La famiglia Mattarella e l’eredità politica di Andrea Zangara

Pubblicato: 10 febbraio 2015 da Sicilia più in Politica
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di Michele Balistreri

L’elezione alla più alta carica dello Stato di Sergio Mattarella, prima volta di un Siciliano nel Palazzo situato nel colle più alto di Roma, ci rimanda alla mozione degli affetti, al ricordo, all’insegnamento ed all’eredità politica del bagherese Andrea Zangara. Il Senatore (così come la memoria collettiva bagherese ci tramanda) fece, dell’appartenenza alla corrente della sinistra democristiana, guidata a Roma da Aldo Moro (ucciso dalle Brigate Rosse nel 1978) ed in Sicilia da Piersanti Mattarella e successivamente dall’attuale Presidente della Repubblica, la cifra della sua storia politica.

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Appartenenza che è stata adesione convinta ai valori ed ai principi del cattolicesimo democratico, pregnato di forte valenza sociale e, soprattutto, coerenza, fedeltà e lealtà alla famiglia Mattarella, di cui ha sempre seguito il percorso politico, approdando, dopo la fine della Democrazia Cristiana, nel Partito Popolare prima, nella Margherita successivamente ed infine nel Partito Democratico.

L’uccisione di Piersanti Mattarella (allora Presidente della Regione) nel 1980, assassinato da mano politico-mafiosa, cementò il rapporto politico, ma soprattutto umano, tra la potente famiglia politica siciliana e colui che, da semplice consigliere comunale della cittadina bagherese, sarebbe diventato Senatore della Repubblica tra il 1987 e il 1992 e, nell’ultimo decennio, deputato regionale della Margherita prima ed infine del partito Democratico dal 1996 al 2008.

Una progressione della carriera politica che lo vede giovanissimo, alla fine degli anni Sessanta, già nei banchi del consiglio comunale di Bagheria, per poi ricoprire i ruoli di Assessore e di Sindaco agli inizi degli anni Ottanta. Le elezioni comunali del 1984 lo vedono primo degli eletti e costituiranno il trampolino di lancio che lo porterà nel 1985 ad essere eletto Consigliere provinciale e nominato Assessore.

Da lì il salto sarà breve e le elezioni politiche del 1987 lo vedranno designato candidato nel collegio Bagheria-Corleone. Troviamo Andrea Zangara tra la cerchia ristretta di amici e compagni di partito che convince Sergio Matterella a lasciare la cattedra universitaria di diritto parlamentare alla facoltà di giurisprudenza di Palermo, per raccogliere l’eredità politica del fratello. Una carriera politica iniziata nel 1983 con la sua prima elezione alla Camera dei Deputati, dove vi rimase per 25 anni dopo avere ricoperto il ruolo più volte di Ministro nei governi Goria, De Mita e Andreotti e successivamente nella seconda repubblica con Prodi e D’Alema, nel cui Governo ricoprì la carica di Vicepresidente del Consiglio.

Oggi appare semplice ripercorrere la storia politica di Sergio Mattarella. Ma nella Palermo dei primi anni Ottanta non doveva apparire scontato disegnare una parabola politica, in una città ed in una provincia dove il rumore delle armi la faceva da padrone e gli assassini, come quelli di Piersanti, svolgevano funzioni preventive e dimostrative, che servivano da monito a quanti intendevano opporsi agli interessi mafiosi, dando prova di onestà, probità e correttezza.

Sergio Mattarella, suo malgrado, imparò da subito a districarsi tra la violenza assassina della mafia e la violenza subdola dell’antimafia parolaia, che sbrigativamente consegnò alla memoria collettiva l’immagine del padre Bernardo come interfaccia tra il mondo della politica e gli ambienti della mafia trapanese. Illazioni che lo “mascariarono”, ma che si rilevarono infondate.
Parallelamente, anche per Andrea Zangara non era semplice rappresentare la linea politica tracciata da Aldo Moro, volta alla tolleranza ed all’apertura verso le forze della sinistra democratica, nella Bagheria dell’economia fiorente, della produzione e della commercializzazione dei limoni.

Questo significava, per la potentissima Democrazia Cristiana locale, dialogare con il Partito Comunista, laddove lo scontro tra le due forze politiche era la continuazione e la proiezione dello scontro di classe tra il ceto dominante della piccola borghesia terriera ed imprenditoriale e gli interessi della classe bracciantile rappresentati dal PCI.

In una città, Bagheria, in cui era sottile la linea di demarcazione tra mafia, politica ed economia, Zangara seppe mantenere autonomia ed autorevolezza rispetto alle pressioni ambientali che venivano esercitate in un territorio a forte presenza mafiosa. Qui va letto il legame ed il sodalizio che ha legato da sempre Andrea Zangara con la famiglia Mattarella e che dopo l’uccisione di Piersanti cementò il rapporto tra il politico bagherese ed il più piccolo dei fratelli, quel Sergio che oggi siede al Quirinale.

Una storia di amicizia, di sodalizio politico, ma soprattutto di condivisione di valori, principi, visione della società e interpretazione del ruolo di gestione del potere pregnata di sensibilità umana e di giustizia sociale, in un territorio e durante un periodo storico in cui non era facile tenere la schiena dritta, affermando e facendo valere la propria dignità ed autonomia personale e politica.

Sicuramente la migliore testimonianza del rapporto tra i due uomini politici è stata consegnata alla memoria futura, dalle parole spese da Sergio Mattarella in occasione della presentazione di un libro che ripercorreva l’operato e le gesta politiche e umane di Andrea Zangara ad appena un anno dalla sua morte.

In un’affollata manifestazione che si svolse a Villa Cefalà, l’attuale neo Presidente della Repubblica tratteggiò il profilo 54d1e0dceb4baumano e politico dell’amico fraterno, ricordando i primi passi mossi insieme in politica negli anni ’60, sottolineando la costanza dei rapporti e soprattutto la ricca e intensa dimensione umana di Zangara. Mattarella rimarcò in quell’occasione il profondo senso di giustizia sociale che improntava la sua azione politica, il suo immenso senso del diritto e l’attaccamento alla famiglia.

Azzardiamo nel pensare che Andrea Zangara nella vita ultraterrena, nella quale da fervente cattolico credeva fortemente, sicuramente gioirà per l’elezione a Presidente della Repubblica del suo amico fraterno Sergio Matterella, gongolando e compiacendosi del fatto che questa soddisfazione si aggiunge a tutte quelle che la vita terrena gli ha riconosciuto.

Indubbiamente, le vicende di questi giorni lo suggellano e lo consegnano alla memoria collettiva dei suoi concittadini ancor di più come un grande uomo ed un grande politico, che vedeva lontano, dotato di giuste e grandi intuizioni e la cui grandezza era direttamente proporzionale alla sua umanità, semplicità e umiltà.

Sicuramente l’esperienza e la caratura umana e politica di Zangara oggi tornerebbero utili a tutta la politica bagherese, in un momento così difficile per la città.

Una città, Bagheria, in forte crisi d’identità, dove forte è la tendenza, da parte delle nuovi classi dirigenti, a cancellare la memoria storica, le radici culturali, il senso collettivo di comunità e dove sembra prevalere un pericoloso e dilagante manicheismo, una visione divisiva della politica che tende a demonizzare tutto e tutti in nome di un presunto rinnovamento, che scava fossati invalicabili tra il nuovo ed il vecchio senza distinzione alcuna. Conseguenza immediata è il degrado nel livello della dialettica e del confronto politico, in barba al rispetto delle ragioni dell’avversario politico.

Un armamentario contrapposto e asimmetrico alla politica del dialogo, della tolleranza e del rispetto che propugnava ed attuava Andrea Zangara, il cui testamento politico, anche alla luce dell’elezione di Sergio Mattarella alla carica di Presidente della Repubblica, può tornare utile al ritorno della buona politica, condizione necessaria per provare a risollevare le sorti della città e fermarne il declino.

Una cosa è certa, con Matteo Renzi alla Presidenza del Consiglio e Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica, entrambi appartenenti al Partito Democratico, ma di estrazione Popolare, oggi possiamo risolvere (con la giusta dose d’ironia e rispettosi delle sensibilità politiche di tutti i lettori) il famoso dilemma nel quale si dibattevano gli intellettuali laici e di sinistra nell’Italia degli anni Settanta ed Ottanta, affermando, con ragionevole beneficio del dubbio, che moriremo democristiani. Ciò, ovviamente, nell’accezione positiva che connota la logica di appartenenza al partito che affonda le radici nel Partito Popolare fondato da Luigi Sturzo nel 1919 e che vide tra i fondatori nel dopoguerra Bernardo Mattarella, padre di Sergio e componente dell’Assemblea Costituente eletta nel 1946, a dispetto delle innovazioni della politica, sorte da un ventennio e che ancora affollano il panorama politico ed affascinano molti elettori.

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