“La Sicilia chieda i danni a Cosa Nostra”. La grande battaglia che i politici non vogliono combattere

Pubblicato: 6 marzo 2015 in Attualità
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di Antonella Sferrazza

La Sicilia, e questo è noto, è sull’orlo del baratro: disoccupazione da record, una Regione vicinissima al default (ha un buco di almeno cinque miliardi di euro), una classe politica incapace o non interessata ad un reale cambiamento, un Governo nazionale ostile che si appropria delle risorse dei Siciliani, che impone tasse e tagli e che chiede sempre di più per fare quadrare i suoi conti e quelli di Angela Merkel.

Ma, davvero non ci sono soluzioni per dare una boccata d’ossigeno alla nostra Isola?

Le soluzioni, in verità, ci sarebbero. Peccato che non rientrino tra le priorità di chi ci governa. Per cominciare, ad esempio, basterebbe esigere l’applicazione delle norme finanziarie dello Statuto Siciliano, l’articolo 37, ad esempio, secondo cui le imprese che producono nell’Isola, ma che hanno sede legale fuori, devono pagare qui le imposte.

Si tratterebbe, però, di scontentare il Governo nazionale che incassa indisturbato (e in violazione della Costituzione, di cui lo Statuto è parte) soldi che spetterebbero ai Siciliani (secondo le stime si tratta di almeno 7 miliardi di euro all’anno). Questo presupporrebbe una classe politica davvero al servizio del territorio. Cosa che, dai tempi di Piersanti Mattarella e Pio La Torre, è diventata una rarità.

Non solo Statuto. Ci sono anche proposte che arrivano dalla società civile e che la classe politica siciliana, per i motivi di cui sopra, ignora altrettanto sonoramente.860735_10200283454123230_517806592_o

Come quella di Donato Didonna, imprenditore pugliese trapiantato a Palermo, che lancia una idea semplice e, al contempo, rivoluzionaria: “La Regione siciliana dovrebbe chiedere i danni morali, di immagine ed economici contro appartenenti e favoreggiatori di Cosa nostra condannati in via definitiva”.

Una proposta che avrebbe voluto esporre alla Leopolda siciliana, la kermesse dei renziani andata in scena a Palermo lo scorso weekend. Ma dallo staff di Davide Faraone, il luogotenente del Premier in Sicilia, è arrivato un ‘niet’.

“Doveva essere un evento aperto al contributo della società civile, ma evidentemente così non è stato. In fondo lo sappiamo, i politici non sono in cerca di nuovo idee. Hanno le loro…”: commenta sarcastico Didonna.

Ma in cosa consiste esattamente la proposta di chiedere i danni alla mafia?

“La vera vittima della mafia è la Sicilia. E questa è una verità inconfutabile. Mi riferisco, innanzitutto, ai danni derivanti dal ritardato sviluppo economico, quantificato in miliardi da centri di ricerca come il Censis, al danno d’immagine per cui – persino nei cartoni animati – l’accento del malavitoso è immancabilmente siciliano e al danno morale di aver perso prematuramente e violentemente i figli migliori di questa terra. Da Piersanti Mattarella a Paolo Borsellino, per citare due nomi. Nessuno potrà ridarceli”.

Come le è venuta questa idea?

“È una idea che mi è venuta nel 2005, scrivendo per un quotidiano economico (MfSicilia) che descriveva la Sicilia come una potenziale California d’Europa. Idea che ho rilanciato nel 2007, quando Ninetta Bagarella, moglie di Totò Riina, si sentì “offesa” da una fiction (Il capo dei capi) e chiese addirittura i danni. In quel momento, nonostante la stampa diffondesse la notizia senza battere ciglio, mi sono sentito assalito dalla rabbia. Insieme con Stefania (Petyx, inviata di Striscia la Notizia, ndr) ci siamo catapultati a Corleone. Ne nacque un servizio accorato in cui Stefania ricordava che gli unici autorizzati a chiedere un risarcimento, sono i Siciliani”. 

Come si dovrebbe procedere?

“La Regione dovrebbe chiedere al Governo nazionale di promuovere una legge che le consentisse di avviare una autonoma causa civile, non penale, nei confronti dei condannati. E proprio perchè si rivendicherebbe un danno enorme, verrebbero aggrediti non solo i beni frutto di attività illecite, ma anche quelli leciti: sarebbe il piu radicale disincentivo all’associazione mafiosa”.

Ad esempio?

“I soli sequestri e confische a carico dei prestanome del latitante Matteo Messina Denaro, nel settore delle energie alternative e della grande distribuzione, vengono valutati in oltre un miliardo di euro. A questi potrebbe aggiungersi il “tesoro” di Vito Ciancimino, ancora da identificare, quelli gestiti dal “cassiere” Vito Palazzolo per conto dei vari boss e quelli dei politici collusi”.

Ma come si possono rintracciare i beni appartenenti ai boss?

“Ovviamente, si comincerebbe dall’Agenzia nazionale dei Beni Confiscati. La Regione dovrebbe avere il diritto di rivalersi sui beni già confiscati che confluiscono in questo ente, in virtù del fatto che per metà sono proprio in Sicilia. L’ultima cosa che oggi ci serve è una nuova “manomorta” che, dietro il paravento della lotta alla mafia, alimenti nuove rendite parassitarie. La parte liquida dei beni confiscati confluisce, invece, nel Fondo di Giustizia: anche in questo caso somme di denaro e altri valori attribuiti ad affiliati e fiancheggiatori di Cosa Nostra, condannati in via definitiva, verrebbero accreditati alla tesoreria della Regione”.

E poi?

“Per rendere più efficace il ritrovamento, soprattutto all’estero, di beni da aggredire, la Regione dovrebbe avvalersi delle stesse professionalità che il Commissario nominato dal Governo nazionale (Enrico Bondi, ndr) assoldò nella vicenda Parmalat e che potrebbero assisterla anche per definire la più efficace strategia di recupero. L’agenzia Kroll aiutò il Regno del Kuwait a recuperare i capitali trafugati da Saddam Hussein nei paradisi fiscali e a svelare gli investimenti di altri dittatori e grandi criminali”.

Ma come mai la politica non ha fatto sua questa idea?

“Ripeto, i politici non sono in cerca di idee. Le mie le ho esposte a tanti di loro ed in modo trasversale. Anche attraverso petizioni che hanno firmato, salvo poi dimenticarsene”.

Eh già! D’altronde, affrancare i Siciliani dallo stato di necessità significherebbe la fine delle clientele. Non solo. Una legge del genere, ancora una volta, scontenterebbe il Governo nazionale, che non potrebbe più mettere le proprie grinfie sui beni confiscati in Sicilia.

E i politici siciliani, questo “torto”, ai padroni romani, non sono disposti a farlo. Almeno, fino ad ora, nessuno se ne è fatto carico.

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