Che cos’è la Destra, cos’è la Sinistra?

Pubblicato: 23 marzo 2015 in Politica
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di Salvatore Petrotto

E il sistema c’è!
“E’ evidente che la cosa è poco seria, quando si parla di Sinistra e Destra: che cos’è la Destra, cos’è la Sinistra?”.
Ho chiesto soccorso al signor G., a Giorgio Gaber, per sgomberare il campo e per sfuggire a quella subdola tentazione, figlia di un assai facile qualunquismo a buon mercato.

Angelo Forgia mi ha invitato ad assistere al convegno che si terrà a Palermo il 18 aprile prossimo sul tema: Il Centrosinistra tra riformisti e riformatori.
IMG_0703L’invito è quello di coltivare una speranza e cioè che a sinistra del PD, al di là dei timori e delle titubanze, si possa decodificare e/o esorcizzare il senso stesso di che cosa significa essere riformisti e/o riformatori.

E si, ancora una volta dobbiamo fare conti con questa storia dei maestri cantori del nuovo e del vecchio coro del riformismo più o meno esasperante o esasperato.
La musica sembra ultimamente essere radicalmente cambiata, grazie agli assordanti “cinguettii di usignoli e passerotte” renziane, che ci ricordano che dobbiamo correre, in fretta e furia, a colpi di riforme, anche micidiali, per cambiare verso.

Mi sembra una sorta di smania futurista assai simile ai miti di progresso di un secolo fa, quando la frenesia della corsa e dell’innovazione a tutti i costi si materializzava nella parola onomatopeica di Marinetti, in quel brum brum che mimava i mito della macchina od in quel boom boom del cannone. Poi sappiamo come andò a finire, non bastò la Prima, ce ne volle una Seconda di Guerra Mondiale. Oggi, alle roboanti onomatopee del padre del Futurismo, Filippo Tommaso Marinetti, corrispondono i veloci e saettanti tweet del nostro Premier, Matteo Renzi.

Rotta ogni forma di coesione sociale, pezzo dopo pezzo, abbiamo macinato e fatto a salsiccia, diritti su diritti, fino a far crollare quel poco che era rimasto di una già traballante impalcatura di uno Stato Sociale che in Italia, storicamente, è stata la nostra più grande ed eterna incompiuta di sempre.

E poi, l’alternativa − tanto per continuare ad attenerci al linguaggio renziano − qual è? Ma i gufi, naturalmente, quelli del sindacato e soprattutto i pochi veterocomunisti che non sono saliti sul carro del vincitore; ancora rivendicano qualche rapporto con le loro antiche cooperative rosse o per meglio dire “rosé”, se non proprio demodé; quelle dei grandi lavori e dei grandi servizi pubblici che, in Italia, se li sono spartiti equamente, Sinistra e Destra, non tanto ope legis ma, piuttosto, grazie ad un’accurata e clientelare lottizzazione.

Diciamocelo chiaramente, in fondo si tratta di un unico grande cartello, un granitico ed esclusivo blocco economico e sociale; un oligopolio che è la risultante di un sistema lobbistico le cui foglie di fico sono delle rappresentanze parlamentari, i cui esponenti sono stati più che eletti, nominati, grazie ad una legge elettorale, dichiarata incostituzionale soltanto dopo che alcuni capi partito se ne sono serviti per due legislature. Come ben sappiamo, la nuova legge, in fase di approvazione definitiva, ricalca il vecchio impianto del Porcellum ; così se passa, ancora una volta grazie a degli “yes man”, tutti i capilista bloccati delle circoscrizioni, cioè più della metà dei parlamentari, verranno ancora una volta nominati da poco più di un paio di segretari di partito.
Nell’antica Roma, ai tempi della Repubblica, il Senato aula-senato-italianoassieme al popolo, se vi ricordate, era la più importante e prestigiosa istituzione; tant’è che in ogni angolo della città eterna è facile trovare stampigliata a fuoco, ovunque, l’emblematica scritta in latino: Senatus Populusque Romanus. Ma anche oggi, il Presidente del Senato, dopo il Presidente della Repubblica, è la seconda carica dello Stato. Con una pasticciata riforma si sta, di fatto, cancellando la più importante istituzione del nostro Paese, per trasformarla in una sorta di parcheggio messo a disposizione delle regioni e di una decina di grossi comuni, per piazzarvi dentro un manipolo di sindaci e di rappresentanti dei consigli regionali che, così, potranno recarsi a Roma settimanalmente non si sa se in gita o per far qualcosa di serio.

È, inoltre, evidente a tutti ormai che una minoranza ben organizzata ce l’ha messa in saccoccia da tempo immemore.
E non è un caso che l’ultima grande inchiesta, con arresti e le doverose dimissioni del Ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi,  sia stata chiamata dai magistrati proprio “sistema”. Da questo momento in poi, dopo l’inchiesta “sistema”, quando molti nostri esponenti politici se ne usciranno ancora una volta con la famosa espressione che, per poter realizzare qualcosa bisogna fare “sistema”, ci sarà da stare preoccupati!

E’ chiaro, da sempre, che ai nostri sedicenti statisti poco importa se un’opera od un servizio pubblico serva o no, se crei disastri ambientali e se tutto quanto, in Italia, costi almeno il triplo rispetto al resto d’Europa. Si chiami pure TAV o TRIV, EXPO o MOSE, sia essa una banca, una società di assicurazioni, si tratti di beni confiscati alle mafie o di gestire i flussi di immigrati, tutto quanto è riconducibile al malaffare di una sorta di duopolio politico-economico, la cui religione ben conosciamo : “privato è bello, privato è meglio”. E fu così che abbiamo accumulato più di 2 mila e cento miliardi di euro di debito pubblico ed in più ci siamo giocati per sempre ogni forma di sovranità, non solo politica, ma anche monetaria!

In questa gigantesca opera dei pupi, i pupari riescono sempre a nascondersi bene! E, quando riusciamo a scoprirli, 1293670335_laips040042820101229ormai è troppo tardi, il danno, spesso colossale, è già fatto! Il mio più illustre concittadino, lo scrittore Leonardo Sciascia, quando fu eletto consigliere comunale a Palermo e poi parlamentare nazionale, nonché relatore della commissione d’inchiesta sul caso Moro, già negli anni ’70 ed ’80 del Novecento, non poté fare a meno di constatare che in Italia il potere è altrove. Il potere non viene esercitato dai consigli comunali o regionali e dal parlamento nazionale, in altri termini, dagli organi istituzionali più o meno democraticamente eletti e comunque espressione della volontà popolare.

Stiamo parlando di quelle pubbliche istituzioni che riescono, per la verità in maniera egregia, a delegittimarsi da sole con i loro comportamenti criminali. Tali Istituzioni, in uno Stato di diritto, in un sistema autenticamente democratico, dovrebbero avere il primato su tutto, sia nel governo del territorio che nel mettere a punto un sistema di regole, di leggi condivise da tutti o, per lo meno, dalla maggioranza dei cittadini italiani.

Ed invece cosa succede? Affiora sempre in superficie lo stesso sistema perverso e malato di sempre, tanto da farci temere che è difficile uscircene. Sembra non esserci più partita, con l’arbitro, nel nostro caso la Magistratura, costantemente costretto a fischiare falli di ogni genere, a comminare ammonizioni ed espulsioni a migliaia di appartenenti a quel ceto politico che ci dovrebbe rappresentare in tutto e per tutto, ma che ha invece coscienza e moralità ridotte a brandelli. Cosicché, a qualsiasi latitudine della nostra penisola, è sempre necessario un giudice pronto a sanzionare chi ruba montagne di soldi con le speculazioni finanziarie, con le grandi opere pubbliche (quelle che una volta chiamavamo cattedrali nel deserto) o lucra sulle calamità, sui disastri o i disagi ed i bisogni della gente, calpestando i diritti dei più deboli e rubando anche la speranza di giovani e meno giovani.

Partendo da una riflessione di Augusto Cavadi, pubblicata dal blog Sicilia più, stiamo prendendo lo spunto per tentare di svoltare a sinistra, per giocarci possibilmente, un’altra partita. Al centro del campo stavolta vorremmo piazzare, veramente, il piacere dell’onestà e l’affermazione di quella giustizia sociale che si concretizza con il soddisfacimento dei bisogni primari della gente.

Il tentativo estremo è quello di convincerci che bisogna estirpare, immediatamente, quei numerosi alberi della cuccagna che hanno prodotto un immenso debito pubblico che grava sulle nostre spalle, ma che è solo servito a far arricchire, a dismisura, affaristi e faccendieri di ogni genere. Sulle macerie di un malinteso ordine economico e sociale, da cancellare, da questo immenso letamaio in cui è ridotta l’Italia, piaccia o no, dovremo tirar fuori quel concime necessario a far crescere, una volta per tutte, quell’equità sociale, quelle pari opportunità che il renzismo ha volutamente dimenticato, per favorire le lobby confindustriali e dei banchieri.

Bisogna essere pronti a sostenere con forza, se necessario, anche un forte scontro politico e sociale, contro ogni forma di arretramento sul terreno dei diritti inalienabili: ci riferiamo alla tutela effettiva dei disoccupati e dei lavoratori, che non passa, e non può passare, attraverso la cancellazione dei diritti dei cittadini di questo nostro Stato.

L’ultima aberrazione riformistica renziana Matteo_Renzi_crop_newè, in ordine di tempo, l’ennesima aziendalizzazione, questa volta, della scuola pubblica: un uomo solo al comando, il Preside “padre-padrone”, libero di assumere e di licenziare i docenti a suo piacimento ed alla faccia della libertà dell’insegnamento. Anche questa è una mutazione genetica del concetto stesso di istruzione e formazione. Quella che Renzi chiama buona scuola è un ulteriore passo che porterà dritto alla mercificazione di un diritto ed alla mortificazione del valore e della dignità degli insegnanti delle scuole, di ogni ordine e grado.

In che modo inoltre la scuola, nel disegno di legge di Renzi, farà entrare dentro i privati? Diventerà anch’essa un’occasione per fare business per le solite orde di sedicenti imprenditori privati. Come se non bastassero i guai che hanno combinato con le loro devastanti incursioni in taluni strategici settori dell’economia e della società italiana.
Mi riferisco a banche, assicurazioni, acqua, energia, rifiuti, industrie petrolifere, siderurgia, trasporti e telecomunicazioni.

Chiediamo tanto, chiediamo troppo? Forse vogliamo partire da queste istanze di libertà, condivisione e partecipazione democratica, per costruire un nuovo mondo, con al centro il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali di tutti i cittadini, peraltro egregiamente sanciti dalla nostra Carta Costituzionale.

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