La sanità siciliana, la bimba morta e le responsabilità della politica

Pubblicato: 13 febbraio 2015 da Sicilia più in Attualità
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di Giulio Ambrosetti

In queste ore assistiamo ad un inverecondo gioco a scarica barile tra il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, l’assessore regionale alla Salute, Lucia Borsellino, i titolari di una struttura sanitaria privata-convenzionata di Catania, la clinica Gibiino e i vertici degli ospedali pubblici etnei. Una bimba appena nata è morta nel tragitto in ambulanza tra Catania e Ragusa. Questo perché è sopravvenuta un’emergenza che la clinica privata non è stata in grado di fronteggiare.
I titolari della clinica privata hanno chiamato il Servizio 118 e hanno cercato un posto per gestire l’emergenza
pediatrica. ambulanze1Dei venti posti disponibili nella sanità catanese,che dovrebbero accettare casi come quello di questa bambina, non ce n’era uno libero. Tutti risultavano occupati. Così la bimba è stata caricata su un’ambulanza per essere trasportata a Ragusa, dove c’era un posto disponibile per questo tipo di emergenza. Ma la piccola Nicole – questo il nome che i genitori avevano dato alla neonata – è deceduta. Sulla vicenda sono subito intervenute la “ministra” Lorenzin e l’assessore Borsellino, che adesso minacciano ferro e fuoco.
In questa storia ci sono alcune anomalie. Proviamo a illustrarle. L’assessore Borsellino, citando i dati del ministero, dice che i posti per questo genere di emergenze, nella sanità catanese, sono più che sufficienti. Però, stranamente, viene smentita dai fatti. Perché il posto dove ricoverare la bimba, quando è stato cercato, non c’era. A meno che i medici degli ospedali di Catania non siano dei matti – e noi non lo pensiamo proprio -, i posti per fronteggiare le emergenze pediatriche non erano disponibili. Perché erano tutti occupati. Se ne deduce che i 20 posti di emergenza pediatrica assegnati a Catania e provincia sono pochi. Lo hanno dimostrato i fatti. Se poi non è così, beh, questo lo accerteranno gli inquirenti.
Ciò posto, va detto che si tratta di ospedali pubblici che avrebbero dovuto comunque accettare la bimba – a quanto pare in crisi respiratoria – “per competenza”. Una bimba non può morire perché non ci sono posti dove ricoverarla. Intanto, le strutture sanitarie catanesi avrebbero dovuto ricoverare la piccola, visto che stava morendo. Davanti alle emergenze bisogna avere l’elasticità mentale e professionale per fronteggiare i problemi, soprattutto se di mezzo c’è una vita umana in pericolo.
Tra l’altro, a noi risulta che il calcolo dei posti disponibili va sempre fatto al 70-80 per cento, proprio per fronteggiare le emergenze. In parole più semplici, se i posti ufficiali sono 20, ce ne debbono essere almeno altri due tre sempre liberi, proprio per occuparsi delle eventuali emergenze. Se poi non si fa più così, seguendo una logica di risparmio, questo è un problema che riguarda i manager della sanità, che – su input della politica – più che alla salute pubblica guardano ai bilanci delle Aziende ospedaliere.
Un altro elemento che desta perplessità riguarda la clinica Gibiino, a quanto pare una delle più “gettonate” di Catania. A noi hanno spiegato che le strutture private in convenzione con l’amministrazione pubblica – ed è il caso di questa clinica catanese – non sono altro che il prolungamento delle strutture sanitarie pubbliche. Che significa questo? Significa che una clinica privata dove le donne partoriscono non può non essere in grado di fronteggiare un’emergenza. Se questo non avviene, la cosa è quanto meno discutibile. Perché un’emergenza va comunque messa nel conto. Cosa, questa, che dovrà essere spiegata dall’amministrazione regionale che ha siglato la convenzione con questa clinica privata. Insomma: è normale autorizzare una clinica privata a far partorire le donne in assenza di terapia intensiva neonatale o, quanto meno, in assenza di professionalità che possano gestire l’emergenza neo-natale nel cosiddetto peripartum?
Questa vicenda getta uno squarcio di luce sinistra sulla sanità siciliana in generale e sulla sanità catanese in particolare. Una sanità dove non si guarda più alla qualità delle prestazioni, nell’interesse dei cittadini, ma solo al risparmio di risorse finanziarie. E, in questo caso, la responsabilità non è dei medici e nemmeno dei manager della sanità, ma della politica che dà questo tipo di direttive: del ministero e dell’assessorato regionale luciaborsellinoalla Salute.
La verità è che, soprattutto in Sicilia, nella gestione della sanità si ‘galleggia’ senza affrontare i problemi di fondo. Prendiamo l’esempio del Servizio 118. I tecnici del 118 dovrebbero imporsi. Quando un ospedale pubblico risponde che non vuole ricoverare una bimba per mancanza di posti, ebbene, dovrebbero rispondere: “Noi intanto ve la stiamo inviando per competenza. Punto e basta”. Ecco, in certi passaggi della sanità siciliana, oggi, manca proprio chi, a un certo punto, taglia corto e dice: “Ti sto ricoverando questo paziente per competenza. Punto e basta”.
Tra l’altro, in questa storia sono volate via oltre tre ore. Ma ci voleva tanto a chiamare un elicottero e a trasferire la bimba in elisoccorso? Fino a che punto è razionale inviare una bimba in crisi respiratoria in ambulanza da Catania a Ragusa?
Diciamolo con chiarezza: proprio in forza del Piano di riordino della rete ospedaliera della Sicilia, proposto dall’assessore Lucia Borsellino e approvato qualche settimana fa dalla commissione Sanità dell’Ars, si stanno lasciando in piedi strutture sanitarie sulle quali non mancano i dubbi. Siamo sicuri che tutti gli ospedali che rimarranno aperti saranno dotati di medici e di attrezzature tali da assicurare una buona sanità ai siciliani? Noi nutriamo molti dubbi.
La verità è che il governo nazionale di centrosinistra di Matteo Renzi (e quindi la “ministra” Lorenzin) ha proposto nuovi tagli di posti letto e altri tagli ancora. La Regione siciliana, governata dal centrosinistra di Rosario Crocetta non si è opposta. Risultato: Pronto soccorsi straboccanti di pazienti che aspettano ore ed ore, anziani che ormai – soprattutto se non raccomandati – vengono guardati come pazienti a perdere, stress incredibile per medici ed infermieri.
In questo scenario, in assenza di un’autorevole guida politica, ognuno pensa a tutelare se stesso. I direttori generali pensano a risparmiare. I medici, costretti a lavorare in condizioni sempre più difficili, tra carenze ormai strutturali di posti letto e vuoti negli organici, pensano a non finire sotto processo.
Tutto questo la politica siciliana lo sa. Se il presidente della Regione deve dire sempre sì a Renzi, beh, sono fatti suoi e della forza politica – il Pd – di cui fa parte. E’ bene che i siciliani sappiano di chi sono le responsabilità politiche di tutto quello che sta succedendo nella sanità siciliana.
Ci si aspettava qualcosa in più, invece, dalla commissione sanità dell’Ars. Dove non c’è solo il Pd, ma tutte le altre forze politiche. In effetti, il presidente di questa commissione, l’onorevole Pippo Di Giacomo, anche lui del Pd, prima che la sua corrente entrasse a far parte dell’attuale governo regionale svolgeva bene il proprio ruolo. Da quando la sua corrente è entrata a far parte del governo, la commissione Sanità dell’Ars si è appiattita sullo stesso governo. A dimostrazione di ciò c’è proprio l’approvazione di un Piano di riordino della rete ospedaliera, proposto dall’assessore Borsellino, che fa acqua da tutte le parti, perché propone altre penalizzazioni alla sanità siciliana che la commissione sanità avrebbe dovuto respingere.
Egregio presidente Di Giacomo, quando si svolge un ruolo istituzionale importante come il suo, bisogna guardare agli interessi generali – in questo caso, agli interessi di oltre 5 milioni di siciliani – e non agli interessi di un governo regionale inadeguato o, peggio ancora, agli interessi del proprio partito!

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