L’avanzata dei leghisti nell’Isola, la crisi di Pd e Forza Italia, la “grecizzazione” della Sicilia

Pubblicato: 25 febbraio 2015 in Politica
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di Giulio Ambrosetti

La politica siciliana di questi giorni registra tre scenari che solo apparentemente sono disgiunti. Da una parte c’è l’avanzata della Lega di Salvini, che raccoglie proseliti nei piccoli e nei grandi centri dell’Isola (a Canicattì, anche se i grillini minimizzano, una “colonia” di seguaci di Beppe Grillo avrebbe abbandonato il Movimento 5 Stelle per abbracciare la causa leghista). Dall’altra parte c’è la crisi del Pd, che ogni giorno perde pezzi, tra pessimismo, disillusione e nausea per un personaggio – Matteo Renzi – che sembra si diverta, un giorno sì e l’altro pure, a irridere alla tradizione della sinistra. Quindi il terzo scenario: il dibattito interno a Forza Italia, con Raffaele Fitto che tira dritto per la propria strada contro Berlusconi e il suo circo di ‘femminazze’ e ruffiani, facendo proseliti anche in Sicilia.

Tutt’e tre questi scenari hanno una radice comune: sono gli effetti – e non la causa – della crisi politica italiana, che nella nostra isola si manifesta in tutte le sue grandi e piccole contraddizioni. E non potrebbe essere altrimenti, visto che la Sicilia, come ricordava Leonardo Sciascia, è una regione “molto italiana”.

Risulta a tratti quasi divertente – mettiamola così – la reazione della parte più stupida e più superficiale della Sicilia cosiddetta “impegnata” al dilagare della Lega nella nostra Isola.Salvini Invece di provare a capire perché oggi tanti Siciliani si rivolgono a Salvini, certi politici e certi commentatori – siano essi espressione di un certo ‘sicilianismo’ in verità un po’ becero, se non demenziale, siano essi espressione del Pd siciliano di area renziana – non trovano di meglio che gettare fango sui neo-leghisti siciliani, ricordando gli anni in cui dalla “Padania” giungevano gli slogan tipo “forza Etna” o “meridionali terroni”. Non rendendosi conto che i Siciliani che oggi si rivolgono alla Lega, piuttosto che guardare al passato, sono nauseati dal presente e guardano al futuro. Magari di questo futuro politico non intravedono nemmeno i confini, ma se gli appare migliore del presente, beh, un motivo ci sarà.

La crescita quasi esponenziale della Lega in Sicilia contiene un messaggio politico preciso: molti Siciliani sono stanchi della politica tradizionale, non credono più nell’Italia, non credono, ovviamente, in una “presunta” Europa unita dominata da banchieri, da ladri, da massoni, da finti popolari alla Angela Merkel, da falsi socialisti alla Hollande e alla Schulz e (perché no?) forse anche da mafiosi di tutte le risme. Da qui la speranza di un federalismo spinto. Insomma un’idea che, in una regione fatta da persone serie, si sarebbe già coagulata in un movimento indipendentista sul modello catalano.

Ma in Sicilia, com’è avvenuto quasi sempre nella propria storia, continua a mancare una classe dirigente autonoma, autonomista e libertaria. Con la sola eccezione di Piersanti Mattarella – che comunque muoveva da una radice profondamente sturziana («Autonomia sì, separatismo no», scriveva dall’America ai suoi seguaci in Sicilia don Luigi Sturzo negli anni subito successivi al secondo conflitto mondiale) e ancorata all’Italia repubblicana – la politica siciliana non ha mai prodotto rotture significative con il potere costituito. Lo stesso Risorgimento siciliano, pur annoverando figure di grande spessore morale e politico – si pensi a Ruggero Settimo – alla fine ha visto prevalere il peggio della “marmaglia” di quegli anni, da Garibaldi a Bixio, da Nicotera a Crispi. Tutti personaggi espressione di una degenerazione trasformista della politica, che Luigi Pirandello e Federico De Roberto avrebbero descritto in modo magistrale: il primo ne “I vecchi e i giovani”, il secondo ne “I vicerè”.

Tanti Siciliani, oggi, sotto sotto, vorrebbero credere, se non in un movimento indipendentista all’Antonio Canepa, almeno in qualcosa che gli somigli. Ma questo “qualcosa” non c’è. Ci sono tante “anime sicilianiste”, rissose e inconcludenti, totalmente incapaci di dare vita a un progetto politico. C’è il tentativo dell’ex assessore regionale, Gaetano Armao e dell’ex parlamentare, Rino Piscitello: tentativo generoso, ma privo di strumenti di “riconoscibilità”, in balìa di un’informazione che, al massimo, privilegia le critiche al governo di Rosario Crocetta rispetto alla proposta politica. Troppo poco per essere un valido piano politico.

In assenza di un progetto forte e riconoscibile, i tanti Siciliani delusi da una politica fallimentare non possono che rivolgersi alla Lega di Salvini, che magari nel passato avrà offeso il Sud, ma che oggi su alcuni argomenti dimostra di avere le idee chiare: no agli sbarchi indiscriminati di immigrati in Sicilia (l’Isis, che dir si voglia, comincia a incutere paura in tanti Siciliani), no all’euro, no all’Unione Europea della banche e del rigore imposto dalla Germania, no al governo Renzi. Tutti messaggi che trovano d’accordo tantissimi Siciliani. Forse l’unico modo per frenare la corsa ai leghisti da parte dei Siciliani potrebbe essere la nascita di un movimento sul modello di Podemos in Spagna: ma anche di questo, al momento, in Sicilia non c’è traccia.

Ma se la Lega avanza, il Pd siciliano annaspa. Intanto va detto che anche in Sicilia questo partito non è più percepito come una formazione di sinistra. Tutt’altro. Ma da noi c’è qualcosa in più: c’è il tentativo del governo Renzi di far scivolare la Sicilia nella deriva greca. In Grecia l’Unione Europea ha sostanzialmente distrutto i dipendenti pubblici, che per oltre la metà sono stati licenziati, mentre chi è rimasto si è dovuto accontentare di uno stipendio più che dimezzato. Renzi, Delrio e Alessandro Baccei vogliono fare in Sicilia la stessa identica cosa.

143801260-b9552799-155b-4065-83d6-90d836a22889La mano con la quale Renzi e Delrio stanno provando a realizzare la ‘grecizzazione’ della Sicilia è quella, appunto, di Baccei, non a caso imposto dal governo nazionale nel ruolo di assessore all’Economia. La Regione Siciliana è finita, così, in una morsa: da una parte, Renzi e Delrio che hanno scippato alla Sicilia oltre 5 miliardi di euro; dall’altra parte, Baccei che ha imposto a un’Assemblea regionale siciliana un po’ intontita un esercizio provvisorio inusuale (in uno Stato di diritto sarebbe fuori legge, perché un esercizio provvisorio non può prevedere nuove spese!), con fondi che, per intere categorie sociali, basteranno fino al 30 aprile. Dopo questa data, senza le “riforme” prospettate dallo stesso Baccei, 120-140 mila persone rischieranno di restare senza retribuzione. E quali sarebbero queste “riforme” targate Baccei? Semplice: tagli alle retribuzioni dei dipendenti regionali (si prevede il dimezzamento della dirigenza con un demansionamento incostituzionale che, però, è nei fatti), tagli ai pensionati (anche in questo caso, tutto rigorosamente incostituzionale, con il travolgimento sistematico dei diritti acquisiti), tagli per i 24 mila operai della Forestale, taglio di 450 euro circa agli stipendi di oltre 600 dipendenti del Corpo forestale, eliminazione dei fondi regionali per il precariato e via continuando con provvedimenti di contenimento della spesa. Una manovra recessiva che, nel progetto di Renzi, deve fare esplodere in Sicilia il malessere sociale.

In pratica, il progetto del Pd renziano prevede di far pagare ai Siciliani, nel giro di tre-quattro anni, gli oltre 5 miliardi di euro che lo stesso governo Renzi ha scippato alla Regione negli ultimi due anni. Di fatto, Renzi, Delrio e Baccei vogliono “sperimentare” nella nostra Isola quello che la Germania della Merkel vorrebbe realizzare in tutta l’Italia: ridurre il numero di dipendenti pubblici, penalizzando – con stipendi inferiori – chi resterà a lavorare nel pubblico, e costringere, conseguentemente, le famiglie a erodere i risparmi. La “sperimentazione” siciliana per Renzi, per Delrio e per il loro uomo forte in Sicilia, Baccei, è importante, perché nell’Isola, oltre che penalizzare i dipendenti pubblici, dovranno sbarazzarsi dei circa 24 mila precari degli enti locali e dei precari che operano nella stessa amministrazione regionale.

La mossa di Renzi, Delrio e Baccei è astuta: i tre non hanno detto che bisogna licenziare i precari, ma si sono limitati a togliere i soldi alla Regione e ai Comuni. Così, se Regione e Comuni vorranno continuare a pagare i precariche, nel complesso, sono circa 80 mila – dovranno farli pagare alle famiglie e alle imprese siciliane con tasse sempre più salate. Cosa che già avviene: nel Comune di Palermo, ad esempio, gli introiti di TARI e TASI – ai massimi livelli in Italia – lungi dall’essere utilizzati per fornire servizi ai cittadini (che rimangono carenti, se non disastrosi), servono di fatto per pagare il personale, in sostituzione dei tagli operati dallo Stato e dalla Regione. Lo stesso discorso vale per il pagamento dei 24 mila precari dei Comuni siciliani, che per il secondo anno consecutivo vengono pagati dagli stessi Comuni con onerose scoperture di tesoreria, che gli ignari cittadini siciliani pagheranno con tasse e imposte comunali destinate a crescere ancora.

In questo scenario “greco” prossimo venturo – contro il quale, piano piano si va schierando anche il Presidente della Regione, Rosario Crocetta, che ormai ha capito che Renzi e Delrio gli hanno solo teso tante trappole Palazzo Chigi - Incontro Governo/Regione Sicilia su finanziaria regionale– i renziani siciliani, tra qualche giorno, si apprestano a celebrare la ‘Leopolda sicula’. Un appuntamento che in Sicilia, alla luce delle penalizzazioni che il governo Renzi sta infliggendo alla nostra Regione, si presenta grottesco. Non sappiamo se a tale appuntamento si recheranno anche i rappresentanti di tutte le categorie sociali dell’Isola che Renzi, Delrio e Baccei stanno penalizzando. Detto questo, siamo proprio curiosi di vedere come andrà a finire questa sceneggiata “siculo-renziana”.

Forza Italia, infine. Un partito che a Roma si colora sempre più di ridicolo. Di fatto, i voti di centrodestra, che nel 2012 un Berlusconi opportunamente non arrestato ha “strappato” agli elettori, vengono utilizzati per puntellare le “riforme” del governo Renzi-Merkel. L’operazione non è indolore. Perché non tutti i “nominati” dall’ex Cavaliere con il Porcellum se la sentono di esercitare il ruolo di parlamentare, alla fine, per tutelare le aziende di Berlusconi. Fitto, per esempio, ha mandato a quel Paese Berlusconi, le sue tv e i suoi giornali. Persino Brunetta (sembra incredibile!) sta ritrovando dignità politica.raffaele-fitto

Gli effetti del disfacimento di “Forza Mediaset”, pardon, Forza Italia si avvertono anche in Sicilia. Dove, comunque, molti tirapiedi dell’ex Cavaliere, vuoi perché “senza mestiere” (come certi dirigenti dell’ex Pci e dello stesso Pd), vuoi perché incapaci di pensare, rimangono ancora fedeli al “capo”, non perché gli sono fedeli, ma perché ancora non hanno trovato un nuovo “carro” dove salire (ad Agrigento, ad esempio, “pezzi” di Forza Italia bussano al Pd, mentre a Ragusa lo stesso Pd renziano ha inglobato “pezzi” di Forza Italia). Ma anche in Sicilia, dentro Forza Italia, comincia a prendere piede Fitto. Piano piano c’è chi comincia a prendere atto che, forse, c’è anche spazio per qualcosa di diverso.

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