Intervista a Giuseppe Lauricella: “Non accetterò mai un Renzi “montiano””. Podemos anche in Italia? “Non è escluso”

Pubblicato: 22 febbraio 2015 in Politica
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di Antonella Sferrazza

Il Partito Democratico? “Al momento è una macedonia che accoglie tutto e il contrario di tutto”. Renzi? “Dovrà chiarire se è davvero contro l’austerity o se è diventato un seguace di Monti”. L’Europa? “Così come è, con una Germania che detta leggi, non ci conviene, meglio uscire”. Podemos anche in Italia? “Se si accentueranno le spinte liberiste del Pd, non è escluso che anche in Italia ci possa essere qualcosa di simile”. Giuseppe Lauricella, giurista e deputato palermitano di origini agrigentine, è una spina nel fianco per la maggioranza renziana. Lo hanno definito il “sabotatore del Pd”, ma lui non si scompone: “Io pongo questioni serie, i miei emendamenti non sono mai strumentali”. Ma, è una voce fuori dal coro anche rispetto alle  minoranze dem, alle quali non vuole essere associato: “Sono i vecchi comunisti, io sono un riformista keynesiano”.  Con lui abbiamo parlato anche di Sicilia: “Renzi dovrebbe cominciare a rottamare il partito qui”. E ancora: “Alla Sicilia serve qualcuno che faccia rispettare ed applicare il suo Statuto”. Ma cominciamo da Roma.

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Onorevole, dalle notizie che arrivano dalla Capitale, pare che lei viva con disagio la sua appartenenza al PD. E’ così?

“No, non direi. Io sono e resto del PD, ma non credo in un partito dove a prevalere è il conformismo delle idee. Io non faccio parte di nessuna minoranza, non sono iscritto a nessuna area, seguo solo il mio cervello. I miei emendamenti non sono mai stati strumentali, ma tecnici. Io pongo questioni serie. Non li ho mai presentati per creare problemi alla maggioranza, ma sempre per migliorare i contenuti delle proposte”.

Eppure, col suo emendamento sul no ai 5 Senatori a vita si è guadagnato la definizione di “sabotatore del Pd”.

“Guardi la questione era molto semplice. Vogliono un Senato territoriale, a costo zero, e poi c’infilano i Senatori a vita. Una contraddizione bella e buona.  Il mio emendamento era coerente col nuovo disegno costituzionale. D’altronde, il Parlamento ha ancora senso? Si possono migliorare le leggi o si deve accettare tutto quello che propone un relatore?”.

La partita adesso si sposta sul campo della legge elettorale e Renzi vi ha già avvisati: non tollererà voci fuori dal coro. Come la mettiamo?

“Renzi può dire quello che vuole, ma sa benissimo che le sue proposte non saranno accettate al buio. Io dico che ne dovremo parlare. Proporrò una soluzione di equilibrio tra chi vuole le liste bloccate, ovvero tutti i segretari di partito, e chi invece non le vuole. Si può ragionare  sull’ipotesi di diminuire radicalmente le circoscrizioni da 120 a 60, se non di meno. In questo modo, fatti salvi i capolista bloccati, i cittadini potrebbero davvero scegliere la gran parte dei deputati con le preferenze. Se lasciassimo le cose come stanno, ci sarebbe un problema di costituzionalità oltre che di rappresentanza democratica. Tra l’altro, l’idea dei 100 collegi nasce col Patto del Nazareno, nasce per le esigenze di Berlusconi che voleva garanzie, 100 eletti di sua scelta. Ora che il Patto non c’è più, non c’è motivo che la maggioranza del Pd continui ad adeguarsi. Una seria riflessione va poi fatta sul ballottaggio per il premio di maggioranza, che rischia di premiare quei partiti che secondo i sondaggi sono in ascesa. E non è certo il Pd. Penso alla Lega di Salvini, ad esempio, che potrebbe fare il pienone”.

Insomma, ancora un altro tema che la allontana dal PD di Renzi…

“Ripeto, si sta in un partito per portare le proprie idee. Al Jobs Act ho detto sì. Consideri anche che alle mie osservazioni non è mai stata data una risposta. Evidentemente una riflessione critica li mette in crisi”.

Va bene, ma non può certo negare che di idee nel Pd ce ne sono fin troppe e, spesso, agli antipodi.

“Sicuramente, il Partito Democratico non potrà fare a meno di avviare una fase di chiarimento al suo interno. Al momento è una macedonia che accoglie tutto e il contrario di tutto”.

Però lei non si riconosce in nessuna area delle minoranze. Perché?

“Perché le minoranze rappresentano i vecchi comunisti, ed io non mi ci ritrovo. Io sono un riformista keynesiano, non ho nulla in comune con loro. E, tra l’altro, le loro proteste, a mio avviso, sono spesso strumentali. Anche sul Jobs Act. Fa sorridere, ad esempio, vedere che tra chi si oppone alla riforma del lavoro c’è anche chi ha votato la legge Fornero e chi non ha detto nulla quando si smantellava l’articolo 18”.

Lei si definisce un keynesiano, ma Renzi non ha nulla in comune con Keynes.

“Questo rappresenterà sicuramente un tema di riflessione. Renzi, in teoria, ha detto no alle politiche dell’austerity, ma non è ancora stato consequenziale. Lo aspetto alla prova dei fatti. Tra l’altro l’ingresso dei deputati di Scelta Civica non mi tranquillizza. Questi montiani hanno cambiato idea sull’austerity o vedono in Renzi una prosecuzione delle politiche del loro ex leader?”

IMG_0703E’ opinione già alquanto diffusa che Renzi sia completamente asservito alle politiche dell’austerity. Le servono altre prove?

“Dobbiamo ancora capirlo. Come detto, c’è sicuramente bisogno di un chiarimento su temi fondamentali come questo. E’ chiaro che, da keynesiano convinto, non potrei mai accettare un Renzi “montiano”. Se così fosse, per me si porrebbe un problema molto serio”.

Le politiche dell’austerity hanno già determinato forti reazioni in Grecia con Syriza e in Spagna con Podemos. Pensa che anche in Italia accadrà qualcosa di simile?

“In Italia non credo ci sia questa capacità di coinvolgimento. Il popolo italiano è un popolo che si adegua molto facilmente, forse perché è stato sempre dominato o forse perché non siamo ancora arrivati ad un vero momento critico. Certamente, se si dovessero ampliare i margini di criticità di questa politica, se si dovessero evidenziare certe tendenze liberiste del PD, si potrebbero aprire nuovi spazi, sul modello di Podemos. D’altronde, in nuce, già esiste qualche traccia. Molto dipende anche dalla legge elettorale che verrà. E’ chiaro che, se sarà negata una vera rappresentatività alle minoranze, la spinta verso nuovi movimenti sarà forte”.

Qual è la sua idea di Europa?

“Certo non quella attuale, in cui a dettare legge è la Germania. Penso ad un modello Usa e ad una Europa federale, con una banca centrale che abbia tutti i poteri sulle politiche monetarie. Se gli Stati Uniti hanno superato la crisi, è grazie alla Federal Reserve e ai suoi interventi. Tuttavia, il fallimento del progetto della Costituzione europea ormai mi rende scettico anche sull’ipotesi federale. L’Europa, al momento, è solo un ibrido che non può funzionare, anche perché, ripeto, l’epicentro di tutto il sistema è la Germania. Se continua così, è ovvio che bisognerà chiedersi se ci conviene accettare questo stato di cose e sarà inevitabile l’uscita”.

Da Siciliano, non possiamo non chiederle un commento sulla Sicilia.

“Per quanto riguarda il mio partito, dico subito che Renzi la rottamazione dovrebbe farla in Sicilia. Quello che sta succedendo ad Agrigento la dice lunga su un partito allo sbando. Anche le manovre sul governo regionale sono assurde. Hanno voluto il rimpasto. Ma di cosa? Dei posti nei gabinetti? In generale, sono convinto che per la Sicilia non ci sarà futuro fino a quando qualcuno non proporrà un progetto serio, che punti alla valorizzazione delle risorse naturali e culturali. Fino a quando non ci sarà qualcuno che farà rispettare ed attuare lo Statuto siciliano, invece di accettare pedissequamente tutte le leggi dello Stato. Crocetta ha solo parlato di rivoluzione, ma alle parole non sono seguiti i fatti”.

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