Ecco come (1)

Pubblicato: 17 marzo 2015 in Attualità
Tag:, ,

di Donato Didonna* 

C’era una domanda che mi tormentava da quando ero venuto in Sicilia, alla fine degli anni ‘70 (ebbene sì, mi riconoscono delle qualità, ma mi manca del tutto questa “perfezione”: sono Barese, Siciliano solo d’adozione): perché in un posto dove si potrebbe vivere bene, in termini sia civili che materiali, ci si rassegna, perlopiù, a sopravvivere? Perché un posto, naturalmente così bello e semmai abbellito da tante maestose vestigia di chi ci ha preceduto, viene − solo da qualche generazione, peraltro − così impunemente violentato?

860735_10200283454123230_517806592_oMentre cercavo risposte, mi ponevo altre domande e mi sembrava di trovare delle risposte alle precedenti, delle possibili soluzioni o vie d’uscita e ho cominciato quindi a scrivere, anche per non perdere idee e intuizioni.

È nato così un blog che ho intitolato “Sicilia Moderna”, con un sottotitolo volutamente e consapevolmente cattivo: “quando Dio creò la Sicilia, vide che era troppo bella… fece allora i siciliani”.

Una terra appartiene (moralmente) a chi la ama, non solo a chi vi è nato, magari per caso (o per sbaglio). Per questo, chi − come me − ama la Sicilia, perché l’ha scelta per viverci, ha il diritto di dire questo ed altro a chi, pur essendoci nato, la ama solo a parole, ma non nei fatti. E se questo genere di indigeno è pure permaloso, il piacere di dare pane al pane e vino al vino, diventa solo maggiore.

I Siciliani sono orgogliosi della loro intelligenza e ne ho conosciuti davvero tanti dotati di intelligenza non comune, ma un popolo veramente intelligente non si sarebbe mai ridotto in questo stato!

(…) Questa esperienza professionale e umana mi ha portato a fissare una regola di vita cui cerco di essere coerente: chi ha la capacità di capire, ha poi la responsabilità di agire. Credo infatti che, così come le grandi imprese avvertono ormai da tempo l’esigenza di attuare secondo la c.d. responsabilità sociale dell’impresa, anche il professionista, il dirigente, la singola partita IVA debba agire in modo socialmente responsabile.

Se si è capaci di capire un problema, immaginare delle soluzioni e poi non ci si sporca le mani tentando di fare qualcosa di positivo nel proprio piccolo, a livello − ovviamente − ultra familiare, si diventa complici, per omertà od omissioni, dello stato penoso in cui versa una società quale quella siciliana. Il futuro rubato ai ragazzi, le risorse sprecate e le opportunità perse sono responsabilità di quegli adulti che neanche ci provano a cambiare qualcosa, con l’alibi mentale che nulla può cambiare.

Per cambiare qualcosa in Sicilia, possibilmente in meglio, credo ormai più alla somma di azioni socialmente responsabili di singoli cittadini. Ho completamente perso la fiducia nei partiti tradizionali, impegnati  come sono a “costruire il consenso” per perpetuare posizioni di potere personale e, molto spesso, di squallido affarismo. I singoli politici bravi ed onesti, da soli, non bastano più, specie con l’attuale legge elettorale.

I contenuti di questo libretto che riprende contributi già pubblicati negli anni scorsi sul blog palermitano Rosalio, non sono rivolti ai pubblici amministratori, ai politici. Anch’io, ingenuamente, pensavo che i politici cercassero buone idee, magari suggerite da cittadini attivi. I politici di professione le idee ce le hanno già chiarissime: il problema è che, quasi sempre, al di là della retorica, le loro idee più radicate e inconfessabili non coincidono con la visione di bene comune espressa da dei cittadini consapevoli e responsabili.

E mentre mi cadevano in picchiata le quotazioni dei politici, salivano quelle della generazione dei “circa trentenni”. Anche qui, non voglio generalizzare, dico solo, sulla base della mia esperienza, che ho trovato in questa generazione un fermento nuovo su cui investire.

Chi, come me, è nato nel dopoguerra da genitori che hanno vissuto l’ultimo conflitto mondiale, ha avuto per anni −  fino ai primi anni ’90 − un’impressione netta, una certezza: al momento di stappare lo spumante, si sapeva che l’anno che stava arrivando, sarebbe stato migliore di quello che stava finendo. Questa certezza, probabilmente, è stata diseducativa perché non ha abituato al ridimensionamento generale del tenore di vita, che poi abbiamo conosciuto sin da quando Gianni Agnelli, “ultimo re d’Italia”, profetizzò: “la festa è finita”. Da allora, infatti, le cose a livello politico, sociale ed economico, sono andate costantemente peggiorando, con la complicità di una malintesa globalizzazione, dell’introduzione dell’euro in assenza di controlli, ecc. Una pacchia solo per le grandi banche, le imprese delocalizzate e i grandi studi legali. Il fatto che tutto ciò sia coinciso con l’epopea berlusconiana, è puramente casuale, così come si scriverebbe (in caratteri minuscoli) in coda ad un film. Altri, legittimamente, ritengono invece che ci sia stato un rilevante nesso di causalità…

Ma torniamo ai circa trentenni. Chi è nato invece a cavallo degli anni ’80 è cresciuto in un ambiente psicologico esattamente opposto: l’anno che verrà sarà, molto probabilmente, peggiore di quello appena trascorso.

Quando ho cominciato a scrivere della Sicilia che volevo e che non c’era, mi è sembrato giusto, non solo dire in termini critici, fuori dai denti, ciò che pensavo di tante storture ed ingiustizie, ma anche proporre delle soluzioni e, fatto più unico che raro in un una regione di grandi analisti e di imbattibili suggeritori di ciò che gli “altri” dovrebbero fare, unire teoria e pratica in prima persona, realizzando delle iniziative, magari piccole, ma coerenti con ciò che andavo scrivendo.

È a questo punto che sono stato raggiunto da questi ragazzi attraverso la rete: mi hanno detto che preferivano cimentarsi su queste idee piuttosto che cogliere o cercare altre opportunità professionali che pure avevano. Ho capito così che la mia generazione poteva giocare una carta importante: c’erano i presupposti per un’alleanza intergenerazionale per creare imprese nuove, coerenti con una diversa visione della Sicilia e con un diverso modo di intendere le responsabilità sociali, economiche, ambientali, culturali e civili. Ed è stato così che, dopo aver speso una vita al servizio del capitalismo, mi sono ritrovato a costituire e presiedere una cooperativa di lavoro; a passare dalla finanza “creativa” ai prodotti naturali dell’orto distribuiti in chiave moderna; a finanziare privatamente il restauro e la riapertura della torre della piazza di Mondello e ad immaginare altre avventure nel campo della finanza etica, del turismo relazionale, delle energie rinnovabili, ecc.

(continua)

Aggiornamento dell’autore: il risultato più interessante di queste idee è stato l’aver contribuito, come cofondatore, alla nascita della Fondazione Siciliana per la Venture Philanthropy nel 2013.

*blogger che dal 2004 scrive della Sicilia. Nel 2010 pensò di riordinare quanto andava scrivendo in un libretto liberamente scaricabile in rete e pubblicato in proprio: “Ecco come. Cambiare la Sicilia in dieci mosse”. Ne riproponiamo i passi più significativi per la loro attualità.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...