Ecco come (3)

Pubblicato: 24 marzo 2015 in Attualità
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di Donato Didonna

Un certo uso del denaro pubblico può essere infatti inteso come “spreco” per certuni e, viceversa, come “fonte di reddito” per altri. Si pensi, ad esempio, al caso della sanità regionale.860735_10200283454123230_517806592_o Perché si dovrebbe preferire la “gallina” di domani al ricco “uovo” d’oggi? Perché chi ricava vantaggi dall’attuale modello economico siciliano (che, come già detto, più che promuovere un reale sviluppo sembra invece “specializzato” nella perpetuazione di una eterna condizione di sottosviluppo) dovrebbe privarsi delle sue sicurezze? L’unica risposta è ché i soldi (specie quelli di provenienza UE) sono destinati ad assottigliarsi sensibilmente nei prossimi anni. Inoltre, rispetto al consenso sociale, economico e politico su questo modello di (sotto)sviluppo, chi dice che non se ne potrebbe raccogliere uno contrario (anche se ancora poco consapevole di sé e disorganizzato)  che verta su una considerazione di “tasca” molto concreta? Ossia, io da questo andazzo ci guadagno poco o nulla, mentre da un modello macroeconomico diversamente gestito potrei ricavare molto di più in termini sia civili (l’orgoglio di appartenere ad una comunità modernamente organizzata e gestita) che economici (guadagnerei di più nella mia attività professionale o d’impresa, avrei maggiori opportunità di trovare o cambiare lavoro, non soffrirei la scelta obbligata di cercare altrove fortuna, ecc.).

I famosi normanni che liberarono la Sicilia dalla dominazione araba realizzarono un’impresa numericamente ben diversa dallo sbarco in Normandia del ’44. Erano solo alcune centinaia di cavalieri che conoscevano però l’uso delle armi e della strategia militare: erano stati ingaggiati dal Papa con la prospettiva di diventare signori feudali e fondarono invece il Regno di Sicilia!

Ciò che servirebbe oggi, per realizzare la ricetta economica di cui sotto, sarebbe proprio un gruppo di opinione e di azione, politicamente trasversale, che in modo trasparente, ma con le idee e le informazioni molto chiare sui meccanismi di funzionamento dell’attuale gestione del potere isolano, sprigionasse tutta la sua capacità di pressione e di influenza per provocare un cambiamento.

La storia e la cronaca italiana ci hanno abituato all’azione di società segrete (carboneria, massoneria, ecc.). Ecco, ci vorrebbe oggi una lobby trasparente che, alla luce del sole, avesse l’ambizione di prendere in mano la situazione, di modificarla, facendo leva più nella forza delle proprie ragioni (continuare a sprecare le potenzialità della Sicilia è del tutto folle) che sulle scorciatoie della manipolazione del consenso attuata attraverso politiche clientelari (comuni ai due schieramenti) con l’oggettiva connivenza di stampa e TV locali abituate a sentirsi un “pezzo del potere” e, quindi, o a scrivere “sotto dettatura” del Palazzo o a denunciare le malefatte di una parte, ma solo nell’interesse dell’altra.

Un programma per utopisti con i piedi per terra, consapevoli di come funziona il mondo della politica, dell’informazione e dell’impresa, eppure decisi a reindirizzarli verso uno scopo utile e meritevole: la modernizzazione della Sicilia.

Non sarà giunto il momento di rompere quel rapporto “sadomaso” tra elettorato e classe politica in Sicilia che ha prodotto il famoso “serbatoio di voti” (cui ha attinto la “sinistra storica” ai tempi dell’inchiesta sulla Sicilia del 1876 di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino oppure, più recentemente, la “destra contemporanea” del 61 a 0) oppure il “laboratorio politico” delle alchimie partitiche trasferite poi a livello nazionale? Fino a quando si vorrà essere usati in cambio di una promessa di sviluppo, puntualmente disattesa, a fronte di una situazione socio-economica che non impietosisce ormai più nessuno in Italia come in Europa?

È la rete internet la grande risorsa per rivoluzionare il nostro tempo: la comunicazione e lo scambio di informazioni attraverso la rete può avere effetti incontrollabili, nel senso che non potranno essere arginati dall’informazione ufficiale controllata da portatori di interessi politici o economici, come avvenuto sinora.

E veniamo allora alla ricetta, ma con una doverosa premessa: sono convinto che tocchi all’impresa creare benessere materiale vero (a ridistribuire risorse prodotte altrove da altri siamo tutti bravi!), così come sono pure convinto che alla politica non competa fare impresa, bensì consentirne e favorirne la crescita, coerentemente con una data visione di sviluppo economico che generi benessere non solo materiale. A quale visione di sviluppo economico farei quindi riferimento? A quella che veda, non l’Isola che conosciamo oggi, bensì quella che potrebbe diventare in un arco di tempo relativamente breve, di 10-20 anni, la Sicilia come una regione internazionalmente riconosciuta per il “benvivere”.

L’effetto più noto e temuto della globalizzazione è quello della delocalizzazione produttiva: intere filiere, tradizionalmente domiciliate nel vecchio continente, si sono spostate dove più basso è il costo della manodopera o delle materie prime. Ma vi è anche un effetto, meno conosciuto, che rappresenta una grande opportunità per territori in via di riconversione economica: la globalizzazione ha innalzato il reddito di intere popolazioni (nell’Europa dell’Est, India, Cina, Brasile) e prodotto parecchie centinaia di migliaia, se non già milioni, di “nuovi ricchi” che si aggiungono ai “vecchi ricchi” occidentali. Questi individui, a casa o altrove, cercano una sola cosa: qualità della vita.

Qualità della vita significafoto_sicilia_satellite trovare, non necessariamente per trasferirvisi, ma anche per un breve soggiorno o per investirvi, un luogo dove l’aria sia respirabile; l’acqua – da bere o dove immergersi – incontaminata; il cibo denso di profumi, di sapori e cucinato secondo una sapiente arte; il clima mite; il paesaggio piacevole allo sguardo e con interventi umani che quasi lo perfezionino; la popolazione ospitale, civile, serena e contenta di vivere dove vive; un luogo ricco, magari, di stimoli culturali e di storia, attraverso parchi archeologici ben mantenuti e fruibili, opere architettoniche, palazzi, castelli, ville, borghi, centri storici, musei, pinacoteche, piazze, marine, ecc., oggetto di un’amorosa manutenzione e di una decorosa presentazione, come si è usi avere con le proprie cose nella propria casa; un luogo caratterizzato da servizi pubblici efficienti: il posto migliore dove ricevere cure sanitarie; dove sia facile muoversi; semplice svolgere un’attività economica; stimolante crescere e studiare; bello invecchiare.

Valorizzare in termini di qualità della vita il proprio territorio, attrezzarsi in tal senso – come comunità consapevole – in termini sia culturali che imprenditoriali o professionali, per poi “vendere” tale immagine della Sicilia (con la realtà dietro, però) a chi possa adeguatamente pagarla, potrebbe allora diventare una visione di sviluppo economico con ricadute positive, dirette ed indirette, per tutti i 5 milioni di Siciliani residenti.

Quali dovrebbero essere le principali direttrici di questo sviluppo economico del territorio siciliano che portino nella direzione della qualità della vita? Ne indico dieci:

  1. produzione di energia da fonti alternative agli idrocarburi;
  2. riconversione del territorio (paesaggio, città e coste) violato da decenni di edilizia selvaggia e così orribile alla vista;
  3. produzioni agricole e zootecniche di qualità che risultino saporite ed anche utili nella prevenzione delle malattie;
  4. promozione di un turismo sostenibile di qualità, non di massa (viaggiatori, non turisti);
  5. fruizione moderna, con opportuno uso delle tecnologie digitali, dei beni culturali;
  6. promozione della cultura d’impresa, offrendo servizi reali, non soldi a fondo perduto;
  7. promozione di centri di ricerca pura ed applicata, capaci di richiamare i “cervelli”;
  8. protezione dell’ambiente e della qualità di vita urbana (ciclo dell’acqua, rifiuti, traffico e polveri);
  9. efficienza della pubblica amministrazione;
  10. circolazione dell’informazione e della conoscenza.

Approfondirò ciascuno dei 10 punti, facendo solo notare che, pur parlando di sviluppo in Sicilia, con le sue criticità, non ho enfatizzato più di tanto la lotta alla mafia, perché convinto che di una certa mentalità parassitaria e arcaica che profondamente detesto, essa rappresenti solo il volto più violento, ma forse neanche quello più pericoloso e dannoso.

(continua)

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