica contabilità dell’ultimo naufragio.
Prima erano settecento, una cifra già mostruosa, adesso, secondo la testimonianza di uno dei ricoverati all’ospedale di Catania, potrebbero essere quasi novecento.

Sul barcone della morte, infatti, oltre ai profughi stipati sulla tolda, ce strage-migranti-sicilia-2015ne sarebbero stati altri nella stiva, con i portelloni bloccati dall’esterno in modo che non potessero uscire durante la traversata. Le cronache del ventunesimo secolo nel mare dove è nata la civiltà occidentale, fanno impallidire quelle dei secoli bui dello schiavismo.

La tratta dei migranti di oggi è una sorta di lotteria, dove i disperati acquistano un biglietto per migliaia di dollari e non sanno se finiranno in pasto ai pesci del mare o agli squali di casa nostra. Quelli che “l’accoglienza è meglio della droga”, quelli che hanno mercificato anche i sentimenti umani più nobili.

Quando i morti si contano a migliaia non è più il tempo del “politicamente corretto”, dell’odiosa ipocrisia di chi specula sulla vita degli altri, sfruttando il lavoro volontario di migliaia di persone perbene che alla fratellanza umana, invece, ci credono per davvero. L’atteggiamento delle istituzioni europee, Italia compresa, si può classificare sul piano etico in un solo modo: concorso in strage.

Il meccanismo è semplice: sulle coste africane c’è una organizzazione rodata che agisce per interessi economici e terroristici e manovra le centinaia di migliaia di profughi ammassati in campi, dove non sono garantite neanche le condizioni minime di sopravvivenza.

Le morti in mare che tanto ci indignano, sono solo una minima parte di quelle che avvengono durante la fuga dalle zone di guerra o di carestie o all’interno dei campi. Ma questa contabilità non interessa nessuno: occhio che non vede cuore che non duole. Questa realtà continua ormai da oltre un decennio nell’indifferenza globale ed è il vero nodo da affrontare.
Solo che non ci sono interessi economici o posizioni strategiche da difendere e quindi nessuno interviene: né l’ONU dei burocrati che organizzano gli aiuti negli uffici esclusivi o in hotel a 5 stelle, né l’Unione Europea, tarata ormai solo sugli interessi della grandi lobby finanziarie.

immigrati-564368Eppure la soluzione al problema ci sarebbe ed è molto semplice: un contingente internazionale armato che prenda il controllo militare dei campi profughi libici e delle vie di accesso, con un apparato civile dell’ONU che valuti le richieste di asilo politico dei rifugiati e li distribuisca in tutto il mondo, con regolari permessi di soggiorno e trasferimenti sicuri. Ciò toglierebbe ai mercanti di schiavi la “merce” da piazzare e spazzerebbe via il “business dell’accoglienza”.

Ma voi pensate che i leader europei si daranno da fare per proteggere un pezzo di Sahara e i principi di umanità, senza che dietro ci siano fonti energetiche da gestire?

Un vertice urgente dei capi di Stato dell’Unione europea in Sicilia per una nuova convenzione sull’immigrazione e sul diritto d’asilo dei rifugiati. A lanciare la proposta è il governatore della Sicilia Rosario Crocetta dopo l’ennesima tragedia nel Mediterraneo con 700 migranti  morti. “Faccio appello al presidente del Parlamento Ue Martin Schulz e al capogruppo del Pse Gianni Pittella per organizzare subito il vertice”.

“Occorre dire basta con l’ipocrisia europea che s’inventa sigle inutile come Frontex e Triton – dice il governatore Crocetta -, ma non affronta la centralità della questione, cioè la strategia di condivisione di tutti i Paesi dell’Ue rispetto alle politiche sui rifugiati“. Per Crocetta, “il diritto d’asilo non può essere riconosciuto attraverso il tentativo di sfidare la morte nel Mediterraneo, ma attraverso richieste nei Paesi di provenienza”.

“Le altre misure diventano solo la tragica recita di chi gira la testa per non vedere la realtà. Settecento morti in una notte è una cifra da emergenza bellica e non si può continuare a fare finta di nulla, non si può affrontare la questione col cinismo dello scaricabarile, atteggiamento che continua ad avere la maggioranza degli Stati membri. La Sicilia chiede all’Europa che si impegni realmente perché il Mediterraneo diventi un mare di pace e non l’enorme cimitero che è diventato. Noi saremo in prima linea perché è proprio la Sicilia a pagare il prezzo più alto“.

di Margherita Tomasello

In questi ultimi anni, grazie alla diffusione dei social network, siamo diventati tutti un po’ protagonisti della vita sociale/economico/politica della nostra Sicilia. Anzi, ormai ci spingiamo oltre, dando soluzioni sia per il benessere italiano che per quello internazionale. Perché? Prima di tutto perché finalmente anche noi possiamo parlare ed essere presi in considerazione e poi perché è facile dietro una scrivania poter additare tutto e tutti e poi spegnere il computer e dedicarsi ad altro. In fin dei conti, una volta spento il mezzo, non è più compito mio.

Ed allora diventiamo tutti bravissimi, come quelli che il lunedì si incontrano al bar per parlare delle partite di calcio e si sentono i migliori allenatori che ogni presidente vorrebbe nella propria squadra.

La cosa più difficile non è, naturalmente, far uscire aria dai nostri polmoni o cliccare i tasti della tastiera del nostro computer, ma fare realmente quelle cose che ci fanno eccitare ogni qual volta le vediamo sui post di facebook e siamo pronti a mettere mi piace o condividere!

In questi giorni ha preso vita un gruppo chiamato “adesso basta”, che nel giro di due giorni è arrivato ad una quota di circa 18.000 utenti iscritti. Cosa unisce tutte queste persone, compresa la sottoscritta, che decidono di aderire ad un gruppo di anonimi (perché in fondo non si sa a “chi appartiene”)? Credo proprio la disperazione.

Siamo diventati un popolo di disperati. Non ce la facciamo più! Ed allora abbiamo bisogno di gridarlo, di arrabbiarci. C’è chi vuole fare un sit-in, chi invece un flash mob, chi non crede più neanche a queste forme di protesta e si dissocia pubblicamente. Ed allora? Che facciamo? Vediamo il nostro futuro e quello dei nostri figli rubato e strappato in questo modo, e non ci sta più bene. Ci hanno tentato i grillini, ci abbiamo creduto, ma anche a loro è arrivata la “sicilianite”, “tutti chiacchere e distintivo”. Perché?

Non per colpa loro. E non è colpa di nessuno. Partiamo dal presupposto che chi inizia una carriera politica lo fa veramente con il migliore dei propositi. Poi con il tempo diventa peggio degli altri. Ed allora quale è la soluzione? Cambiare il sistema, non gli uomini. È questo sistema politico/giuridico che non va! Se vogliamo cambiare questa nostra terra dobbiamo iniziare da questo punto. E si fa solo con la Rivoluzione.

La parola rivoluzione fa un po’ paura a tutti, perché viene associata a guerriglie e violenze. Pensiamo, per esempio, al movimento del ‘68 che, pur non avendo conquistato il potere politico, ha però colonizzato gran parte delle coscienze nel nostro paese, portando a compimento una vera e propria rivoluzione culturale, un profondo cambiamento nel vissuto sociale. Ed allora, nel miglior modo pacifico, se siamo veramente quel popolo di integerrimi, di profondi e veri moralisti contro le mafie e tutti i tipi di corruzione, contro la sporcizia e la devastazione della nostra terra, contro ogni tipo di malaffare, scorciatoia, raccomandazione, iniziamo a  riformare tutto, ricominciamo daccapo, ricostituiamo  la politica rendendola veramente al servizio del cittadino.

Non avete voglia di scrivere una pagina della storia siciliana? Proviamoci. Piuttosto che vivere una vita da pecore, perché non proviamo a liberare le nostre paure e vivere un giorno (e forse così anche il nostro futuro) da leoni? Non bastano più i dialoghi con una politica vecchia e piuttosto sorda, ci vuole un vento di novità che spazzi via ogni bruttura e guarisca dalla “sicilianite” tutti quanti, compresi gli inermi e i lamentosi. Non voglio che la Sicilia venga ricordata come quella del Gattopardo, “cambia tutto per non cambiare niente”, ma voglio ricordare il Gattopardo come la Storia che cambia veramente. E la Storia, così come il futuro, la costruiamo noi!

Nell’ambito della partecipazione ad Expo Milano 2015, l’Assessorato alle Attività Produttive della Regione Siciliana ha pubblicato oggi l’avviso pubblico rivolto alle aziende per l’utilizzo del Business Point che sarà disponibile a Milano all’interno di Padiglione Italia. L’avviso è consultabile sul sito web dello SPRINT SICILIA − Sportello regionale per l’Internazionalizzazione: www.sprintsicilia.it

“L’obiettivo è quello di permettere alle imprese padiglione_italiainteressate di utilizzare gratuitamente il Business Point della nostra Regione presso il Padiglione Italia, anche su propria iniziativa, per incontrare operatori del settore ed investitori”: lo dichiara Linda Vancheri, Assessore alle Attività Produttive della Regione Siciliana, coordinatore della partecipazione della Sicilia ad Expo Milano 2015. “E’ un ulteriore supporto che diamo alle nostre aziende al fine di facilitare l’incontro del nostro sistema produttivo con i principali attori del mercato internazionale. In questo modo daremo una casa comune a tutti i soggetti siciliani che concorrono a comporre un’unica ed integrata offerta del sistema delle eccellenze della Sicilia.”

Coloro che saranno ammessi a partecipare potranno, attraverso il sistema “Business Point Booking”, prenotare gli spazi disponibili nel Business Point su un apposito calendario, disponibile con accesso riservato, sino ad un massimo di 5 slot da 2 ore, nell’arco delle giornate di disponibilità del servizio, e fino ad esaurimento degli slot disponibili.

Ecco il link per consultare l’avviso pubblico.