In questa pagina sono raccolti gli articoli di Donato Didonna*
 

Ecco come (1)

C’era una domanda che mi tormentava da quando ero venuto in Sicilia, alla fine degli anni ‘70 (ebbene sì, mi riconoscono delle qualità, ma mi manca del tutto questa “perfezione”: sono Barese, Siciliano solo d’adozione): perché in un posto dove si potrebbe vivere bene, in termini sia civili che materiali, ci si rassegna, perlopiù, a sopravvivere? Perché un posto, naturalmente così bello e semmai abbellito da tante maestose vestigia di chi ci ha preceduto, viene − solo da qualche generazione, peraltro − così impunemente violentato?

Mentre cercavo risposte, mi ponevo altre domande e mi sembrava di trovare delle risposte alle precedenti, delle possibili soluzioni o vie d’uscita e ho cominciato quindi a scrivere, anche per non perdere idee e intuizioni.

È nato così un blog che ho intitolato “Sicilia Moderna”, con un sottotitolo volutamente e consapevolmente cattivo: “quando Dio creò la Sicilia, vide che era troppo bella… fece allora i siciliani”.

Una terra appartiene (moralmente) a chi la ama, non solo a chi vi è nato, magari per caso (o per sbaglio). Per questo, chi − come me − ama la Sicilia, perché l’ha scelta per viverci, ha il diritto di dire questo ed altro a chi, pur essendoci nato, la ama solo a parole, ma non nei fatti. E se questo genere di indigeno è pure permaloso, il piacere di dare pane al pane e vino al vino, diventa solo maggiore.

I Siciliani sono orgogliosi della loro intelligenza e ne ho conosciuti davvero tanti dotati di intelligenza non comune, ma un popolo veramente intelligente non si sarebbe mai ridotto in questo stato!

(…) Questa esperienza professionale e umana mi ha portato a fissare una regola di vita cui cerco di essere coerente: chi ha la capacità di capire, ha poi la responsabilità di agire. Credo infatti che, così come le grandi imprese avvertono ormai da tempo l’esigenza di attuare secondo la c.d. responsabilità sociale dell’impresa, anche il professionista, il dirigente, la singola partita IVA debba agire in modo socialmente responsabile.

Se si è capaci di capire un problema, immaginare delle soluzioni e poi non ci si sporca le mani tentando di fare qualcosa di positivo nel proprio piccolo, a livello − ovviamente − ultra familiare, si diventa complici, per omertà od omissioni, dello stato penoso in cui versa una società quale quella siciliana. Il futuro rubato ai ragazzi, le risorse sprecate e le opportunità perse sono responsabilità di quegli adulti che neanche ci provano a cambiare qualcosa, con l’alibi mentale che nulla può cambiare.

Per cambiare qualcosa in Sicilia, possibilmente in meglio, credo ormai più alla somma di azioni socialmente responsabili di singoli cittadini. Ho completamente perso la fiducia nei partiti tradizionali, impegnati  come sono a “costruire il consenso” per perpetuare posizioni di potere personale e, molto spesso, di squallido affarismo. I singoli politici bravi ed onesti, da soli, non bastano più, specie con l’attuale legge elettorale.

I contenuti di questo libretto che riprende contributi già pubblicati negli anni scorsi sul blog palermitano Rosalio, non sono rivolti ai pubblici amministratori, ai politici. Anch’io, ingenuamente, pensavo che i politici cercassero buone idee, magari suggerite da cittadini attivi. I politici di professione le idee ce le hanno già chiarissime: il problema è che, quasi sempre, al di là della retorica, le loro idee più radicate e inconfessabili non coincidono con la visione di bene comune espressa da dei cittadini consapevoli e responsabili.

E mentre mi cadevano in picchiata le quotazioni dei politici, salivano quelle della generazione dei “circa trentenni”. Anche qui, non voglio generalizzare, dico solo, sulla base della mia esperienza, che ho trovato in questa generazione un fermento nuovo su cui investire.

Chi, come me, è nato nel dopoguerra da genitori che hanno vissuto l’ultimo conflitto mondiale, ha avuto per anni −  fino ai primi anni ’90 − un’impressione netta, una certezza: al momento di stappare lo spumante, si sapeva che l’anno che stava arrivando, sarebbe stato migliore di quello che stava finendo. Questa certezza, probabilmente, è stata diseducativa perché non ha abituato al ridimensionamento generale del tenore di vita, che poi abbiamo conosciuto sin da quando Gianni Agnelli, “ultimo re d’Italia”, profetizzò: “la festa è finita”. Da allora, infatti, le cose a livello politico, sociale ed economico, sono andate costantemente peggiorando, con la complicità di una malintesa globalizzazione, dell’introduzione dell’euro in assenza di controlli, ecc. Una pacchia solo per le grandi banche, le imprese delocalizzate e i grandi studi legali. Il fatto che tutto ciò sia coinciso con l’epopea berlusconiana, è puramente casuale, così come si scriverebbe (in caratteri minuscoli) in coda ad un film. Altri, legittimamente, ritengono invece che ci sia stato un rilevante nesso di causalità…

Ma torniamo ai circa trentenni. Chi è nato invece a cavallo degli anni ’80 è cresciuto in un ambiente psicologico esattamente opposto: l’anno che verrà sarà, molto probabilmente, peggiore di quello appena trascorso.

Quando ho cominciato a scrivere della Sicilia che volevo e che non c’era, mi è sembrato giusto, non solo dire in termini critici, fuori dai denti, ciò che pensavo di tante storture ed ingiustizie, ma anche proporre delle soluzioni e, fatto più unico che raro in un una regione di grandi analisti e di imbattibili suggeritori di ciò che gli “altri” dovrebbero fare, unire teoria e pratica in prima persona, realizzando delle iniziative, magari piccole, ma coerenti con ciò che andavo scrivendo.

È a questo punto che sono stato raggiunto da questi ragazzi attraverso la rete: mi hanno detto che preferivano cimentarsi su queste idee piuttosto che cogliere o cercare altre opportunità professionali che pure avevano. Ho capito così che la mia generazione poteva giocare una carta importante: c’erano i presupposti per un’alleanza intergenerazionale per creare imprese nuove, coerenti con una diversa visione della Sicilia e con un diverso modo di intendere le responsabilità sociali, economiche, ambientali, culturali e civili. Ed è stato così che, dopo aver speso una vita al servizio del capitalismo, mi sono ritrovato a costituire e presiedere una cooperativa di lavoro; a passare dalla finanza “creativa” ai prodotti naturali dell’orto distribuiti in chiave moderna; a finanziare privatamente il restauro e la riapertura della torre della piazza di Mondello e ad immaginare altre avventure nel campo della finanza etica, del turismo relazionale, delle energie rinnovabili, ecc.

(continua)

Aggiornamento dell’autore: il risultato più interessante di queste idee è stato l’aver contribuito, come cofondatore, alla nascita della Fondazione Siciliana per la Venture Philanthropy nel 2013.

*blogger che dal 2004 scrive della Sicilia. Nel 2010 pensò di riordinare quanto andava scrivendo in un libretto liberamente scaricabile in rete e pubblicato in proprio: “Ecco come. Cambiare la Sicilia in dieci mosse”. Ne riproponiamo i passi più significativi per la loro attualità.

Ecco come (2). La grande incompiuta

La Sicilia è essa stessa un’opera incompiuta, come le tante opere pubbliche “azzoppate” che funestano il suo territorio: è una buona idea, una bella bozza che difetta però di una completa e convincente realizzazione. Di certo, le potenzialità non le mancano, sia in termini di qualità delle risorse umane che di quelle economiche, ambientali e culturali, ma le potenzialità, da sole, non bastano. Chi vi è nato e cresciuto può anche credere che sia il posto più bello del mondo, ma chi è nato altrove, o ha comunque una certa esperienza del mondo al di fuori dei suoi confini, sa che così non è, anche se, questo sì, teoricamente, potrebbe esserlo.

I peggiori nemici della Sicilia sono gli stessi Siciliani: non tutti, ovviamente. E la causa più profonda di questa situazione sta, a mio avviso, nella “concorrenza sleale” che si dà tra economia di mercato ed economia parassitaria.

Qual è la principale industria della Sicilia, quella che offre più lavoro e reddito? È la politica! La mia analisi è volutamente semplice e semplificatrice e parte dalla “osservazione della scodella”: qual è la fonte ultima da cui proviene il contenuto della scodella in cui mangia la gran parte dei Siciliani? Essa è costituita dalle immense risorse finanziarie intermediate dalla politica: 23-25 miliardi di euro di budget annuale!

La società siciliana vive di ricchezze prodotte, in gran parte, da altri e altrove. La “concorrenza sleale” si dà appunto tra chi si cimenta, nell’impresa o nelle professioni, con il mercato vero − quello che paga solo il merito e il valore aggiunto − e chi, più comodamente, sempre nell’impresa o nelle professioni, si cimenta con l’intermediazione di una politica che gestisce il bisogno, mai il suo riscatto: se questa classe politica riscattasse dal bisogno i Siciliani, costoro che bisogno avrebbero di questa… classe politica?

Ma, allo stesso tempo, è anche vero che questa classe politica va bene alla maggioranza dei Siciliani, perché cimentarsi con il mercato è più faticoso che coltivare rapporti amicali con i potenti di turno. Si conferma così che la classe politica non è migliore o peggiore della società che la esprime, per il semplice motivo che, scientificamente, la rappresenta. Dimmi chi ti rappresenta e ti dirò chi sei!

Da almeno 60 anni (prima con risorse nazionali, poi con quelle europee) i flussi finanziari che sostengono il reddito e i consumi di un’estesa ed influente rappresentanza di Siciliani (politici, burocrati, dirigenti, impiegati e pensionati pubblici, amministratori di società ed enti partecipati dalla Regione e dagli altri enti locali, professionisti e consulenti di tali enti, imprese fornitrici ed appaltatrici di tali società ed enti con i rispettivi dipendenti e dirigenti, azionisti e professionisti di fiducia, ecc.) provengono da:

  1. il 100% delle entrate tributarie dei Siciliani, che rappresentano circa il 10% della popolazione italiana: prerogativa propria ed esclusiva delle Regioni a Statuto speciale (i “fratelli d’Italia” possono solo dare, mai ricevere!);
  2. il fondo di solidarietà nazionale: sempre in virtù dello Statuto autonomistico (art. 38), la Sicilia rivendica ulteriori risorse dallo Stato;
  3. leggi nazionali, decreti e leggine ad hoc, come quelle che hanno salvato dalla bancarotta i comuni di Catania e Palermo;
  4. le rimesse degli emigrati;
  5. il riciclaggio di denaro proveniente da attività criminali gestite, in Italia o all’estero, da Siciliani affiliati o contigui a Cosa Nostra;
  6. la Cassa per il Mezzogiorno e successive variazioni (es. Sviluppo Italia);
  7. le compensazioni interne: ad esempio, l’integrazione al reddito per la produzione di olio, grano, ammasso e distillazione nella viticultura, contributi agli agrumicoltori per la distruzione delle eccedenze, contributi per mantenere incolti i terreni, ecc.;
  8. i programmi operativi e fondi strutturali europei: sono fondi che l’UE destina ad aree sottosviluppate del territorio europeo e che il Governo della Regione, non solo non riesce a spendere interamente, ma utilizza spesso e volentieri in modo distorto e clientelare rispetto alle sue finalità.

Non avendo tutte queste risorse creato le condizioni di un vero sviluppo economico (vedi il caso della Spagna o dell’Irlanda, nell’ultimo ventennio) tale da consentire la fuoriuscita della Sicilia dall’area del sottosviluppo, se non in modo casuale e non certo virtuoso per l’allargamento ad est dell’Unione Europea, il Governo della Regione ha patito un’ultima proroga, fino al 2013, dell’erogazione dei fondi strutturali europei, pianificando così il suo “sottosviluppo” sino a quella data. Poi si vedrà…

Può allora una società pervasa da cultura parassitaria liberarsi da sola dai suoi parassiti, e se sì, come?

(continua)

Ecco come (3)

Un certo uso del denaro pubblico può essere infatti inteso come “spreco” per certuni e, viceversa, come “fonte di reddito” per altri. Si pensi, ad esempio, al caso della sanità regionale. Perché si dovrebbe preferire la “gallina” di domani al ricco “uovo” d’oggi? Perché chi ricava vantaggi dall’attuale modello economico siciliano (che, come già detto, più che promuovere un reale sviluppo sembra invece “specializzato” nella perpetuazione di una eterna condizione di sottosviluppo) dovrebbe privarsi delle sue sicurezze? L’unica risposta è ché i soldi (specie quelli di provenienza UE) sono destinati ad assottigliarsi sensibilmente nei prossimi anni. Inoltre, rispetto al consenso sociale, economico e politico su questo modello di (sotto)sviluppo, chi dice che non se ne potrebbe raccogliere uno contrario (anche se ancora poco consapevole di sé e disorganizzato)  che verta su una considerazione di “tasca” molto concreta? Ossia, io da questo andazzo ci guadagno poco o nulla, mentre da un modello macroeconomico diversamente gestito potrei ricavare molto di più in termini sia civili (l’orgoglio di appartenere ad una comunità modernamente organizzata e gestita) che economici (guadagnerei di più nella mia attività professionale o d’impresa, avrei maggiori opportunità di trovare o cambiare lavoro, non soffrirei la scelta obbligata di cercare altrove fortuna, ecc.).

I famosi normanni che liberarono la Sicilia dalla dominazione araba realizzarono un’impresa numericamente ben diversa dallo sbarco in Normandia del ’44. Erano solo alcune centinaia di cavalieri che conoscevano però l’uso delle armi e della strategia militare: erano stati ingaggiati dal Papa con la prospettiva di diventare signori feudali e fondarono invece il Regno di Sicilia!

Ciò che servirebbe oggi, per realizzare la ricetta economica di cui sotto, sarebbe proprio un gruppo di opinione e di azione, politicamente trasversale, che in modo trasparente, ma con le idee e le informazioni molto chiare sui meccanismi di funzionamento dell’attuale gestione del potere isolano, sprigionasse tutta la sua capacità di pressione e di influenza per provocare un cambiamento.

La storia e la cronaca italiana ci hanno abituato all’azione di società segrete (carboneria, massoneria, ecc.). Ecco, ci vorrebbe oggi una lobby trasparente che, alla luce del sole, avesse l’ambizione di prendere in mano la situazione, di modificarla, facendo leva più nella forza delle proprie ragioni (continuare a sprecare le potenzialità della Sicilia è del tutto folle) che sulle scorciatoie della manipolazione del consenso attuata attraverso politiche clientelari (comuni ai due schieramenti) con l’oggettiva connivenza di stampa e TV locali abituate a sentirsi un “pezzo del potere” e, quindi, o a scrivere “sotto dettatura” del Palazzo o a denunciare le malefatte di una parte, ma solo nell’interesse dell’altra.

Un programma per utopisti con i piedi per terra, consapevoli di come funziona il mondo della politica, dell’informazione e dell’impresa, eppure decisi a reindirizzarli verso uno scopo utile e meritevole: la modernizzazione della Sicilia.

Non sarà giunto il momento di rompere quel rapporto “sadomaso” tra elettorato e classe politica in Sicilia che ha prodotto il famoso “serbatoio di voti” (cui ha attinto la “sinistra storica” ai tempi dell’inchiesta sulla Sicilia del 1876 di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino oppure, più recentemente, la “destra contemporanea” del 61 a 0) oppure il “laboratorio politico” delle alchimie partitiche trasferite poi a livello nazionale? Fino a quando si vorrà essere usati in cambio di una promessa di sviluppo, puntualmente disattesa, a fronte di una situazione socio-economica che non impietosisce ormai più nessuno in Italia come in Europa?

È la rete internet la grande risorsa per rivoluzionare il nostro tempo: la comunicazione e lo scambio di informazioni attraverso la rete può avere effetti incontrollabili, nel senso che non potranno essere arginati dall’informazione ufficiale controllata da portatori di interessi politici o economici, come avvenuto sinora.

E veniamo allora alla ricetta, ma con una doverosa premessa: sono convinto che tocchi all’impresa creare benessere materiale vero (a ridistribuire risorse prodotte altrove da altri siamo tutti bravi!), così come sono pure convinto che alla politica non competa fare impresa, bensì consentirne e favorirne la crescita, coerentemente con una data visione di sviluppo economico che generi benessere non solo materiale. A quale visione di sviluppo economico farei quindi riferimento? A quella che veda, non l’Isola che conosciamo oggi, bensì quella che potrebbe diventare in un arco di tempo relativamente breve, di 10-20 anni, la Sicilia come una regione internazionalmente riconosciuta per il “benvivere”.

L’effetto più noto e temuto della globalizzazione è quello della delocalizzazione produttiva: intere filiere, tradizionalmente domiciliate nel vecchio continente, si sono spostate dove più basso è il costo della manodopera o delle materie prime. Ma vi è anche un effetto, meno conosciuto, che rappresenta una grande opportunità per territori in via di riconversione economica: la globalizzazione ha innalzato il reddito di intere popolazioni (nell’Europa dell’Est, India, Cina, Brasile) e prodotto parecchie centinaia di migliaia, se non già milioni, di “nuovi ricchi” che si aggiungono ai “vecchi ricchi” occidentali. Questi individui, a casa o altrove, cercano una sola cosa: qualità della vita.

Qualità della vita significafoto_sicilia_satellite trovare, non necessariamente per trasferirvisi, ma anche per un breve soggiorno o per investirvi, un luogo dove l’aria sia respirabile; l’acqua – da bere o dove immergersi – incontaminata; il cibo denso di profumi, di sapori e cucinato secondo una sapiente arte; il clima mite; il paesaggio piacevole allo sguardo e con interventi umani che quasi lo perfezionino; la popolazione ospitale, civile, serena e contenta di vivere dove vive; un luogo ricco, magari, di stimoli culturali e di storia, attraverso parchi archeologici ben mantenuti e fruibili, opere architettoniche, palazzi, castelli, ville, borghi, centri storici, musei, pinacoteche, piazze, marine, ecc., oggetto di un’amorosa manutenzione e di una decorosa presentazione, come si è usi avere con le proprie cose nella propria casa; un luogo caratterizzato da servizi pubblici efficienti: il posto migliore dove ricevere cure sanitarie; dove sia facile muoversi; semplice svolgere un’attività economica; stimolante crescere e studiare; bello invecchiare.

Valorizzare in termini di qualità della vita il proprio territorio, attrezzarsi in tal senso – come comunità consapevole – in termini sia culturali che imprenditoriali o professionali, per poi “vendere” tale immagine della Sicilia (con la realtà dietro, però) a chi possa adeguatamente pagarla, potrebbe allora diventare una visione di sviluppo economico con ricadute positive, dirette ed indirette, per tutti i 5 milioni di Siciliani residenti.

Quali dovrebbero essere le principali direttrici di questo sviluppo economico del territorio siciliano che portino nella direzione della qualità della vita? Ne indico dieci:

  1. produzione di energia da fonti alternative agli idrocarburi;
  2. riconversione del territorio (paesaggio, città e coste) violato da decenni di edilizia selvaggia e così orribile alla vista;
  3. produzioni agricole e zootecniche di qualità che risultino saporite ed anche utili nella prevenzione delle malattie;
  4. promozione di un turismo sostenibile di qualità, non di massa (viaggiatori, non turisti);
  5. fruizione moderna, con opportuno uso delle tecnologie digitali, dei beni culturali;
  6. promozione della cultura d’impresa, offrendo servizi reali, non soldi a fondo perduto;
  7. promozione di centri di ricerca pura ed applicata, capaci di richiamare i “cervelli”;
  8. protezione dell’ambiente e della qualità di vita urbana (ciclo dell’acqua, rifiuti, traffico e polveri);
  9. efficienza della pubblica amministrazione;
  10. circolazione dell’informazione e della conoscenza.

Approfondirò ciascuno dei 10 punti, facendo solo notare che, pur parlando di sviluppo in Sicilia, con le sue criticità, non ho enfatizzato più di tanto la lotta alla mafia, perché convinto che di una certa mentalità parassitaria e arcaica che profondamente detesto, essa rappresenti solo il volto più violento, ma forse neanche quello più pericoloso e dannoso.

(continua)

Ecco come (4). Energia Siciliana

Il controllo delle fonti energetiche è materia così strategica che per essa si fanno anche le guerre, magari con la scusa della democrazia in formato “export”. All’energia di fonte fossile la Sicilia ha già pagato un alto prezzo ambientale nei poli petrolchimici di Priolo, Gela e Milazzo. Questo modello di sviluppo ereditato dagli anni ’50, oltre che insostenibile, è incompatibile con quello della qualità della vita, per l’inquinamento e i rischi ambientali che produce (si pensi alle autorizzande trivellazioni nel canale di Sicilia).

La Sicilia, per insolazione, è seconda in Europa solo all’Andalusia. Il premio Nobel Carlo Rubbia voleva perciò realizzare a Priolo, accanto alla centrale termoelettrica, un impianto solare “termodinamico”, gestito da ENEL ed ENEA, che sfruttasse il suo brevetto “Archimede”. Rubbia (che allora era a capo dell’ENEA da cui andò via nel 2005, sbattendo la porta tra il sollievo o l’indifferenza della classe politica) andava ripetendo che:

  • un impianto della superficie di un comune aeroporto sarebbe capace di produrre la stessa energia di una centrale nucleare;
  • il costo dell’impianto “Archimede” si sarebbe recuperato in 6 anni, mentre l’impianto sarebbe durato almeno altri 25;
  • prodotta su larga scala, la tecnologia del progetto “Archimede” potrebbe generare energia ad un costo in linea con quello del gas naturale e del petrolio;
  • le riserve petrolifere sono entrate… in riserva: ne abbiamo per qualche decennio ancora;
  • mentre l’offerta è destinata quindi a scendere, la domanda di petrolio dovrà tener conto delle crescenti richieste, soprattutto cinesi, con conseguenze sui prezzi;
  • per accordi internazionali in materia ambientale (Kyoto) chi, come l’Italia, ancorché in modo efficiente, utilizza energia elettrica di fonte inquinante (idrocarburi) paga una tassa nella bolletta, mentre il solare rinnovabile farebbe risparmiare tale aggravio.

La Sicilia, con la sua rappresentanza politica nazionale (quella del 61 a 0), aveva in quel momento un forte potere di condizionamento sul governo Berlusconi, ma non lo seppe usare. Restarono considerate fonti di energia assimilate alle c.d. “alternative”, quelle derivanti dagli scarti di lavorazione degli idrocarburi e persino dagli inceneritori. Il riconoscimento di energia verde fu dato invece alla tecnologia del prof. Rubbia dagli Spagnoli per i quali ha in seguito lavorato. Mutato il governo, nella costante disattenzione per il tema da parte dei politici e quindi degli organi di informazione siciliani (più appassionati alla vicenda: ponte sì, ponte no), il progetto di solare termodinamico si è da ultimo trasferito in Calabria dove ha preso il nome di “Pitagora”, mentre in Sicilia l’“Archimede” è stato realizzato in misura ridotta rispetto all’ambizioso progetto originario. All’inaugurazione dell’impianto, madrina il Ministro Stefania Prestigiacomo, Rubbia − stando alle cronache − non è stato neanche invitato.

Come è noto, il sole scarica sulla terra un’energia migliaia di volte superiore a quella che consumiamo. Di questa energia un comune pannello fotovoltaico ne cattura oggi meno del 20%. Se non cominciamo a sperimentare su larga scala tutte le tecnologie e a migliorarle sulla base dell’esperienza, non potremo mai fare passi avanti significativi.Main-5-F Gli incentivi pubblici (conto energia) che hanno fatto della Germania una nazione leader nel settore delle fonti energetiche alternative, sono  finalmente operativi anche in Italia: è un’occasione che la Sicilia non deve perdere per caratterizzarsi come l’area in Europa a maggiore innovazione energetica. Per questo va salutato con favore l’accordo tra Enel Green Power, Sharp ed ST Microelectronics per realizzare a Catania, attraverso un project financing da 150 milioni di euro, quella che sarà la più grande fabbrica italiana di pannelli fotovoltaici.

All’eolico, al fotovoltaico, al solare termodinamico, allo sfruttamento delle maree o delle biomasse, potrebbe aggiungersi anche il biodiesel. In Sicilia ci sono un milione di ettari di terreni adibiti a culture cerealicole divenute quasi antieconomiche ed estese aree non coltivate di valore quasi nullo in termini di biodiversità. Ci sono tre grandi raffinerie. Ciò che ci potrebbero essere, invece, sono delle coltivazioni di piante poco conosciute, come la Jatropha Curcas, che attecchiscono in terreni anche semi-aridi e hanno una buona resa in termini di produzione di biodiesel. Ci vorrebbe però anche una politica intelligente e pragmatica sostenuta da politici lungimiranti. E, per chi avesse paura dello sconvolgimento dell’identità botanica isolana, varrebbe la pena di ricordare che le arance o i fichi d’india o i ficus con radici pensili dei nostri giardini sono stati tutti un tempo importati. La pianta vivente, a differenza di quella fossile, riassorbe l’anidride carbonica prodotta dalla combustione, mantenendo così tendenzialmente in equilibrio il sistema atmosferico.

Bill Clinton, il presidente che ha assicurato agli USA otto anni memorabili di alta crescita e bassa disoccupazione puntando sulle tecnologie digitali (le “autostrade informatiche” di cui parlava più di 15 anni fa, divenute oggi familiari a tutti col nome di “banda larga”), in una delle ultime campagne per le presidenziali, affermava che “il settore delle energie alternative agli idrocarburi creerà nel mondo milioni di posti di lavoro ben retribuiti”.

Creare occasioni di lavoro coerenti con una visione di sviluppo, invece che promettere stipendi, è ciò che fa la differenza tra il politico che cerca di promuovere reale sviluppo economico e quello capace solo di perpetuare sottosviluppo.

(continua)

Ecco come (5). Riconversione del territorio

La penosa situazione in cui versa il territorio − specie urbano − siciliano, è sorta e si è sviluppata tutta negli ultimi decenni di attività edilizia dissennata. L’edilizia, fino al dopoguerra, quindi persino quella ispirata al razionalismo fascista, era caratterizzata comunque da un senso estetico, era frutto di un disegno progettuale dignitoso: cosa sarà successo nella mente di amministratori pubblici, architetti, urbanisti e ingegneri del “sacco” di Palermo, di Agrigento, ecc.? Chi ha dato loro una laurea? Come ha fatto un territorio naturalmente “bello” ad essere reso “brutto” da troppe ed infelici realizzazioni di professionisti siciliani, non piemontesi? Chi ha autorizzato folli volumetrie e quartieri senza un decente disegno urbanistico o adeguati servizi?

Se il territorio deve diventare una risorsa, non è più tollerabile un suo uso così anarcoide come avvenuto sinora. Il brutto non attira nessuno mentre abbrutisce la vita di chi ci vive. Città, coste, centri storici, paesaggi marini e rurali vanno riconsiderati e devono diventare un’opportunità per un’attività edilizia di riconversione, riuso, ma anche di abbattimento sic et simpliciter da sprigionare, inizialmente a macchia di leopardo, sotto una regia intelligente di urbanisti −siciliani e non − degni del loro titolo accademico e fidando nella competizione virtuosa cui il bello induce quando non è sopraffatto dal brutto.

Immagino un poderoso intervento di pianificazione condotto pubblicamente, in modo condiviso e trasparente attraverso internet, con risorse finanziarie pubbliche (si pensi ai costi per gli espropri per pubblica utilità o per le infrastrutture) attinte a quello che considero il vero “tesoro siciliano”: l’aggressione, in Italia e all’estero, dei patrimoni di “Cosa nostra”[1].

Grazie ad un’opportuna e pragmatica riforma della legge Rognoni-La Torre (e succ. modif.), si dovrebbe prendere atto di una situazione incontestabile: la Sicilia deve il suo ritardato sviluppo economico al condizionamento della criminalità organizzata. Quanto è costato questo ritardo? I Siciliani, come comunità politica, potrebbero perciò vantare un credito al risarcimento di questo danno, aggredendo – in Italia come all’estero – i patrimoni di coloro (affiliati a Cosa Nostra) che lo hanno causato? Perché no?

Si dovrebbe adottare, dicevo, un approccio più pragmatico, in una riforma della citata legge, finalizzato alla definizione di una strategia meno burocratica e più efficace nella lotta tra economia legale e illegale, che porti ad incrementare considerevolmente la confisca di beni di provenienza mafiosa, ovunque nel mondo, non solo in Sicilia o in Italia!

Tale strategia, potrebbe ispirarsi ad un fatto storico e ad uno di cronaca: i Piemontesi per finanziare l’unità d’Italia confiscarono nel 1867 i beni ecclesiastici; il Commissario Straordinario della Parmalat, Enrico Bondi, ha utilizzato la società di investigazioni statunitense Kroll per cercare il “tesoro” dei Tanzi. La strategia dovrebbe, quindi, essere incentrata sui seguenti punti:

  1. utilizzo di risorse esterne all’apparato dello Stato, pagate solo a risultato utile, per il lavoro di intelligence nell’asset search (la citata Kroll ha individuato con successo, pur dietro paraventi, il “tesoro” di Saddam Hussein, quello dei coniugi Marcos, quello del dittatore di Haiti, Duvalier, ecc.);
  2. costituzione di un pool di magistrati specializzati − e capaci di cooperazione giudiziaria internazionale − che si occupi di verificare, con le garanzie del caso, le prove addotte dal lavoro di intelligence sulla riconducibilità di beni (società, terreni, attività finanziarie, ecc.) a prestanome di criminali mafiosi, sia in Sicilia che in Italia e all’estero;
  3. costituzione di uno speciale “Fondo di Gestione” di tali patrimoni sequestrati e poi confiscati, affidato a istituzioni internazionali difficilmente condizionabili (es. grandi banche internazionali);
  4. creazione di un “Programma ventennale di riconversione della Sicilia”, alimentato dal suddetto fondo, che finanzierebbe interventi sul territorio (città, coste, ecc.) coerenti con progetti di architetti e urbanisti di prestigio internazionale;
  5. la Regione Siciliana, in base alla stessa legge, potrebbe vedersi anticipare le disponibilità di tale programma con le tipiche tecniche finanziarie che attualizzano flussi futuri: potrebbe valutare, anche prudentemente, il credito al risarcimento del danno che, come soggetto politico con propria popolazione e territorio, vanterebbe nei confronti di coloro che, con la loro condotta criminale, hanno determinato il mancato sviluppo economico e la violenta speculazione sul territorio e, successivamente, cedere al mercato finanziario questo credito − con tanto di rating delle istituzioni finanziarie − attraverso un’operazione di cartolarizzazione.

Basti pensare agli immensi proventi del solo traffico di droga per rendersi conto che, pur essendoci da pagare gli spacciatori, gli avvocati difensori, le famiglie dei detenuti, i “picciotti”, restano sicuramente alla criminalità un mare di soldi da reinvestire nell’economia legale in Sicilia, in Italia e all’estero.

Il costo del ponte sullo stretto (5-6 miliardi di euro), da molti inteso come una infrastruttura che potrebbe rappresentare il volano di una ripresa economica, potrebbe rappresentare semplicemente l’unità di misura di questa operazione paragonabile, nella nostra storia, solo alla confisca dei beni ecclesiastici operata dal Regno d’Italia (1867). Qualche anno fa un’indagine ha svelato come esponenti della mafia siculo-canadese pensassero di mettere le mani sul grande affare del ponte, addirittura proponendosi come finanziatori!

La confisca dei beni ecclesiastici risolse un problema della storia moderna. Analogamente, oggi, l’attacco militare e senza riguardi ai patrimoni della mafia ne risolverebbe un altro. La storia la scrive sempre chi vince. E la mafia, di pagine tragiche di storia, ne ha scritte fin troppe!

Certo, uno Stato che, come avvenuto in questi anni, continui a considerare “carcere duro” il regime in cui un boss condannato in via definitiva invia “pizzini” attraverso la biancheria affidata ai familiari o che consenta che poliziotti di elevata professionalità, quali quelli che maneggiano le sofisticate apparecchiature di intercettazione ambientale, riuscendo persino ad introdursi furtivamente nelle abitazioni di boss, svendano poi per un “piatto di lenticchie” informazioni riservate, perché remunerati con uno stipendio da fame, più che incutere timore, questo Stato, darà sempre e solo la certezza che non prevarrà mai sul crimine organizzato. E quanti, per cultura o istinto servile, fiutano da che parte stia il più forte, non avranno dubbi sul santo da… votare o a cui votarsi.

La lotta ai patrimoni di illecita provenienza deve anche costituire un’opportunità per i territori in cui il riciclaggio viene consumato, incentivando in tal modo la massima cooperazione internazionale. Ricordo che anni fa nella Costa del Sol le autorità spagnole hanno arrestato tre notai e sette avvocati indiziati di riciclaggio per 250 milioni di euro. Se un villaggio turistico in Spagna o in Croazia del valore di 100 è riconducibile a prestanomi della mafia, nella vendita successiva alla confisca non sarà necessario pretendere 100, ma sarà sufficiente incassare anche 50-60 (il sistema bancario cede a valori inferiori i crediti “problematici” con le relative garanzie reali o personali), consentendo così ad un esponente dell’economia legale locale, verificato con le dovute attenzioni e garanzie, di concludere un buon affare. Tale incentivo favorirebbe la cooperazione politico-giudiziaria internazionale, poiché nessuno Stato moderno può avere un lungimirante interesse a favorire il riciclaggio.

Il precedente procuratore nazionale antimafia, Pier Luigi Vigna, ha affermato che il fatturato della criminalità organizzata in Italia ammonta a oltre cento miliardi di euro l’anno. La forza di questo denaro, in uno scenario economico debole, diviene ancora più dirompente, potendo eliminare dal mercato qualunque concorrente dell’economia legale.

Per confermarvi che non parlo di fantascienza, ma di obiettivi possibili, solo volendo, vi racconto una storia vera. Una storia a lieto fine e, per certi versi, molto istruttiva. Poco più di due anni fa, la fiction TV Il capo dei capi” portò la signora Ninetta Bagarella, moglie di Totò Riina, a pensare di poter pretendere il risarcimento per presunti danni d’immagine causati dalla fiction. Sembrava una richiesta paradossale, eppure la stampa la riportava senza alcun particolare commento critico, né indignazione. In un servizio del TG satirico “Striscia la notizia”, divenuto poi celebre, l’inviata Stefania Petyx pensò di andare a puntualizzare direttamente alla signora Bagarella che, se c’era una rivendicazione di danni d’immagine, questa semmai apparteneva di diritto al popolo siciliano che, a causa della presenza della criminalità organizzata, aveva perso non solo l’immagine, ma anche un adeguato sviluppo economico, oltre che i suoi migliori figli, uccisi vigliaccamente.

Un gruppo di ragazzi (questi circa trentenni di cui vi dicevo) palermitani senza bandiere politiche, prese alla lettera questa rivendicazione e promosse su internet una raccolta di firme con la petizione “Chiediamo i danni a Cosa Nostra”. Le firme raccolte sono state più di 18.000 provenienti da ogni parte d’Italia. Come se non bastasse, alcuni di questi ragazzi si sono recati, per giorni, all’ingresso dell’ARS a raccogliere le firme dei nostri deputati regionali disponibili a sottoscrivere una norma in merito.

E questi sono i tangibili risultati portati a casa a poco meno di un anno dall’inizio della raccolta delle firme:

Primo risultato: nel gennaio 2008, con un emendamento alla Legge Finanziaria Regionale 2008 (L.R. 6.2.2008, n. 1, in Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana del 8.2.2008), è stato introdotto il seguente articolo:

ARTICOLO 18

Costituzione parte civile

«Fermo restando il diritto della Regione Siciliana e degli enti di cui all’articolo 1 della legge regionale 10/1991 di costituirsi parte civile nei confronti di qualunque cittadino imputato di reati connessi all’associazione mafiosa, è fatto obbligo alle amministrazioni di cui sopra di promuovere azioni civili di risarcimento di danni quando sia intervenuta sentenza penale di condanna passata in giudicato, riguardanti pubblici amministratori o dipendenti delle amministrazioni medesime».

In concomitanza con la legge finanziaria regionale, era stata presentata anche una articolata mozione che recepiva lo spirito della petizione per i casi diversi da quelli dei pubblici amministratori o dei burocrati, ma le dimissioni del presidente Cuffaro rimandarono il tutto alla successiva legislatura.

Secondo risultato: finalmente, alla fine dello stesso anno, è stato inserito il seguente articolo nella nuova Legge regionale antimafia (L. R. n. 15 del 20.11.2008: “Misure di contrasto alla criminalità organizzata”, in Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana del 24.11.2008, n. 54).

ARTICOLO 4

Costituzione di parte civile della Regione

«È fatto obbligo alla Regione di costituirsi parte civile in tutti i processi di mafia per fatti verificatisi nel proprio territorio».

Per la cronaca, il “pacchetto sicurezza” varato dal governo Berlusconi ha pensato bene, nella totale distrazione dei parlamentari siciliani mentre si parlava di federalismo fiscale, di riservare tali risorse in capo ad Equitalia. Un Ente locale che si costituisse parte civile contro criminali di “Cosa Nostra” potrà avanzare la sua rivendicazione “morale”, avrà diritto al rimborso delle spese legali, ma i soldi del risarcimento danni andranno al Governo nazionale. Dopo il danno, quindi, la beffa!

Quali lezioni possiamo comunque trarre da questa vicenda? Che la democrazia non è solo delega, ma è anche partecipazione: la petizione invocava un intervento del Parlamento nazionale che costringesse quello regionale a costituirsi obbligatoriamente parte civile nei processi di mafia, mentre è bastato mostrare le proprie facce (e anche qualche telecamera!) perché l’Assemblea Regionale si muovesse autonomamente e in modo assolutamente bipartisan.

Ma torniamo, dopo quest’ampia parentesi, al tema principale. Il territorio siciliano, per competere con la campagna toscana o il mare della Sardegna, così come potenzialmente potrebbe, richiederebbe che ne venisse ripensato l’attuale uso esclusivamente “interno”, con un diverso utilizzo delle “seconde case” che infestano ormai ininterrottamente specialmente le sue coste, mentre sono economicamente sottoutilizzate dai proprietari (normalmente, per non più di 6 settimane all’anno).

L’alternativa “politica” da proporre dovrebbe essere: vuoi una casa di villeggiatura ad uso esclusivo? Pagherai adeguate tasse per l’uso che fai anche del paesaggio. Vuoi invece metterla a reddito, dotandola di ulteriori servizi a vantaggio di una economia turistica diffusa? Riceverai adeguati incentivi economici e fiscali sulla falsariga di quelli previsti per i “paesi albergo”.

Nelle grandi città come Palermo, invece, non vedrei male la soluzione di diluire in altezza la densità abitativa sostituendo, nelle zone residenziali prive di spazi urbani e di adeguati servizi, gli attuali palazzoni con grattacieli anche di 60 piani e più. Avremmo, dalle parti di viale Strasburgo, una skyline da downtown, ma avremmo recuperato valore immobiliare, tale da consentire la permuta di appartamenti, negozi e uffici di interi isolati e di remunerare il costruttore, con il vantaggio sociale di un migliore equilibrio estetico ed urbanistico.

Lascio infine all’immaginazione di ciascun lettore il ritorno occupazionale, professionale e di immagine di quanto sin qui detto.

(continua)

[1] Ho pubblicato questi stessi contenuti in un articolo apparso sulle pagine regionali di MF il 30.3.2005.

Ecco come (6). Agricoltura di qualità

Oggi disponiamo in abbondanza di prodotti agricoli, magari belli e grandi da vedere, reperibili tutto l’anno dal fruttivendolo, ma che non hanno più l’originario sapore. La mia generazione detiene per ultima la memoria di sapori (di frutta, verdura, ortaggi, ma anche della carne, sia bianca che rossa o del pesce non di allevamento) che i nostri figli e nipoti non apprezzeranno mai più e dico “apprezzeranno” perché chi ha avuto la fortuna di provare la differenza, sa che siamo oggi più ricchi di prodotti belli come oggetti di plastica, ma poveri di identità di sapore e spesso integrati con i più improbabili additivi chimici.

Siamo tutti vittime di una planetaria tendenza all’omologazione dei sapori, importati attraverso semi selezionati magari in Olanda o Israele, oppure modificati attraverso concimi o mangimi di produzione industriale. La memoria dell’originario sapore e profumo di una banale salsa di pomodoro o di una ciliegia (che quand’ero ragazzo poteva presentare anche un bruco) è destinata a morire con la mia generazione per lasciare spazio, definitivamente, al gusto agroindustriale omologato, grazie all’uso (e all’abuso) di acqua, fertilizzanti chimici e ormoni (vegetali e animali).

Questo scenario è destinato a consolidarsi, a meno che non pretendiamo, come consumatori (e aiutiamo i nostri figli a scoprire), prodotti, forse meno grandi, colorati e belli da vedere, ma saporiti, profumati. Privilegiamo troppo la quantità sulla qualità. Perché paghiamo la frutta e la verdura in base al peso e non in base al sapore, anzi, in base al peso a parità di sapore? Il supremo tribunale per giudicare un cibo è il palato, non la vista!

La Sicilia, avendo mancato l’appuntamento con lo sviluppo industriale, ha la “fortuna” di non conoscerne, se non marginalmente, il costo ambientale (es. piogge acide). Questo dato di fatto rappresenta oggi un’opportunità per indirizzare maggiormente le produzioni agricole e zootecniche verso il prodotto di qualità di migliore valore nutrizionale, salutistico (prevenzione malattie) e di piacere (V. tematiche Slow Food), per soddisfare una domanda di cibo di qualità che sarebbe auspicabile alimentare con una adeguata informazione e non fatta morire tra nostalgia e rassegnazione.

Alcuni anni fa hanno sorpreso un po’ tutti le dichiarazioni dello scienziato Umberto Veronesi in aperto contrasto con convinzioni largamente diffuse: provoca più tumori la cattiva alimentazione dello stesso smog (per il quale pure si rivoluziona la mobilità di intere metropoli).

Anche se Veronesi sembra avere un approccio “selettivo” sulle battaglie sanitarie da combattere, intransigente con  l’industria del tabacco, ma meno con quella dei carburanti e delle automobili che intasano − non meno − i nostri polmoni con i loro fumi e polveri, prendo spunto da questa sorprendente affermazione per continuare a parlare della Sicilia e di come, se veramente se ne volesse immaginare uno sviluppo economico migliore e diverso, l’affermazione di Veronesi potrebbe suggerire nuove idee imprenditoriali.

Che la Sicilia, con il suo clima e microclima, sia una terra vocata all’agricoltura è noto da millenni, ma potrebbe anche essere una terra internazionalmente riconosciuta per la qualità “salutistica” dei suoi prodotti alimentari? Imprenditori lungimiranti dovrebbero approfondire con scienziati le caratteristiche di produzione e i protocolli di certificazione di prodotti agricoli coerenti con l’obiettivo della prevenzione dei tumori. Un marketing moderno farebbe il resto e la mancata industrializzazione della Sicilia, da problema storico, si tramuterebbe in opportunità per il futuro.

Alla base della decisione dell’Assessorato Regionale all’Agricoltura di dar vita all’ASCA, l’agenzia per la qualità alimentare, vi è stata una puntata di “Porta a porta” nella quale era stato denunciato l’alto tasso di fitofarmaci ritrovato in una zucchina siciliana, notizia che aveva poi causato un crollo delle vendite. Dopo tanti anni di politiche comunitarie che hanno favorito ammassi, distillazioni e stoccaggi, una domanda di mercato più consapevole pretende ora finalmente qualità. La cronaca di questi giorni ha aggiunto alla galleria degli orrori mozzarelle di tutti i colori: blu, rosse, rosa…

Slow Food e Coldiretti hanno avviato tempo fa una raccolta di firme, “Difendiamo l’etichetta, vogliamo conoscere l’origine dei prodotti che mangiamo”, con la quale chiedevano ai parlamentari italiani di difendere la legge che obbliga a indicare l’origine geografica (Prodotto in Italia) dei prodotti agroalimentari, dalle nuove disposizioni dell’Unione Europea, volte a eliminare l’origine in etichetta perché considerata ostacolo al libero mercato e alla concorrenza. C’è la sensazione, confermata dalle leggi che vengono approvate (o abrogate), che l’agricoltura non sia più una scelta strategica e, in particolare, la difesa di un’agricoltura di qualità non sia considerata un obiettivo irrinunciabile. Al contrario, si tende a ridurre il tutto in termini di mercato, di scambio merci, e l’attenzione del legislatore sembra diretta soltanto alla facilitazione del continuo scambio a tutti i livelli e in tutte le direzioni. In sostanza non si bada più a cosa si produce, si vende e si acquista, ma a come, quanto agevolmente, si produce, si vende e si acquista. Ma la produzione di generi alimentari non può sganciarsi dalla sostanza dei prodotti stessi. I prodotti alimentari si definiscono in base alla loro qualità e la loro qualità definisce il livello della nostra salute, della nostra qualità di vita. E’ una partita troppo importante per abbandonarla in balia di mere logiche mercantili.

cibo-madeintalyDalla concorrenza del pomodoro di Pechino a quello di Pachino, gli effetti della globalizzazione si stanno, ultimamente, facendo sentire anche sul mercato ittico isolano con la concorrenza del gambero cinese a quello nostrano. Le celle frigorifere di Mazara del Vallo mi consta che scoppiavano già l’estate scorsa di gamberi rossi nostrani rimasti invenduti a causa della concorrenza dei più economici gamberetti cinesi, opportunamente imbellettati per ricordare il colore rosso violaceo dei nostri. Se non si è biologi marini, le differenze sono abbastanza difficili da apprezzare ad occhio nudo mentre, per camuffare quelle di sapore, non mancano certo agli chef aromi ed essenze varie.

Così come una democrazia, in assenza di una corretta e libera informazione, diviene un qualcosa di molto diverso e pericoloso, anche un’economia, specie se globalizzata, in assenza di un corretta e diffusa informazione diviene un paradiso per spregiudicati produttori e intermediari. In assenza di trasparenza sulla formazione dei prezzi e sull’origine delle merci, il consumatore non solo non ha modo di beneficiare dei vantaggi della globalizzazione, ma rischia anche di essere preso per il sedere perché se è legittimo decidere di comprare un prodotto cinese per il minor prezzo, non lo è certo pagare come nostrano un prodotto cinese.

Penso che la politica dovrebbe parlare di più di cose concrete come i meccanismi di formazione dei prezzi, della qualità e della tracciabilità dei prodotti alimentari: sarebbe stupido se in un territorio che, grazie al suo clima, ha una naturale vocazione alla produzione alimentare, ci si privasse della propria identità di sapori per assecondare logiche economiche solo quantitative. Eppure sono in tanti, anche nelle nostre città, a guardare con sospetto (finché non lo assaggiano) il cibo biologico, solo perché normalmente di minore calibro e meno “rifatto” rispetto a quello pubblicizzato in TV.

“A ponente di Termini vi è un abitato che si chiama Trabìa, incantevole soggiorno con acque perenni e parecchi mulini. Trabìa ha una pianura e vasti poderi, nei quali si fabbricano tanti vermicelli (itriyah) da approvvigionare, oltre ai paesi della Calabria, quelli dei territori musulmani e cristiani, dove se ne spediscono moltissimi carichi per nave”.

Quella riportata qui sopra è la più antica testimonianza storica relativa alla produzione di pasta essiccata: è tratta dal “Libro per chi si diletta di girare il mondo” scritto dal geografo arabo Al Idrisi per Ruggero II di Sicilia (1154). Il procedimento adottato per essiccazione della pasta prevedeva che essa fosse esposta al sole per qualche tempo, quindi posta in luoghi chiusi riscaldati per mezzo di bracieri, garantendo così, come dice Al Idrisi: “di affrontare anche viaggi verso destinazioni lontane senza deteriorarsi”. Viene così smentita l’antica credenza secondo cui sia stato Marco Polo a introdurre, di ritorno dalla Cina (1295), gli spaghetti, uno dei simboli dell’Italia nel mondo. Pare che persino i maccheroni derivino dal siciliano maccarruni, da “maccari”, ossia schiacciare, l’azione fatta lavorando la pasta di semola di grano duro. Questo genere di alimento, che a causa dei minuscoli granelli di cui è composta stenta ad amalgamarsi con l’acqua, richiede infatti una lavorazione molto più energica rispetto alla farina di grano tenero. Sarebbe stato logico, se non altro per motivi storici, che industrie di livello nazionale ed internazionale come Barilla (Parma) o Divella (Bari) fossero sorte in Sicilia, trasformando e non solo producendo questa preziosa materia prima. Il campo della trasformazione di cibo di qualità del territorio è un’opportunità economica da cogliere in concorrenza con quei territori che vendono un’immagine di qualità dei loro prodotti pur mancando della materia prima.

(continua)

Ecco come (7). Turismo di qualità

“Potremmo vivere di turismo” è il luogo comune dei Siciliani che non hanno la più lontana idea di come venga vista la Sicilia dall’esterno. Mi capita abbastanza frequentemente di fare da guida ad amici di altre regioni o stranieri che vengono a visitare la Sicilia o anche, più semplicemente, di predisporre per loro degli itinerari redatti in base al tempo che intendono trascorrere nell’isola, alla stagione e ai diversi gusti e interessi. Mi ha sempre colpito registrare, alla loro partenza, reazioni opposte. Quelli che assisto personalmente (prelevandoli all’aeroporto, conducendoli in auto per strade meno trafficate, portandoli in giro per monumenti seguendo percorsi particolari e scegliendo oculatamente tempi, luoghi, tragitti, ristoranti degni della licenza, ecc.) al momento della partenza, con un tantino di sincera invidia, mi dicono: “vivi in un paradiso!”. Quelli, invece, che si avventurano per proprio conto, prima di ripartire, mi chiedono sconcertati una sola cosa: “ma come fai a vivere in quest’inferno?”

Il problema/opportunità del turismo in Sicilia è tutto qui. La Sicilia, salvo che per qualche yacht in transito o per alcune dimore per vip nelle isole minori, non rientra tra le prime dieci destinazioni in Italia del turismo di fascia alta, nonostante le sue innegabili potenzialità. Come in un circolo vizioso, sappiamo attrarre – salvo poi lamentarcene – solo turismo “mordi e fuggi” oppure tentiamo una competizione, persa in partenza per via dei prezzi, con mete turistiche “low cost” (Tunisia, Croazia, Grecia, Egitto,ecc.).

Il nostro mercato potenziale va riorientato verso la fascia medio-alta, con un’adeguamento delle idee strategiche, delle strutture ricettive, dei contenuti dell’offerta e della professionalità degli operatori. Il c.d. “turismo relazionale” potrebbe da subito trasformare in un’opportunità imprenditoriale ed occupazionale la situazione in cui attualmente versa l’offerta turistica di qualità, colmando, in termini di servizio, molte delle lacune socio-ambientali.

Rivolgere l’offerta di ricettività dell’Isola “al viaggiatore e non al turista” da slogan dovrebbe allora diventare una strategia coerentemente perseguita. Da qualche anno va raccogliendo consensi, tra chi si occupa di economia della cultura (una branca che ha molte intersezioni con l’economia del turismo), la politica turistica rivolta al “viaggiatore”. Il viaggiatore è colui che vuole scoprire, vuole immergersi in una cultura, in un determinato modo di vivere, perché animato non tanto dal desiderio di novità, quanto dal desiderio di armonia.

Per questo motivo le regioni che attraggono il viaggiatore (e non il turista) sono quelle in cui non si vive in funzione del forestiero che ivi giunge, bensì quelle in cui si accoglie il forestiero come un ospite, continuando tuttavia a vivere la propria quotidianità. Il viaggiatore non cerca la località che vive di turismo, bensì la località dove semplicemente “si vive bene”. Il viaggiatore non visita Venezia in estate, ma in inverno; non si reca a Capri in agosto, bensì in maggio.

Casi come l’Alto Adige, la Toscana, la valle della Loira, la Provenza, sono sintomatici di regioni ad elevata capacità di attrazione, la cui economia tuttavia è florida anche senza il turismo. Il turista (viaggiatore) è una ricchezza in più, ma per lui non si costruiscono grandi autostrade, villaggi immensi, non si sconvolgono le abitudini, i ritmi di vita, non si trasformano le radici culturali in folklore patetico.

Se il viaggiatore in quelle regioni trova strade ben tenute, aeroporti efficienti, servizi funzionanti, ordine, pulizia, rispetto autentici, è semplicemente perché le persone che abitano quei luoghi vogliono vivere bene, hanno bisogno esse stesse di strade ben tenute, aeroporti, linee di trasporto, servizi efficienti: ma per loro stesse, non solo per il forestiero. Ecco la differenza!

Un luogo in cui si vive bene è anche un luogo che attira i c.d. “cervelli”. Chi, potendo liberamente scegliere, non vivrebbe in regioni come la Toscana o la Provenza o l’Alto Adige? Oppure in metropoli come New York, Parigi, Londra? Città assolutamente non piegate alla logica del turista, eppure mete di innumerevoli turisti così come di viaggiatori che in esse trovano una vivacità culturale e un livello di vita stimolante. Regioni e città, quindi, che attraggono non solo viaggiatori, ma anche cervelli. Pisa è un distretto industriale dell’high tech di rilevanza mondiale, la Provenza accoglie le migliori imprese del settore aeronautico francese, l’Alto Adige conta alcuni fra i marchi più famosi dell’industria italiana.

Paradossalmente, mentre la classe politica isolana si affanna in visioni di sviluppo turistico degne di Cetto La Qualunque, il rimedio per inserire una città come PalermoQuattro-Canti-Palermo-5 nel circuito che le toccherebbe consisterebbe innanzitutto nel puntare seriamente sulla vivibilità della città, sulla sua qualità di vita (aria, traffico, servizi e trasporti pubblici), mentre, per località turistiche come, ad esempio, San Vito lo Capo, l’economia del turismo ha da tempo elaborato un modello che ne descrive l’evoluzione nel tempo. Sulla falsariga del modello del “ciclo di vita del prodotto”, si identifica una fase di “lancio” della località, una di “crescita”, una di “consolidamento” e una di “declino”.

A parte le località il cui sviluppo è artificialmente pianificato come la Costa Smeralda, la maggior parte dei luoghi turistici in Italia vede il “lancio” come una scoperta che alcuni turisti-viaggiatori compiono riguardo ad un luogo fuori dai soliti itinerari. Una volta divenuta di dominio pubblico (le riviste di viaggio dedicano attenzione), la località si sviluppa: aprono esercizi ricettivi (alberghi, locande, ristoranti) e si migliorano le comunicazioni. È questa la fase in cui si interviene sul territorio, in misura più o meno pesante a seconda della lungimiranza degli amministratori pubblici (più sono lungimiranti, meno invasivi sono gli interventi sul territorio). Si crea occupazione e la località diventa rinomata. Segue una fase di consolidamento, in cui di fatto si assiste ad una razionalizzazione dell’offerta turistica, segmentando la clientela con un’offerta specifica per ciascun segmento (natura, sport, cultura, benessere, congressi, etc.). Questa fase sarebbe auspicabile rappresentasse il termine dello sviluppo, cristallizzando una situazione di prosperità. A volte accade: St. Moritz è un esempio, così come lo sono l’Alta Badia, Capalbio, Sperlonga. Purtroppo, troppo spesso, a questa fase segue invece il declino segnato sempre dalla speculazione edilizia per la vendita di case di villeggiatura (le “seconde case”, vero dramma del settore turistico e del paesaggio!). La fama della località porta i valori fondiari a crescere smisuratamente originando spinte speculative che, da una parte, consumano irrimediabilmente il territorio mentre, dall’altra, premono per accrescere l’afflusso di turisti così da potere aumentare le possibilità di investimento speculativo: più vacanzieri giungono, maggiore è la domanda di costruzioni. È un circolo vizioso di cui fa le spese la località stessa: il turismo ricco (quello che può spendere, quello che arriva per primo) la abbandona perché divenuta caotica e commerciale. Rimane il turismo che non lascia ricchezza sul territorio, che non spende nei locali e nei ristoranti, che non dorme negli alberghi, che neppure fa la spesa sul luogo, ma la porta direttamente dalla città. È la morte della località, della sua capacità di generare valore economico per la comunità che vi abita. Il valore economico è stato espropriato da chi ha speculato sui valori immobiliari e a chi vi abita non rimangono che le briciole. Con in più la difficoltà di riconvertire un territorio irrimediabilmente sfregiato da costruzioni: come si possono abbattere se sono state regolarmente autorizzate o, peggio, condonate? Non è un caso che in Svizzera agli stranieri sia interdetto l’acquisto di abitazioni. E neppure è un caso che la precedente Giunta regionale sarda abbia votato il divieto di nuova edificazione entro i due chilometri dalla costa: due modi per evitare il sopraggiungere della fase di declino delle località turistiche. Talvolta occorrerebbe davvero usare la dinamite per restituire ai luoghi non solo la loro bellezza originale, ma anche il loro futuro.

Diciamola tutta! Penso che negli ultimi quindici anni sia stata di concreto aiuto alla promozione di un turismo di qualità, oltre a pregevoli nuovi alberghi, resort, ecc., più un’organizzazione “straniera” come Think Sicily (peraltro, senza finanziamenti pubblici) che non tante iniziative “nostrane”, sia pubbliche che private, caratterizzate da un comune ed esclusivo modello incentrato sulla cementificazione e sulla continua erosione del territorio e del paesaggio. Con speciale menzione di quelle che fanno capo a nostri politici, improvvisatisi albergatori, detenute direttamente o attraverso prestanome e realizzate grazie a finanziamenti pubblici da loro stessi intermediati. Cosa hanno fatto di bello e di intelligente quelli di Think Sicily? Sono partiti pensando che la Sicilia, oltre ad essere potenzialmente un bel posto dove trascorrere le vacanze, disponeva anche di un “privato” di grande pregio a fronte di un “pubblico”, normalmente, molto trascurato. Mi riferisco pur sempre a seconde case di  Siciliani, ma costruite e posizionate con criterio e respiro, che, assieme al tradizionale senso dell’ospitalità isolano, rappresentavano un punto di forza da valorizzare in termini imprenditoriali. Cosa hanno fatto, quindi? Hanno selezionato ville di particolare pregio, normalmente dotate di piscina privata, e hanno introdotto degli standard di offerta e dei servizi accessori tali da consentire a quei viaggiatori che preferiscono, giustamente, immergersi e conoscere dall’interno un territorio e un popolo con la sua cultura di vivere in case siciliane vere piuttosto che in strutture “astratte” come i villaggi turistici. I grandi viaggiatori dei secoli passati erano ospitati così.

Lo scorso anno, ancora una volta, una guida turistica indipendente come Condé Nast Traveller ha annoverato Think Sicily tra i dieci migliori “Villas operator” al mondo (mentre i nostri politici, amatissimi tra i pubblicitari e i venditori di spazi 6×3, riescono, al massimo, a far parlare di sé attraverso inserzioni o campagne pubblicitarie a pagamento).

Think Sicily ha innestato una virtuosa competizione di qualità nella cura, arredamento e manutenzione di queste seconde case,sicily fornendo un adeguato reddito ai proprietari che sono diventati partecipi di un’impresa turistica diffusa a rete.

Cosa può insegnare a tutti questa positiva esperienza nel settore dei servizi al turismo di qualità, ricordando la campagna della Regione di qualche anno fa: «Cerchiamo viaggiatori, non turisti»? Che il territorio non è di nessuno, bensì di tutti. Che le riserve e le aree protette sono una benedizione e una difesa da appetiti troppo individualistici. Che bisogna contemperare il legittimo desiderio ad avere una casa di villeggiatura con la consapevolezza che, se si vuole davvero che il turismo rappresenti una voce sempre più importante del PIL siciliano, il territorio ed il paesaggio vanno preservati come ricchezza da accrescere, non da consumare. Che il brutto non attira nessuno, anche se il brutto dovesse essere realizzato in posti naturalmente molto belli e suggestivi. Che oggigiorno è sempre più difficile potersi godere più di sei settimane di vacanze l’anno e la proprietà privata di beni sottoutilizzati economicamente dovrebbe essere ancor più disincentivata fiscalmente. Che il territorio siciliano è troppo giocato in funzione dei “locali”, con il loro gusto estetico e stile di vita spesso discutibile, mentre dovrebbe esserlo di più in funzione dei “forestieri”, con giovamento economico dei locali!

Tutto ciò che di meglio apprezziamo della Sicilia è venuto da fuori, attraverso gli invasori (greci, romani, arabi, normanni, ecc.) che si sono succeduti e che vi hanno lasciato il meglio di sé. Favoriamo, allora, una nuova pacifica invasione di viaggiatori colti e disposti a spendere!

(continua)

Ecco come (8). Giacimenti culturali

Il concetto di “giacimenti culturali” è stato coniato qualche anno fa e rende bene l’idea di quanto l’Italia sia un Paese povero di materie prime, ma ricco di monumenti, opere d’arte e bellezze paesaggistiche e naturali che, come ha sottolineato tempo fa un presidente di Confindustria, i “temibili” cinesi, a differenza di molti prodotti industriali, non potranno mai imitare. Rappresentano quindi un vantaggio competitivo da sfruttare con intelligenza.

La Sicilia, se non ricordo male, di questo patrimonio nazionale detiene il 20% circa (che fortuna: il 9% scarso della popolazione si ritrova quindi tra le mani il 20% di una risorsa strategica di questo millennio!). Come si potrebbe gestire questo patrimonio in modo più adeguato ai tempi? Penso ad una soluzione a costo zero per le casse della Regione.

Partendo dal presupposto che al settore pubblico competa soprattutto la difesa e la conservazione dei beni culturali a favore delle generazioni attuali e future, mentre la loro fruizione non deve necessariamente essere gestita, pur con le dovute condizioni di garanzia, dallo stesso settore pubblico, si potrebbe indire una gara internazionale per individuare uno o più gestori del suo patrimonio culturale, riservandosene l’indirizzo e il controllo e ricevendo in cambio una congrua royalty. Il gestore, in regime di concessione, dovrà investire nella professionalità e nell’orientamento all’utente di tutto il suo personale (gli orari saranno previsti in funzione delle necessità dei visitatori e non della comodità di chi ci lavora, come si è preteso fare sinora) e soprattutto nelle tecnologie multimediali, funzionali alla migliore comprensione e valorizzazione di tali beni culturali.

Immaginiamo la scena: arriviamo nella Valle dei Templi (ma il discorso varrebbe anche per Piazza Armerina, Morgantina, Selinunte, Segesta, Siracusa, ecc.) e, dopo aver pagato un adeguato biglietto, veniamo introdotti in un ambiente fresco e pulito (penso ad una struttura leggera) in cui viene proiettato un filmato (sottotitolato in altre lingue o tradotto in cuffia per gli stranieri) e dove, con rigore scientifico, ma con un taglio divulgativo tipo “Super Quark”, viene illustrata la vita quotidiana, le tecniche di costruzione, gli eventi storici che hanno segnato quel sito e la gente che vi ha vissuto (con gli opportuni raffronti: mentre qui si costruivano teatri e templi, nella mitica “Padania” come si campava?).

Il percorso prosegue poi, magari con l’aiuto di un’audioguida registrata in più lingue se non di un visore di realtà virtuale, a spasso per il sito archeologico, per giungere poi all’eventuale museo e finire, con un’adeguata azione di merchandising, in un’apposita struttura di vendita (anche qui basterebbe una struttura prefabbricata) dotata di servizi igienici, puliti e funzionanti, e di un servizio di ristorazione con inservienti sorridenti ed educati (dettaglio di professionalità). Sono previste anche visite personalizzate con guida competente e almeno bilingue, con un supplemento di prezzo, ovviamente! Di notte, una sapiente tecnica di illuminazione rende ancor più magici questi luoghi. Che ve ne pare?

Oltre al patrimonio archeologico tradizionale, ve ne è anche uno industriale da valorizzare. Prendiamo esempio da un Paese che ha saputo valorizzare non solo il paesaggio e i beni monumentali: l’Austria. Una città come Salisburgo deve la sua fortuna alle miniere di sale che, nei secoli passati, quando ancora non esistevano i frigoriferi, fornivano un elemento essenziale alla conservazione dei cibi. I Principi-Arcivescovi dell’età barocca trasformarono il sale in oro e marmi per quella splendida città che ancora oggi ammiriamo. La più importante miniera di sale del salisburghese è divenuta antieconomica nel 1989 ed è stata rapidamente trasformata in un’industria turistica. I numerosi visitatori si addentrano nelle gallerie della miniera, vestiti di una tuta bianca, a bordo di un trenino, percorrono poi a piedi dei cunicoli dove, di tanto in tanto, vengono proiettati sulle pareti dei filmati in cui un attore che interpreta il Principe-Arcivescovo racconta la storia e spiega le tecniche di estrazione usate nei vari secoli. Si scende poi per dei divertenti scivoli in legno per dislivelli di decine di metri e si attraversa persino un lago sotterraneo a bordo di un battello con il sottofondo di musica classica e un gioco di luci che illumina blocchi di sale cristallizzato. Si attraversa persino il confine di Stato tra Austria e Germania per poi riaffiorare in superficie, con delle comode scale mobili, nel bookshop-caffetteria per visitare infine un villaggio celtico fedelmente ricostruito (pare siano stati i primi a sfruttare la miniera). Provate a guardare il sito in rete, date un’occhiata ai prezzi dei biglietti d’ingresso e pensate alle polemiche sorte quando si pensò – timidamente – di introdurre un biglietto per la Cappella Palatina. Pensate al defunto Ente Minerario Siciliano, alle miniere di salgemma di Petralia, Realmonte, Racalbuto o a quelle marine di Mozia e di Trapani, col polveroso museo del sale e i mulini a vento. Mentre scrivo, ho ripreso tra le mani un opuscolo edito anni fa da “Il Sole 24 Ore”, dal titolo “Il sale della terra” con foto di Ferdinando Scianna e presentazione di Leonardo Sciascia. Le foto sono impressionanti: ambienti enormi, cattedrali di sale, miniere oggi forse dismesse, ma sicuramente anche loro suscettibili di una intelligente riconversione nell’industria del turismo. Sciascia parlava di arricchimenti di pochi e di vita grama per molti. Nella miniera di Hallein i ragazzi che facevano da guida sembravano invece molto contenti del loro lavoro.

E ancora: come si può rendere turisticamente fruibile ed economicamente profittevole (oltre che fonte di nuova occupazione) un monumento dalla costosa manutenzione come un castello? Sempre in Austria un’idea me l’ha data il castello di Hohenwerfen, nel salisburghese, dove è stato allestito un interessante museo sulla falconeria e, nei pomeriggi della bella stagione, viene offerto ad un pubblico sempre numeroso (e pagante) l’indimenticabile spettacolo di una dimostrazione di addestramento di falconi, poiane, aquile ed altri rapaci. Ho immaginato lo stesso spettacolo di un pubblico sdraiato sul prato mentre rimane conquistato dal volo radente di questi meravigliosi rapaci all’interno del castello di Venere ad Erice (normalmente chiuso al pubblico). E pensare che il più famoso manuale di caccia con il falcone (“De arte venandi cum avibus”) lo ha scritto il più prestigioso inquilino di Palazzo dei Normanni, il re di Sicilia, Castello-di-venerel’imperatore Federico II di Svevia.

E aggiungo. La statua del satiro rinvenuta nel mare di Mazara del Vallo o l’Annunciata di Antonello da Messina hanno fatto da ambasciatori del patrimonio culturale siciliano nei mercati turistici più promettenti e solo da poco presenti in Sicilia come quello giapponese. Visto però che i depositi dei nostri musei archeologici abbondano di materiale, che o perché meno emblematici o per esigenze di spazio non vengono esposti, perché non selezionare musei o centri di cultura (e perché no, anche grandi alberghi e aeroporti internazionali) di quei Paesi da cui saremmo interessati a ricevere un maggiore flusso turistico per inviare loro una selezione di reperti da esporre in apposite vetrine? Sarebbero dei formidabili veicoli promozionali del turismo culturale in Sicilia.Probabilmente, si potrebbe negoziare con i musei ospitanti l’accollo totale o parziale delle spese di trasporto e di assicurazione. Impariamo a produrre e vendere conoscenza e stimoli culturali!

(continua)

Ecco come (9). Fare impresa

Penso che le cause del sottosviluppo in Sicilia abbiano principalmente una natura culturale. Esiste invece un malinteso convincimento secondo il quale esse originino dalla povertà, spesso in associazione ad un intramontato luogo comune ideologico secondo cui l’impresa produttiva sarebbe lo strumento capitalistico principale per lo sfruttamento del lavoro. L’impresa deve essere invece intesa come il luogo eletto per la produzione di ricchezza. Il luogo dove convergono lavoro, scienza, tecnologia, cultura gestionale e capacità organizzative e commerciali.

Nelle aree sottosviluppate l’invocazione fondamentale è quella che contempla la venuta di un “qualcuno” dall’esterno che venga ad insediarsi per promuovere ricchezza e sviluppo (quando non si invochino direttamente i soldi da Roma: “La Finanziaria ha dimenticato la Sicilia”). Nelle aree sottosviluppate difficilmente la promozione del sistema produttivo è indigena. In Sicilia si riscontra una diffusa presenza di soggetti impegnati ad offrire lavori fittizi ed organizzare tutte le varie forme di precariato, con esse perpetuando una cultura assistenziale (e perciò stesso parassitaria) deleteria per i giovani. Piuttosto che rimuovere gli ostacoli di natura burocratica e mettere in campo politiche complessive di sviluppo, la stessa politica regionale promuove società tese a rendere strutturale il precariato e ad utilizzare gli associati quali clientes permanenti del potere politico.

Quale dovrebbe essere invece il rimedio per uscire dal sottosviluppo? Intanto mettere in campo una politica economica complessiva tesa ad invogliare i giovani a fare impresa, a sostenerli nella acquisizione della giusta dimensione competitiva nel mercato, a sostenerne magari la internazionalizzazione, nonché l’innovazione tecnologica e produttiva. Inoltre, organizzare il territorio in funzione dello sviluppo integrato dell’economia, inserendo negli orizzonti culturali e professionali delle giovani generazioni l’idea di fare impresa.

Come favorire quindi lo sviluppo di nuove imprese, specie giovanili? La Regione Siciliana potrebbe dirottare parte delle notevoli risorse finanziarie assorbite oggi (con grandi benefici elettorali, ma con dubbi benefici sociali ed economici) dal settore della formazione professionale, con il suo rispettabile budget annuo anche di 250 milioni, a favore di due obiettivi concreti: fornire una consulenza qualificata alle nuove iniziative imprenditoriali e garantirne l’accesso al credito. Immagino una convenzione tra la Regione e primarie società di consulenza internazionali come Accenture, KPMG, Pricewaterhouse Coopers, ecc. (utili anche a favorire joint venture tra imprenditori siciliani e clienti nazionali ed esteri di queste società) che fornisca assistenza, pagata dalla Regione, nella valutazione del progetto imprenditoriale e nella redazione del relativo business plan. I progetti ritenuti validi e promettenti da tali società di consulenza, potrebbero poi avvalersi della garanzia della Regione per l’accesso al credito. In caso di mortalità, non fisiologica, di questi progetti imprenditoriali, la Regione avrebbe la facoltà di rescindere il rapporto con le società di consulenza che a suo tempo li avevano positivamente valutati.

In questo modo, a parità di spesa pubblica, si potrebbero concretamente sostenere nuove iniziative imprenditoriali (senza regalare soldi a fondo perduto: non è servito mai a molto!), favorire l’apertura nell’isola di sedi di queste società di consulenza internazionali portatrici di un prezioso know-how di cultura d’impresa, favorire la creazione di joint venture (anche, ma non necessariamente, con adeguati incentivi finanziari e/o fiscali) e favorire, infine, a livello sociale, la libertà economica di una generazione di giovani, riscattandoli dall’intermediazione politica tradizionale nell’affannosa ricerca di uno stipendio aziendedignitoso.

In fin dei conti, in cosa consiste il fare impresa? Nel cogliere un’esigenza di mercato, sufficientemente avvertita, per la cui soluzione taluno sia disposto a pagare un prezzo, e approntare una soluzione efficiente ed imprenditorialmente organizzata che valorizzi proprie competenze ed attitudini. Questo è il segreto di ogni idea di impresa, specie nel settore dei servizi. Si pensi a quanto si potrebbe inventare per migliorare la qualità della vita urbana, dell’ambiente, della fruizione turistica e culturale, dell’intrattenimento, ecc.. Altro filone, non meno importante, su cui puntare per promuovere nuove imprese, specie quelle più innovative tecnologicamente, sarebbe quello della collaborazione con le Università, spesso ridotte a diplomifici di scarso valore per il mercato del lavoro, così come si sta facendo attraverso gli incubatori di imprese: interessante l’esperienza a Palermo del Consorzio ARCA. Non a caso le aree geografiche a ridosso di Università prestigiose, come ad esempio Cambridge, diventano distretti industriali di piccole e medie imprese molto innovative.

Penso che la libertà economica costituisca la premessa di quella civile: quando si soffrono problemi economici il voto rappresenta un bene di lusso da vendere al miglior offerente.

(continua)

Ecco come (10). Ambiente

Perché il territorio siciliano possa essere un giorno internazionalmente riconosciuto per la qualità del suo mare e dell’ambiente rurale e urbano, con tutte le positive ricadute del caso, è necessario che si prenda collettivamente coscienza dell’insostenibile leggerezza di tanti nostri comportamenti quotidiani.

L’industria energetica, quella automobilistica, quella chimica legata ai prodotti domestici di largo consumo, ecc. ne hanno già da tempo preso consapevolezza e reindirizzato i loro business verso produzioni sostenibili per l’ambiente. La sostenibilità crea consenso e fa vendere (peraltro non ci sono altre alternative nel medio-lungo termine). Chi volesse “vendere” il prodotto Sicilia, come territorio caratterizzato da qualità ambientale, potrebbe contare perciò su buoni indici di ascolto.

Poiché la mancata industrializzazione della Sicilia, nonostante il fiume di miliardi spesi dal dopoguerra, oggi rappresenta quasi un’opportunità, visto che gli insediamenti manifatturieri migrano verso i paesi emergenti mentre le ricadute ambientali negative dell’industrializzazione (inquinamento, piogge acide, ecc.) riguardano quasi esclusivamente i poli petrolchimici siciliani e quindi una parte comunque contenuta del territorio, il discorso si riduce, per modo di dire, all’ottimizzazione del ciclo delle acque, di quello dei rifiuti e al contrasto dell’inquinamento atmosferico e acustico urbano.

Avere per obiettivo mare e fiumi puliti significa innanzitutto pretendere il completamento della realizzazione e l’efficiente funzionamento dei depuratori. In Sicilia, dai tempi della mafia dei pozzi in poi, sembra che l’acqua serva per “mangiare”, non per bere e il malaffare ne ha sempre caratterizzato tutti i business connessi (acquedotti, depuratori, fogne, ATO, ecc.). Occorre una maggiore informazione e vigilanza dell’opinione pubblica sensibile e sensibilizzata alle tematiche ambientali. Le tecnologie, di certo, non mancano oggi che si parla sempre di più dell’acqua come dell’“oro blu”, né bisognerebbe più avere alcuna pietà delle costruzioni abusive sui litorali.

Sull’onda emotiva della drammatica situazione campana, sembrerebbe che i termovalorizzatori rappresentino oggi la soluzione più realistica, il “male minore”, al problema dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Guarda caso, proprio qui in Sicilia, sopra Palermo, era in progetto la costruzione del più grande termovalorizzatore d’Europa, con una capacità di 800.000 tonnellate, che assieme agli altri tre progettati (Aragona, Augusta e Adrano) avrebbe smaltito tutti i rifiuti della Sicilia e non solo. La Regione si era impegnata persino a indebitarsi per anticipare ai costruttori 250 milioni su un preventivo di due miliardi di opere.

Eppure, proprio qui in Sicilia, il CNR, in collaborazione con un’azienda privata italiana, ha realizzato il prototipo di un impianto di smaltimento più semplice, ecologico e meno costoso, denominato THOR. Forse costava troppo poco per i nostri amministratori che diffidano della tecnologia italiana? C’è poi il problema della raccolta differenziata, presupposta dai termovalorizzatori, ma che qui non si sa dove sia di casa, visto che siamo in fondo alle classifiche nazionali.

Oggi la tecnologia italiana offre prodotti di uso comune alternativi alla plastica e biodegradabili: di sicuro costano di più, ma è una scelta oggi culturale che diverrà poi economica. Certo che sugli aspetti di costume, riguardo lo strano rapporto dei siciliani con la loro immondizia, ci sarebbe da scrivere un libro a parte. Si pensi al classico sacchetto dell’immondizia appeso all’esterno dell’auto, in balia della forza centrifuga: un’immagine inquietante che ho visto solo qui da noi!

I termovalorizzatori lasciano comunque aperto il problema delle polveri sottili e degli altri scarti prodotti dagli inceneritori che, per il fatto di essere meno percettibili o “a norma di legge” (ad hoc), non è detto che siano meno dannosi, soprattutto nel ciclo alimentare, attraverso la contaminazione di terreni e pascoli. Se degli scienziati di chiara fama internazionale fossero disponibili a mettere in gioco la loro reputazione affermando che le paventate nano patologie sono frutto del sensazionalismo di qualche ricercatore e che non si ripeteranno tragiche storie come quella dell’Eternit, anch’io appoggerei la costruzione dei termovalorizzatori. Ho il timore, però, che un giorno potremmo chiederci, così come facciamo oggi senza ricordare più un solo responsabile: ma a chi è venuto in mente di autorizzare la costruzione di stabilimenti petrolchimici e raffinerie di fronte alle isole Eolie (Milazzo) o a Siracusa e Gela?

In tema di rifiuti solidi urbani, ho ascoltato con interesse, due volte a Palermo, il prof. Paul Connet (alla Facoltà di Chimica anni fa e, più recentemente, nella “Sala delle Lapidi”) su cosa comporterebbe la sua strategia “zero rifiuti” già adottata con successo in città come San Francisco. Di fronte alla disponibilità di operatori privati a realizzare in proprio la raccolta differenziata porta a porta e gratuitamente, risulta -apparentemente- incomprensibile l’impermeabilità dell’amministrazione comunale di Palermo ad ogni soluzione diversa dalla costruzione a Bellolampo di un termovalorizzatore e la stessa emergenza sanitaria e di immagine che vive da tempo Palermo sembra volutamente strumentale all’adozione di questa soluzione, magari perché qualcuno ha preso degli impegni …

Sui rimedi al problema dell’inquinamento atmosferico ed acustico dei centri urbani, legato principalmente al traffico veicolare, rimando a quanto più sotto, aggiungendo solo che, in attesa del potenziamento del trasporto pubblico urbano a Palermo (metropolitana e/o tram) ho sperimentato con grande soddisfazione una bicicletta elettrica a pedalata assistita (di tecnologia tutta italiana) mentre consiglierei ai patiti della moto di provare uno scooter elettrico e, agli irriducibili dell’auto, una delle varie versioni ibride di auto adottate da tanti tassisti milanesi: dalle utilitarie alle lussuose.

hotel-president-palermo-e-dintorni3_palermoCome migliorare la qualità della vita di un centro storico quale quello di Palermo?

I sindaci che si sono succeduti, dalla metà degli anni ottanta sino ad oggi, hanno contribuito, chi più chi meno, a favorire investimenti privati nel centro storico, una vasta area urbana abbandonata al suo degrado nel dopoguerra. Basta però, per il ben vivere dei cittadini, favorire la ristrutturazione di case, magari confortevoli al proprio interno, ma inserite in un contesto di inquinamento atmosferico ed acustico causato da un traffico veicolare caotico e paralizzante, quale quello del centro storico che conosciamo oggi? Evidentemente, no.

E’ buona regola che le scelte coraggiose -e talvolta impopolari- vadano fatte all’inizio del mandato, quando l’elettorato avrà poi tutto il tempo necessario per comprenderle e apprezzarle. Quale potrebbe essere allora, per il prossimo sindaco di Palermo, una politica fatta di scelte, magari coraggiose, ma sicuramente idonee a trasformare il centro storico, quello della città murata, in un’area caratterizzata da una elevata qualità della vita urbana?

Penso che la scelta fondamentale sia quella di arrivare a chiudere il centro storico al traffico veicolare privato, trasformando in un’occasione di lavoro la soluzione del conseguente problema della mobilità privata.

Due osservazioni preliminari:

  • Il centro storico, a differenza di altre aree urbane, per la sua specificità architettonica e urbanistica, è godibile soprattutto a piedi oppure in bicicletta, magari con bici elettriche: i motorini non sono infatti meno inquinanti delle auto, sia per i gas che per i rumori che producono.
  • Una politica modernamente intesa dovrebbe avere ben presente come il proprio compito sia quello di creare le condizioni perché l’iniziativa economica privata crei occasioni di lavoro piuttosto che stipendiare direttamente -o indirettamente- i senza lavoro, impegnando risorse pubbliche per mansioni improbabili, anche se utili in chiave clientelare (si pensi alla “conta dei tombini” della tragicomica cronaca LSU di questi anni).

Senza andare lontano in cerca di qualità della vita, in alcune delle nostre isole minori la mobilità privata, in assenza di auto, è efficacemente assicurata, tutto l’anno e 24 ore su 24, da servizi privati di auto elettriche (tipo golf car) che trasportano persone e merci a zero emissioni e con l’inquinamento acustico di un sibilo. Basterebbe allora favorire la costituzione di cooperative private in concorrenza tra loro (attingendo a tutte le declinazioni del lavoro precario) da impegnare nei servizi alla mobilità privata dei circa 250 ettari del nostro centro storico. Le auto private, di residenti e non, potrebbero essere custodite in auto silos posti ai limiti del perimetro chiuso al traffico (stranamente ce ne sono a Catania e a Messina, ma non a Palermo), costituendo così un’altra opportunità di business indotto. Mezzi pubblici, autoambulanze, forze dell’ordine e un numero controllato di operatori (es. rifornimento merci dei mercati storici e degli altri esercizi commerciali, mezzi dei cantieri, ecc.) avrebbero invece accesso alla stessa area attraverso colonnine retrattili telecomandate, così come avviene in molti centri storici del nord Italia e d’Europa.

Se la chiusura del traffico privato dovesse risultare, almeno inizialmente, una misura troppo drastica per i residenti, si potrebbe consentire loro l’accesso, per un periodo di tempo limitato (ad esempio, sino alla costruzione degli auto silos), in modo da arrivare in due tempi all’obiettivo finale della completa chiusura al traffico veicolare privato.

Per ottenere un sufficiente consenso sociale su di una misura di questa portata, bisognerebbe dimostrare ai commercianti e ai residenti del centro storico che, a fronte di innegabili limitazioni alla mobilità personale, essi godrebbero dei seguenti vantaggi:

  • il centro storico di Palermo si trasformerebbe in un’isola di qualità della vita (libera da inquinamento atmosferico ed acustico) in un contesto architettonico e urbanistico che avrebbe poco da invidiare ai più rinomati centri storici d’Italia e d’Europa;
  • come diretta conseguenza di questo salto della qualità della vita urbana, esso diverrebbe un’opportunità di investimento residenziale di ben altro livello rispetto all’attuale situazione, sia per i palermitani che per “immigrati ad alto reddito”, italiani e non, con creazione di valore immobiliare vero e riconoscibile (e non banalmente speculativo come avviene oggi);
  • conseguentemente, anche il valore delle location commerciali attualmente presenti nel centro storico subirebbe un innalzamento che consentirebbe, a chi volesse cimentarsi con la nuova tipologia di residenti o di frequentatori e viaggiatori, di affrontare nuove opportunità di business mentre, a chi non le sapesse o non le volesse sfruttare, di monetizzare il valore di immobili od avviamenti commerciali, da reinvestire eventualmente altrove;
  • si creerebbe lavoro vero per il business della mobilità privata all’interno del centro storico, mentre anche i servizi di taxi, sicuramente disinteressati ai brevi percorsi interni, ne avrebbero una positiva ricaduta per i collegamenti da e per il centro storico;
  • il centro storico si dovrebbe dotare di infrastrutture (auto silos) il cui business sarebbe una conseguenza della chiusura al traffico con un “mercato” stabile quale quello dei residenti per i quali costituirebbe una sorta di “garage di quartiere” (ne farei uno, con apposito servizio di navetta, nel desertico parcheggio di viale Basile).

Non è forse vero che il peggior modo per assicurarsi un futuro migliore sia quello di immaginarlo come la semplice continuazione dell’esperienza del presente o del recente passato?

Come dicevo nelle premesse, ci vuole coscienza ambientale e disponibilità personale per qualche piccola scomodità: il premio, in cambio, è una migliore qualità della vita per tutti e anche opportunità imprenditoriali per chi vorrà coglierle, visto che la sostenibilità ambientale è una nuova frontiera dell’economia mondiale.

Persino la riconversione di un grande impianto industriale quale quello FIAT di Termini Imerese potrebbe coniugarsi con questa visione se, per esempio, si creasse un potenziale mercato ad auto elettriche in virtù della chiusura dei centri storici delle città siciliane al traffico di vetture inquinanti.

Oppure, ricollegandomi ad altro capitolo, lo stesso stabilimento potrebbe produrre microcogeneratori di energia elettrica, alimentati a metano, quali quelli che sta producendo la Volkswagen. La tecnologia richiesta è infatti la stessa dell’automobile: motore a scoppio, coibentazione (carrozzeria) e impianto elettronico di controllo. I condomini delle città diverrebbero microcentrali elettriche che si scambierebbero in rete i saldi di produzione e consumo.

Sarebbe un’applicazione del modello di produzione di energia in rete, teorizzata da Jeremy Rifkin, sul modello tipico della rete internet, recentemente incontrato (con quali esiti, però?) dal presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo.

(continua)

Ecco come (11). Efficienza della Pubblica Amministrazione

I dipendenti della Regione Siciliana sono più di 16.000 con un rapporto dirigenti/dipendenti pari a 1/6-7: un esercito di ufficiali! Le retribuzioni, conseguentemente, ammontano a varie centinaia di milioni. Mi chiedo: rappresentano un costo o un investimento? Il personale regionale vale, in termini di qualità dei servizi resi, il suo costo o siamo solo in presenza di un gigantesco “stipendificio”, di una mera ridistribuzione di redditi nella società? Sono domande oneste, senza pregiudizi o intenti polemici o demagogici, cui è importante dare una risposta. Costo o investimento? Il personale della Regione è da ascrivere allo “stato patrimoniale” o al “conto economico”?

La mia idea è che anche se, innegabilmente, rappresenti un costo pubblico, il personale regionale potrebbe sempre più diventare un investimento. Come? Conoscendo e valorizzando in termini più moderni tale “capitale umano”.

Una delega tipica degli enti locali è quella al Patrimonio e l’utilità della funzione di gestione delle risorse materiali è a tutti evidente: perché non creare allora anche un apposito Assessorato alle Risorse Umane? Penso ad un assessore “tecnico” (vi è una scienza in proposito) con poteri sull’intero personale e con il compito innanzitutto di fare un puntuale “inventario” delle attitudini, competenze, ecc. del personale della Regione, per assegnarlo poi, in modo ottimale, nei ruoli, funzioni e compiti che realmente servono ai cittadini e all’organizzazione stessa della pubblica amministrazione (e non in quelli in cui ci si è, per abitudine o comodità, radicati), mediante un costante lavoro di formazione, motivazione, incentivazione e con una salutare rotazione di tali ruoli e funzioni. Se tanti dipendenti non danno l’idea di offrire un servizio pubblico a “5 stelle lusso” vuol dire solo che sono male allocati e motivati.

Un altro modo per rendere più efficiente la pubblica amministrazione è costituito dal favorire la massima trasparenza amministrativa. Una città, ma anche una regione, può ben essere paragonata ad un “condominio” solo un po’ più complesso. Non ha senso infatti scegliere a suffragio popolare il Sindaco o il Presidente della Regione, se poi i cittadini non hanno modo di controllarne l’operato nell’aspetto più critico: la spesa (chi è stato pagato, quanto e per che cosa). L’informazione diffusa e trasparente, assieme al controllo incrociato dei cittadini, è un cardine essenziale di una moderna democrazia. Tutti gli atti e i procedimenti della pubblica amministrazione, non solo quelli che comportino l’uso di denaro pubblico, dovrebbero essere messi in rete a disposizione dei cittadini con i nomi sia dei beneficiari privati che dei funzionari pubblici coinvolti nel procedimento. E se qualcuno avesse più a cuore la privacy che la trasparenza, rinunci ad operare con fondi pubblici o a partecipare ad appalti o concorsi pubblici o ad accettare incarichi pubblici!

Impariamo, allora, a guardare il sindaco di una città o il presidente di una regione non già come il titolare di un potere personale, bensì come l’amministratore di un condominio da controllare, nella qualità di condomini, perché faccia i nostri interessi e non faccia la “cresta”.

Anche la qualità della burocrazia è un fattore non secondario di sviluppo economico. Per questo è desolante assistere ad un uso solo clientelare del pubblico impiego o assimilato. Si pensi al caso degli LSU: non è l’acronimo di una nuova droga sintetica bensì quello dei Lavoratori Socialmente Utili. Agli ingressi di monumenti cittadini ne ho contati talora quattro e altre volte addirittura otto impegnati a staccare i biglietti. Che dignità c’è ad incassare uno stipendio per un lavoro palesemente inutile? Non sono per togliere lo stipendio, ma per farlo guadagnare onestamente prestando, magari, un prezioso servizio alla società. Una delle lamentele più frequenti dei turisti è rappresentata dagli orari di apertura dei monumenti, studiati più in funzione della comodità di chi ci lavora che non di quella di chi li vorrebbe visitare. Il personale potrebbe essere, per esempio, organizzato in turni che consentano di tenere questi monumenti aperti più a lungo. Allora sì che i suddetti lavoratori diventerebbero veramente “socialmente utili”!

Altrove, non solo in Europa, ma anche nelle altre regioni italiane, gli edifici pubblici sono molto più sobri, funzionali al solo servizio pubblico, tecnologicamente attrezzati e molto meno autocelebrativi del potere fine a se stesso di quanto non lo siano qui da noi. Sedi ufficiali e di rappresentanza di enti locali, così come di cariche pubbliche, potrebbero essere adibiti, più utilmente per la collettività, a musei (es. Villa Niscemi o Palazzo Steri) o alberghi (es. Palazzo Comitini o Villa Belmonte), magari in regime di concessione a privati, ricavandone un’adeguata remunerazione a favore delle casse pubbliche.

A più di 60 anni dalla proclamazione dello Statuto autonomistico, è più che legittimo chiedersi se l’autonomia regionale sia ancora attuale o non costituisca, piuttosto, un handicap per lo sviluppo della Regione stessa. Sinora si è solo, sostanzialmente, concretizzata una duplicazione delle funzioni statali, che alimenta una macchina burocratica forte di oltre 16.000 addetti diretti, cui si aggiungono decine di migliaia di addetti indiretti e di professionisti e consulenti a contratto, comunque a carico del bilancio regionale. La riprova di quanto si afferma sta nel fatto che l’80% del PIL della Regione deriva dal terziario, mentre solo il 20% da attività produttive in genere. Tutto ciò, al di là della retorica autonomistica, è stato sinora funzionale solo alla macchina politica del consenso, molto meno alla qualità della vita civile dei Siciliani che rimangono, comunque, i soli responsabili del loro destino attraverso le classi dirigenti che selezionano ai vari appuntamenti elettorali.

Passiamo alla sanità regionale. Se prevenire, oltre ad essere meglio, costa anche meno del curare, una strada per ridurre il costo della spesa sanitaria potrebbe essere semplicemente quello di virare con decisione la relativa politica verso l’obiettivo della prevenzione. Ne guadagnerebbe, conseguentemente, il benessere generale della popolazione i cui cattivi stili di vita non verrebbero più finanziati acriticamente, a piè di lista, dal sistema sanitario. Le garanzie costituzionali sulla salute dei cittadini potrebbero essere così salvaguardate in termini di benessere individuale, più che in termini di diritto alle cure mediche. Basterebbe far passare il concetto di diligente manutenzione che usiamo con le autovetture: ci sono i tagliandi consigliati dalle case produttrici e i bollini e le revisioni imposte dalle leggi e dai regolamenti. palazzo-orleansOgni fascia d’età dovrebbe avere l’obbligo di effettuare dei controlli obbligatori da riportare sul chip della propria tessera sanitaria regionale: chi si sottraesse a tale obbligo, si vedrebbe accollato, in seguito, una maggior quota del costo delle cure, dall’eventuale perdita di esenzioni a salire. E non si tratterebbe di effettuare semplicemente dei controlli, ma anche di attenersi diligentemente alle prescrizioni sugli stili di vita che concorrono al manifestarsi di determinate patologie: obesità, fumo, abuso di alcolici, ecc. Verrebbe così incentivata una condotta più virtuosa e responsabile, rimuovendo l’erronea idea di una libertà individuale svincolata dalla responsabilità circa il suo uso (e dalla certezza che paga poi sempre Pantalone).

E concludo con un accenno alle società partecipate da Enti pubblici. Mi riferisco alle società di diritto privato (persone giuridiche) costituite da persone giuridiche pubbliche (es. Regione o Comune). Sino a qualche anno fa era, ad esempio, pacifico che un Comune per offrire un servizio, quale lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani oppure il trasporto pubblico, si dotasse di un braccio operativo di natura pubblicistica (impresa organo) comunemente detto “municipalizzata”. In seguito, in concomitanza con l’affermazione sociale, negli anni ’80, della cultura del mercato e della Borsa, si affermò l’idea che l’uso di forme societarie privatistiche, ancorché controllate dalla mano pubblica, avrebbe garantito all’utenza maggiore efficienza. Alla luce dei fatti, temo che dietro la retorica dell’efficienza si sia celata soprattutto la grammatica del calcolo politico di corto raggio: faccio degli esempi.

Se una municipalizzata del trasporto pubblico, vincolata all’evidenza pubblica di gare e concorsi per selezionare rispettivamente fornitori e personale, doveva, ad esempio, assumere degli autisti di autobus, ne avrebbe mai potuto assumere senza idonea patente di guida?

L’autonomia patrimoniale di una società di capitali – è un caposaldo del diritto commerciale – viene meno in caso di azionista unico, a tutela dei creditori e a determinate condizioni di pubblicità. Eppure, oggi assistiamo allo sconfortante spettacolo di aziende comunali di servizi travestite con abiti privatistici quando si tratta di assumere senza concorso o altri criteri meritocratici tipici del diritto pubblico, ma che scoprono invece l’anima pubblicistica quanto intendono sottrarsi al fallimento, sanzione capitale tipica del diritto commerciale, con l’acrobatico conforto del parere pro-veritate di qualche insigne giurista.

Quando si decide che una società di capitali debba essere liquidata, a meno che non si tratti di grandi aziende con centinaia di dipendenti e quindi con potenziali problemi di ordine sociale, lo si comunica a dipendenti e fornitori e tutti se ne fanno una ragione, normalmente, con sacrificio personale. Quando la Regione decide una cura dimagrante delle sue partecipazioni, stranamente, ci si pone anche il problema di come ricollocare, tra l’altro, parenti e affini di politici assunti senza bando pubblico: ma erano dipendenti pubblici o privati?

La selezione dei manager di società private di rilevanti dimensioni oppure di quelle quotate è appannaggio delle società di cacciatori di teste. Non mi sembra però che i cacciatori di teste sgomitino per contendersi i manager di aziende comunali o regionali, pur pagati fino a € 1.500 al giorno! Magari mi sbaglio: anche i manager di società quotate del settore delle utilities (rete gas, acquedotti, ecc.) proverranno dall’ordine dei dentisti!

Che dire poi delle società miste, a capitale pubblico-privato, dove al socio privato di minoranza compete però la gestione? Non sono, molto spesso, la soluzione che meglio sostanzia il desiderio più inconfessabile di un certo capitalismo italiano: socializzare le perdite e privatizzare i profitti?

(continua)

Ecco come (12). Ricerca e innovazione

NOTA: il testo di questo capitoletto di “Ecco come. Cambiare la Sicilia in dieci mosse” fu scritto nel 2008, prima della crisi dei mercati, quando la partecipazione della Regione in Unicredit cui si fa riferimento valeva centinaia di milioni. La stessa è stata poi ceduta in tempi recenti con una notevole minusvalenza.

La conoscenza è una grande risorsa, capace di sostenere un’economia moderna, che presuppone un’unica fonte: il cervello. Poiché i cervelli esportati rappresentano una delle più apprezzate voci del Made in Sicily, perché non incentivarne il rientro per un’utile valorizzazione in casa?

Voglio riallacciarmi al filo conduttore del mio ragionamento (una visione di sviluppo della Sicilia incentrata sul suo potenziale in termini di qualità della vita e del ben vivere), per lanciare una nuova provocazione. Gli ingredienti sono: i cervelli; i soldi; una struttura gestionale meritocratica e un’idea di business.

La Regione potrebbe prendere un asset di un certo valore del suo patrimonio, come ad esempio la partecipazione detenuta nel Gruppo Unicredit, metterlo sul mercato e con il ricavato investire nel medio-lungo termine nel campo della ricerca pura ed applicata. Le partecipazioni della Regione Siciliana e della Fondazione Banco di Sicilia (che fa capo ad enti pubblici locali) nella holding Unicredit valgono ancora centinaia di milioni di euro.

Per evitare le classiche tentazioni dell’intermediazione politica (tutt’altro che assenti in ambito scientifico ed accademico) e per assicurare una gestione assolutamente meritocratica, la Regione potrebbe costituire un trust di scopo cui trasferire adeguati capitali per realizzare nell’isola dei centri di ricerca capaci di sfornare brevetti, know how e pubblicazioni scientifiche.

Il trust è un istituto che trasferisce la proprietà legale di un patrimonio dal disponente (settlor) al fiduciario (trustee), che ne può disporre, però, esclusivamente a favore di un beneficiario (beneficiary) secondo le disposizioni del disponente, giuridicamente vincolanti. Il trustee dovrebbe, quindi, su istruzioni irrevocabili della Regione, selezionare un comitato scientifico internazionale, proveniente dalle più prestigiose università del mondo, perché individui i campi di ricerca più promettenti e ne selezioni responsabili e ricercatori, dotandoli di laboratori e di tecnologie adeguate. Scientist in research labIl trustee (che non sarebbe una persona fisica, bensì una istituzione finanziaria internazionale che si avvarrebbe per il suo compito di società di cacciatori di teste) avrebbe anche la responsabilità di sfornare a medio termine, attraverso i ricercatori messi a contratto, brevetti da mettere sul mercato per introitare royalty. Il flusso delle royalty potrebbe servire anche a garantire il finanziamento di nuovi investimenti, così come a distribuire alla Regione, nella qualità di beneficiary, un dividendo.

Cosa avremmo così concluso? Avremmo in Sicilia un’istituzione scientifica meritocratica di reputazione internazionale, impermeabile all’intermediazione politica e capace di attirare cervelli, siciliani e non, da tutto il mondo con contratti competitivi a termine e la garanzia che nessuno potrà più distogliere dal loro nobile scopo i soldi che la Regione Siciliana vi avrà inizialmente devoluto. La presenza di istituzioni scientifiche di livello in un territorio promuove, come già detto, la nascita di distretti produttivi più efficacemente di ogni altro incentivo economico o fiscale.

(continua)

Ecco come (13). Informazione indipendente

“Where the press is free, and every man able to read, all is safe”, Thomas Jefferson (1743-1826). È incredibile l’attualità del pensiero di uno dei più autorevoli padri della rivoluzione americana circa il ruolo salutare, in una democrazia, di una informazione indipendente. Come potremmo tradurre oggi questa citazione? Penso così: “Laddove stampa e TV non fossero pienamente indipendenti, ma l’informazione potesse comunque circolare liberamente in rete, la democrazia è al sicuro, a condizione di una diffusa alfabetizzazione digitale della popolazione”.

Può mai essere veramente indipendente dal potere politico e/o da quello economico un mezzo di informazione il cui bilancio dipenda dai contributi della legge sull’editoria e dalla pubblicità degli enti pubblici e delle imprese?

“People should not be afraid of their governments. Governments should be afraid of their people”. Altra citazione di Jefferson (lo stesso che, nella dichiarazione di indipendenza del 1776, aveva voluto includere il diritto alla “ricerca della felicità”): “Non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che devono aver paura dei propri popoli”. Nessun governo, però, ha mai dovuto temere una popolazione distratta e disinformata.

Se i telespettatori della TV pubblica hanno dimostrato di saper apprezzare, in prima serata, addirittura delle letture dantesche, perché mai gli si propinano allora ogni giorno dosi urto di calcio, soap opera, reality, gossip, ecc. invece di parlare di cose più importanti ed interessanti per la nostra vita quotidiana e di cui tutti dovrebbero essere informati ed avere una propria opinione? Faccio solo alcuni esempi:

  1. la qualità dell’aria che respiriamo;
  2. la qualità dei cibi che ci vengono offerti: cosa contengono e da dove provengono;
  3. la formazione dei prezzi: come nascono e dove si gonfiano;
  4. onesto bilancio sull’adozione della moneta unica, che solo in Italia ha portato agli aumenti dei prezzi che conosciamo: chi ne ha tratto un ingiusto vantaggio?
  5. le liberalizzazioni, le privatizzazioni e la globalizzazione che promettevano minori costi: un affare solo per banche e grandi studi legali?;
  6. la sostenibilità ambientale del nostro modello di sviluppo: quali rimedi e alternative?;
  7. l’insostenibile costo della nostra classe politica;
  8. quanto ci costa la pubblica amministrazione e la burocrazia?
  9. la qualità del nostro sistema educativo e della ricerca;
  10. il risparmio energetico e le altre fonti alternative.

Se gli organi di informazione, se gli opinionisti di stampa e TV non parlano in primo luogo di questi temi, non credo che lo facciano per caso, ma per un implicito impegno a non impensierire, a non fare indignare e reagire il cittadino-consumatore-utente, rispondendo così più agli interessi della politica e dell’impresa che non a quelli dei loro lettori o telespettatori.

In questo modo stampa e TV, salvo poche eccezioni (per tutte: Report di Milena Gabanelli), hanno tradito la loro più nobile funzione e rappresentano oggi un serio problema per la democrazia in Italia: sono diventati un pezzo del potere, un’altra casta, invece che esserne il naturale contrappeso.

Faccio un esempio emblematico sul tema della globalizzazione. L’economia di mercato, la concorrenza tra le imprese ricordano un po’ lo sport, il calcio: si gioca in un campo delimitato dalla politica, undici contro undici e con un arbitro terzo. Solo così vince il migliore che è l’interesse per lo sport come per la competizione economica. Solo così, facendo il proprio interesse, come insegnava Adamo Smith, si fa l’interesse generale, perché il teorico del capitalismo non ha mai detto che sia lecito fare l’interesse personale contro quello collettivo. La globalizzazione che ci hanno servito è stata invece un vero far west che nulla ha a che vedere con l’economia di mercato. Che competizione è mai quella tra una squadra con le gambe incatenate (da maggiori tutele per i lavoratori) ed una con le gambe libere? È così che vince il migliore?

La promessa della globalizzazione era quella che il consumatore ne avrebbe tratto vantaggi in termini di prezzo, ma, in assenza di una corretta informazione, anzi in presenza di organi di distrazione di massa, il vantaggio lo ha visto solo chi ha delocalizzato e chi lo ha assistito (banche e grandi studi legali). Se chi produceva un capo venduto a 100 sopportava in Italia costi per 80 e ricavava un margine lordo di 20, producendolo in Cina, a 10 di costo, non lo rivendeva poi in Italia a 30 o 40 (vendendo quindi di più), ma a 90, lasciando magari 10 di imponibile in Italia (c’è la crisi!) e 70-80 di margine in nero all’estero (meccanismo noto come transfer price). In questo modo il consumatore non ha visto significativi vantaggi, molti lavoratori di distretti industriali hanno perso il posto, il loro know how manifatturiero, quasi un DNA accumulato per generazioni, è stato buttato ai pesci e lo Stato non ha goduto del maggior gettito dei profitti industriali delocalizzati. Tutto questo solo perché stampa e TV ci hanno intrattenuto in questi anni con ben altro e perché l’evasione fiscale, stimata prudenzialmente in 150 miliardi di euro l’anno di mancate imposte, è alla base di un blocco sociale e politico in Italia. Ma l’evasione fiscale è anche il più micidiale tarlo della democrazia e, prima o poi, la fa accasciare come il mobile che attacca.

Venendo, quindi, alla situazione siciliana, che più da vicino qui ci interessa, posso solo affermare che i contenuti della stampa e dell’informazione televisiva locale, sui cui esponenti – press_freedomsempre con le dovute eccezioni – stendo un velo pietoso, mi hanno portato nel 2004 alla decisione di scrivere direttamente ciò che avrei voluto leggere: sono diventato un blogger. Un blogger che non parli solo del suo ombelico, ma che si sforzi di fare opinione, non è ovviamente infallibile, ma nessuno è disponibile a leggere a lungo sciocchezze, ove altri scriva cose più sensate. Il consenso di lettori che possono esprimere liberamente il proprio parere è quindi garanzia di autorevolezza dell’opinionista indipendente.

“Se due persone si scambiano una moneta, tornano a casa ciascuno con una moneta; se si scambiano invece un’idea, tornano a casa ciascuno con due idee”. Il che equivale al raddoppio delle idee o delle informazioni in proprio possesso. La circolazione delle informazioni, divenuta velocissima grazie alle tecnologie digitali, sta imprimendo una grande velocità ai cambiamenti culturali e sociali. La rete internet sta realizzando nel nostro tempo una rivoluzione paragonabile a quella della stampa di Gutenberg. È un processo da favorire in ogni modo rimuovendo il digital divide e investendo nelle infrastrutture telematiche (WiMax, satellite, ecc.). Il mio sogno è che la Sicilia possa essere presto coperta, oltre che da un’efficiente infrastruttura digitale, da una rete di commentatori indipendenti (esiste persino la mappa dei blogger di Manhattan divisi per stazioni della metropolitana), che rappresentino un “servizio di vigilanza critica” e di controllo capillare del territorio contro le tentazioni di abuso del potere politico così come di quello economico, molto frequenti quando nessuno ne ricordi il limite.

I contributi di questi blogger potrebbero essere veicolati anche attraverso una WEB TV regionale o attraverso quotidiani on-line molto orientati all’informazione locale.

(continua)

Ecco come (14). Conclusioni

di Donato Didonna

“Per avere una società migliore, non basta avere imprese profittevoli, è necessario avere imprese socialmente responsabili. E per essere buoni manager, non è sufficiente massimizzare i profitti (o il valore delle azioni) nel lungo periodo, è invece necessario tenere in considerazione esplicita gli interessi di tutte le parti sociali coinvolte con l’attività aziendale: i lavoratori, la comunità locale, l’ambiente e così via”.

È capitato, in questi anni, di leggere sempre più spesso dichiarazioni simili: si riferiscono alla cosiddetta dottrina della “responsabilità sociale d’impresa” vista in contrapposizione alla dottrina d’impresa legata al “valore per gli azionisti”. Il mondo dell’economia e della finanza ha colto in anticipo questi principi, ma gli stessi potrebbero applicarsi anche al mondo delle professioni e dei mestieri.

Una società di attori professionali ed economici, ispirata ai principi dell’etica e della responsabilità sociale, alla ricaduta sociale del proprio operato professionale, sarebbe sicuramente una società dove si vivrebbe meglio.

Pensiamo all’urbanistica e all’edilizia della grande stagione della speculazione che porta pur sempre la firma di professionisti o agli sprechi di denaro pubblico che si sono dati nel mondo della sanità, regno dei medici, o ai tanti “stipendifici” e “diplomifici che ci si sono nel campo dei servizi pubblici e dell’istruzione, specie superiore, o anche a fenomeni inquietanti come il riciclaggio di denaro di illecita provenienza che ha richiesto necessariamente l’intervento di “colletti bianchi” e via dicendo.

La crisi morale e materiale che viviamo è sicuramente causata dalla perdita del primato della politica sull’economia e dell’etica sulla politica: il linguaggio della politica coincide ormai con quello del mercato e qualunque modalità di fare profitti o di raccogliere consenso elettorale è oggi ammessa e intesa come legittima e legittimante.

Di fronte alla prospettiva di un Paese che, dopo decenni di crescita, sembra ormai da un po’ aver imboccato un declino economico, l’attenzione a tematiche come queste accennate diviene di grande attualità per il ripensamento di regole e costumi del nostro vivere sociale. Compete a chi ha studiato, viaggiato e goduto di una certa libertà economica assumersi la responsabilità di pensare e di agire costruttivamente per il miglioramento della società in cui viviamo. Bisogna superare quella cultura del “familismo amorale”, che porta ad anteporre o a restringere al solo ambito familiare il massimo orizzonte del nostro impegno sociale e questo perché nel Meridione sono purtroppo mancati secoli di tradizione civica quale quella comunale del centro-nord Italia[1].

Responsabilità sociale. Mi ricollego ora in termini operativi alla premessa: cerco professionisti ed imprenditori che vogliano (1) prestare alcune ore di consulenza gratuita a favore di nuove iniziative imprenditoriali giovanili coerenti con questa visione di sviluppo, (2) regalare idee di impresa che non sono interessati a realizzare in proprio, magari esternalizzando funzioni aziendali, e (3) versare una quota minima di capitale per garantire bancariamente la nascita di queste nuove imprese che opereranno nel settore delle energie alternative, dell’agricoltura, del turismo, della innovazione tecnologica, dei nuovi media, dei beni culturali, ecc., valorizzando la specificità del territorio e della cultura siciliana.

Possiamo creare una società di partecipazione che operi come un fondo di private equità oppure, più semplicemente, aprire un conto a proprio nome presso una banca specializzata nel microcredito (es. Banca Etica) che finanzi le stesse imprese con un moltiplicatore sulla garanzia da noi prestata. Una sorta di micro consorzio fidi con un organo terzo che valuti il merito di credito dei vari progetti.

Se si vuole, qualcosa si può fare. All’inizio, piccole cose come è fisiologico che sia (solo i politici possono permettersi il lusso di pensare in grande con i soldi altrui!). Le braccia di un esercito di circa trentenni “non lagnusi” non mancano!

Insomma, io l’ho chiamata “economia leggera” mentre Antonio Cianciullo ed Ermete Realacci hanno intitolato “Soft economy” il loro libro del 2005, ma la sostanza è la stessa: condividiamo assolutamente le stesse idee. Cito dal libro: “contro il declino economico, contro il degrado ambientale, contro l’impoverimento sociale, contro il pessimismo, reagire si può. C’è un’Italia che ce la fa, che punta sull’eccellenza mettendo insieme l’elettronica avanzata e la qualità del paesaggio, l’innovazione e il patrimonio storico, i centri di ricerca e i prodotti tipici”. Seguono 25 storie di successo, tra cui quella della siciliana Donnafugata, tutte da leggere. Il libro cita persino un articolo di Giuliano Amato e Carlo De Benedetti che avevo già riportato nella sezione “articoli” del mio blog nel 2004!

È una visione di sviluppo possibile per la Sicilia, incompatibile con quella dei vari Cuffaro & C., di quasi tutti i nostri politici regionali. Uno sviluppo incentrato sulla qualità e l’eccellenza: lo stesso PIL dovrebbe, in quest’ottica, tradursi in PIQ – Prodotto Interno Qualità, uno strumento di lettura a scala nazionale del “peso” della qualità nell’economia del Paese.

Già Robert Kennedy rilevava lucidamente come il PIL possa misurare moltissime cose tranne ciò che dà davvero valore alla vita. Oggi sono tante le voci autorevoli che ne sostengono l’obsolescenza: non esiste tuttavia un sostituto adeguato nel calcolo della ricchezza nazionale. L’ambizione del PIQ è di elaborare una “contabilità della qualità” che abbia l’immediatezza comunicativa del PIL, e analoga capacità di impatto sulla politica e sui media[2].

La Storia non si fa con i “se”. La Storia, appunto, non il Futuro. Il futuro dipende invece dalle scelte personali e collettive, da scelte concrete e quotidiane: il futuro dipende da tanti “se”. Perché, tanto per fare un esempio, se si concorre, consapevolmente o anche inconsapevolmente, alla riconferma elettorale di uomini politici di cui si sono già sperimentate capacità e stile, una visione come questa non la si vivrà mai, la si potrà al massimo solo leggere o, peggio, continuare a sognare. foto_sicilia_satelliteLa Sicilia ha un problema di modernità incompleta la cui soluzione non è più differibile: non ha senso modernizzare strutture e infrastrutture, se non si modernizza prima e definitivamente una mentalità ancora troppo arcaica in tante persone. Chi ha la capacità di comprendere questo dato di fatto semplice – anche se inconfessabile – ed è libero da compromessi di ogni genere, ha oggi la responsabilità di agire per il cambiamento di questo stato di cose.

Non è un messaggio indirizzato a tutti, non ha senso cercare il consenso di tutti, e sono anche consapevole che voler accontentare tutti ha un prezzo che non è il caso di pagare, un prezzo che peraltro, alla fine, pagano poi sempre tutti con l’immutabilità di uno stato di fatto o con inestricabili compromessi e ricatti reciproci.

Mi sembra più importante, invece, entrare in contatto e mettere in contatto chi dall’attuale situazione non ha nulla da guadagnare o non ha guadagnato nulla. Anche se, non necessariamente, l’occasione fa l’uomo ladro, le rivoluzioni, anche culturali, le possono fare solo individui “magri e famelici” che non hanno nulla da perdere oppure coloro che godono di libertà intellettuale ed economica e non agiscono motivati unicamente dal proprio tornaconto a breve termine: non certo coloro che da questa situazione traggono vantaggi e ci campano. Mi rivolgo quindi, in particolare, ai giovani siciliani, le vere vittime di una situazione che ereditano per nascita senza personale responsabilità; alle donne, naturalmente portate a considerare la ricaduta sociale del proprio agire (quando non si limitano a scimmiottare i peggiori aspetti della personalità maschile); ai lavoratori autonomi, a quanti cioè per vivere non devono dire grazie a nessuno, se non al buon Dio che li ha dotati di capacità, ma che senz’altro vivrebbero molto meglio in una Sicilia liberata da quel blocco parassitario di cui, come già detto, la criminalità organizzata è solo il volto più violento e dichiarato, ma neanche il più dannoso.

Quando, nel giugno 2004, un gruppo di ragazzi palermitani, improvvisatisi attacchini, tappezzò la città con un volantino anonimo, listato a lutto, recante la provocazione “un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”, i soliti tromboni sentenziarono che si trattava di un messaggio negativo che non avrebbe avuto impatto sociale. I ragazzi del Comitato Addio Pizzo innescarono, invece, con il concetto di “consumo critico”, una rivoluzione culturale che portò molti commercianti a denunciare il pizzo, spesso pagato più per calcolo che per paura, i consumatori a preferire esercizi commerciali pizzo-free e Confinustria, locale e poi nazionale, a dotarsi di un codice etico che prevede l’espulsione di chi non denuncia il pizzo. A dimostrazione che una strategia giusta ed efficace può portare a risultati importanti anche partendo da quattro gatti.

I ragazzi di Addio Pizzo sono particolarmente legati alla figura di Libero Grassi che ho conosciuto di persona, purtroppo, da morto, proprio la mattina in cui fu ucciso. Scuserete la testimonianza personale, ma quella mattina del 29.8.1991 udii distintamente, intorno alle 7:30, alcuni colpi di arma da fuoco: casa mia faceva angolo con via Alfieri. Scesi istintivamente per strada e, riverso sui gradini del supermarket, vidi il corpo di un uomo dal viso deformato da alcuni colpi sparati vigliaccamente alla nuca.

Mi era sembrato di riconoscere il corpo di un polacco che lì aiutava le signore a portare la spesa. Seppi invece, di lì a poco, che si trattava di Libero Grassi, l’imprenditore che rivendicava pubblicamente e fieramente il suo diritto a vivere e lavorare senza subire soprusi. Poco più di un anno prima avevo visto, più avanti, sullo stesso lato della strada, il corpo senza vita di Giovanni Bonsignore, il dirigente regionale dalla schiena diritta che aveva denunciato il malaffare della Regione e che, per questo motivo, era stato fatto assassinare da un collega. Probabilmente, è anche per questo motivo che da allora mi consento una semplificazione sociologica sui miei concittadini: Palermo è una città dove o si sta da una parte o, magari inconsapevolmente, da perfetti “utili idioti”, si concorre a fare gli interessi dell’altra. Per la sua storia, così come appena ricordata, non esistono purtroppo altre, più neutrali, posizioni da tenere.

Nello sconfortante spettacolo della convivenza civile e democratica di questo Paese, sia a livello nazionale che locale, c’è una forza che cresce e che assume, giorno dopo giorno, maggiore consapevolezza di sé in una sorta di rivoluzione silenziosa che accende qualche speranza. Mi riferisco all’interconnessione di cittadini attivi in rete attraverso i cosiddetti “social network”. Siamo tutti convinti che la democrazia sia la migliore forma di governo che conosciamo, ma una democrazia senza controlli effettivi diventa ben presto un’odiosa presa in giro. La nostra architettura democratica prevede una ripartizione dei classici tre poteri che si controllano a vicenda in concorrenza con un quarto, “atipico” eppure tipico delle democrazie, rappresentato tradizionalmente dalla stampa e dagli altri organi di informazione attraverso cui si forma (ma anche si controlla) la pubblica opinione. Ma se il risultato di questo concerto di poteri democratici è insoddisfacente perché i controllati controllano, nominano, sostengono o finanziano i controllori e viceversa, non c’è altra alternativa a che una parte della popolazione, quella più consapevole dei suoi diritti e libera economicamente, si attivi per altre vie che in passato sono sfociate nella piazza – quella reale –, mentre oggi, grazie alle tecnologie digitali, portano ad affollare in primo luogo quella piazza “virtuale” che, sempre più spesso, precede l’altra.

Penso di non essere l’unico a ritenere che ci sia qualcosa che proprio non va nei meccanismi di selezione della nostra classe dirigente democratica. E il problema, a mio avviso, risiede nel modo in cui il consenso si raccoglie, anzi, si costruisce. Un’osservazione può essere illuminante. Il marketing, la promozione di professioni quale quella del medico o dell’avvocato, è molto limitata se non addirittura vietata dalla legge. Il motivo è ovvio: non dobbiamo selezionare un medico o un avvocato sulla base della persuasione occulta di una campagna pubblicitaria. Ne andrebbe della nostra salute o del nostro patrimonio. Un politico, però, può provocare danni anche maggiori di un medico o di un avvocato. Non sarebbe allora il caso di proibire in assoluto, durante le campagne elettorali, l’uso di spot TV, di manifesti e di altre forme di pubblicità, consentendo solo nelle piazze reali o in quelle virtuali (internet) quel confronto tra uomini liberi che, da Atene in poi, rappresenta l’anima della democrazia e della raccolta del consenso? La pubblicità (con i suoi alti costi) è l’anima del commercio: forse non è il caso che lo sia anche della democrazia!

Il mio consiglio finale è quindi quello di informarsi sempre più attraverso la rete internet, nel caso, di imparare a navigare prendendo lezioni private da un internet angel. La rete internet è la vera università della terza età: io stesso mi sono improvvisato un Alberto Manzi (“Non è mai troppo tardi”) con amici più grandi di me e una di queste persone mi ha ringraziato sino alla morte di averle fatto scoprire questo accesso alla comunicazione e al sapere.

Partecipate quindi alla politica attiva solo di partiti o movimenti che la consentano effettivamente attraverso la rete. Provate a prendere a pugni un materasso e vediamo chi vince! I politici questo lo sanno e ci contano: sanno incassare bene gli sfoghi solitari. Pensate, invece, alla famosa scena di “Quinto potere” (rivedetevela su You Tube!). Internet (sesto potere) è la finestra a nostra disposizione per gridare tutti assieme con forza: “sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!”

Se ci affacciamo a questa finestra la politica non potrà non prenderne atto e non ascoltarci: condizioneremo la partitocrazia dal basso, come è giusto che sia, perché faremo sentire il fiato sul collo alla classe dirigente. Perché potremo dire in libertà che un amministratore pubblico che negozia con un fornitore pubblico un tariffario, prima ancora di essere colluso o contiguo (e la nostra sembra una classe politica selezionata per “concorso esterno”) è un amministratore infedele e come tale va cacciato indipendentemente dai voti che ha preso. E il fornitore, anche se non vi è pericolo di fuga, può sicuramente tornare in galera dove è giusto che stia per responsabilità penale accertata anche in appello.

Si dice che la politica sia l’arte del compromesso, ma c’è un limite a tutto: soprattutto ai compromessi. E nella politica siciliana il limite della decenza è stato oltrepassato ormai da tempo! Smettiamola di salutare per istinto servile e opportunismo politici collusi o compromessi o incapaci e, se li incontriamo al ristorante o in aereo, chiediamo di spostarci di posto: esiste una sanzione sociale che ciascuno di noi può legittimamente infliggere!

Sulle pagine di Rosalio, il blog di Palermo già citato, sono state scritte, assieme ad argomenti più ameni, delle belle pagine di vera democrazia, costringendo consiglieri ed assessori comunali a confrontarsi su argomenti concreti, senza sottrarsi alle critiche, anche feroci. E sono stati pubblicati dei dossier, come quello sulla vicenda ZTL che ha costretto l’Amministrazione ad una rovinosa retromarcia.

A quanti si attivano con passione civica nelle chat, nei forum, nei blog, su Facebook e poi davanti ai palazzi del potere oppure in nuove aggregazioni, nate in rete, che fanno informazione, volontariato o impresa, giro questa citazione di Buckminster Fuller, un visionario architetto e inventore statunitense: «Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta».

(continua con un appendice)

[1] È la tesi de “La tradizione civica delle regioni italiane” di Robert Putnam.

[2] La Fondazione Symbola, cui partecipano i Siciliani Pasquale Pistorio (ex CEO di STM) e Josè Rallo di Donnafugata, promuove questa visione.

Ecco come (15). Appendice

di Donato Didonna

Quando, alcuni anni fa, mi ritrovai per la prima volta tra le mani L’inchiesta in Sicilia di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, edita da Kalos, pensai di leggere una delle più profonde ed attuali analisi di quella cultura, tipicamente siciliana (anzi palermitana), così allergica a regole “uguali per tutti” quanto accondiscendente con quella prepotenza che suscita in tanti più invidia che civile indignazione: una delle cause mai seriamente rimossa del mancato sviluppo in senso moderno della Sicilia. Con buona pace dei sicilianisti, una simile inchiesta, nel 1875 come oggi, non potrebbe essere fatta altrove, neanche in quella Campania che pure interessò gli stessi autori e che conosciamo come la “Gomorra” di oggi. Nel 1875, per cercare di comprendere da vicino il retroterra politico elettorale di Francesco Crispi e per scongiurare i rischi di derive socialiste scatenate dalle umilianti condizioni di vita dei contadini, Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, parlamentari liberali del nuovo regno unitario, si recarono privatamente in Sicilia per studiarne le condizioni politico-amministrative e la condizione sociale dei contadini. Riporto, a beneficio di chi non conoscesse l’opera, peraltro introvabile, un significativo passo di Franchetti sulla borghesia palermitana, i cui appartenenti sono significativamente definiti come i “facinorosi della classe media”.

«Imperocché la città e l’agro palermitano ci presentano un fenomeno a prima vista incomprensibile e contrario alla esperienza generale e alle opinioni ricevute. Ivi l’industria delle violenze è per lo più in mano a persone della classe media. In generale questa classe è considerata come un elemento d’ordine e di sicurezza, specialmente dov’è numerosa, come lo è infatti in Palermo. Noi stessi abbiamo più sopra notato come il suo scarso numero in Sicilia fosse una delle principali cagioni della condizione dell’Isola. Questa contraddizione però è solamente apparente. Invero, quando la classe media non ha preso in un paese una preponderanza di numero e d’influenza tale da assicurare ad una legislazione uguale per tutti il sopravvento della potenza privata, l’osservanza delle leggi, la condotta regolare e pacifica non è più un mezzo di conservare le proprie sostanze e il proprio stato. Ora, la caratteristica essenziale che fa sì che codesta classe sia in generale un elemento d’ordine, è per l’appunto il timore che domina chi la compone di perder ciò che ha acquistato, e la ripugnanza di correr rischi per acquistare di più. Per modo che, quando per le condizioni sociali da un lato, per l’impotenza dell’autorità dell’altro, il rischio non è maggiore a usar violenza che a non usarla, cessa ogni cagione per i membri della classe media, di sostenere l’ordine. Anzi, per poco che abbiano intelligenza, energia e desiderio di migliorare il proprio stato (e in quella parte del territorio dove la classe media sarà più numerosa, saranno pure più numerose le probabilità che si trovino nel suo seno uomini dotati di siffatte qualità), niuna industria è per loro migliore di quella della violenza. Perché portano nell’esercizio di questa tutte le doti che distinguono la loro classe, e, in altri paesi, la fanno prosperare nelle industrie pacifiche: l’ordine, la previdenza, la circospezione; oltre ad una educazione ed in conseguenza una sveltezza di mente superiore a quella del comune dei malfattori. Perciò l’industria delle violenze è, in Palermo e dintorni, venuta in mano di persone di questa classe. A quelle deve la sua organizzazione superiore; l’unità dei suoi concetti, la costanza dei suoi modi di agire, la profonda abilità colla quale sa voltare a suo profitto perfino le leggi e l’organizzazione governativa dirette contro il delitto; l’abile scelta delle persone, dalle quali conviene accettare la commissione d’intimidazioni o di delitti; la costanza colla quale osserva quelle regole di condotta, che sono necessarie alla sua esistenza anche nelle lotte che non di rado insorgono fra coloro i quali la praticano.

Tutti i cosiddetti capi mafia sono persone di condizione agiata. Sono sempre assicurati di trovare istrumenti sufficientemente numerosi a cagione della gran facilità al sangue della popolazione anche non infima di Palermo e dei dintorni. Del resto sono capaci di operare da sé gli omicidi. Ma in generale non hanno bisogno di farlo, giacché la loro intelligenza superiore, la loro profonda cognizione delle condizioni della industria ad ogni momento, lega intorno a loro, per la forza delle cose, i semplici esecutori di delitti e li fa loro docili istrumenti. I facinorosi della classe infima appartengono quasi tutti in diversi gradi e sotto diverse forme alla clientela dell’uno o dell’altro di questi capi mafia, e sono uniti a quelli in virtù di una reciprocanza di servigi, di cui il risultato finale riesce sempre a vantaggio del capo mafia, il quale fa in quell’industria la parte del capitalista, dell’impresario e del direttore. Egli determina quell’unità nella direzione dei delitti, che dà alla mafia la sua apparenza di forza ineluttabile ed implacabile; regola la divisione del lavoro e delle funzioni, la disciplina fra gli operai di questa industria, disciplina indispensabile in questa come in ogni altra per ottenere abbondanza e costanza di guadagni. A lui spetta il giudicare dalle circostanze se convenga sospendere per un momento le violenze, oppure moltiplicarle e dar loro un carattere più feroce, e il regolarsi sulle condizioni del mercato per scegliere le operazioni da farsi, le persone da sfruttare, la forma di violenza da usarsi per ottenere meglio il fine. È proprio di lui quella finissima arte, che distingue quando convenga meglio uccidere addirittura la persona recalcitrante agli ordini della mafia, oppure farla scendere ad accordi con uno sfregio, coll’uccisione di animali o la distruzione di sostanze, od anche semplicemente con una schioppettata di ammonizione. Un’accozzaglia od anche un’associazione di assassini volgari della classe infima della società, non sarebbe capace di concepire siffatte delicatezze, e ricorrerebbe sempre semplicemente alla violenza brutale».

(fine)

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