Archivio per marzo, 2015

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“No all’Imu sui terreni agricoli”. Oltre mille imprenditori della terra provenienti da tutte le province dell’Isola hanno partecipato stamani al sit in organizzato da Agrinsieme, il coordinamento che rappresenta le aziende e le cooperative aderenti a Cia, Confagricoltura ed Alleanza delle cooperative. Alla base della mobilitazione la volontà di portare all’attenzione del mondo politico e dell’opinione pubblica “il ruolo, non solo economico, che l’agricoltura e l’agroalimentare riveste nel contesto sociale ed occupazionale sia regionale che nazionale”, si legge in una nota. Per l’8 aprile prossimo è stato convocato un tavolo tecnico presso l’assessorato all’Agricoltura per fare il punto della situazione e definire tutti gli altri punti della piattaforma: accesso al credito, avvio del nuovo Psr e abbattimento dei costi di produzione.

“Un settore che nel corso del 2014 è andato incontro ad una serie di aggravi di ordine fiscale − scrivono gli organizzatori − pari ad oltre 760 milioni di euro. La parte più rilevante ha riguardato l’Imu sui terreni agricoli con circa 350 milioni di euro e l’Imu/Tasi sui fabbricati rurali per 150 milioni di euro. Per quanto riguarda l’applicazione dell’Imu, ai sensi del Decreto legge numero 4 del 24 gennaio 2015, recentemente convertito dal Parlamento nazionale, la Sicilia è la regione che rischia di subire le conseguenze peggiori, essendo venuti meno tutta una serie di Comuni precedentemente considerati come svantaggiati e quindi esentati dall’imposta”.

Una tassazione – si legge nel documento presentato da una delegazione di Agrinsieme Sicilia al Presidente della Regione Rosario Crocetta – che non tiene conto degli indici economici che descrivono l’Isola come una delle realtà più svantaggiate dell’Unione Europea, al punto da farla rientrare nel cosiddetto ‘Obiettivo 1’. Non è stato poi considerato l’altro grave handicap della Regione, ovvero quello dell’insularità per cui sono previsti, sempre a livello comunitario, dei meccanismi di compensazione economica. Il paradosso – si legge ancora nel documento di Agrinsieme – è che alcune zone produttive del Paese, ad altissimo valore aggiunto, sono state esentate dal pagamento dell’imposta, mentre in Sicilia sono raddoppiati i Comuni assoggettati al balzello fiscale sostitutivo dell’Ici“.

Gli impegni del governo

Come prima iniziativa è stata inoltrata una richiesta urgente di incontro al Ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, chiedendo anche il coinvolgimento del responsabile dell’Economia Pier Carlo Padoan. Contemporaneamente, agli uffici legali della Regione è stato attribuito il compito di approfondire la materia ed individuare eventuali spiragli di incostituzionalità per impugnare la norma recentemente approvata dal Parlamento nazionale. “Come segnale concreto di solidarietà alla categoria − scrivono ancora −, il Presidente Crocetta si è poi dichiarato disponibile ad inserire nella nuova manovra finanziaria, in via di approvazione da parte dell’Assemblea Regionale, alcuni correttivi in materia di credito, in particolare quello destinato alla formazione delle scorte”.

Il video del Giornale di Sicilia sulla manifestazione di Agrinsieme    

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di Rossella Tramontano

La macchina organizzativa è partita: venerdì 27 Marzo, a Palazzo delle Aquile è stata presentata ufficialmente la prima regata Palermo-Bizerte che si terrà l’1 Agosto, organizzata dai Circoli Velici Riuniti di Palermo in collaborazione con la Marina di Biserta, sotto l’egida del Comune di Palermo e del Consolato della Tunisia.

L’idea di un evento velico nasce dalla voglia di realizzare un ponte immaginario che unisca i due paesi rivieraschi del bacino del Mediterraneo, affinché il mare che separa la Sicilia dalla Tunisia sia in realtà occasione di vicinanza, contaminazione, confronto e sviluppo.

Numerose saranno le attività culturali e sociali collaterali messe in campo sia a Palermo che a Biserta. Il che renderà attraente la manifestazione sia per i regatanti più competitivi che per gli equipaggi di croceristi che desiderano unire l’attività sportiva con quella vacanziera, magari portando con sé le famiglie o facendosi raggiungere dalle stesse.

Tra i partecipanti ci sarà un’imbarcazione dell’Ersu (Ente Regionale per il diritto allo studio universitario), che gareggerà con un equipaggio di giovani universitari ed Azimut – Città di Palermo, il Jeanneau Sun Fizz 40 confiscato e affidato alla Lega Navale Italiana che, da mezzo usato per la tratta di esseri umani, riprenderà il mare in direzione opposta con un equipaggio della Sezione Palermo Centro, come simbolo di legalità e portatore di un messaggio di solidarietà, di integrazione e di pace, sotto il guidone del Comune di Palermo.

Per fugare ogni perplessità in merito agli spiacevoli fatti di cronaca recentemente occorsi, le Autorità Tunisine hanno garantito la massima sicurezza, interessando la Guardia Costiera Tunisina, che accompagnerà la flotta sia in entrata che in uscita dalle acque territoriali tunisine. La Marina garantisce un sistema di sorveglianza 24h/24 e l’accesso sarà impedito ai non accreditati alla manifestazione. Quanto alle formalità d’ingresso, per i regatanti iscritti nelle liste equipaggio sarà sufficiente esibire la carta di identità e non il passaporto.

Tutte le informazioni saranno diffuse attraverso il sito www.velapalermo.it, dove sarà possibile scaricare il Bando di Regata ed iscriversi on-line.

“In un contesto, quello dell’agricoltura del Mezzogiorno, segnato dalla crisi, da storici ritardi e da distorsioni che stanno compromettendo la sopravvivenza di migliaia di imprese, l’avvenuta approvazione della L. 34 del 24 marzo 2015 di conversione del D.L. 4 del 24 gennaio 2015 sull’IMU agricola, aggrava una situazione già insostenibile e trasferisce su campagne e territori le ambiguità di disposizioni che più che da una strategia di sviluppo, sono dettate da logiche ragionieristiche”. Lo ha affermato il Vicepresidente nazionale di Avviso Pubblico, Piero Gurrieri, Gurrieri-Pieroche, nell’esprimere solidarietà ai produttori che sotto la sigla unitaria “Agrinsieme” si sono mobilitati in Sicilia, ha continuato: “Occorre che a livello centrale si presti attenzione alle istanze delle associazioni agricole, condivise da Sindaci e ANCI. Più che a come ampliarne la dimensione della tassazione, sarebbe opportuno concentrarsi, nel quadro di una politica di sostegno serio al comparto e di revisione della fiscalità agricola, sulla soppressione dell’IMU sugli immobili strumentali condotti da piccole e medie imprese”. Gurrieri ha infine auspicato che, “interpretando la protesta delle comunità locali, il Governo della Regione metta in campo tutte le iniziative, anche giurisdizionali, dirette a neutralizzare l’applicazione di norme incomprensibili”.

Tratto da Informa7news

di Donato Didonna

La penosa situazione in cui versa il territorio − specie urbano − siciliano, è sorta e si è sviluppata tutta negli ultimi decenni di attività edilizia dissennata. L’edilizia, fino al dopoguerra, quindi persino quella ispirata al razionalismo fascista, era caratterizzata comunque da un senso estetico, era frutto di un disegno progettuale dignitoso: cosa sarà successo nella mente di amministratori pubblici, architetti, urbanisti e ingegneri del “sacco” di Palermo, di Agrigento, ecc.? Chi ha dato loro una laurea? Come ha fatto un territorio naturalmente “bello” ad essere reso “brutto” da troppe ed infelici realizzazioni di professionisti siciliani, non piemontesi? Chi ha autorizzato folli volumetrie e quartieri senza un decente disegno urbanistico o adeguati servizi?

Se il territorio deve diventare una risorsa, non è più tollerabile un 860735_10200283454123230_517806592_osuo uso così anarcoide come avvenuto sinora. Il brutto non attira nessuno mentre abbrutisce la vita di chi ci vive. Città, coste, centri storici, paesaggi marini e rurali vanno riconsiderati e devono diventare un’opportunità per un’attività edilizia di riconversione, riuso, ma anche di abbattimento sic et simpliciter da sprigionare, inizialmente a macchia di leopardo, sotto una regia intelligente di urbanisti −siciliani e non − degni del loro titolo accademico e fidando nella competizione virtuosa cui il bello induce quando non è sopraffatto dal brutto.

Immagino un poderoso intervento di pianificazione condotto pubblicamente, in modo condiviso e trasparente attraverso internet, con risorse finanziarie pubbliche (si pensi ai costi per gli espropri per pubblica utilità o per le infrastrutture) attinte a quello che considero il vero “tesoro siciliano”: l’aggressione, in Italia e all’estero, dei patrimoni di “Cosa nostra”[1].

Grazie ad un’opportuna e pragmatica riforma della legge Rognoni-La Torre (e succ. modif.), si dovrebbe prendere atto di una situazione incontestabile: la Sicilia deve il suo ritardato sviluppo economico al condizionamento della criminalità organizzata. Quanto è costato questo ritardo? I Siciliani, come comunità politica, potrebbero perciò vantare un credito al risarcimento di questo danno, aggredendo – in Italia come all’estero – i patrimoni di coloro (affiliati a Cosa Nostra) che lo hanno causato? Perché no?

Si dovrebbe adottare, dicevo, un approccio più pragmatico, in una riforma della citata legge, finalizzato alla definizione di una strategia meno burocratica e più efficace nella lotta tra economia legale e illegale, che porti ad incrementare considerevolmente la confisca di beni di provenienza mafiosa, ovunque nel mondo, non solo in Sicilia o in Italia!

Tale strategia, potrebbe ispirarsi ad un fatto storico e ad uno di cronaca: i Piemontesi per finanziare l’unità d’Italia confiscarono nel 1867 i beni ecclesiastici; il Commissario Straordinario della Parmalat, Enrico Bondi, ha utilizzato la società di investigazioni statunitense Kroll per cercare il “tesoro” dei Tanzi. La strategia dovrebbe, quindi, essere incentrata sui seguenti punti:

  1. utilizzo di risorse esterne all’apparato dello Stato, pagate solo a risultato utile, per il lavoro di intelligence nell’asset search (la citata Kroll ha individuato con successo, pur dietro paraventi, il “tesoro” di Saddam Hussein, quello dei coniugi Marcos, quello del dittatore di Haiti, Duvalier, ecc.);
  2. costituzione di un pool di magistrati specializzati − e capaci di cooperazione giudiziaria internazionale − che si occupi di verificare, con le garanzie del caso, le prove addotte dal lavoro di intelligence sulla riconducibilità di beni (società, terreni, attività finanziarie, ecc.) a prestanome di criminali mafiosi, sia in Sicilia che in Italia e all’estero;
  3. costituzione di uno speciale “Fondo di Gestione” di tali patrimoni sequestrati e poi confiscati, affidato a istituzioni internazionali difficilmente condizionabili (es. grandi banche internazionali);
  4. creazione di un “Programma ventennale di riconversione della Sicilia”, alimentato dal suddetto fondo, che finanzierebbe interventi sul territorio (città, coste, ecc.) coerenti con progetti di architetti e urbanisti di prestigio internazionale;
  5. la Regione Siciliana, in base alla stessa legge, potrebbe vedersi anticipare le disponibilità di tale programma con le tipiche tecniche finanziarie che attualizzano flussi futuri: potrebbe valutare, anche prudentemente, il credito al risarcimento del danno che, come soggetto politico con propria popolazione e territorio, vanterebbe nei confronti di coloro che, con la loro condotta criminale, hanno determinato il mancato sviluppo economico e la violenta speculazione sul territorio e, successivamente, cedere al mercato finanziario questo credito − con tanto di rating delle istituzioni finanziarie − attraverso un’operazione di cartolarizzazione.

Basti pensare agli immensi proventi del solo traffico di droga per rendersi conto che, pur essendoci da pagare gli spacciatori, gli avvocati difensori, le famiglie dei detenuti, i “picciotti”, restano sicuramente alla criminalità un mare di soldi da reinvestire nell’economia legale in Sicilia, in Italia e all’estero.

Il costo del ponte sullo stretto (5-6 miliardi di euro), da molti inteso come una infrastruttura che potrebbe rappresentare il volano di una ripresa economica, potrebbe rappresentare semplicemente l’unità di misura di questa operazione paragonabile, nella nostra storia, solo alla confisca dei beni ecclesiastici operata dal Regno d’Italia (1867). Qualche anno fa un’indagine ha svelato come esponenti della mafia siculo-canadese pensassero di mettere le mani sul grande affare del ponte, addirittura proponendosi come finanziatori!

La confisca dei beni ecclesiastici risolse un problema della storia moderna. Analogamente, oggi, l’attacco militare e senza riguardi ai patrimoni della mafia ne risolverebbe un altro. La storia la scrive sempre chi vince. E la mafia, di pagine tragiche di storia, ne ha scritte fin troppe!

Certo, uno Stato che, come avvenuto in questi anni, continui a considerare “carcere duro” il regime in cui un boss condannato in via definitiva invia “pizzini” attraverso la biancheria affidata ai familiari o che consenta che poliziotti di elevata professionalità, quali quelli che maneggiano le sofisticate apparecchiature di intercettazione ambientale, riuscendo persino ad introdursi furtivamente nelle abitazioni di boss, svendano poi per un “piatto di lenticchie” informazioni riservate, perché remunerati con uno stipendio da fame, più che incutere timore, questo Stato, darà sempre e solo la certezza che non prevarrà mai sul crimine organizzato. E quanti, per cultura o istinto servile, fiutano da che parte stia il più forte, non avranno dubbi sul santo da… votare o a cui votarsi.

La lotta ai patrimoni di illecita provenienza deve anche costituire un’opportunità per i territori in cui il riciclaggio viene consumato, incentivando in tal modo la massima cooperazione internazionale. Ricordo che anni fa nella Costa del Sol le autorità spagnole hanno arrestato tre notai e sette avvocati indiziati di riciclaggio per 250 milioni di euro. Se un villaggio turistico in Spagna o in Croazia del valore di 100 è riconducibile a prestanomi della mafia, nella vendita successiva alla confisca non sarà necessario pretendere 100, ma sarà sufficiente incassare anche 50-60 (il sistema bancario cede a valori inferiori i crediti “problematici” con le relative garanzie reali o personali), consentendo così ad un esponente dell’economia legale locale, verificato con le dovute attenzioni e garanzie, di concludere un buon affare. Tale incentivo favorirebbe la cooperazione politico-giudiziaria internazionale, poiché nessuno Stato moderno può avere un lungimirante interesse a favorire il riciclaggio.

Il precedente procuratore nazionale antimafia, Pier Luigi Vigna, ha affermato che il fatturato della criminalità organizzata in Italia ammonta a oltre cento miliardi di euro l’anno. La forza di questo denaro, in uno scenario economico debole, diviene ancora più dirompente, potendo eliminare dal mercato qualunque concorrente dell’economia legale.

Per confermarvi che non parlo di fantascienza, ma di obiettivi possibili, Petyx-e-bassottosolo volendo, vi racconto una storia vera. Una storia a lieto fine e, per certi versi, molto istruttiva. Poco più di due anni fa, la fiction TV Il capo dei capi” portò la signora Ninetta Bagarella, moglie di Totò Riina, a pensare di poter pretendere il risarcimento per presunti danni d’immagine causati dalla fiction. Sembrava una richiesta paradossale, eppure la stampa la riportava senza alcun particolare commento critico, né indignazione. In un servizio del TG satirico “Striscia la notizia”, divenuto poi celebre, l’inviata Stefania Petyx pensò di andare a puntualizzare direttamente alla signora Bagarella che, se c’era una rivendicazione di danni d’immagine, questa semmai apparteneva di diritto al popolo siciliano che, a causa della presenza della criminalità organizzata, aveva perso non solo l’immagine, ma anche un adeguato sviluppo economico, oltre che i suoi migliori figli, uccisi vigliaccamente.

Un gruppo di ragazzi (questi circa trentenni di cui vi dicevo) palermitani senza bandiere politiche, prese alla lettera questa rivendicazione e promosse su internet una raccolta di firme con la petizione “Chiediamo i danni a Cosa Nostra”. Le firme raccolte sono state più di 18.000 provenienti da ogni parte d’Italia. Come se non bastasse, alcuni di questi ragazzi si sono recati, per giorni, all’ingresso dell’ARS a raccogliere le firme dei nostri deputati regionali disponibili a sottoscrivere una norma in merito.

E questi sono i tangibili risultati portati a casa a poco meno di un anno dall’inizio della raccolta delle firme:

Primo risultato: nel gennaio 2008, con un emendamento alla Legge Finanziaria Regionale 2008 (L.R. 6.2.2008, n. 1, in Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana del 8.2.2008), è stato introdotto il seguente articolo:

ARTICOLO 18

Costituzione parte civile

«Fermo restando il diritto della Regione Siciliana e degli enti di cui all’articolo 1 della legge regionale 10/1991 di costituirsi parte civile nei confronti di qualunque cittadino imputato di reati connessi all’associazione mafiosa, è fatto obbligo alle amministrazioni di cui sopra di promuovere azioni civili di risarcimento di danni quando sia intervenuta sentenza penale di condanna passata in giudicato, riguardanti pubblici amministratori o dipendenti delle amministrazioni medesime».

In concomitanza con la legge finanziaria regionale, era stata presentata anche una articolata mozione che recepiva lo spirito della petizione per i casi diversi da quelli dei pubblici amministratori o dei burocrati, ma le dimissioni del presidente Cuffaro rimandarono il tutto alla successiva legislatura.

Secondo risultato: finalmente, alla fine dello stesso anno, è stato inserito il seguente articolo nella nuova Legge regionale antimafia (L. R. n. 15 del 20.11.2008: “Misure di contrasto alla criminalità organizzata”, in Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana del 24.11.2008, n. 54).

ARTICOLO 4

Costituzione di parte civile della Regione

«È fatto obbligo alla Regione di costituirsi parte civile in tutti i processi di mafia per fatti verificatisi nel proprio territorio».

Per la cronaca, il “pacchetto sicurezza” varato dal governo Berlusconi ha pensato bene, nella totale distrazione dei parlamentari siciliani mentre si parlava di federalismo fiscale, di riservare tali risorse in capo ad Equitalia. Un Ente locale che si costituisse parte civile contro criminali di “Cosa Nostra” potrà avanzare la sua rivendicazione “morale”, avrà diritto al rimborso delle spese legali, ma i soldi del risarcimento danni andranno al Governo nazionale. Dopo il danno, quindi, la beffa!

Quali lezioni possiamo comunque trarre da questa vicenda? Che la democrazia non è solo delega, ma è anche partecipazione: la petizione invocava un intervento del Parlamento nazionale che costringesse quello regionale a costituirsi obbligatoriamente parte civile nei processi di mafia, mentre è bastato mostrare le proprie facce (e anche qualche telecamera!) perché l’Assemblea Regionale si muovesse autonomamente e in modo assolutamente bipartisan.

Ma torniamo, dopo quest’ampia parentesi, al tema principale. Il territorio siciliano, per competere con la campagna toscana o il mare della Sardegna, così come potenzialmente potrebbe, richiederebbe che ne venisse ripensato l’attuale uso esclusivamente “interno”, con un diverso utilizzo delle “seconde case” che infestano ormai ininterrottamente specialmente le sue coste, mentre sono economicamente sottoutilizzate dai proprietari (normalmente, per non più di 6 settimane all’anno).

L’alternativa “politica” da proporre dovrebbe essere: vuoi una casa di villeggiatura ad uso esclusivo? Pagherai adeguate tasse per l’uso che fai anche del paesaggio. Vuoi invece metterla a reddito, dotandola di ulteriori servizi a vantaggio di una economia turistica diffusa? Riceverai adeguati incentivi economici e fiscali sulla falsariga di quelli previsti per i “paesi albergo”.

Nelle grandi città come Palermo, invece, non vedrei male la soluzione di diluire in altezza la densità abitativa sostituendo, nelle zone residenziali prive di spazi urbani e di adeguati servizi, gli attuali palazzoni con grattacieli anche di 60 piani e più. Avremmo, dalle parti di viale Strasburgo, una skyline da downtown, ma avremmo recuperato valore immobiliare, tale da consentire la permuta di appartamenti, negozi e uffici di interi isolati e di remunerare il costruttore, con il vantaggio sociale di un migliore equilibrio estetico ed urbanistico.

Lascio infine all’immaginazione di ciascun lettore il ritorno occupazionale, professionale e di immagine di quanto sin qui detto.

(continua)

[1] Ho pubblicato questi stessi contenuti in un articolo apparso sulle pagine regionali di MF il 30.3.2005.

I cromatismi d'alta moda di Valentina Magro di Vagro
Sfilano abiti di carta, gioielli e occhiali di plastica riciclata su musica rock dal vivo

Di Milvia Averna                                Musica dal vivo, falcata coreografica abiti di plastica e cartone, “Unconventional FashionShow” sarà una  sfilata originale e divertente e inizierà alle 20:30 di sabato 28 marzo, alle Officine Baronali di via Villa Rosato, a Palermo. Un’antica corte per uno spettacolo nello stile newyorchese di Victoria’s Secret, con stilisti che hanno fatto dell’originalità la propria bandiera e il rock vintage della band rivelazione “Jack & The Starlighters“, con un album inedito, e gli assolo di Marco Misia, giovanissimo talento con la passione per la chitarra elettrica, al suo debutto. Un’idea del creativo Ezio Indorato, di Stefano Scalia, amministratore della Fashion in Italy Communication e dei fotografi della Pictures Life Gaspare Mistretta e Silvio Maltese. Ingresso con apericena e dj set 12 euro e il ricavato finanzierà altri giovani siciliani nelle prossime produzioni del gruppo.

Tra i nuovi talenti presenti Luca Calvagno, farmacista catanese, esperto di Ottica, creatore di Switchon, una linea di occhiali moderna e colorata, costruita con bottiglie e tappi di plastica riciclata, che piace ai vip come Francesco Facchinetti Francesco Facchinetti indossa occhiali Switchon di tappi di plastica riciclatie ai giocatori del Palermo calcio. Accanto a lui, Simone Perricone, di Villafranca Sicula, che con il marchio Sps, crea abiti che sono sculture di arte contemporanea, realizzati con cinture di sicurezza delle auto, tasti di computer, cartine di alluminio di pacchetti di sigarette e, ancora, cartoni di uova, carta da parati e zanzariere. “Unconventional Fashion Show”, presentato da Alessandra Mancuso, ospiterà anche Salvatore Martorana, 23 anni di Santa Flavia, dell’Accademia di Belle Arti di Palermo e fondatore con Simone Bartolotta, del marchio fashion ecosostenibile Esse Artistic designers. Fusion è la loro collezione di abiti in plastica fusa e Persefone, del 2015, alterna romantico e fiabesco al nero metallo.

Collana di bottiglie d plastica riciclata di Siria Eco DesignDell’Accademia di Palermo è anche Valentina Magro, stilista di Vagro, che con Rainbow collection fa alta moda d’audace ricerca cromatica. È rock chic, invece, la linea ispirata a Ettore De Maria Bergler, pittore Liberty. Tra gli “unconventional” i bijou di Siria Ecodesign, di Nunzia Ogliormino, nati dai sacchetti della spesa, dai tubi e dalle reti da giardino e dai sacchi di juta del caffè. Chiudono i giovani dell’Accademia del Lusso di Palermo Marta Cuccio, Davorin Cameron, Gemma Lo Bianco, Noemi Tabascio. Le modelle truccate dalla giovane make up artist palermitana Martina Costanzo.

Debora Serracchiani

di Tommaso Ciriaco

«Una premessa: faremo pulizia e chiarezza. Senza ambiguità di fronte agli elettori». Il vicesegretario del Pd, Debora Serracchiani, non si nasconde di fronte ai troppi incidenti di percorso di questa tornata di primarie dem.

Pulizia e chiarezza, dice. Eppure sempre più spesso vincono indagati, oppure berlusconiani.

«Una lettura inaccettabile. Parliamo di pochi casi, di fronte a migliaia di primarie. Ciò detto, dove c’è un problema lo affrontiamo. Senza tentennamenti ».

E affrontiamoli, allora. Partiamo da Agrigento, dove ha vinto un berlusconiano.

«Abbiamo chiesto al segretario regionale di annullare le primarie e cercare una nuova candidatura».

Uno schema che si ripete. C’è una falla nel sistema?

«Guardi, noi lavoriamo in modo puntiglioso. Siamo in costante contatto con i territori. Le primarie sono state il grimaldello per rinnovare il partito. Certo, sono possibili aggiustamenti. Penso al tentativo di dar vita all’albo degli elettori. E poi è necessario anche allineare il codice etico alle normative successive: penso alla Severino».

Quindi al caso De Luca, altro nodo per il Pd.

«In base al codice non aggiornato, come dicevo, De Luca può candidarsi alle primarie».

Ma rischia di non poter guidare la Regione. Un errore?

«Abbiamo provato, senza esito, a scegliere un candidato unitario senza le primarie. Hanno votato 140 mila persone, che conoscevano la condizione di De Luca. Rispetto l’esito del voto, anche se è evidente che siamo in difficoltà su una legge che non cambieremo, ma che ha dato problemi di attuazione».

Passiamo al caso Enna: Crisafulli, escluso dalle liste delle Politiche, vuole correre alle primarie comunali.

«Ritengo inopportuna la sua candidatura e spero che decida di non presentarsi».

Spostiamoci in Liguria. Brogli e ora anche la scissione.

«Lì le primarie si sono svolte. Una commissione ha annullato i voti in alcuni seggi, facendo chiarezza. Il deputato Pastorino si candida contro Paita ed è fuori. E così vale per chi lo sostiene».

E poi c’è Roma, con tutto il marcio emerso. Cosa fare?

«Non ci nascondiamo. Non a caso abbiamo commissariato il Pd di Roma. E a Ostia abbiamo chiesto le dimissioni irrevocabili del presidente di municipio».

Infine le Marche. L’uscente Spacca corre contro di voi?

«Beh, lì più che un problema politico, è di poltrona».

Nessuna questione morale per i dem, insomma?

«Noi ci confrontiamo sempre con la questione morale».

A proposito: i sottosegretari indagati non aiutano.

«Renzi è stato chiaro fin dall’inizio. La linea del Pd è garantista e un avviso di garanzia non determina la valutazione. Poi, certo, ci sono situazioni che vanno trattate singolarmente. Garantismo, d’altra parte, non significa decidere sull’opportunità politica: basta pensare al caso Lupi».

Tratto da Repubblica

Crocetta-Monterosso

di Bepi Lima (Sicilianews24)

Rosario Crocetta non finisce mai di stupirci per il suo personalissimo concetto di legalità. Ne abbiamo parlato tante volte e non vogliamo più tediarvi con i tanti esempi di strabismo da cui è colpito il Presidente della Regione, a seconda che in ballo ci siano le sorti dei suoi amici/collaboratori o del resto del mondo.

Ma la vicenda dell’inserimento in finanziaria di una norma che consente ai dipendenti regionali di richiedere l’anticipo del trattamento di fine rapporto per far fronte al “pagamento di debiti nei confronti della pubblica amministrazione derivanti da sentenze esecutive” scrive un nuovo incredibile capitolo della “legalità crocettiana”, che supera anche il comune senso del pudore.

Riassumiamo brevemente: la dr.ssa Patrizia Monterosso, che da anni occupa poltrone apicali della pubblica amministrazione, da esterna e senza avere i requisiti di eccellenza necessari per ricoprire gli incarichi, è stata condannata in primo grado dalla Corte dei Conti, insieme con altri politici e burocrati, a rifondere per la sua parte oltre un milione e trecentomila euro. Le viene contestato di aver firmato il pagamento degli extrabudget agli enti della Formazione Professionale per il pagamento delle spese del personale. Cioè uno dei “core business” di quella manciugghia che Crocetta ha usato come giustificazione dello smantellamento del sistema che ha mandato sul lastrico circa ottomila famiglie. Infatti, sugli extrabudget si basava il metodo di assunzioni che consentivano alla politica di piazzare negli enti di formazione clienti, amici, parenti e sodali al fine di acquisire consensi e privilegi a spese della collettività.

La Monterosso è stata cooptata in quel sistema da Totò Cuffaro e per altri cinque anni, dopo la firma del decreto, è rimasta pienamente in sella anche con la gestione Lombardo, raggiungendo addirittura la posizione di vertice della burocrazia regionale. Che poi sia stata folgorata sulla via di Damasco incontrando Crocetta e facendo con lui qualche visita in Procura, non può in alcun modo esimerla dalle responsabilità etiche, amministrative o di altro genere, se ve ne sono, del disastro della Formazione siciliana.

Eppure la mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni è stata messa ad ammuffire in un cassetto e il Crocetta paladino della legalità, continua a tenersela tranquillamente accanto. Anzi, prova a cambiare le leggi per consentirle di pagare i danni erariali, qualora la Corte dei Conti dovesse confermare ad aprile la sentenza di primo grado.

Che Crocetta non fosse credibile sul piano culturale, politico e amministrativo i Siciliani lo hanno dovuto amaramente sperimentare sulla loro pelle in questi due anni e mezzo, ma adesso, anche senza tirare in ballo il rapporto con Montante e i signori confindustriali delle discariche i cui contorni non sono ancora chiari, ha perso anche l’ultima parvenza di credibilità relativa al tema della sbandierata legalità.

E non si illudano i Raciti, i Faraone, i Cracolici e tutto il resto della variegata maggioranza che con il gioco delle parti, un giorno criticano Crocetta e il giorno dopo concordano la spartizione delle poltrone: di questo disastro ne dovranno rispondere politicamente tutti.

“Perché il Partito Democratico non candida a sindaco di Enna Mirello Crisafulli (prosciolto) e candida a presidente della Campania Vincenzo De Luca (condannato)? Perché ritiene impresentabile Crisafulli e si tiene al governo quattro sottosegretari indagati?”.claudio_fava2

“È una domanda – dice infatti – che io mi posso permettere. Con Crisafulli, quando militavano nello stesso partito, ci ha diviso un’idea della politica, delle sue alleanze, dei suoi rimedi che abbiamo quasi sempre interpretato in modo opposto. Un intero capitolo di un mio libro di qualche anno fa, “I disarmati”, è dedicato proprio a lui e a quell’idea di partito-Stato, onnivoro e sfacciato, che Crisafulli ha costruito e presidiato. Le cose che ci dividevano, in questi anni non ce le siamo mandati a dire, ma le abbiamo messe tutte dentro una discussione dura ma trasparente. Detto questo, a scanso di chi voglia equivocare, credo che il partito di Renzi (e anzitutto il segretario Renzi) stia consumando su Crisafulli una porcata”.

“Non potendolo accusare per una vicenda giudiziaria che si è conclusa con un proscioglimento, – aggiunge infatti Fava − gli si rinfaccia questa sua esuberanza gogoliana, la panza e l’effervescenza del temperamento, la scarsa sintonia con i salotti della politica in cui è importante ciò che sembra, mai ciò che è. Lo si considera adatto a fare il segretario provinciale del suo partito, ma inadatto a candidarsi a sindaco nella sua città, con un cortocircuito logico che nessuno nel PD riesce a spiegare”.

“Si può fare finta che Crisafullicrisafulli possa candidarsi a sindaco di Enna: guai a porre il problema, tanto per un politico l’importante è ottenere i consensi”.

“A Roma – continua Fava – hanno pensato che quella stazza e quello stile risultano ingombranti: per cui meglio cercarsi un altro candidato. Magari di Forza Italia, come hanno fatto ad Agrigento, ma che almeno sappia tenere la lingua a posto. Mi chiedo e chiedo a Renzi: se davvero Crisafulli vi risulta indigeribile, perché gli avete rinnovato la tessera del partito? Se vi appare così impresentabile al punto da prescindere dal suo proscioglimento, com’è che l’avete messo a fare il segretario a Enna?”.

di Donato Didonna

Il controllo delle fonti energetiche è materia così strategica che per essa si fanno anche le guerre, magari con la scusa della democrazia in formato “export”. All’energia di fonte fossile la Sicilia ha già pagato un alto prezzo ambientale nei poli petrolchimici di Priolo, Gela e Milazzo. Questo modello di sviluppo ereditato dagli anni ’50, oltre che insostenibile, è incompatibile con quello della qualità della vita, per l’inquinamento e i rischi ambientali che produce (si pensi alle autorizzande trivellazioni nel canale di Sicilia).860735_10200283454123230_517806592_o

La Sicilia, per insolazione, è seconda in Europa solo all’Andalusia. Il premio Nobel Carlo Rubbia voleva perciò realizzare a Priolo, accanto alla centrale termoelettrica, un impianto solare “termodinamico”, gestito da ENEL ed ENEA, che sfruttasse il suo brevetto “Archimede”. Rubbia (che allora era a capo dell’ENEA da cui andò via nel 2005, sbattendo la porta tra il sollievo o l’indifferenza della classe politica) andava ripetendo che:

  • un impianto della superficie di un comune aeroporto sarebbe capace di produrre la stessa energia di una centrale nucleare;
  • il costo dell’impianto “Archimede” si sarebbe recuperato in 6 anni, mentre l’impianto sarebbe durato almeno altri 25;
  • prodotta su larga scala, la tecnologia del progetto “Archimede” potrebbe generare energia ad un costo in linea con quello del gas naturale e del petrolio;
  • le riserve petrolifere sono entrate… in riserva: ne abbiamo per qualche decennio ancora;
  • mentre l’offerta è destinata quindi a scendere, la domanda di petrolio dovrà tener conto delle crescenti richieste, soprattutto cinesi, con conseguenze sui prezzi;
  • per accordi internazionali in materia ambientale (Kyoto) chi, come l’Italia, ancorché in modo efficiente, utilizza energia elettrica di fonte inquinante (idrocarburi) paga una tassa nella bolletta, mentre il solare rinnovabile farebbe risparmiare tale aggravio.

La Sicilia, con la sua rappresentanza politica nazionale (quella del 61 a 0), aveva in quel momento un forte potere di condizionamento sul governo Berlusconi, ma non lo seppe usare. Restarono considerate fonti di energia assimilate alle c.d. “alternative”, quelle derivanti dagli scarti di lavorazione degli idrocarburi e persino dagli inceneritori. Il riconoscimento di energia verde fu dato invece alla tecnologia del prof. Rubbia dagli Spagnoli per i quali ha in seguito lavorato. Mutato il governo, nella costante disattenzione per il tema da parte dei politici e quindi degli organi di informazione siciliani (più appassionati alla vicenda: ponte sì, ponte no), il progetto di solare termodinamico si è da ultimo trasferito in Calabria dove ha preso il nome di “Pitagora”, mentre in Sicilia l’“Archimede” è stato realizzato in misura ridotta rispetto all’ambizioso progetto originario. All’inaugurazione dell’impianto, madrina il Ministro Stefania Prestigiacomo, Rubbia − stando alle cronache − non è stato neanche invitato.

Come è noto, il sole scarica sulla terra un’energia migliaia di volte superiore a quella che consumiamo. Di questa energia un comune pannello fotovoltaico ne cattura oggi meno del 20%. Se non cominciamo a sperimentare su larga scala tutte le tecnologie e a migliorarle sulla base dell’esperienza, non potremo mai fare passi avanti significativi.Main-5-F Gli incentivi pubblici (conto energia) che hanno fatto della Germania una nazione leader nel settore delle fonti energetiche alternative, sono  finalmente operativi anche in Italia: è un’occasione che la Sicilia non deve perdere per caratterizzarsi come l’area in Europa a maggiore innovazione energetica. Per questo va salutato con favore l’accordo tra Enel Green Power, Sharp ed ST Microelectronics per realizzare a Catania, attraverso un project financing da 150 milioni di euro, quella che sarà la più grande fabbrica italiana di pannelli fotovoltaici.

All’eolico, al fotovoltaico, al solare termodinamico, allo sfruttamento delle maree o delle biomasse, potrebbe aggiungersi anche il biodiesel. In Sicilia ci sono un milione di ettari di terreni adibiti a culture cerealicole divenute quasi antieconomiche ed estese aree non coltivate di valore quasi nullo in termini di biodiversità. Ci sono tre grandi raffinerie. Ciò che ci potrebbero essere, invece, sono delle coltivazioni di piante poco conosciute, come la Jatropha Curcas, che attecchiscono in terreni anche semi-aridi e hanno una buona resa in termini di produzione di biodiesel. Ci vorrebbe però anche una politica intelligente e pragmatica sostenuta da politici lungimiranti. E, per chi avesse paura dello sconvolgimento dell’identità botanica isolana, varrebbe la pena di ricordare che le arance o i fichi d’india o i ficus con radici pensili dei nostri giardini sono stati tutti un tempo importati. La pianta vivente, a differenza di quella fossile, riassorbe l’anidride carbonica prodotta dalla combustione, mantenendo così tendenzialmente in equilibrio il sistema atmosferico.

Bill Clinton, il presidente che ha assicurato agli USA otto anni memorabili di alta crescita e bassa disoccupazione puntando sulle tecnologie digitali (le “autostrade informatiche” di cui parlava più di 15 anni fa, divenute oggi familiari a tutti col nome di “banda larga”), in una delle ultime campagne per le presidenziali, affermava che “il settore delle energie alternative agli idrocarburi creerà nel mondo milioni di posti di lavoro ben retribuiti”.

Creare occasioni di lavoro coerenti con una visione di sviluppo, invece che promettere stipendi, è ciò che fa la differenza tra il politico che cerca di promuovere reale sviluppo economico e quello capace solo di perpetuare sottosviluppo.

(continua)

di Antonio Malafarina

Che Bravi − come quelli dei Promessi Sposi di Manzoni − coloro che hanno messo un cappio al collo della Sicilia: dal 2007 lo Stato ha innalzato al 49,11% la quota di compartecipazione della Regione al Fondo sanitario, con un costo aggiuntivo per la regione di 600 milioni di euro l’anno. Per tutte le altre la quota è rimasta al 42% circa.
Danno per la Sicilia di almeno 4 miliardi di euro.
10712690_625433007601570_8950257404782868680_oStessa cosa per l’Irpef dei dipendenti pubblici. Con una finzione degna di Mandrake, i cedolini degli stipendi dei dipendenti statali vengono elaborati a Latina e l’Irpef non viene conteggiata nei trasferimenti per la Sicilia.
Però quei dipendenti e i loro figli usano e vivono la Sicilia.
Lo stesso Baccei ha ritenuto che il danno sia di almeno 1,7 miliardi di euro.
Tutto questo senza considerare il taglio ai fondi PAC, le sedi legali di banche siciliane a Milano (dove pagano le tasse).
E poi il decreto salva Sicilia: promessi 4 miliardi per lo sviluppo.
Solo 700 milioni stanziati per il raddoppio di 50 km di ferrovia sulla Catania-Palermo e qualche tratta sulle altre direttrici.
Peccato che ancora manchi un progetto, che la Catania-Palermo resti chiusa per almeno tre anni e che intanto manchino treni decenti. Anzi mancano del tutto i treni. Alla faccia dello sviluppo e dei piani del turismo.

Chiediamo cortesie e mandiamo ambasciatori a Roma per chiedere a quelli che ci hanno messo il cappio al collo di allentarlo per farci respirare un po’.
Ma chi l’ha detto che i Siciliani debbano per forza essere Promessi Sposi? Qua per adesso Renzo non c’è e neanche la sposa. Per il momento abbiamo solo Renzi, l’Innominato e qualche Cardinale.


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