Ecco come (5). Riconversione del territorio

Pubblicato: 30 marzo 2015 in Attualità
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di Donato Didonna

La penosa situazione in cui versa il territorio − specie urbano − siciliano, è sorta e si è sviluppata tutta negli ultimi decenni di attività edilizia dissennata. L’edilizia, fino al dopoguerra, quindi persino quella ispirata al razionalismo fascista, era caratterizzata comunque da un senso estetico, era frutto di un disegno progettuale dignitoso: cosa sarà successo nella mente di amministratori pubblici, architetti, urbanisti e ingegneri del “sacco” di Palermo, di Agrigento, ecc.? Chi ha dato loro una laurea? Come ha fatto un territorio naturalmente “bello” ad essere reso “brutto” da troppe ed infelici realizzazioni di professionisti siciliani, non piemontesi? Chi ha autorizzato folli volumetrie e quartieri senza un decente disegno urbanistico o adeguati servizi?

Se il territorio deve diventare una risorsa, non è più tollerabile un 860735_10200283454123230_517806592_osuo uso così anarcoide come avvenuto sinora. Il brutto non attira nessuno mentre abbrutisce la vita di chi ci vive. Città, coste, centri storici, paesaggi marini e rurali vanno riconsiderati e devono diventare un’opportunità per un’attività edilizia di riconversione, riuso, ma anche di abbattimento sic et simpliciter da sprigionare, inizialmente a macchia di leopardo, sotto una regia intelligente di urbanisti −siciliani e non − degni del loro titolo accademico e fidando nella competizione virtuosa cui il bello induce quando non è sopraffatto dal brutto.

Immagino un poderoso intervento di pianificazione condotto pubblicamente, in modo condiviso e trasparente attraverso internet, con risorse finanziarie pubbliche (si pensi ai costi per gli espropri per pubblica utilità o per le infrastrutture) attinte a quello che considero il vero “tesoro siciliano”: l’aggressione, in Italia e all’estero, dei patrimoni di “Cosa nostra”[1].

Grazie ad un’opportuna e pragmatica riforma della legge Rognoni-La Torre (e succ. modif.), si dovrebbe prendere atto di una situazione incontestabile: la Sicilia deve il suo ritardato sviluppo economico al condizionamento della criminalità organizzata. Quanto è costato questo ritardo? I Siciliani, come comunità politica, potrebbero perciò vantare un credito al risarcimento di questo danno, aggredendo – in Italia come all’estero – i patrimoni di coloro (affiliati a Cosa Nostra) che lo hanno causato? Perché no?

Si dovrebbe adottare, dicevo, un approccio più pragmatico, in una riforma della citata legge, finalizzato alla definizione di una strategia meno burocratica e più efficace nella lotta tra economia legale e illegale, che porti ad incrementare considerevolmente la confisca di beni di provenienza mafiosa, ovunque nel mondo, non solo in Sicilia o in Italia!

Tale strategia, potrebbe ispirarsi ad un fatto storico e ad uno di cronaca: i Piemontesi per finanziare l’unità d’Italia confiscarono nel 1867 i beni ecclesiastici; il Commissario Straordinario della Parmalat, Enrico Bondi, ha utilizzato la società di investigazioni statunitense Kroll per cercare il “tesoro” dei Tanzi. La strategia dovrebbe, quindi, essere incentrata sui seguenti punti:

  1. utilizzo di risorse esterne all’apparato dello Stato, pagate solo a risultato utile, per il lavoro di intelligence nell’asset search (la citata Kroll ha individuato con successo, pur dietro paraventi, il “tesoro” di Saddam Hussein, quello dei coniugi Marcos, quello del dittatore di Haiti, Duvalier, ecc.);
  2. costituzione di un pool di magistrati specializzati − e capaci di cooperazione giudiziaria internazionale − che si occupi di verificare, con le garanzie del caso, le prove addotte dal lavoro di intelligence sulla riconducibilità di beni (società, terreni, attività finanziarie, ecc.) a prestanome di criminali mafiosi, sia in Sicilia che in Italia e all’estero;
  3. costituzione di uno speciale “Fondo di Gestione” di tali patrimoni sequestrati e poi confiscati, affidato a istituzioni internazionali difficilmente condizionabili (es. grandi banche internazionali);
  4. creazione di un “Programma ventennale di riconversione della Sicilia”, alimentato dal suddetto fondo, che finanzierebbe interventi sul territorio (città, coste, ecc.) coerenti con progetti di architetti e urbanisti di prestigio internazionale;
  5. la Regione Siciliana, in base alla stessa legge, potrebbe vedersi anticipare le disponibilità di tale programma con le tipiche tecniche finanziarie che attualizzano flussi futuri: potrebbe valutare, anche prudentemente, il credito al risarcimento del danno che, come soggetto politico con propria popolazione e territorio, vanterebbe nei confronti di coloro che, con la loro condotta criminale, hanno determinato il mancato sviluppo economico e la violenta speculazione sul territorio e, successivamente, cedere al mercato finanziario questo credito − con tanto di rating delle istituzioni finanziarie − attraverso un’operazione di cartolarizzazione.

Basti pensare agli immensi proventi del solo traffico di droga per rendersi conto che, pur essendoci da pagare gli spacciatori, gli avvocati difensori, le famiglie dei detenuti, i “picciotti”, restano sicuramente alla criminalità un mare di soldi da reinvestire nell’economia legale in Sicilia, in Italia e all’estero.

Il costo del ponte sullo stretto (5-6 miliardi di euro), da molti inteso come una infrastruttura che potrebbe rappresentare il volano di una ripresa economica, potrebbe rappresentare semplicemente l’unità di misura di questa operazione paragonabile, nella nostra storia, solo alla confisca dei beni ecclesiastici operata dal Regno d’Italia (1867). Qualche anno fa un’indagine ha svelato come esponenti della mafia siculo-canadese pensassero di mettere le mani sul grande affare del ponte, addirittura proponendosi come finanziatori!

La confisca dei beni ecclesiastici risolse un problema della storia moderna. Analogamente, oggi, l’attacco militare e senza riguardi ai patrimoni della mafia ne risolverebbe un altro. La storia la scrive sempre chi vince. E la mafia, di pagine tragiche di storia, ne ha scritte fin troppe!

Certo, uno Stato che, come avvenuto in questi anni, continui a considerare “carcere duro” il regime in cui un boss condannato in via definitiva invia “pizzini” attraverso la biancheria affidata ai familiari o che consenta che poliziotti di elevata professionalità, quali quelli che maneggiano le sofisticate apparecchiature di intercettazione ambientale, riuscendo persino ad introdursi furtivamente nelle abitazioni di boss, svendano poi per un “piatto di lenticchie” informazioni riservate, perché remunerati con uno stipendio da fame, più che incutere timore, questo Stato, darà sempre e solo la certezza che non prevarrà mai sul crimine organizzato. E quanti, per cultura o istinto servile, fiutano da che parte stia il più forte, non avranno dubbi sul santo da… votare o a cui votarsi.

La lotta ai patrimoni di illecita provenienza deve anche costituire un’opportunità per i territori in cui il riciclaggio viene consumato, incentivando in tal modo la massima cooperazione internazionale. Ricordo che anni fa nella Costa del Sol le autorità spagnole hanno arrestato tre notai e sette avvocati indiziati di riciclaggio per 250 milioni di euro. Se un villaggio turistico in Spagna o in Croazia del valore di 100 è riconducibile a prestanomi della mafia, nella vendita successiva alla confisca non sarà necessario pretendere 100, ma sarà sufficiente incassare anche 50-60 (il sistema bancario cede a valori inferiori i crediti “problematici” con le relative garanzie reali o personali), consentendo così ad un esponente dell’economia legale locale, verificato con le dovute attenzioni e garanzie, di concludere un buon affare. Tale incentivo favorirebbe la cooperazione politico-giudiziaria internazionale, poiché nessuno Stato moderno può avere un lungimirante interesse a favorire il riciclaggio.

Il precedente procuratore nazionale antimafia, Pier Luigi Vigna, ha affermato che il fatturato della criminalità organizzata in Italia ammonta a oltre cento miliardi di euro l’anno. La forza di questo denaro, in uno scenario economico debole, diviene ancora più dirompente, potendo eliminare dal mercato qualunque concorrente dell’economia legale.

Per confermarvi che non parlo di fantascienza, ma di obiettivi possibili, Petyx-e-bassottosolo volendo, vi racconto una storia vera. Una storia a lieto fine e, per certi versi, molto istruttiva. Poco più di due anni fa, la fiction TV Il capo dei capi” portò la signora Ninetta Bagarella, moglie di Totò Riina, a pensare di poter pretendere il risarcimento per presunti danni d’immagine causati dalla fiction. Sembrava una richiesta paradossale, eppure la stampa la riportava senza alcun particolare commento critico, né indignazione. In un servizio del TG satirico “Striscia la notizia”, divenuto poi celebre, l’inviata Stefania Petyx pensò di andare a puntualizzare direttamente alla signora Bagarella che, se c’era una rivendicazione di danni d’immagine, questa semmai apparteneva di diritto al popolo siciliano che, a causa della presenza della criminalità organizzata, aveva perso non solo l’immagine, ma anche un adeguato sviluppo economico, oltre che i suoi migliori figli, uccisi vigliaccamente.

Un gruppo di ragazzi (questi circa trentenni di cui vi dicevo) palermitani senza bandiere politiche, prese alla lettera questa rivendicazione e promosse su internet una raccolta di firme con la petizione “Chiediamo i danni a Cosa Nostra”. Le firme raccolte sono state più di 18.000 provenienti da ogni parte d’Italia. Come se non bastasse, alcuni di questi ragazzi si sono recati, per giorni, all’ingresso dell’ARS a raccogliere le firme dei nostri deputati regionali disponibili a sottoscrivere una norma in merito.

E questi sono i tangibili risultati portati a casa a poco meno di un anno dall’inizio della raccolta delle firme:

Primo risultato: nel gennaio 2008, con un emendamento alla Legge Finanziaria Regionale 2008 (L.R. 6.2.2008, n. 1, in Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana del 8.2.2008), è stato introdotto il seguente articolo:

ARTICOLO 18

Costituzione parte civile

«Fermo restando il diritto della Regione Siciliana e degli enti di cui all’articolo 1 della legge regionale 10/1991 di costituirsi parte civile nei confronti di qualunque cittadino imputato di reati connessi all’associazione mafiosa, è fatto obbligo alle amministrazioni di cui sopra di promuovere azioni civili di risarcimento di danni quando sia intervenuta sentenza penale di condanna passata in giudicato, riguardanti pubblici amministratori o dipendenti delle amministrazioni medesime».

In concomitanza con la legge finanziaria regionale, era stata presentata anche una articolata mozione che recepiva lo spirito della petizione per i casi diversi da quelli dei pubblici amministratori o dei burocrati, ma le dimissioni del presidente Cuffaro rimandarono il tutto alla successiva legislatura.

Secondo risultato: finalmente, alla fine dello stesso anno, è stato inserito il seguente articolo nella nuova Legge regionale antimafia (L. R. n. 15 del 20.11.2008: “Misure di contrasto alla criminalità organizzata”, in Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana del 24.11.2008, n. 54).

ARTICOLO 4

Costituzione di parte civile della Regione

«È fatto obbligo alla Regione di costituirsi parte civile in tutti i processi di mafia per fatti verificatisi nel proprio territorio».

Per la cronaca, il “pacchetto sicurezza” varato dal governo Berlusconi ha pensato bene, nella totale distrazione dei parlamentari siciliani mentre si parlava di federalismo fiscale, di riservare tali risorse in capo ad Equitalia. Un Ente locale che si costituisse parte civile contro criminali di “Cosa Nostra” potrà avanzare la sua rivendicazione “morale”, avrà diritto al rimborso delle spese legali, ma i soldi del risarcimento danni andranno al Governo nazionale. Dopo il danno, quindi, la beffa!

Quali lezioni possiamo comunque trarre da questa vicenda? Che la democrazia non è solo delega, ma è anche partecipazione: la petizione invocava un intervento del Parlamento nazionale che costringesse quello regionale a costituirsi obbligatoriamente parte civile nei processi di mafia, mentre è bastato mostrare le proprie facce (e anche qualche telecamera!) perché l’Assemblea Regionale si muovesse autonomamente e in modo assolutamente bipartisan.

Ma torniamo, dopo quest’ampia parentesi, al tema principale. Il territorio siciliano, per competere con la campagna toscana o il mare della Sardegna, così come potenzialmente potrebbe, richiederebbe che ne venisse ripensato l’attuale uso esclusivamente “interno”, con un diverso utilizzo delle “seconde case” che infestano ormai ininterrottamente specialmente le sue coste, mentre sono economicamente sottoutilizzate dai proprietari (normalmente, per non più di 6 settimane all’anno).

L’alternativa “politica” da proporre dovrebbe essere: vuoi una casa di villeggiatura ad uso esclusivo? Pagherai adeguate tasse per l’uso che fai anche del paesaggio. Vuoi invece metterla a reddito, dotandola di ulteriori servizi a vantaggio di una economia turistica diffusa? Riceverai adeguati incentivi economici e fiscali sulla falsariga di quelli previsti per i “paesi albergo”.

Nelle grandi città come Palermo, invece, non vedrei male la soluzione di diluire in altezza la densità abitativa sostituendo, nelle zone residenziali prive di spazi urbani e di adeguati servizi, gli attuali palazzoni con grattacieli anche di 60 piani e più. Avremmo, dalle parti di viale Strasburgo, una skyline da downtown, ma avremmo recuperato valore immobiliare, tale da consentire la permuta di appartamenti, negozi e uffici di interi isolati e di remunerare il costruttore, con il vantaggio sociale di un migliore equilibrio estetico ed urbanistico.

Lascio infine all’immaginazione di ciascun lettore il ritorno occupazionale, professionale e di immagine di quanto sin qui detto.

(continua)

[1] Ho pubblicato questi stessi contenuti in un articolo apparso sulle pagine regionali di MF il 30.3.2005.

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